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Come lo Stato ha perseguitato una donna di 88 anni

Posted on 26 Agosto 202626 Agosto 2026 By Paolo Maninchedda 25 commenti su Come lo Stato ha perseguitato una donna di 88 anni

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Buongiorno Professore,
Le vorrei raccontare la storia di una signora di 88 anni, di un subalterno fantasma e della giustizia tributaria. Le volevo raccontare questa storia perché ormai non so più se siamo davanti a una controversia tributaria, a un problema catastale oppure a una puntata di Fantozzi contro la Pubblica Amministrazione.

La protagonista è una signora di 88 anni. Ha frequentato la vecchia terza elementare. Non conosce il diritto tributario, non sa cosa sia una rendita catastale, non sa cosa sia un DOCFA e, soprattutto, non ha mai avuto nella sua vita la necessità di capire cosa sia un subalterno. Per lei una casa è una casa. Ci vive. Ci ha vissuto per decenni (per oltre 50 anni). È la casa della famiglia, quella dove ha vissuto con il marito e dove continua a vivere. Poi, un bel giorno, arriva una raccomandata del Comune. Accertamento IMU. E qui la signora, naturalmente, non si mette a fare una verifica catastale. Non apre una banca dati. Non controlla le visure storiche. Non consulta la giurisprudenza della Cassazione. Fa quello che farebbe qualunque persona normale davanti a una raccomandata del Comune: guarda la cifra e pensa: “Quanto devo pagare?” E probabilmente avrebbe pagato. Perché dura lex, sed lex. O, più semplicemente, perché quando una signora di 88 anni riceve un foglio ufficiale con scritto che deve pagare, difficilmente pensa che forse il problema sia il foglio. Poi, però, c’è un figlio Perché la signora, per sua fortuna o per sua disgrazia, ha un figlio ingegnere. E l’ingegnere ha una deformazione professionale abbastanza fastidiosa: quando vede una cosa che non torna, invece di pagare e andare avanti, la controlla. È più forte di lui. Comincia a guardare gli atti. Poi le visure. Poi le date. Poi le successioni. Poi il Catasto. Poi i documenti. Poi ancora le date. E alla fine compare lui.

Il subalterno 4. Il sub 4 è una cosa seria. Ha un numero. È nel Catasto. Ha una rendita. Esiste nella banca dati. E quindi, se esiste nella banca dati, per il Comune è una cosa che può essere tassata. Il problema è che, andando a scavare, si scopre che il sub 4 non è una seconda casa. Non è un’altra stanza. Non è un appartamento segreto. Non è nemmeno un piccolo investimento immobiliare occultato dalla signora di 88 anni. È un duplicato del sub 1. E questa non è una teoria del figlio ingegnere. Lo dice l’Agenzia delle Entrate. L’Agenzia sopprime il sub 4 proprio perché duplicato del sub 1. E poi arriva il particolare meraviglioso. L’Agenzia non dice semplicemente: “Da oggi il sub 4 non c’è più.” Dice che la soppressione ha efficacia dalla sua costituzione, cioè dal 2012. E quindi scopriamo che quello che per anni era rimasto tranquillamente dentro il Catasto come se fosse un’unità immobiliare autonoma, in realtà era un duplicato fin dalla sua nascita. Insomma, il sub 4 aveva una specie di esistenza metafisica. Era catastalmente presente, fiscalmente utile e sostanzialmente duplicato. Una cosa che in filosofia potrebbe essere interessante. In materia tributaria un po’ meno.

