Ce l’abbiamo fatta: la crisi del Nuorese espugna le prime pagine. Servono le soluzioni, ma per questo servono anche le elezioni

7 settembre 2012 08:0719 commentiViews: 27

Finalmente Ottana espugna le prime pagine. Finalmente i giornali dicono, più o meno chiaramente, ciò che si sa da mesi: si va a chiudere per colpa dello Stato. È già qualcosa. Adesso serve mettere lo Stato di fronte alle sue colpe. Servono i sindaci, le popolazioni, i partiti, i parlamentari (ci sono?). Diversamente Ottana perderà centinaia di posti di lavoro. Serve che ciò che chiamiamo “popolo” dimostri di avere consapevolezza che nel Nuorese il problema non è l’assistenza, non sono i soldi pubblici; il problema è la premeditata slealtà di Stato e l’alterazione delel regole a favore degli oligopoli di stato e dei loro alleati. Slealtà che a Ottana si chiama Terna, ma che si chiama anche dott. Tocco, Sovrintendente scolastico regionale che, grazie anche a un assessore regionale alla Pubblica Istruzione che si fa mangiare la pastasciutta in testa, fa e disfa nel dimensionamento scolastico come meglio crede, nonostante ci sia una legge regionale e una sentenza della Corte Costituzionale che dicono chiaramente che questa è una competenza della Regione. Slealtà che si chiama Posteitaliane, che si chiama Trenitalia, che si chiama Agenzia delle entrate, per tutte le altre politiche di fuga che si stanno mettendo in atto. Slealtà che altrove si chiama “banche”, in primo luogo B-Per Banco di Sardegna, con tutte le loro furbizie sui conti correnti, col loro macroscopico conflitto di interessi tra soggetti della raccolta del risparmio e gestori dei fondi.
Non è vero che l’unica alternativa a questo sistema è la protesta. Io sono contrario a questo paralizzante sentimento di rabbia e rassegnazione che sta colpendo tutta la società sarda e che ambisce a tradursi solo nella protesta. Un altro modo di governare è possibile. Esiste una visione della politica e dell’economia diversa da quella accademica di Pigliaru, da quella statalistico-nostalgica di Macciotta, da quella atrofica, confusa e disinnervata di Cappellacci, da quella retorico-populista di Pili. Ma ciò che è più importante è che occorre, in questo momento drammatico, consentire a tutte le proposte in campo di potersi proporre all’elettorato. Se non si va rapidamente a restituire la parola al popolo, la protesta cambierà la sua natura e da vertenziale quale è diventerà una protesta anti-sistema, diventerà rivolta. O si crea l’occasione legittima per l’espressione democratica ed efficace del dissenso o il dissenso diventa programma politico senza ritenere di avere l’obbligo di esplicitare alcuna proposta. Già si sente parlare di una grande manifestazione a fine ottobre non per qualcosa, ma contro le istituzioni. Protesta che risulterebbe immotivata se le istituzioni accettassero di farsi rilegittimare dal voto popolare, ma che dinanzi alla solita politica sarda del ‘tirare a campare’ potrebbe legittimamente assumere un profilo rivoluzionario. Io sono contrario sia alla rivoluzione che all’agonia del tirare a campare, ma ho già detto ai miei colleghi consiglieri regionale che devono pronunciarsi, devono dire se sono per il tirare a campare o per restituire al popolo la possibilità di decidere come uscire dalla situazione attuale. Sono l’unico consigliere regionale che dai tempi dello scandalo Carboni chiede le elezioni anticipate. Per cui, o i partiti aprono la stagione elettorale e dichiarano conclusa la legislatura, o è necessario, e io sto su questa posizione, guidare in modo pacifico e legale un movimento di popolo che imponga, con la mobilitazione, col consenso, la fine dei ritualismi, il ritorno alle urne e, per quanto mi riguarda, l’avvio di una stagione sovranista. Non servono eredi del passato. Non serve il continuismo. Non serve un governo regionale che senta la responsabilità dell’eredità più di quanto senta la responsabilità dell’apertura di una nuova stagione. Serve fondare una nuova politica e una nuova nazione.

19 Commenti

  • A Mario Pudhu: no,tranquillo, il “quinto Moro” che scrive non è quell’ex ass. che ha creato il movimento con questo nome (ancora un altro, ne avevamo proprio bisogno… ) ma un modestissimo sardo (ex iscritto al Psd’az), pensionato di 65 anni, residente ad Olbia. Il mio “pseudonimo” deriva anche dal mio cognome (Moro) e chi mi conosce sa che, da anni, utilizzo questo termine in modo “scherzoso”. Chiarito questo aspetto, condivido da tempo, tutto ciò che scrivi su questo blog ed anch’io “scarico” spesso la “mia incazzatura” in un orto ed una vigna di proprietà di mio fratello. Ma quand’è che riusciremo, da sardi, tutti uniti,a convogliare questo malcontento, in un’unica direzione, per conquistare quell’auto-governo agognato? Quanti colpi di manganello ancora ci aspettano prima che questo avvenga?
    Fortza paris.

