Chi ci stanno mettendo in casa? Il Qatar è un avversario della libertà e della democrazia

7 febbraio 2013 07:0913 commentiViews: 250

Come è noto, mai mi sarei rivolto per investimenti di alcun tipo all’emiro del Qatar. Ieri, a 200 km da Cagliari, come dire a Sassari ma nella direzione opposta, è stato ucciso il capo dell’opposizione in Tunisia, Chokri Belaid, ossia il capo del partito democratico che stava difendendo le università dagli estremisti islamici; un uomo laico, libertario, onesto, che voleva vedere le sue figlie e sua moglie libere, colte e non costrette al velo e subordinate socialmente. Che cosa c’entra il Qatar con la Tunisia? C’entra e molto: il Qatar è la punta avanzata dello schieramento sunnita del golfo che ha finanziato cospicuamente  la cosiddetta primavera araba e che sta collocando in Libia e in Tunisia un sistema di potere e di controllo degli uomini e delle risorse mai visto prima. L’Occidente guarda a questa attività con favore, perché il Qatar è filo-americano e fa parte del Gulf Cooperation Council, il sistema di stati del Golfo Persico, alleati – dopo un periodo di turbolenza – dell’Arabia sudita e degli Usa, contro il nemico scita, l’Iran. La politica estera Usa non è certamente nuova alla creazione di mostri politici usa e getta. L’Iraq di Saddam Hussein lo hanno inventato loro in chiave anti-iraniana. Osama Bin Laden lo hanno addestrato loro in chiave anti-sovietica in Afghanistan. Oggi, nei ricchissimi staterelli del Golfo, compreso il Qatar, sventola la bandiera americana, si vive apparentemente all’occidentale, ma quanda si parla con gli intellettuali arabi di quelle parti, pochi e quasi tutti poliglotti, si viene a sapere che oltre la cortina dorata della moda occidentale, si cela un fondamentalismo durissimo, si celano ingenti risorse investite nella propaganda islamista, nella formazione di quadri politico militari. Per cui: a chi diavolo è venuto in mente di far sbarcare a 200 km da Tunisi, cioè qui da noi, questo sistema di relazioni e di rapporti? Dirò di più. Meno male che il Galsi da qui a due mesi fallirà. Il tubo che viene dal Nord Africa in fiamme ci infiammerebbe. Dobbiamo farci un gassificatore, comprare gas dai paesi senza tubo, tipo la Nigeria, stoccare il gas in sardegna, come ci aveva suggerito garbatamente ma fermamente il presidente dell’autority per l’energia in visita a Cagliari, e farci la rete del gas con i soldi dell’Ue (su cui, da domani, comincerò a informarvi).
Ad ogni buon conto, a quelli che pensano che queste siano tutte chiacchiere, consiglio di leggere l’articolo che segue, uno dei più morbidi apparso su Limes.

