Come si sono persi posti di lavoro e opportunità nella scuola sarda

5 ottobre 2013 07:371 commentoViews: 55

di Silvano Tagliagambe
Ha fatto bene Paolo Maninchedda il 19 settembre a richiamare l’attenzione su un fatto  ignorato dall’intera stampa regionale, e cioè il discorso che il ministro Carrozza ha  pronunciato a Casal di Principe in occasione dell’apertura dell’anno scolastico. Tra le altre cose il ministro ha detto testualmente:
“Siamo lontani dai parametri europei. La Strategia Europa 2020 punta a scendere sotto il  10% di dispersione scolastica entro il 2020: il dato italiano del 2012 si attesta al 17,6%, a  fronte di una media europea del 13,5%. Anche se il dato italiano appare in discesa rispetto agli ultimi anni, si riscontrano ancora picchi elevatissimi, soprattutto nelle isole (Sardegna, con il 25,8% e Sicilia, con il 25%) e al Sud”.
La Sardegna, dunque, fanalino di coda del sistema scolastico nazionale, ennesima conferma dell’emergenza rappresentata dal fenomeno della dispersione scolastica, di fronte alla quale la politica regionale è solita erigere barriere difensive, buttando la croce addosso alle politiche nazionali e del MIUR.
Non intendo certo difendere il Ministero dell’Istruzione, che soprattutto negli ultimi anni si è reso colpevole di tanti disastri. Ma di chi è la colpa se né nella legislatura corrente,  ormai allo scadere, né nella precedente, e dunque nell’arco di ormai quasi dieci anni, la Sardegna non è riuscita neppure a dotarsi di una legge sull’istruzione e sulla formazione?
Ed è forse imputabile al ministero o ai suoi titolari, che pure ultimamente non hanno certo brillato per intraprendenza e lungimiranza, se la Giunta regionale non ha voluto o saputo rendere operative le misure che pure aveva approvato come possibile strumento per innalzare la qualità e il livello del sistema scolastico della nostra Regione?
Tra i tanti esempi che potrei portare ne voglio segnalare uno, che è ignoto non solo all’opinione pubblica ma anche alla maggior parte degli addetti ai lavori.
Il 24 giugno del 2011 l’assessore Milia ha portato in Giunta e fatto approvare una sua delibera, la n. 28/69, tanto innovativa da poter essere considerata rivoluzionaria. Si trattava di interventi riguardanti il comparto Istruzione nell’ambito del Piano straordinario per l’occupazione e per il lavoro e dei relativi servizi. Una parte di questa delibera, l’ultima, era dedicata alla realizzazione di una governance del sistema scolastico regionale, diffusa  territorialmente e rappresentativa dei suoi diversi livelli e delle sue diverse realtà, alla quale delegare la funzione di supporto operativo delle azioni da attuare.
In particolare si proponeva di costituire, all’interno del sistema scolastico medesimo, strutture organizzative in grado di assicurare il positivo e rapido sviluppo di interventi che ne migliorassero l’efficacia, garantendo una più diretta e consapevole partecipazione di tutti i soggetti (docenti, studenti, personale tecnico-amministrativo) operanti in esso.
Queste strutture erano individuate in 12 reti di scuole, da costituirsi secondo il seguente  schema di ripartizione: due in ognuna delle quattro province storiche e una in quelle di nuova istituzione, per un totale, come già detto di dodici Centri di supporto. Questa parte della delibera citata è rimasta del tutto inattuata, e non si capisce per quale motivo
l’assessore Milia abbia voluto portarla all’attenzione e all’approvazione della Giunta di cui fa parte per poi riporla nel suo cassetto.
Per chi non si renda conto della gravità di questa omissione faccio presente che quasi un anno dopo, e precisamente il 6 aprile 2012, veniva pubblicata nel supplemento ordinario n. 69 della Gazzetta Ufficiale la legge n. 35/2012, che convertiva il decreto legge n. 5/2012 del governo Monti. In questa legge dello Stato, all’art.50 si scriveva della necessità
di potenziare l’autonomia gestionale secondo criteri di flessibilità e di valorizzare la responsabilità e la professionalità del personale della scuola attraverso la concreta possibilità, per ciascuna istituzione scolastica, di un organico dell’autonomia, funzionale all’ordinaria attività didattica, educativa, amministrativa, tecnica e ausiliaria, alle esigenze di sviluppo delle eccellenze, di recupero, di integrazione e sostegno agli alunni con bisogni educativi speciali e di programmazione dei fabbisogni di personale scolastico, anche ai fini di una estensione del tempo scuola.
Si profilava così la possibilità di definire un organico di rete, in grado di generare delle vere e proprie reti territoriali tra istituzioni scolastiche diverse, al fine di conseguire la gestione ottimale delle risorse umane, strumentali e finanziarie; nonché per l’integrazione degli alunni con bisogni educativi speciali, la formazione permanente, la prevenzione dell’abbandono e il contrasto dell’insuccesso scolastico e formativo e dei fenomeni di bullismo, specialmente per le aree di massima corrispondenza tra povertà e dispersione scolastica.
Prevedere, accanto all’organico funzionale, un organico di rete, a disposizione di diverse scuole consorziate tra loro, avrebbe reso più agevole per gli istituti progettare tutte le attività fin dall’inizio dell’anno. Con un vantaggio per tutti. Questa disponibilità di personale avrebbe inoltre consentito di evitare il ricorso a molte supplenze saltuarie, con il cui
costo (oltre un miliardo) in parte si sarebbe finanziato, senza oneri aggiuntivi, l’organico funzionale e di rete.
Nel deserto dell’autonomia scolastica, dove ormai da anni vengono sottratte alle scuole, sia da governi politici che tecnici e con un preciso intento politico-trasversale, risorse umane e finanziarie, questa possibilità apriva un concreto spiraglio di speranza per consolidare e sviluppare l’autonomia delle istituzioni scolastiche.  Una volta tanto, come si è visto, la Sardegna era stata tanto lungimirante da anticipare le migliori intenzioni dello Stato.
Se l’assessore Milia avesse dato coerentemente seguito alla sua delibera in Sardegna le reti funzionali di scuole, all’atto di pubblicazione della legge 35/2012, sarebbero state già definite e operative, e la Regione facendo valere, una volta tanto, la propria autonoma e richiamandosi al proprio Statuto e a diverse sentenze della Corte Costituzionale, che ne autorizzano un’interpretazione più estensiva di quella che finora è stata fatta propria dai nostri timidi organi di governo regionale, si sarebbe potuta proporre come “zona franca” (questa autentica, sì) rispetto alle rigide norme che regolano il dimensionamento scolastico e come ambito di sperimentazione dell’organico di rete.
Approfittando del fatto che nella legge si prevedeva inizialmente l’incremento di 10 mila posti per l’organico funzionale di istituto e l’organico di rete (norma poi abrogata) ed era prevista l’emanazione, entro 120 giorni, di un decreto interministeriale che avrebbe dovuto definire “la consistenza numerica massima degli organici delle autonomie e di rete sulla base della previsione dell’andamento demografico della popolazione in età scolare” per gli anni scolastici 2013-2014, 2014-2015 e 2015-2016.
Di quel decreto non si sono poi avute più notizie, come se quello slancio autonomistico fosse stato abbandonato su un binario morto e la questione non interessasse più a nessuno. Approfittando però del fatto di essere partita con largo anticipo e di trovarsi, di fatto, in una situazione di concreta possibilità di mettere in atto subito le condizioni organizzative richieste dal cambiamento prospettato, la Sardegna avrebbe potuto incunearsi nelle maglie di questa opportunità e mettersi in condizioni di rafforzare la propria autonomia, con enormi benefici sulle politiche di dimensionamento scolastico.

