Come la chiamiamo e come la facciamo?

22 maggio 2013 06:457 commentiViews: 16

Nomina sunt consequentia rerum, dicevano nel Medioevo. E sbagliavano, come ben sapeva Dante. Ma se le parole non sono legate da un vincolo di necessità ai fatti e ai concetti, è pur vero che sono l’unico strumento (oltre le immagini, ma io non sono né un regista, né un fotografo, né un pittore) con cui raccontare idee e fatti.
Se noi vogliamo produrre un programma di governo per la Sardegna; se vogliamo innovare il sistema politico sardo in profondità; se realmente vogliamo dimostrare che si può far politica partecipata senza l’ossessione del leaderismo, ma facendo buona squadra; se realmente vogliamo provare a organizzare razionalmente e politicamente, in modo riformista e non radicale, diverse esperienze politiche e sociali che vanno dalla sinistra non egemonizzata dai partiti tradizionali (penso alla trinità composta da Biolchini, Lobina e Pubusa, e dalle persone libere provenienti da Progetto Sardegna), al sovranismo (io, Franziscu Sedda, gli indipendentisti democratici e sani di mente e chi altri vuole rischiare la costruzione del primo nucleo del grande partito dei sardi), ai movimenti per la valorizzazione della lingua sarda, al movimento sindacale (Mario Medde), ai sindaci delle tante liste civiche della Sardegna (soprattutto del Nord Sardegna);  se realmente vogliamo proporre un candidato alla presidenza per le primarie; se realmente vogliamo fare liste per le regionali; se realmente vogliamo fare tutto questo, bisogna che cominciamo a darci una mossa e un nome. Il nome è una sintesi che rivela che una sintesi è in corso. Se non c’è neanche un nome, potrebbe venire il dubbio che non c’è neanche la sintesi. So perfettamente che occorrono incontri, riunioni, mediazioni, discussioni, strategie, partecipazione; so anche che gli inizi migliori sono quelli animati da uno spirito più federativo che unionista; lo so, ma muoviamoci.

7 Commenti

  • Anche, perchè no.

  • Emanuele Cabras

    Carissimo professore,
    la prospettiva che lei delinea è interessantissima. Per un mio chiarimento, quando parka della “sinistra non egemonizzata dai partiti tradizionali (penso alla trinità composta da Biolchini, Lobina e Pubusa..”, lei intende Enrico Lobina il consigliere comunale di Cagliari??

  • Carlo, certo che si concretizza, si sta concretizzando. Ai circuiti ambientalisti non integralisti appartengo anch’io e il tavolo di discussione con diversi soggetti è aperto e pubblico. Occorrerà incontrarsi a breve e vvi terrò informati. Si tratat banalmente di compiere e concludere un percorso che ha radici lontane e che tenta da tempo di concludersi con una soggettualità politica non più figlia delle correnti politiche ottocentesche e che sfugga dall’intellettualismo grazie alla profondità del suo radicamento sociale. Quando a non essere ideologici, con me sfondi porte aperte. La sinistra con cui sto parlando è proprio quella non dogmatica, non radicale ma sicuramente riformista.

  • On. Maninchedda, io non capisco:
    Lei è nel PSdAz? Christian Solinas è nel PSdAz?
    Lei ha dissentito – non da ieri – da Cappellacci e da Sanna: ma ora tutto questo si concretizzerà realmente o no?
    E ancora: come La vedono i circuiti ambientalisti non integralisti?
    E’ riuscito ad intavolare un tavolo programmatico con loro?
    E’ necessario essere pragmatici e non infognarsi negli sterili circuiti intellettuali ideologici della solita sinistra inconcludente e dogmatica.

  • Per Corrado: non lo so. Non si tratta di fare Progetto sardegna, ma di realizzare ciò che ho ripetuto diverse volte anche negli organi del Psd’az: semplicemente un grande soggetto politico, plurale, libertario, antiburocratico, capace di coniugare sviluppo e tutela della salute e della biosfera, solidarista, che interpreti l’interesse nazionale dei sardi e lo traduca in una forte capacità di governo. Cosa voglia fare il Psd’az io non lo so.

  • Corrado Putzu

    On. Maninchedda, in quest’ottica di un nuovo Progetto Sardegna che va col centrosinistra ed esprime un candidato alle primarie, il Psd’Az che ruolo avrebbe?

  • Evelina Pinna

    I castelli sardi sono quasi tutti costruiti sulle fondamenta dei nuraghi, quasi predestinati ad essere più deboli delle vecchie costruzioni. Qualche dubbio sul nuovo soggetto politico. La prima incoerenza è lanciare un nuovo partito proponendolo su vecchi modelli. Non si può, per enunciazione e prenomine, diventare un’altra cosa e rimanere se stessi. Il ‘tutto si trasforma’, qui potrebbe voler dire ‘nel caos’, nel disorientamento al voto o nella sua ingessatura. E se è vero che le coalizioni sono sempre state lacerate da faziosità, e la rete dei partiti indipendentisti lo ha dimostrato, altro errore è proporre nomi disgreganti già usati. Con le dovute eccezioni, servono persone con un credito personale forte, professionalmente influenti ma civilmente oneste, mai proposte prima. Anche il fenomeno Grillo sarà solo di passaggio se non emergeranno nomi capaci.

    In questo momento i partiti italiani sono decentrati e frammentati, macchine indebolite con motori truccati. In questa legislatura sarda il declino delle parti ha assistito all’impennata dei temi indipendentisti. La crisi sarda doveva rappresentare un evento spartiacque, al contrario sta trincerando le persone dietro gli stessi vecchi partiti, per un’altra generazione. Perché nulla costituisce più novità in politica, a questo dobbiamo stare attenti.

    Avremmo dovuto rivalutare, già da mezza legislatura, le cose migliori del Psd’Az, dimostrare con i fatti che certe cose che diciamo, sono fattibili in tempi non biblici. Ci sono cose che si sarebbero potute fare e non si sono fatte per immobilismo, incapacità e malafede, e a questo punto non è concesso di arzigogolare su temi che sono alla base di scelte politiche delle quali si sono appropriati tutti i partiti, merce comune, cavallo di battaglia. Bisogna essere forti due volte. Abbiamo avuto una legislatura per fare. Sarebbe stato dignitoso sciogliere certi partiti, invece noto che le parti preponderanti del governo, nazionale e a seguire regionale, hanno scelto un passaggio di mezzo, stanno diventando ‘inutili e inefficaci’ attraverso il modello di governo diviso e il disallineamento. Ergo, i partiti in regola vanno rafforzati, non devono cedere, devono dare delle garanzie, rassicurare che le preferenze del pubblico saranno ascoltate.

    Altro aspetto, la gente che si invita a una festa vuole sapere come vestirsi: indossare una tuta (movimento) o una divisa (partito)? Dipende tutto dal tipo di festa che si allestisce.

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