Oggi L’Unione Sarda dà la notizia, con un articolo di Francesco Pinna, della conclusione delle indagini su un’inchiesta relativa a diverse associazioni di volontariato impegnate nel sistema del 118 e su un noto giornalista. La Nuova Sardegna buca la notizia. A noi la cosa interessa solo per un aspetto, che verificheremo nelle prossime settimane: spesso le ambulanze di questo tipo di associazioni sono state acquistate con contributo direttamente concesso dal Consiglio regionale, senza istruttoria.
Lo scenario Un sistema di associazioni e cooperative formalmente impegnate nel volontariato, ma organizzate, secondo l’accusa, come imprese commerciali. Servizi del 118 affidati a soggetti convenzionati e poi eseguiti da organizzazioni diverse, prive del riconoscimento richiesto. Fondi pubblici vincolati al soccorso utilizzati anche per spese personali o trasferiti a società collegate. È il quadro delineato dalla Procura di Cagliari nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari notificato a cinque persone e a diversi enti. Le ipotesi di reato sono, a vario titolo, peculato, truffa aggravata ai danni di enti pubblici e frode nell’esecuzione di pubbliche forniture. I fatti contestati riguardano il periodo compreso tra il gennaio 2018 e il marzo 2023.
Il reato principale contestato La contestazione principale riguarda il presunto impiego irregolare delle somme corrisposte prima dall’ATS e poi dall’AREUS per il servizio territoriale di emergenza-urgenza.
Secondo i magistrati, una parte del denaro sarebbe stata destinata a esigenze estranee alle finalità assistenziali: motocicli, abbigliamento, mobili, apparecchi elettronici, trattamenti, assicurazioni, viaggi, cene e prelievi di contante. I fondi sarebbero serviti anche per restaurare mobili e sostenere spese personali quali polizze assicurative, corsi di guida, soggiorni e cene.
La Procura contesta in particolare l’appropriazione di 28.453 euro per spese personali e il trasferimento di altri 241.421 euro a una cooperativa riconducibile allo stesso amministratore. Le somme sarebbero state giustificate attraverso fatture per consulenze e prestazioni amministrative che, secondo l’accusa, rientravano invece nei compiti ordinari di gestione già svolti per le associazioni beneficiarie dei finanziamenti.
La rete L’indagine descrive inoltre un gruppo privo di formale veste giuridica attraverso il quale sarebbero state coordinate diverse associazioni e cooperative. Il soggetto titolare della convenzione avrebbe incassato i corrispettivi pubblici, mentre il servizio sarebbe stato materialmente svolto, in tutto o in parte, da altre organizzazioni non autorizzate. I rendiconti avrebbero continuato a rappresentare agli enti regionali il possesso dei mezzi, del personale, delle attrezzature e delle certificazioni richieste. Secondo la Procura, questo meccanismo avrebbe consentito di ottenere finanziamenti pubblici nonostante l’attività fosse svolta con modalità differenti da quelle dichiarate e previste nelle convenzioni. Per una delle posizioni l’ingiusto profitto contestato ammonta a 3,39 milioni di euro. Lo stesso schema sarebbe stato adottato, con modalità diverse, anche da altri gestori. In un caso il servizio affidato a un’associazione sarebbe stato trasferito integralmente a una società di capitali appartenente al medesimo amministratore: il profitto contestato supera i 3,86 milioni. In un altro caso alcune postazioni sarebbero state subaffidate a organizzazioni estranee alle convenzioni, mentre la disponibilità di volontari, mezzi e requisiti sarebbe stata attestata solo formalmente. Le somme contestate ammontano rispettivamente a 1,67 milioni e 273.237 euro. Per l’accusa, la distanza tra i soggetti formalmente convenzionati e quelli che eseguivano realmente il servizio avrebbe sottratto il sistema ai controlli preventivi sul possesso dei requisiti, esponendo potenzialmente a rischio anche le persone soccorse.
Questo è il quadro accusatorio, non una ricostruzione giudiziariamente accertata. L’atto notificato è un avviso di conclusione delle indagini preliminari: gli interessati possono presentare memorie, produrre documenti, chiedere nuovi accertamenti o essere interrogati. Vale per tutti la presunzione di innocenza.

Ma il noto giornalista, per caso, è lo stesso in una cui casa campestre in Marmilla ha sede il fantomatico “Centro Studi Emilio Lussu”, formalmente presieduto da un giovane legato a una delle associazioni del suo giro, che, come già evidenziato in questo blog, si era beccato una grossa somma, poi ridotta e subordinata alla presentazione di un programma di iniziative, per le celebrazioni del 50° anniversario della morte dell’illustre cittadino di Armungia, senza che ad altre associazioni e fondazioni da tempo impegnate nel preservare l’opera e la memoria di Lussu fosse stato dato un centesimo? Chiedo per un amico …
Gianfranco Bombagi legga l’unione cartacea ci sono nomi e cognomi,
Prof. oramai di volontariato vero ce poco o niente molti prendono uno stipendio, buoni pasto e vestiario i soldi arrivano con finanziamenti Statali e Regionali e qualcuno forse fa il furbo bene fa la Procura ad indagare se poi come dice il giornalista tutto è in regola sarà archiviato
A Sassari, nel quartiere di Latte Dolce, negli ultimi anni diverse ambulanze di varie associazioni collegate al 118 sono state incendiate. Non esattamente ciò che ci si attenderebbe dal mondo del volontariato. A meno che non sia volontariato per alcuni, e profitto per altri.
Essendo garantista, auspico che possano dimostrare la loro estraneità ai fatti contestati. Resta però il fatto che, troppo spesso, dietro alcune associazioni, celate da un velo di opacità e di oscurantismo, sembra celarsi il rischio di un uso distorto delle risorse pubbliche per finalità private, a danno dei veri volontari che operano quotidianamente per il bene della società.
Sarebbe interessante conoscere il nome del noto giornalista.
Anche per me vale sempre la presunzione di innocenza, ma in ambiente sanitario certe cose le sanno pure le pietre.
Scoperchiato il vaso di Pandora dell’associazionismo “volontaristico” e cooperativistico (elusore fiscale e sfruttatore di manonopera) ricettacolo di migliaia di miliardi fondi pubblici buttati nel cesso.