E qui nasce la domanda più semplice del mondo Se il sub 4 è un duplicato del sub 1, come facciamo a tassare il sub 1 e anche il sub 4 come se fossero due cose diverse? È una domanda talmente semplice che viene quasi il sospetto che sia proprio per questo che diventa complicata. Quod erat demonstrandum. Solo che qui il problema è che bisogna dimostrarlo. E allora si prepara il ricorso. Si ricostruisce tutta la vicenda. Si spiegano le date. Si spiegano le successioni. Si spiegano le risultanze catastali. Si deposita la documentazione. Si producono le visure. Si produce la documentazione dell’Agenzia delle Entrate. Si spiega che il sub 4 è un duplicato. Si spiega che la soppressione ha efficacia dalla sua costituzione nel 2012. Si spiega che non si sta chiedendo di non pagare l’IMU sulla casa. Si sta chiedendo una cosa molto più banale: non pagare due volte la stessa casa. Nel frattempo arriva la grande macchina dell’accertamento E qui la vicenda assume una dimensione ancora più interessante. Perché scopriamo che il Comune, per fare gli accertamenti IMU, si è organizzato con strumenti moderni. Banche dati. Elaborazioni. Accertamenti massivi. Procedure automatizzate. E naturalmente anche il necessario supporto al RUP. Perché, evidentemente, nella moderna amministrazione pubblica anche l’accertamento IMU ha bisogno del suo apparato tecnico-organizzativo. La cosa diventa particolarmente divertente quando negli stessi atti si legge che l’elaborazione degli accertamenti è sostanzialmente automatizzata. E allora uno si chiede: se gli accertamenti li fa il software, il supporto al RUP cosa supporta? Il RUP? Il software? Il software che supporta il RUP? O il RUP che supporta il software? Quis custodiet ipsos custodes? E poi c’è quel piccolo dettaglio economico che rende tutto ancora più fantozziano. Da una parte il Comune prevede un recupero di circa 22 mila euro annui. Dall’altra prevede circa 17 mila euro all’anno, oltre IVA, per il supporto specialistico. Naturalmente non sto dicendo che questo dimostri qualcosa di illecito. Però, Professore, diciamo che dal punto di vista del cittadino la proporzione ha qualcosa di surreale. È un po’ come spendere diciassette euro per andare a comprare ventidue euro di prosciutto. Alla fine il prosciutto ce l’hai (forse!!). Ma inizi a chiederti se non fosse più conveniente andare a piedi.

E quindi si va in giudizio Il ricorso viene presentato. Il Comune controdeduce. Si deposita altra documentazione. Si spiegano nuovamente le questioni. Si arriva alla discussione. E uno pensa: bene, adesso qualcuno guarderà le carte e finalmente si capirà che cosa è successo. Del resto, questo dovrebbe essere il bello della giustizia. Tu porti le carte. L’altra parte porta le sue. Audiatur et altera pars. Il giudice le legge. E poi decide. Semplice. Troppo semplice.

Arriva la sentenza E qui arriva il pezzo che, sinceramente, è il più tragicomico. Perché arriva la sentenza e il giudice, nella sostanza, considera determinante il fatto che il sub 4 risultasse catastalmente esistente per l’anno d’imposta e ritiene problematica la possibilità di attribuire alla successiva soppressione quell’efficacia retroattiva che noi avevamo sostenuto. E allora il figlio ingegnere prende la visura dell’Agenzia delle Entrate. La guarda. La riguarda. E legge: “con data di efficacia dalla sua costituzione…. 2012” Poi prende il ricorso. La questione era lì. Prende la memoria. La questione era lì. Prende la documentazione. La visura era lì. E allora nasce quel momento di assoluto sconforto in cui non sai più se devi cercare un avvocato, un geometra, un commercialista oppure direttamente un esorcista. Perché naturalmente non puoi dire: “Il giudice non ha letto gli atti.” Non si può. È brutto. È irrispettoso. È processualmente sconveniente. E quindi bisogna dire: “La motivazione della sentenza non appare aver adeguatamente considerato le risultanze documentali ritualmente acquisite al giudizio.” Che è una frase molto più elegante.

E quindi adesso facciamo appello Ed è qui che la vicenda diventa veramente italiana. Perché per ottenere giustizia, evidentemente, il primo grado non basta. Bisogna fare il secondo. E se nel secondo grado qualcuno dice: “Ma guardate che esiste anche questo orientamento…” allora uno comincia a pensare che forse c’era qualcosa che non funzionava nel primo giro. E infatti, mentre cerchiamo di capire come impostare l’appello, troviamo anche una pronuncia della Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado del Lazio, relativa proprio a una vicenda nella quale una situazione catastale erroneamente rappresentata era stata successivamente corretta dall’Amministrazione catastale. E quella Corte ragiona in modo molto più vicino alla questione che stiamo ponendo. E allora succede una cosa meravigliosa. Scopri che forse non sei completamente matto. Forse la questione che stai sostenendo non è così assurda. Forse un subalterno catastale errato, se l’Amministrazione competente riconosce che era un duplicato, non può essere trattato per sempre come una realtà immobiliare autonoma soltanto perché per qualche anno è rimasto scritto dentro un database. E allora pensi: bene. Abbiamo il documento dell’Agenzia. Abbiamo la visura. Abbiamo il ricorso. Abbiamo le controdeduzioni. Abbiamo la sentenza. Abbiamo pure un orientamento di una Corte di secondo grado che ci aiuta. Adesso facciamo appello.