di Giampaolo Tarantino

Le acque si sono calmate. L’onda lunga della “primavera araba” ha soltanto lambito le coste del Golfo Perisco e adesso i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gulf cooperation council, Gcc) possono concentrarsi sul nuovo quadro regionale. La situazione è ancora gravida di incognite ma lo tsunami che si è abbattuto su Medio Oriente e Nord Africa [carta] presenta sicuramente delle ghiotte occasioni per le ambizioni egemoniche dall’Arabia Saudita, grande potenza regionale e peso massimo del Gcc.
Oltre all’Arabia Saudita, fanno parte del Gcc Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman e Emirati Arabi Uniti. L’organismo è stato fondato nel 1981 con il progetto di rafforzare la collaborazione in campo economico e per “imitare” il mercato unico europeo. A livello strategico, il Gcc doveva difendere i regimi sunniti del Golfo dall’espansionismo iraniano. Per un ventennio, lo scudo ha retto e ha permesso alle petromonarchie di rendersi impermeabili alle turbolenze mediorientali, sfruttando le enormi risorse finanziarie a disposizione.
Le rivolte arabe del 2011 hanno rotto questa fase di quiete. Davanti ai regime change in Tunisia, Egitto e Libia e alla rivolta in Siria, la priorità assoluta diventa preservare lo status quo. Dopo il caos scoppiato nel vicinissimo Yemen, l’effetto domino delle insurrezioni ha raggiunto gli stessi paesi del Golfo con proteste in Bahrein, Oman e perfino Arabia Saudita.
Quando migliaia di sudditi del Bahrein, seguendo l’esempio dei loro fratelli egiziani a piazza Tahrir, occupano la centralissima Pearl Square nella capitale Manama, il sovrano Hamad bin Isa al Khalifa chiede aiuto al Gcc, che invia un contingente militare guidato da mille soldati sauditi per sedare la rivolta. Questa repressione e gli aiuti economici elargiti alla popolazione hanno soffocato sul nascere le velleità rivoluzionarie sorte anche in Arabia Saudita e Oman spaventando le case regnanti del Golfo.
Passata la grande paura, sono emersi scenari favorevoli per il regno di Abdullah e i suoi alleati. I cambi di regime in Tunisia, Egitto e Libia hanno aperto un buco nero geopolitico in Nordafrica. Un vuoto di potere che piace soprattutto a Riyad.
I Saud hanno trovato nel Qatar un alleato di ferro. Il piccolo e ricchissimo emirato sta emergendo come un importante attore sullo scacchiere internazionale. I rapporti tra qatarini e sauditi non sono stati facili ma recentemente i due paesi hanno rinsaldato i loro legami. In quest’ottica, il Qatar rappresenta una sorta di faccia più moderna della conservatrice Riyad capace, però, di fare gli interessi sauditi: Doha, infatti, è un partner economico e politico molto ambito da cui farsi rappresentare nei consessi internazionali.
Il Qatar e l’Arabia Saudita vogliono accrescere in Nordafrica e nel Maghreb l’influenza wahabita, una dottrina su cui i sauditi hanno costruito la loro legittimità politica. Riyad fa del proselitismo religioso una delle principali missioni dello Stato, finanziando gruppi e partiti islamisti nella regione, in Asia (dai talebani afghani alle madrasse pakistane) e nel mondo.
Anche il Qatar cosmopolita e ricchissimo fa la sua parte, come dimostra l’attivismo in Libia. Doha ha contribuito in maniera determinante a convincere la Lega araba ad appoggiare l’imposizione di una no-fly zone; è stata la prima capitale arabo a riconoscere il Cnt e ha partecipato alla missione militare con centinaia di uomini, mettendo pure oltre 400 milioni di dollari a disposizione dei ribelli. Aljazeera, il suo influente canale satellitare, ha avuto un ruolo di primo piano nel sostegno alla causa della rivolta e nella creazione di un clima internazionale favorevole all’intervento militare. Oggi il capo militare di Tripoli è Abdel Hakim Belhadj, proveniente dal circolo di Derna, uno dei più importanti centri di ispirazione del fondamentalismo musulmano: secondo le intelligence occidentali sarebbe vicinissimo ai servizi di Doha.
L’emirato del Golfo vede nella Libia una grande possibilità economica. Il Qatar ambisce a controllare una parte delle enormi risorse petrolifere del paese, di cui punta alle esportazioni di gas verso l’Europa. Tripoli è un potenziale ponte per avvicinarsi alle nazioni europee e a nuovi mercati.
L’emiro Hamad bin Khalifa al Thani sta anche cercando di colmare il divario tra gli Stati del Golfo e i Fratelli musulmani in Egitto. Il Qatar ha ospitato importanti figure della Fratellanza per decenni – basti pensare a Yusuf al-Qaradawi – e ha promesso 10 miliardi di dollari di investimenti, una volta che nel paese sarà tornata la stabilità.
Stesso discorso in Tunisia dove, il 14 gennaio scorso, per celebrare il primo anniversario della rivoluzione che ha deposto Ben Ali è giunto anche lo stesso al Thani che si è detto pronto a “dialogare” con gli uomini di Ennahda. È evidente che, dopo le rivolte del 2011, l’Islam politico si sta rafforzando. A Tunisi e al Cairo hanno trionfato i partiti islamisti; in Libia si intravede un maggiore peso della religione nei fondamenti dello Stato e nella futura struttura del potere.
Anche grazie alla “primavera araba”, sembra essere arrivata l’ora della “rivincita sunnita”. L’ultimo decennio dell’Islam è stato contraddistinto dall’affermarsi dell’influenza sciita: da Hezbollah in Libano, passando per l’Iraq post-Saddam, fino alla Siria, alleato di ferro dell’Iran. Se anche il regime di Assad guidato dalla minoranza alawita (una setta sciita) dovesse cadere, si frantumerebbe la “mezzaluna sciita” lasciando campo libero al rafforzamento del potere sunnita nel mondo arabo.

