Conservatori e riformisti: dove sta una parte del sindacato? Omines ‘e mesu o mesu-omines?

7 giugno 2013 09:162 commentiViews: 18

Sono ancora turbato dal dibattito in Consiglio Regionale sulle trivellazioni della Saras che ha avuto come corollario l’attacco indiretto e sibillino a una realtà come la 3A di Arborea. Mi sembra di rivedere uno scenario simile a quello che accompagnò il dibattito sulla Rinascita. Una parte del sindacato schierato senza ‘se’ e senza ‘ma’ a favore di progetti industriali come minimo discutibili, in ragione della logica del miraggio dello sviluppo facile e delle migliaia di posti di lavoro creati in fretta e dal nulla. Ieri si schierarono per la chimica, oggi si schierano per Matrica e per la Saras. Poco importa che Matrica sia un pericolo per tutta l’agricoltura della Sardegna (perché se si pagano a peso d’oro i cardi delle aree marginali, evidentemente se ne sta incentivando la produzione anche nelle aree pregiate); poco importa che non ci sia alcun nesso di convenienza tra l’estrazione del metano e l’abbattimento della bolletta energetica della Sardegna, fermi restando i poteri autonomistici e non sovrani dell’Isola (basti pensare che la Saras ha raffinato la benzina in Sardegna da decenni ma non per questo i sardi hanno pagato la benzina meno degli altri, anzi!). Il fatto però rilevante non è tanto che lo facciano, perché grazie a Dio è giusto e auspicabile che ci siano opinioni diverse e che le si possa confrontare, ma che ci sia costantemente nella storia recente della Sardegna una capacità delle grandi imprese italiane (Eni, Saras, Terna ecc.) di fare una politica di lobbing anche attraverso il sindacato. Inoltre, giacché la nuova industria estrattiva dovrebbe collocarsi non in una landa desertica, ma in una zona produttiva rilevante non solo per l’agro-industria sarda ma anche per il turismo, che è la vera potenzialità inespressa dell’Oristanese, si dovrebbe anche spiegare perché si vuole sostenere l’industria estrattiva contro le altre potenzialità di quel territorio, non tutte facilmente compatibili, come si vorrebbe, con trivelle, tubi, pompe e quant’altro. Infine, si dovrebbe anche spiegare come mai è improvvisamente maturata un’ostilità mai vista prima all’approviggionamento via mare di gas naturale liquido, dipingendolo come molto pericoloso e magari facendo vedere a ignari vigili del fuoco esplosioni di depositi di Gpl come se fossero depositi di Gnl per convincerli della pericolosità del trasporto del gas. Ieri è scesa in campo anche l’Unione Sarda a catechizzare il popolo e a dire che estrarre gas è il futuro, senza spiegare proprio il perché, ma comunque cominciando a catechizzare i suoi scarsi 40.000 lettori. È troppo per pensare a coincidenze, mentre tutto si compone coerentemente ipotizzando un’accurata strategia di lobbing che vede alcuni settori della sinistra e dell’impresa arruolati al fianco dei grandi gruppi industriali italiani.
In realtà una parte del sindacato è l’ultima ridotta del sistema di intermediazione politica e sociale di cui facevano parte anche i partiti. Oggi l’istituto della rappresentanza è in crisi perché è in crisi l’istituto della delega sociale. Tutti vogliono partecipare direttamente. Esiste una nuova cultura della responsabilità personale che toglie spazio all’istituto della delega e della rappresentanza degli altri. La nuova mission di partiti e sindacati non è rappresentare ma costruire momenti di società cambiata, cioè realizzare cambiamenti credibili fondati sulla solidarietà politica, culturale e sociale appunto. Questo è chiaro a molti sindacalisti (in testa al mio amico Mario Medde) che ne parlano apertamente perché capiscono che è finita un’epoca e che ne sta iniziando un’altra paradossalmente molto più vicina, nei contenuti, agli esordi del sindacato, quando le persone si associavano per risolvere insieme problemi che singolarmente non