Ma torniamo alla signora Perché mentre noi discutiamo di efficacia retroattiva della rettifica catastale, base imponibile, soggettività passiva, subalterni e orientamenti giurisprudenziali, la protagonista di questa storia continua ad avere 88 anni. E continua a vivere nella sua casa. Probabilmente continua a non sapere cosa sia un subalterno. E forse, se le spiegassimo tutta la storia, alla fine ci direbbe: “Ma se è la stessa casa, perché la devo pagare due volte?” E questa, Professore, è probabilmente la domanda migliore che sia stata fatta in tutta la vicenda. Perché il problema vero è proprio questo. Non stiamo parlando di una persona che ha cercato di nascondere un immobile. Non stiamo parlando di un patrimonio occulto. Non stiamo parlando di una grande evasione. Stiamo parlando di una signora di 88 anni, con la terza elementare, che si trova davanti a una macchina amministrativa nella quale un dato catastale può diventare una pretesa tributaria e poi una sentenza. E per dimostrare che quel dato non rappresentava correttamente la realtà bisogna conoscere il Catasto, il diritto tributario, il procedimento amministrativo e il processo tributario.

Se non avesse avuto il figlio testardo? Ed è questa, alla fine, la cosa che mi fa più riflettere. Se quella signora non avesse avuto un figlio ingegnere o più in generale testardo e abituato tutti i giorni a combattere con la burocrazia, le leggi, i procedimenti, i funzionari, le amministrazioni e tutte quelle meravigliose cose che rendono la vita del cittadino italiano un percorso a ostacoli… come avrebbe fatto? Probabilmente avrebbe ricevuto la raccomandata. Avrebbe guardato la cifra. Avrebbe chiesto a qualcuno: “Ma io questi soldi li devo pagare?” Qualcuno avrebbe detto: “Se te li chiede il Comune, probabilmente sì.” E avrebbe pagato. Fiat iustitia, pereat mundus. Solo che qui la giustizia, prima di arrivare, sembra aver bisogno di un paio di gradi di giudizio.

Il paradosso finale E allora la morale della storia, Professore, è abbastanza semplice. Una signora di 88 anni con la terza elementare riceve un accertamento. Per difendersi scopre che deve capire il Catasto. Per capire il Catasto deve ricostruire una pratica del 2012. Per capire quella pratica deve ottenere una rettifica dall’Agenzia delle Entrate. Quando ottiene la rettifica, scopre che il subalterno contestato era un duplicato fin dalla sua costituzione. Lo spiega nel ricorso. Lo spiega nelle memorie. Produce i documenti.

Arriva la sentenza. E scopre che, nonostante tutto, deve fare appello. Poi trova un precedente della Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado del Lazio che sembra ragionare proprio nella direzione sostenuta. E allora riparte. Perché evidentemente, nella nostra giustizia tributaria, avere ragione al primo grado è una possibilità; dimostrarlo al secondo è una necessità; arrivare al terzo, se proprio serve, è quasi una forma di perfezionamento professionale. A questo punto il figlio ingegnere non sa più se sta difendendo sua madre da un accertamento IMU o se sta frequentando un master specialistico in: “Come sopravvivere alla Pubblica Amministrazione quando il computer ha torto ma poi Agenzia delle Entrate rettifica il database e ti dice sostanzialmente che hai ragione.” E la cosa più bella è che, dopo mesi di ricorsi, memorie, documenti, visure e sentenze, alla fine la domanda rimane quella iniziale. Quella della signora: “Ma se il sub 4 era il sub 1, perché devo pagare due volte?” Simplex sigillum veri. La verità, qualche volta, è semplice. È arrivarci che costa una fortuna. La ringrazio per l’attenzione e mi scuso per la lunghezza, ma ho cercato di ricostruire la vicenda in modo comprensibile, perché credo che, al di là del caso personale, ponga qualche questione più generale sul rapporto tra cittadino, pubblica amministrazione e giustizia tributaria.