  • “Quinto Moro” ge no at a èssi cuss’iscrabionau de ex ass.?! Ca cussu de “manganellate” no creu chi ndi pighit mancu “sotto metafora” (ma sa manu in su fogu no dha pongu po nisciunus, fintzas a candu sa genti no est fóssili coment’e cussus de s’era giuràssica o no arregordu cali). Quinto Moro abetat “durissimi commenti”?! Bah, is mius funt “soft”: is pulíticus sardus (nau pruscatotu is chi sartant su mari, ma de is atrus si ndi sarbat fortzis calincunu) funt is pulíticus de sa dipendhéntzia (e iat a serbiri assumancus unu libbru mannu po ispiegai ita totu custa tenit de cunseguéntzia lègia, ma po fai un’esémpiu, mancu ciorbedhu po pentzai), funt comenti si podit nai a sa campidanesa “iscallaus”, ma no iscallaus coment’e políticus, isceti iscallaus: aundi funt? Boh! A sa logudoresa s’iat a podit narri ca no rient mancu candho s’àinu est mortu de su risu. Chi siant mortos in sa matessi cunditzione e cun sas matessi calidades? A mimi mi benit ganas de “arrogai totu” e po cussu nci seu essiu a s’ortu, apu pigau sa marra, apu marrau sa terra e prantau unu bellu surcu de làtia. Poi nci seu essiu a bíngia e apu binnennau, apu binnennau su chi tengu, e agiummai totu a codhu e a solu, pagus cuintalis de àxina tragaus a codhu a tantis bortas. Però, balla, mancu aici mi passat s’arrennegu. Custu tocat chi si dhu fatzaus passai trabballendi su nostu a totu vida. Assinuncas trabballaus s’allenu.

  • ……. Roma, 10 settembre: manifestazione Alcoa:ancora una volta mi hanno colpito coi manganelli (in modo figurato per quanto mi riguarda, ma, da sardo Vi assicuro che mi fa ancora più male),… ancora una volta ci hanno chiuso in un recinto impedendoci con la forza di manifestare il nostro malcontento e la nostra disperazione… Per quanto tempo ancora… dovremo subire… senza reagire…… Mah! Attendo con ansia i durissimi commenti (sic!) sull’ennesimo episodio dei nostri soliti rappresentanti politici e sindacali. Mi auguro che tutto ciò serva almeno perchè noi sardi ci si sbarazzi di questo tipo di uomini e di organizzazioni. Mi auguro di vedere presto nascere altre istituzioni, altri partiti, meno forti finanziaramente e meno deboli moralmente. Finirla con una classe di politici scelti dall’alto come proconsoli e dalle mafie economiche come esattori. Non c’è democrazia là dove non c’è più dignità, cioè senso del dovere e dell’onore, rispetto per le persone e per il popolo. Fortza paris.

  • Ieri, discorrendo con alcuni amici, ho chiesto loro come mai si lamentassero tanto della situazione trasporti marittimi senza prendere in considerazione cosa la avesse provocata.
    Ho poi chiesto che opinione avessero dell’indipendenza dall’Italia, ma questa domanda ha generato silenzio e sorrisetti di circostanza: mi guardavano come un terrorista pazzo…
    La maggior parte dei sardi si sente italiana, esibendo la sardità solo in caso di convenienza e in ogni caso subisce ancora il fascino e il senso di superiorità dei continentali.
    Inoltre il sardo è razzista secondo i canoni della Lega Nord, ritenendo di essere virtuoso nei confronti del napoletano ma sempre inferiore nei confronti del milanese.
    Che tristezza.

  • Per Francesca:
    ti chiedi perché non accade il contrario? ti rispondo che Roma ci cassa tutto, poi in regione i politici italianisti non disobbediscono e si allineano come dei bravi soldatini, perché numericamente, la componente sovranista ahimè è risicata e la stragrande maggior parte di loro rispondono alle logiche dei partiti d’oltre mare, quelle che alcuni di loro (troppi) le hanno ancora attaccate come delle croste. Per me la strada possibile è quella del governo sovranista, per il bene e il benessere della nostra gente.
    Sai cosa succede in Catalogna? Quando la Spagna per esempio ha cassato la legge sulla lingua, i catalani non si sono persi d’animo, attivandosi nella società civile, nelle istituzioni e nelle scuole di ogni ordine e grado, con dei progetti volti alla divulgazione, alla pratica e all’esercizio della propria lingua. Se vai in Catalognia e chiedi una informazione in spagnolo, sai come ti rispondono? Prova ad indovinare?… ti rispondono in catalano. Perché possono disobbedire ai dictat centralisti? Perché nel parlamento catalano i partiti unionisti rappresentano la minoranza.
    Le dimissioni in massa dei politici in regione ora, a mio vedere, sarebbe un gesto con un significato apparentemente efficace ma solo simbolico, privo di qualsiasi incisività, di risoluzioni concrete. Rappresenterebbe sicuramente un autogol, perché economicamente dannosissimo e di pura demagogia. Bisogna giocare a demolire le logiche colonialiste che stanno devastando la nostra terra e il nostro popolo, non attraverso gesti puramente e mediaticamente eclatanti, ma andando a elezioni e rimettendo nel popolo sovrano la decisione che gli compete, come già qualcuno prima di me ha prospettato.