Per cogliere questa occasione storica ci si sarebbe potuti appellare al fatto, inoppugnabile, che l’articolazione in un duplice organico, funzionale e di rete, era una misura già prevista dal regolamento dell’autonomia, contenuto nell’art.21 della legge 15 marzo 1999, n.59, anche se mai finora attuata. Entrambi gli organici sarebbero stati stabilizzati per almeno un triennio, con conseguenze di incalcolabile portata, tra le quali:
–  Il venir meno della distinzione tra organico di diritto e di fatto;
– la possibilità di far diventare triennali le nomine annuali dei supplenti;
– la scomparsa di fatto delle nomine fino al termine delle lezioni;
– una migliore programmazione anche delle sostituzioni, con notevole beneficio per gli studenti diversamente abili e, in generale, per tutte quelle situazioni di anomalia che si vengono a determinare;
–  una maggiore garanzia di partenza regolare dell’anno scolastico.

La normativa alla quale abbiamo fatto riferimento specificava anche la dimensione ottimale della rete scolastica-tipo: “Contiene non meno di dieci istituzioni scolastiche e non più di cinquanta”: esattamente il numero medio di una ex provincia. Si specificava inoltre, e questo è un aspetto della massima importanza ai fini del discorso complessivo qui
sviluppato che “sono le Regioni ad individuare le dimensioni ed il ministero le istituisce. La rete ha personalità giuridica”. La proposta parlamentare attribuiva infine alla rete la possibilità di assumere, anche per conto delle scuole che ne fanno parte, e direttamente per quei docenti finalizzati ai bisogni educativi speciali.
La Regione Sardegna, che aveva approvato con un anno d’anticipo una delibera che delineava questo scenario e ne prefigurava gli strumenti operativi, si è fatta, al solito, scavalcare, anche per quanto riguarda questo aspetto, da altre Regioni. Esperienze di attuazione delle misure e degli interventi di cui abbiamo parlato qui sono già in atto
nella provincia autonoma di Trento; e si parla di “concorsi differenziati”, addirittura per ogni singola scuola, in una proposta di legge della regione Lombardia. Sono dunque le reti e non le scuole, come prevede il DPR 275/1999, a costituire consorzi, associazioni, fondazioni, ecc.

Peccato: ancora una volta chi ci governa dimostra di essere sempre molto bravo a riempirsi la bocca (e a riempire fino alla nausea le orecchie altrui) di slogan che inneggiano all’autonomia, alla conquista di sempre maggiori spazi operativi e di poteri sempre più estesi. Salvo poi riporre nel cassetto, come ha fatto l’assessore della Pubblica Istruzione nell’esempio che ho qui ampiamente documentato, le delibere che dovrebbero tradurre in realtà questi propositi, che così sono destinati a rimanere sogni velleitari.

1 Commento

  • Gufetto sovranista

    Lo dico per chi ogni tanto entra in questo sito.
    1) il prof. studia e si informa, e forma.
    2) quando non si ha niente da dire è preferibile tacere.

    complimenti per la nota.

Invia un commento