Se ritenete che la storia possa avere un qualche interesse, sono naturalmente a disposizione per trasmettere il fascicolo documentale, compresi ricorso, controdeduzioni, memorie, documentazione catastale, provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate e sentenza, così da consentire una lettura critica della vicenda direttamente sugli atti.

A quel punto, Professore, magari scopriremo che il sub 4 non era soltanto un problema catastale. Era un piccolo esperimento di filosofia della burocrazia italiana.

Grazie per il tempo dedicato alla lettura e, in ogni caso, per l’attenzione.

Un cordiale saluto, Gianroberto Cani

Giustizia, Vetrina

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Comments (25) on “Come lo Stato ha perseguitato una donna di 88 anni”

  1. Jaia ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 16:57

    Siamo in Italia, non mi meraviglia più niente.
    L’in-giustizia sociale la viviamo tutti i giorni.
    Povero chi non si sa difendere.

  2. Miki ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 16:29

    Io e mio marito abbiamo, tempo fa’,dato in dono a nostra figlia un appartamento nel quale ,visse per diversi anni assieme al marito e i loro due figli piccoli . Premetto che al momento dell’atto il Notaio pretese la firma del coniuge che dichiarasse la sua rinuncia all ‘ immobile giacché era un dono . .Era chiarissimo che il nostro dono restasse esclusivamente di proprietà di nostra figlia! Durante la causa di separazione dei due che durò anni e, in questo lasso di tempo mentre si discuteva pure della separazione dei beni in comune: sorpresa delle Sorprese, arrivò la ” tegola ” per tutti noi : il Giudice distratto che , forse non aveva avuto l’accortezza di esaminare attentamente il famoso atto di proprietà. redatto e registrato dal Notaio ,affidò l’immobile , il dono ,frutto del nostro lavoro, e sacrificio e lo affidò al marito ; così semplicemente come si può affidare qualcosa di poco conto….E allora ci chiediamo dove sta la Vera ed equa Giustizia …Ne siamo tutti vittime indifese.. purtroppo!!

  3. Ariovisto ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 16:25

    Forse se il governo avesse lasciato l’abuso…la questione si sarebbe risolta immediatamente con una denuzia contro il responsabile del procedimento. O no?

  4. Giovanni CALVISI ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 15:28

    Se la vicenda è riportata correttamente il Comune avrebbe dovuto procedere con l’autotutela obbligatoria.
    La Corte di Secondo Grado ha già deciso?
    Al posto della signora esporrei il caso al Garante del Contribuente.

  5. Enrico Giordani ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 15:02

    Anche io ho ricevuto una cartella esattoriale dal comune (il mio: Roma) per IMU non dovuta. Non ho fatto ricorso in commissione, ma un semplice ricorso in autotutela, fornendo tutti i documenti necessari. Dopo qualche mese ho ricevuto una raccomandata che, mi spiegava, anche a causa di errati comportamenti propri l’Amministrazione avrebbe potuto ricavarne un danno, la cartella era stata annullata e niente era dovuto.

  6. Maurizio Massari ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 14:23

    Inutile ogni commento. Siamo in uno stato demenziale basato unicamente sulla spogliazione e la prevaricazione dei diritti dei cittadini . La corte europea continua a sanzionare l’italietta per questi abusi di potere e l’italietta paga le sanzioni perche’ sempre irrisorie rispetto a quanto abusivanente incassato . Esattanente come per il bollo auto tanto per dirne una . Ma perche’ non consentire per Legge al contribuente che ha (per fortuna o caso o capitato innanzi a un giudice imparziale ) chiedere i danni patrimoniali e morali nei confronti del funzionario pubblico che ha istruito la pratica ?? Il tempo del funzionario pubblico e’ pagato da noi ma il nostro tempo ( perso inutilmente ) chi ce lo paga ? Comprese tutte le preoccupazioni relative con perdita di sonno e serenita’ di vita ?? Che le ripaga ? La colpa e’ unicamente in questo stato affamato di soldi che invece di punire certi funzionali incapaci li premia con gratificazioni e premi per quanto sono riusciti a far incassare allo stato , indipendente dal come , importante e’ che incassino anche se arbitrariamente o rubando ai cittadini non fa nulla importante che incassino !!! E poi i ladri sarebbero i cittadini ?? E no !!!!

