Cominciare a ragionare seriamente di banche

5 settembre 2013 19:223 commentiViews: 38

Il punto di partenza che dobbiamo avere chiaro è il seguente: quando andiamo a depositare dei soldi in banca, siamo noi che prestiamo denaro alla banca, siamo noi che ci fidiamo, non il contrario. Per un popolo di famiglie risparmiatrici come è il popolo sardo, questa coscienza deve essere diffusa e invece non lo è. Quando facciamo un prestito (un deposito) dobbiamo avere elementi per fidarci. Nessun riparmiatore usa una sorta di check list per verificare l’affidabilità, l’efficienza e l’utilità della sua banca; viceversa la banca ti presta denaro solo se tu rientri nei parametri di Basilea I II III etc. Una nota ssociazione di consumatori italiana ha dichiarato in rete ai suoi associati che è impossibile per un piccolo rispamiatore valutare una banca anche attraverso i bilanci, ma li ha anche tranquillizzati dicendo che la Banca d’Italia vigila sul risparmio perché vigila sulle banche. In buona sostanza, il rapporto tra la stragrande maggioranza dei correntitsti e le banche è di tipo fideistico più che fiduciario, si svolge alla cieca ed è fondato sulla fiducia nello Stato e nei suoi meccanismi di controllo.
Dal canto loro, cosa fanno le banche per prestare denaro alle piccole imprese (tralasciamo per il momento la spinosa questione degli investimenti finanziari delle banche)? Il termine giusto per capire il loro atteggiamento è ‘compliance’, in una parola ‘conformità’. A che cosa? Alle regole fissate da Basilea I II III ecc. ecc. Il bancario tipo non ha più da valutare un rischio di impresa, ma ha solo da applicare una procedura, al punto che, ormai, si parla della progressiva scomparsa della figura del bancario e della sua sostituzione con applicativi che testano il cliente in ragione della sua compliance rispetto alla procedura. Il metodo sarebbe giutificato se i canoni di valutazione fossero capaci di contemplare l’universo delle situazioni finanziarie d’impresa possibili, ma così non è, al punto che in linea teorica il ruolo del bancario dovrebbe proprio essere quello di declinare la coonformità rispetto al caso specifico e di valutare per l’appunto il rischio. Ma ormai questo rischio non è più valutato nelle sedi e nelel filiali ma è centralizzato nei Consigli di Amministrazione, i quali, dal canto loro, sempre meno sono disposti a dover dare spiegazioni per le scelte che fanno in difformità rispetto alla procedura, per cui, anche loro, deliberano in conformità. Il presupposto di questo sistema marcio, che ha avuto le sue eccezioni in Sardegna per le aziende rappresentate nei cosnigli di amministrazione delle banche, è che la realtà deve conformarsi alla procedura e l’intelligenza non deve più adattare l’impresa al contesto, ma alla regola. Qui sta una delle radici più profonde della crisi politica dell’Europa: la sua evoluzione verso l’ontologia burocratica. Noi, da indipendentisti, dobbiamo ragionare diversamente.

3 Commenti

  • Ragioni da vendere. La politica non si è mai occupata della riforma della legislazione sui fallimenti e sulle conseguenze che determinano nella società. Senza eccedere in drammaticità, poiché non esistono dati ufficiali sul fenomeno, troppe persone si tolgono la vita quando non vedono vie d’uscita in prossimità di una crisi finanziaria. Che siano banche, esattori o stato non vi è alcuna differenza. Troppo tardi e troppo poco è stato fatto a tutela della casa di abitazione. Poco o niente a difesa della dignità . È solo un muretto di sabbia contro una divisione di panzer. Quanto al sistema bancario, autoprotetto dalla Linea Basilea, prolifera fra paure e debolezze di un sistema economico e produttivo orientato da una bussola impazzita che risponde, quando funziona, ad una logica di potere e convenienza. Una moratoria delle norme che regolano l’attuale sistema creditizio, è possibile ragionarci? D’altronde in un paese che ha concesso amnistie ed indulti anche ai peggiori criminali concedere una possibilità a persone e imprese (che lavorano e danno lavoro) di ripulire la propria fedina bancaria e di ricominciare senza le pregiudiziali che inibiscono l’accesso al credito potrebbe avere degli effetti positivi sulla ripartenza dell’economia oggi allo stremo.

