Come saremo dopo?

La tragedia che si sta abbattendo sul Nord Italia e che speriamo non si verifichi nelle stesse forme e proporzioni in altre parti dello Stato (continuo a vedere ad esito incerto la situazione di Nuoro, per il resto le misure finalmente prese in Sardegna cominciano ad essere congrue, a parte una comunicazione ancora affetta da propagandismo) non ci lascerà uguali a come eravamo prima.

La sicumera invincibile della psedudoeducazione degli anni passati, forse, sparirà dai volti di tanti e tornerà quell’aspetto giustamente dubbioso sul senso della gloria, del successo, dell’egoismo ad ogni costo, della competizione per emergere.

Forse si capirà che educare alla prepotenza, alla villaneria e alla sopraffazione è un suicidio sociale.

Forse la si finirà di insegnare che la vita è competizione e non collaborazione.

Forse finirà la fiducia nei tanti improvvisati su tutto (alimentazione, vaccini, dimensioni e forme della terra, alieni, farmaci, struttura dell’universo). Forse la si finirà con gli opinionisti che si esprimono su tutto, dal calcio alla religione, dalla letteratura al cabaret, dall’economia alla politica, specializzati più in match verbali che in profondità di pensiero.

Forse la si finirà di sporcare tutto e tutti, di appestare l’aria con i fumi delle macchine, delle caldaie e delle ciminiere, di riempire il pianeta di confezioni inutili di merendine e biscotti, di lattine e bottigliette, di pretendere di mangiare oltre il bisogno, di depredare i mari e di sfruttare la terra e gli animali in modo osceno. Forse la si finirà di produrre latte e carne con gli animali immobili come in cattività. Forse si capirà che non possiamo mangiarci tutto: bovini, suini, ovini, cani, gatti, uccelli, serpenti, insetti, alberi e frutti, verdure, cereali e legumi, pesci, tutto.

Forse si capirà che è interesse pubblico tenere attivo e sano il settore primario (agricoltura, allevamento, forestazione) e non immaginare che macchine e servizi siano in grado di garantire ciò che serve all’esistenza umana.

Forse si riprenderanno sane abitudini pubbliche: lavare le strade, disinfestare le fogne, combattere le malattie, controllare la qualità delle merci, combattere le già sperimentate catastrofi naturali (in Sardegna, carestie, cavallette, malaria), combattere l’ignoranza.

Forse si riprenderà a apprezzare che non tutto ciò che è grande è buono. Forse si capirà che la globalizzazione finanziaria è un potere senza contrappesi. Forse di capirà che in questo mondo di globale c’è il mercato ma non i diritti. Forse si capirà cosa si è perso con i negozi di vicinato.

Forse si capirà che le reti e i cellulari sono diventate, per riduzione dell’uomo alla sua funzione ignorante di consumatore ammaestrato, forme sofisticatissime di dominio.

Forse si capirà che possiamo usare le nuove tecnologie per lavorare meglio da casa e lavorare un po’ tutti.

Forse si capirà che se affidiamo tutto il settore produttivo alle macchine e non ridefiniamo in forma avanzata il rapporto tra l’uomo e il lavoro, la ricchezza andrà ai pochi padroni delle macchine e gli uomini saranno nullafacenti portatori di diritti ignorati.

Forse si capirà che abbiamo bisogno di relazioni e non di odi, di sospetti, di linciaggi, di persecuzioni sociali e istituzionali.

Forse si capirà perché l’Italia ha sempre bisogno di immani tragedie per imparare la solidarietà e la civiltà. L’Italia ha bisogno della morte per non mentire, per non credere alle sue bugie storiche, ai suoi alibi, alle macchiette che troppo spesso ha portato ai più alti livelli di governo, ai ciarlatani, ai battutari o, peggio, ai calunniatori seriali, agli odiatori industriali.

Forse…

0 commenti su “Come saremo dopo?

  • È quello che penso: da tutto questo male potrà venire del bene. Non esiste un solo modo di vivere. Riconquistare la solidarietà nelle nostre comunità porterà bene, portare rispetto gli uni per gli altri porterà bene.

  • Aldo Sessini says:

    Bravo Paolo; forse questo sperimentare, a livello globale, quanto la nostra vita sia precaria e quanto le certezze che abbiamo si sciolgono come la neve al sole, ci permetterà di riscoprire i veri valori della vita; allora questo virus forse ci avrà lasciato in eredità anticorpi “positivi”

  • Forse Dio vuole che incontriamo un po’ di gente sbagliata prima di incontrate quella giusta, così quando finalmente la incontreremo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.(cit.)

  • Cantu tenes resone, Paulu!
    E si annunghimus chi nois Sardos no creimus mancu a sos ogros nostros etotu (no resesso a m’ispiegare proite nois Sardos cun sa matessi peràula, cun sa sola diferéntzia de intonu de sa boghe, namus una cosa e significamus fintzas su contràriu e inderetura su contràriu de su contràriu!) pessa ite cambiamentu depimus fàghere. Àter’e che pistare abba!
    Tue naras de s’Italia (chi est sa ‘mastra’ de sos Sardos) ma cussa tenet assumancu un’istratzu de governu fintzas si sos guvernos e parlamentos sunt prus a sérvitziu de sos “Comitati d’affari” meres de s’economia dominante, e mancari iscorzant sos mortos de fàmine e disocupados e lassant in pasu sos milliardàrios latitantes in sos “paradisi fiscali”.
    Nois cun d-una RAS de autonomia aurtida (“gatixedhu” felinu ma no “leone” li naraiat Emilio Lussu, isse puru però prus apilliadu a sa “grandeur” de s’Itàlia – ca fit “grande” isse puru – chi no a su bisonzu de sa natzione sarda chi, pro ‘idea metafisica’, isse cussideraiat “nazione fallita”, e tandho unu gatixedhu nàschidu aurtidu puru “tutto fa brodo”.
    E tio nàrrere chi s’Itàlia “costituente democràtica antifascia” si est pro su faghe faghe cun sa RAS nos at dadu unu “mortaio” (fossis cun etimologia de “morte” e no mancu de murta) bonu a pistare abba e a nos pistare in afariedhos, pedidorias, e servitzios de raccattapalle e irresponsabilidade.
    Sa chistione de sos Sardos est una ebbia: èssere zente in logu nostru, líbbera e responsabbile de nos guvernare, e no “DISTRATTA” ispetendhe sos miràculos de totu sas presuntziones.
    Est sempre tempus de bi pessare, ca libbertade e responsabbilidade sunt ‘alas’ e ‘gàrrigu’ sempre in su tempus presente de donzunu chi apartenet a sa zenia umana. Si nois semus zente.
    Ma ite semus faghindhe?

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