  7. Sardinian Job ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 13:52

    Da collega, essendomi pure personalmente cimentato nella (auto) difesa in giudizio, tutta la mia solidarietà alla Signora ed a suo Figlio.

    Un Giudice che non legge o comprende gli atti (o ne legge e comprende solo una parte) è un dipendete dello Stato che NON svolge correttamente il proprio dovere: un qualsiasi altro funzionario della PA verrebbe chiamato a rispondere di tali errori o omissioni.

    Non per augurare “il male” ma per aiutare a COMPRENDERLO, l’auspicio è che vicende analoghe possano essere vissute da tutti coloro che, al tempo, hanno convintamente votato SI allo scorso Referendum.

  8. Elio Maldarelli ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 13:15

    Io penso che molte persone incompetenti dovrebbero essere licenziati in tronco , ad iniziare dai magistrati che nulla hanno letto o interpretato nel modo più giusto. Responsabile in primis l’ufficio tecnico comunale a seguire gli uffici del catasto. Ma tra cani non si mordono ed alla fine pagherà la povera signora 88enne. Fortuna che le hanno lasciato la casa.

  9. Antonio ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 12:50

    Signor Paolo1 purtroppo chi lavora bene il più delle volte difende quelli che lavorano male e la gente mette tutti nel calderone, in questo caso bastava il buon senso del Comune che evidentemente non c’è stato

  10. Paolo1 ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 11:45

    Il punto, secondo me, non è nemmeno soltanto la quantità di burocrazia. È quando una procedura amministrativa diventa irragionevole perché manca coordinamento, responsabilità o capacità di risolvere il problema. E a quel punto il cittadino si trova davanti a un paradosso: deve dimostrare continuamente di avere ragione, anche quando l’errore o l’inefficienza sono dell’amministrazione. E c’è un altro aspetto importante: non bisogna generalizzare. Esistono moltissimi dipendenti pubblici e uffici che lavorano bene, spesso in condizioni difficili. Proprio per questo sarebbe ancora più importante distinguere chi funziona da chi non funziona, invece di mettere tutto nello stesso calderone.

  11. Fiore Guerra ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 10:54

    È assolutamente inaccettabile che i funzionario della PA non risolvano il problema con una semplice loro dichiarazione. Il direttore dell’ufficio che ha iniziato la pratica deve chiuderla con tanto di timboi e propria firma. Diversamente denuncia penale per incapacità professionale volta a determinare la rovina della famiglia.

  12. IRENE SPINOGLIO ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 10:19

    Ormai, dato che faccio il mestiere del figlio della signora, non mi stupisco né del catasto, né dell ufficio riscossione, ma sono convinta che un tot di umanità ragioni da ubriaco, la razionalità + il buon senso non esistano più……
    Nessuno si prende le proprie responsabilità

  13. Mario ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 10:14

    Non credo che in caso di vittoria della signora verrà riconosciuto il rimborso di tutte le spese di giudizio sostenute. È un vizio della magistratura tributaria riconoscerne solo una parte. Sono curioso di sapere se la signora subirà anche questa ingiustizia.

  14. Michele ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 09:36

    Casi isolati x fortuna ma comunque riflettono una giustizia complessa e lenta
    Un povero cittadino vedendosi arrivare una richiesta di pagamento dalcomune o ag. Delle entrate va in panico e spesso paga.
    Chi ha la fortuna e la forza di ricorrere si ritrova davanti un calvario interminabile tra scartoffie e avvocati e quando viene riscontrata la buona fede del cittadino, quello che ha creato il disguido nell’amministrazione x essere stato un superficiale (tanto non.paga lui),o anche x incapacita ( visto che non hanno titoli Giusti x quel posto in quanto ci si.ritrova x cozzaglie politiche) se ne frega tanto non gli viene commisurata alcuna condanna.