  • Evelina Pinna

    I concetti di compliance e di performance sono molto curiosi e applicabili ovunque, dalla medicina alla giurisprudenza, dal settore informatico a quello bancario. Avete presente un elastico: si può stirare fino a un certo punto, dopo si rompe; fin dove non si spezza c’è compliance. La performance ottimale è la lunghezza alla quale l’elastico lancia più in là un oggetto; prima e dopo la performance non è ottimale o è addirittura pericolosa. C.e p. sono dunque da tenere sotto controllo e con esse gli attori malati del sistema.
    Ci sono banche troppo grandi per fallire – si dice – e banche troppo piccole per essere gestite. In Sardegna le prime lavorano col sistema ad alta mobilità di capitale della Ras e con le dovute eccezioni, “per le aziende rappresentate nei consigli di amministrazione delle banche”. Che dire del conservatorismo, del sistema sterile delle partite di giro e dei circuiti compensatori della benamata Regione? Le seconde, in genere succursali o filiali delle prime, riducono ogni anno i loro bilanci per una serie di motivi: hanno serie difficoltà a migliorare la redditività del capitale proprio perché hanno un angolo visuale ristretto e non autonomo, non prendono in carico rischi considerati inutili in un ambiente debole dove nessuno è tentato di investire, e, non essendo più partner di riferimento per il commercio urbano e il comparto agricolo, hanno perso la capacità di raccogliere capitali da fonti privati, perdendo anche qualunque approccio ospitale alla vendita di prodotti ai clienti. Questione di p. e c. per entrambe, che si traduce in aggressività e in una situazione di irresponsabile inviluppo sociale.
    Per diventare entità vitali radicate e che diano stabilità al territorio, le banche devono poi affrontare il problema della dimensione e della coesistenza. Le banche pubbliche devono coesistere sempre più con quelle private. Diversità di proprietà significa diversità nella gestione del rischio e del portafoglio. Della banca di credito cooperativo di Arborea, ben se ne parla; 120 anni di esperienza, porta avanti la cultura rampante del settore privato.
    Aggiungerei che poco si occupa la politica delle lacune del sistema fiscale in materia di fallimento, delle ganasce fiscali che fanno chiudere le aziende e del risarcimento ai privati per le inadempienze della PA.
    Le banche raggirano la politica e la politica coadiuva le banche: chi fa il diavolo e chi i coperchi in Sardegna?

  • Gianni Benevole

    …..non c’è dubbio, scappare mai! In merito al ruolo delle banche suggerirei, a chi non lo avesse ancora fatto, la lettura dell’articolo scritto dal Prof. Maninchedda il 23 agosto u.s., dove perfettamente viene illustrata l’esperienza virtuosa della società cooperativa a r.l. Goinsardinia che mi auguro possa avere, per il più lungo tempo possibile, le forze e le risorse necessarie per tenersi lontana dai quei circuiti che hanno stritolato tante imprese ed aziende sarde. Personalmente sono molto scettico e poco fiducioso riguardo alla posizione di controllo e di vigilanza, oltrechè sanzionatoria aggiungerei, della Banca d’Italia. Piuttosto, resto fermamente convinto del fatto che la stessa Banca d’Italia e i suoi operatori debbano agire, oltre che nel rispetto dei parametri dettati da Basilea, anche nel rispetto ed in linea con tante altre importanti regole e disposizioni dettate in tema di tutela e di informativa al cliente, privacy, risparmio, segnalazioni alle centrali rischi, capitalizzazione degli interessi, interessi legali ultrasoglia, usura e soprattutto TRASPARENZA, più che mai, quest’ultima, indefettibile in relazione a quanto viene deliberato nelle segrete stanze dei Cda. (Al riguardo in sintesi si richiamano gli articoli e gli aggiornamenti relativi all’Internal Audit, alla Compliance, alla Sicurezza sul lavoro (D.Lgs 626/94 e D.Lgs 81/08), alla Disciplina della responsabilità delle persone giuridiche (D.Lgs 231/01), alla Protezione dei dati personali (D.Lgs 196/03), alla Legge sul Risparmio (L. 262/05). Non credo di esagerare nel ritenere che il concetto di trasparenza, debba, inoltre perfettamente coniugarsi con quello di “compliance/conformità”, per costituirne elemento essenziale ed integrante, così come ritengo che il principio della ontologia burocratica debba cedere il passo e comunque debba essere fortemente contemperato, ma a mio avviso anche scalzato, da quello di “deontologia burocratica”. Non sarebbe mai troppo tardi, nonostante l’apparente ossimoro!

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