 

 

13 Commenti

  • Alberto
    la Sardegna – è chiaro – non puo’ farsi carico delle sorti del mondo intero.
    La miseria abita anche qui e il tracollo è prossimo a venire; non vedo peraltro il modo con cui si possa invertire la tendenza: non produciamo nulla, non siamo competitivi, non siamo coesi.
    Il conto del benessere (che peraltro non è stato per tutti) che pagheremo e che pagheranno i nostri figli è salatissimo: va dalla miseria economica alla limitazione della libertà individuale, dalla mancanza di beni primari alla recrudescenza di patologie precedentemente eradicate dai territori.
    Il tutto nell’arco – brevissimo – dei 10/15 anni.
    Inutile cercare nella storia recente le cause di tutto cio’: anche questa è evoluzione ed è del tutto naturale, segue regole precise, immutate nel tempo e decisamente incontrastabili.
    Saludos.

  • Ci mancherebbe che non si votasse sardo. Ma io non mollo dall’altra parte: io non sono d’accordo sull’emiro del Qatar e continuo ad avversarlo.

  • se riuscissimo davvero ad essere padroni a casa nostra degli ospite/i nn dovremmo avere paura…..anzi ne potremmo approfittare ,potremmo apprendere…d’altronde nn esiste popolo più ospitale di noi…………….. ma siccome nn lo siamo da (troppo tempo ) rasentiamo il ridicolo in discussioni geopolitiche che non fanno altro che dividerci e impoverirci ulteriormente.io nn mollo io voto sardo.

  • Il problema dell’emigrazione non lo abbiamo ancora visto e chi è esperto di risorse ambientali e idriche queste cose le dovrebbe sapere. Se poi si crede che il libero mercato (con spregiudicatezza e tangenti naturalmente) sia la soluzione dei problemi, delle proprie libertà e quelle dei propri figli, si studi almeno i trend demografici mondiali e si renderebbe conto con chi davvero conviene costruire processi di cooperazione e sussidiareità. Ho molto più rispetto per un’Africa e il sud del mondo a cui dobbiamo molto che ad un’Europa (mi riferisco ai governi e alle istituzioni economiche e non ai popoli) che ha ricevuto indebitamente un premio Nobel per la pace: essere in pace ma continuare a scatenare guerre in casa d’altri vendendo armi, corrompendo e addestrando regimi o essere al servizio di chi lo fa non ha niente di nobile. E se lo dice una persona autorevole come il generale Mini forse qualcosa sta cambiando.. http://www.ibs.it/code/9788861902930/mini-fabio/perche-siamo-cosi.html

    Per alcuni, i padoaschioccadidomonostra, il cambiamento non può essere fatto da “bamboccioni” grillistici, salvo poi rilavutarli per puro peso specifico, come dal droghiere, ma può essere fatto da coloro che, opportunamente decostruiti, relazionati e reimpastati con un pizzico di sovranismo sono stati artefici del sottobosco culturale, clientelare e politico che ha portato la Sardegna a questo stato. Purtroppo lo pensano anche alcuni dirigenti indipendentisti che, dall’Ospitziu Sovranista, si aspettano traiettorie elettorali favorevoli al loro moto perpetuo.

    Ma non basta mica tutto ciò. Ad aumentare la complessità del sistema sardo non ci sono solo i partiti che sono diventati bande di piccoli morti di fame irregimentati a stare zitti se vogliono i frutti anche loro, ma c’è il problema dell’eversione, un problema gravissimo che va combattuto con il pugno duro. Ecco che negli anni spuntano questure milionarie (costruite alla G8), caserme e carceri ovunque (costruiti allo stesso modo), perchè è giusto non farsi mancare niente per l’occasione. E anche se non é vero, che ripetere una bugia mille volte non la fa diventare una verità e dopo il fascismo dovremmo averlo imparato, è bene ogni tanto ripetere il ritornello. Daltronde se qualcuno é stato capace di prendere per i fondelli il mondo intero agitando una fialetta di antrace nella stanza giusta non si capisce perchè non si possa giocare con la vita altrui dalle pagine di un blog. Serve a porsi in differenza, il mercato lo insegna.

    Con questa discussione sull’Africa e sulle sue grandi possibilità umane e sociali voglio ricordare un grande africano:
    http://www.youtube.com/watch?v=Mt2AlztQpV0
    http://www.youtube.com/watch?v=en1O1Pl_ZkU

    e, anche sul tema, un sardo altrettanto lucido:
    http://www.youtube.com/watch?v=GfQdalEdleg

    Ma io sono troppo terzomondista per poter far capire queste cose a certe elitè.

  • Alberto
    Se dentro di te ti senti ancora insicuro e razzista, se ovunque ti giri vedi dei membri del KKK, questo è un problema tuo.
    Sicuramente sono – le mie – affermazioni forti.
    Ma.
    Ma ho parlato pragmaticamente di cinesi, russi, italiani e nordafricani (oltre che, ovviamente, dei qatariani).
    Forse il problema non ti tange, e ti comporti come molti miei ex amici sedicenti di sinistra: sempre grande solidarietà ma con il culo degli altri.