  15. Stefano Crescioli ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 09:09

    Altopiano di Asiago fine anni ’70 un tale acquista una villetta A accanto alla nostra B, di fronte alla C, in mezzo la strada comunale.
    Fatto il rogito, il tale della villetta A si accorge che è un po’ piccola, quindi va in comune presenta un piano per ampliarla occupando la strada comunale e costruendo a sue spese la nuova strada nel giardino della villetta C, approfittando del fatto che villetta C non aveva muro di recinzione sulla strada. Il Comune approva l’originalità del progetto senza comunicare nulla a B e C, ed i lavori fatti al di fuori dei periodi di villeggiatura. Parte il ricorso ed in primo grado dopo 20 anni A è condannato a riportare tutto allo stato originale e stabilisce che B e C debbano pagare le spese processuali.
    Ricorso in appello ed A esce vittoriosa, spese processuali triple a carico di B e C.
    B e C si arrendono e non ricorrono in cassazione.
    Il tale della villetta A muore, gli eredi non hanno i soldi per il raddoppio della villetta e riescono solo a fare un grande garage chiuso sullo spazio del loro vecchio giardino e della ex strada comunale. Dopo quasi 60 anni gli attori anche quelli del comune sono tutti deceduti, proprietà cedute resta questa cosa strana ed originale che nessuno saprà mai spiegare.

  16. Alfredo ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 09:04

    Questa triste vicenda mi conferma ancora una volta che nella pubblica amministrazione vivacchia una massa di incompetenti che andrebbero licenziati su due piedi, ma, cosa ben più grave, il caso dimostra, ancora una volta, che anche la giustizia è allo sfascio totale. Non ho alcuna fiducia neppure nella amministrazione della giustizia perché tali giudici dovrebbero pagare per i loro errori, sono troppo tutelati. Sono gli unici dipendenti pubblici che non pagano di persona, anzi molte volte vengono anche promossi a gradi superiori. È una vergogna.

  17. liberato ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 09:01

    ….buon giorno !
    non c’è nulla da meravigliarsi!!!!

  18. Mario Pudhu ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 08:51

    … eh, ma unu magistradu chi no lezet totu, si ischit lèzere, ite lampu bi faghet? Dhu pagant po s’iscrafi? O triballat pro dare faina de fàghere a sos collegas de gradu superiore chi sinuncas, s’iscrafint, o pentzat chi tanti un’antzianu de 88 annus est acanta a si morri e de su dinai no ndi fait prus nudha?
    Roba da pazzi. Peus. Ca s’Istadu za est Istadu ma no est unu Moloch: sunt sas pessones impitzadas a fàghere una faina e sunt pessones e no marionetas in manu de Tziu Nemos.

  19. Pasquale Torluccio ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 08:32

    Questo dimostra per l’ennesima volta che i dipendendi pubblici ( che dovendo essere al servizio della comunita’) una volta insediati assumono il ruolo di persecutori di conseguenza il cittadino cessa di essere tale per diventare suddito oppure sciavo. Buona giornata.

  20. Losco giuseppe ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 08:31

    I costi tecnici – legali sostenuti dal privato , dal comune e dallo stato chi li paga? I funzionari (compresi i giudici) che hanno ripetutamente sbagliato continuano a fare lo stesso.mestiere?

  21. Ennio Leoniddi ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 08:23

    È incredibile da un lato logico, ma credibilmente orribile da quello dell’intelligenza umana. Sostituita sic et sempliciter da un data base sbagliato,che diventa alibi per sollevarsi da ogni responsabilità giuridica.Che fine faremo?

  22. Maurizio Mattavelli ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 08:18

    A me e’ successa quasi la stessa situazione.
    Una rendita catastale attribuita con un valore palesemente sbagliato e l’errore e’ stato riconosciuto successivamente con valore “ex tunc” corretto. Ma per il comune non conta e ha preteso l’IMU sulla vecchia rendita sbagliata.
    Forse avrei dovuto anch’io affrontare i tre gradi
    di giudizio e relative spese ma e’ triste che in Italia non esista piu’ il buon senso.

  23. giuseppe orlando ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 08:12

    E se non aveva il figlio ing. Chi pagava le consulenze ? E i medicinali x curare lo stress ?

  24. Lucrinarta ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 07:44

    Fosse così solo la giustizia tributaria

  25. m ha detto:
    26 Agosto 2026 alle 06:42

    Buongiorno
    perchè nel ns meraviglioso paese, in casi banali e palesi come questo, per la P.A. è impossibile utilizzare il buon senso del padre di famiglia …

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