potevano affrontare. Non è chiaro però a tanti altri, che continuano ad agire secondo gli schemi maturati dal sindacato durante la Guerra Fredda. In quegli anni, il sindacato accendeva il conflitto non per rappresentare e risolvere un problema, ma per creare lo spazio della mediazione affidato ai suoi dirigenti che poi diventavano non tanto gli interlocutori del Governo e della Confindustria, ma i cogestori delle politiche industriali e di quelle governative. Il conflitto simulato, acceso e spento all’occorrenza, serviva per garantire il consociativismo, ossia l’associazione del sindacato al governo senza legittimazione elettorale, ma con la sola legittimazione propria, sindacale. Non sto a ripercorrere gli effetti negativi di questa strategia e gli spazi che aprì all’affermarsi del terrorismo nelle fabbriche fino ai giorni drammatici del sequestro Moro.
Sulla Saras e su Matrica, ma anche su tante altre questioni, le aziende ripetono lo schema antico: chiamano il sindacato (cioè i sindacalisti), lo coinvolgono, lo responsabilizzano rispetto al suo presunto ruolo di mediazione, gli affidano la produzione del consenso intorno ai loro progetti, poi promuovono i progetti ottenendo l’effetto distorsivo di un’adesione del sindacato successiva alla presentazione del progetto, quando invece è stata preventiva e costruita. Perché il sindacato si comporta così? Perché ha la sensazione di cogestire un processo, di raccoglierne dei vantaggi, siano essi le assunzioni future, sia il rapporto privilegiato con l’azienda. Questo è un errore. Questa è conservazione, vecchiume e muffa della peggiore politica italiana.
Nella società sarda arcaica (che io, a differenza di altri, non rimpiango neanche un po’), non essendoci alcuna giustizia, perché quella dello Stato era estranea e spesso corrotta, i conflitti privati e sociali venivano portati dinanzi a persone ritenute ‘giuste’ (omines de mesu) che, esaminate le questioni, sentenziavano rispetto alla loro soluzione. La caratteristica di queste persone era l’estraneità al conflitto o al processo che lo aveva generato e il loro equilibrio psicologico e morale. Tra lo Stato che regola e l’impresa che fa, il sindacato dovrebbe rappresentare un interesse diverso. L’esperienza tedesca ci dice che non è più il tempo di padroni contrapposti a operai e ci insegna che gli operai hanno un interesse a tenere viva l’azienda almeno pari a quello degli imprenditori, ma ciò non toglie che il sindacato dovrebbe rappresentare una posizione dialettica, diversa, non mediata a priori, una posizione che costringa lo stato e le sue articolazioni (Comuni, regioni ecc.) a svolgere la loro funzione di omines ‘e mesu. Invece no. I sindacalisti si mettono in mezzo tra le ambizioni dell’impresa e la loro realizzazione, negoziando il loro consenso, cioè dimezzando il loro vero ruolo dialettico in un ruolo di preventiva cogestione negoziata: mesu-omines.
Ho fiducia nei sindacalisti che hanno vocazioni ‘verticali’ e non da angolo piano, che non si dimezzano, che sono moderni, che sono amici della Sardegna.

2 Commenti

  • giorgio r.

    Egregio Professore,
    mi sfuggono i motivi di carattere politico ed economico, presumo, che alimentano il sottile sarcasmo nei confronti di un’idea, la chimica, che seppe assicurare per circa 30 anni migliaia di posti di lavoro.
    Non le sembra, Professore, che lo stato catatonico della politica regionale dovrebbe suggerire maggior prudenza nel giudicare la storia dello sviluppo sociale ed economico di questa nostra diperata Isola?
    Ho qualche primavera sulla spalle e ricordo benissimo il prima, durante e dopo l’avvento della chimica. Di sicuro si stava meglio di oggi.
    Cordialmente

  • Gianpiero Zolo

    fit bistadu finas unu mezoru de importu si fint bistados mesu-omines, nessi su mesu nd’aimis tentu…medas de i custos, a dolu nostru, sunu solu mesos omines.

Invia un commento