  • Marco m. c., la “popolazione in sonno” di cui parli.. che brutto termine che usi è qui perchè anche tu fai parte, seppur in modo ultraperiferico, di chi su quelle popolazioni ha vissuto il proprio insostenibile benessere. Se nel tuo paese, tu e i tuoi figli, non aveste altra alternativa che andare a bere acqua avvelenata da oleodotti fatiscenti, perire per guerre civili dove non si usa solo il macete ma anche armi fornite da noi, tu cosa faresti? Saresti uno di loro e oggi non scriveresti queste sparate leghiste. Eri piu’ interessante e pragmatico quando scrivevi di acqua e facevi avanzare il dibattito culturale e politico. Saluti

  • Fortunatamente c’è stato qualcuno, anche dentro il vostro partito, che ha posto la questione Galsi dentro gli organi decisionali, che dovrebbero produrre le linee strategiche entro le quali i militanti eletti e non eletti dovrebbero produrre le proprie azioni culturali e politiche. Riporto lo scritto dell’ex vice segretario Ruggeri: http://www.psdaz.eu/index.php/il-metanodotto/220-galsi-troppe-perplessita-e-la-regione-latita così come la logica conseguenza di discutere dell’opera in modo organico e senza pregiudizi ma attraverso una commissione specifica e non il parere personale di qualcuno http://www.psdaz.eu/index.php/gli-organi-nazionali/199-verbale-direzione-nazionale-28102011

    Fortunatamente dico, perchè oltre al trio Maninchedda-Bomboi-Videolina, gli unici a bersi la fregatura sono stati i responsabili dei partiti italiani e chi da loro chiede il piatto di lenticchie, non dignità, serenità e lavoro.

  • Marco m. c.

    Qatar, ma anche Cina e Russia: in quanto a rispetto dei diritti umani mi pare che ci sia una gara per chi è più virtuoso.
    La storia assume una importanza secondaria di fronte a chi ha fame.
    Loro hanno i soldi e noi siamo disperatamente alla fame.
    L’invasione di altre culture è già iniziata ma forse poca gente si fa lunghe passeggiate nelle nostre città: tutti i grandi parcheggi di auto, i crocevia con impianto semaforico, le principali vie pedonali sono presidiati da persone di etnia certa; una popolazione in sonno, che da poco ha fatto richieste (imposizioni?) di luoghi di culto dedicati e riservati.
    Bisogna essere pratici: cercano di entrare i qatariani: abbiamo alternative?
    Forse, a livello economico e in termini di potenzialità di investimento, sono gli unici a non essere autoreferenziali quali sono invece cinesi e russi.

  • Silvia Lidia Fancello

    Chiedo scusa, per la fretta ho scritto un’inesattezza, la Turchia non è ancora entrata in Europa, ma fa parte di quegli stati che si preparano ad aderire. Vi sono ancora in corso dei negoziati di adesione che durano ormai da anni e che probabilmente si concluderanno a favore di questa nazione sempreché si decida a sua volta a riconoscere Cipro come nazione. La Turchia è già entrata nella CEE dal 1963 (Trattato di Ankara).
    Saluti

  • Bisogna anche dire che le miree d’influenza dell’area sciita non sarebbero diverse da quelle sunnite se avessero lo stesso livello di budget a disposizione. Ad ogni modo, se osserviamo quanto sta accadendo in Mali, non possiamo non interrogarci neppure su quali sono le responsabilità dell’occidente, dell’Europa e quindi anche del futuro politico del vecchio continente di cui facciamo parte. Le risposte potrebbero non essere scontate: http://www.sanatzione.eu/2013/02/indipendentismo-tuareg-francia-in-mali-e-referendum-britannico-quale-ue-vogliamo/

  • La Turchia è entrata nell’Europa?

  • Buonasera,
    abito ad Olbia, uno di quei centri del nord Sardegna che ha subito molto profondamente i contraccolpi della crisi legata al mercato turistico/immobiliare e della scellerata politica nazionale/regionale dei trasporti.
    La crisi si tocca con mano tutti i giorni, anche se i liberi imprenditori che fatichiamo e ci abbassiamo il guadagno pur di lavorare, siamo silenziosi e non andiamo davanti a Montecitorio a sbattere i caschi per terra, con tutto il rispetto e la solidarietà per i lavoratori del Sulcis.
    Nessuno ci paga la cassa integrazione quando chiudiamo l’attività.
    Non ci entrano più soldi in tasca,? Semplicemente passiamo dritti davanti alle vetrine dei negozi anche se espongono i cartelli col 70% degli sconti.
    Le considerazioni sulla geopolitica sono cose che vanno oltre la nostra comprensione e la prospettiva che gli arabi, quelli ricchi ritornino ad investire nel nostro territorio è l’unica cosa che ci fa ancora guardare con speranza al futuro e tenere sollevata la serranda. Andiamo a votare apposta, perché ancora crediamo che ci governa debba fare da sentinella per noi, perché abbia la capacità come Lei di intravedere i rischi che si nascondono ad avere dei partner economici così “strani” e “potenti”, la Libia di Gheddafi insegna.
    Lo dico sfidando tutto e tutti e parlo a nome di molti, noi i quatarini li vogliamo, ne abbiamo visto anche di peggiori e ci siamo tenuti la nostra fede religiosa e la nostra lingua (vada in banca ad Arzachena, parlano tutti il gallurese, anche il direttore).
    Insomma tradotto in soldoni noi dobbiamo pensare a lavorare e a portare a casa la pagnotta, a Voi politici lasciamo il difficile compito di dialogare, controllare, dirigere e non svenderci. Per il resto sono convinta che fare gli schizzinosi perché questo popolo non è abbastanza democratico come d’altronde la maggior parte dei paesi arabi, sia un’ipocrisia. La Turchia è entrata in Europa, con tutto il suo strascico di leggi, tradizioni e abitudini non esattamente all’altezza di uno qualsiasi dei paesi occidentali, ma nessuno in Italia ha storto il naso. Per non parlare della Russia, grande partner economico della nostra nazione governata da uno che si è formato al KGB, ma nessuno ha storto il naso. Siete capaci di proporci un’alternativa? Non srotoleremo tappeti di velluto sotto i piedi di questa gente, ma ascolteremo ciò che avranno da proporci, a Voi il compito di valutare e guidare da protagonisti la rinascita del nostro territorio.
    Saluti

  • Evelina Pinna

    Ci sono pareti di silenzio sulle vicende economiche e di potere che ogni giorno minacciano la libertà umana e i più elementari diritti civili in tutto il mondo. Disquisire di zona franca e aperta in Sardegna mentre si portano avanti trattative di coinvolgimento a lungo termine con Qatar o Paesi Arabi, sottoponendo la nostra sovranità alla politica esecutiva delle multinazionali straniere, non tranquillizza affatto. Non c’è politica che esplori questi temi in profondità, monitorando le ambizioni esterne sulla nostra isola e i legami che indirettamente ci coinvolgono. La Sardegna non possiede una cassa di risonanza dei propri affari esteri. Ma questo silenzio è ‘cultura della governance’, come oggi si usa dire. Dell’effetto Qatar si riparlerà tra 10-15 anni, mentre si spera che la politica di oggi non abbia fatto solo delle valutazioni profane. Certo, sappiamo che il Qatar è una stella nascente nel panorama economico mondiale, ha l’economia in più rapida crescita al mondo e il più alto pil pro capite; ha enormi eccedenze finanziarie grazie alle quali, partendo da un’economia povera che fino al 1950 dipendeva dalla pesca della perla, una volta ottenuta l’indipendenza dal protettorato britannico nel 1971, ha impennato in progetti di modernizzazione di massa, nella ricerca, nell’innovazione, concedendo perfino il diritto di voto alle donne e fondando una delle emittenti radiotelevisive più potenti del mondo. Per contro il sistema giudiziario del Qatar è ancora affidato ad un sistema convenzionale ereditario, dove la magistratura è espressamente affermata come un organismo indipendente dalla costituzione e soprattutto collegata al sistema della Corte della sharia, che amministra le leggi islamiche, giustificando così ogni espressione pubblica e privata di controllo e inibizione. Ed è anche terra di brutali repressioni, dove è facile beccare l’ergastolo per un semplice sospetto di incitamento a rovesciare il regime, e dove la politica estera è famosa per aver sponsorizzato, senza prove di coinvolgimento, attività ostili per il controllo di Siria, Libia, Mali, Palestina. Insomma si esercita una silenziosa gestione dei conflitti e soprattutto non si disdegna lo sfruttamento della debolezza intrinseca delle nazioni. Qualunque politico ambisca a diventare presidente della regione Sardegna avrà bisogno di sviluppare una discussione politica aperta prima di colpire la vita privata di migliaia di persone con decisioni complottate dall’esterno.

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