  • Fortunà, deo no ispeto e no tenzo de ispetare nudha. Sos chi ispetant e si che ant a mòrrere ispetendhe sunt àteros, e timo chi lis fetas cumpanzia puru.

  • Giovanni Piras

    Gianni Tramaglino ha ragione, saranno in tanti a non riprendere più la tessera.

  • Fortunato Ladu

    E tanno ibetta ma ibetta meda Mario, asa diventare ospite de su campusantu a centannos prima chi s’idea tua siada fatta

  • caro Maninchedda, credo che TU sia l’unico nel partito a poter fare il segretario , se questo non avviene io butto la tessera per sempre…
    Ciao

  • E come, Rosella ? Mi sembra che siano state tentate tutte le strade : scioperi, blocchi, manifestazioni a Roma e a Cagliari…. Questi sono sordi, a tutto, quando si parla della Sardegna. E non solo i politici nazionali : quelli regionali, te li raccomando. Non hanno palle, non ne hanno mai avuto e mai ne avranno… Un esempio ? Non appena la RAS decide qualcosa che a Roma non piace parte, immediato, il ricorso alla Corte Costituzionale. Mi chiedo : come mai non accade, mai, il contrario. Per esempio, per la vertenza entrate ? Eppure, si dice che il nostro Statuto abbia un valore costituzionale e che i “conflitti” debbano essere risolti dalla Suprema Corte. Altra cosa, e qui chiedo la conferma all’onorevole Maninchedda sulla veridicità della notizia : chi ha fatto ricorso alla C.C., per il ridimensionamento scolastico ? La regione Sicilia… E, dopo che i siciliani l’hanno spuntata, che hanno fatto a Cagliari ? Niente !!! Si sono mantenuti i tagli, previsti dal Sovrintendente regionale.Insomma, non solo non si oppongono allo Stato, quando prevarica i limiti consentiti dallo Statuto. Ma, non si approfitta , neanche, dei buoni risultati raggiunti da altri che, le palle ce le hanno, eccome… E allora, ben vengano le dimissioni, in massa, di tutti gli amministratori e la riconsegna delle fasce. Al consiglio regionale, però… Non a gente che , ogni tanto, per farci contenti , versa una lacrimuccia sulla nostra triste sorte. Il falso candelotto di dinamite, nei pressi di PortoVesme, è preoccupante… Forse sarebbe il caso di darsi una mossa…

  • O Fortunato, e fortunadu sias, e deabbonu!, ma mi paret chi a s’indipendhéntzia unu pagu totugantos bi pessant candho lis avassat tempus. E gai tue puru. Sinono, a parte s’idea assurda de pedire s’indipendhéntzia a chie nos at postu e ponet sempre de prus sa dipendhéntzia in manos, in pes, in sa limba e fintzas in su cherbedhu prus fungudu, fit bastadu unu contighedhu de fàghere cun sos pódhighes de una manu pro cambiare idea. Sos Sardos semus apenas unu millione e seschentos setanta miza, in mesu a sessanta milliones de abbitantes chi faghet s’Itàlia: ite fortza semus?
    Ite fortza podimus èssere? Solu una ‘fortza’ chi contat meda prus pagu de una tzitade italiana chi faghet su matessi tantu de abbitantes de sa Sardigna, o fintzas meda prus pagos. Làmpinos semus? De ogros a ndhe zughimus? Bidimus bene, o male e los serramus puru?
    In sa menzus ipótesi, chi resurtat solamente impossíbbile si apenas faghimus carchi contighedhu (e chentza mancu pessare chi bi at una chedha manna de partidos italianos chi solu ca bi sunt faghent a cantighedhos sa possibbilidade de unione de sos Sardos, ca sunt issos sa disunione de sos Sardos), in sa menzus ipótesi de unione de totu sos Sardos a su chentu pro chentu fintzas in d-unu únicu partidu, sa Sardigna tiat mandhare a Roma una ‘fortza’ chi a s’istadu italianu, e a calesisiat guvernu italianu chi cuss’istadu guvernat, che li ponet un’ocru per nàdica; ant a èssere sempre e solu una fortza chi mai at a contare cantu podent contare, pro nàrrere, sos Sud Tirolesos o sos Valdostanos, si no àteru pro sa mentalidade bamba, dipendhente, solu de dipendhéntzia, de nois Sardos, ca a nois, si chie nos dóminat nos faghet ebbia ebbia su tzinnu, deretu nos ammódhigat su coro e nos isterrimus a tapeto pro bi lu fàghere colare cantas bortas cheret e fintzas nos irmentigamus ite fit chi cheriaimus. A nois Sardos nos còmporant cun nudha. E imbetzes bi at unu muntone de barrosos chi faedhant de “orgoglio”, candho tiat bastare a èssere zente normale, ma zente. Ca chie est dipendhente fintzas cun sa conca est capatzu de sighire a crere a totu sos imbóligos chi li presentant, fintzas apustis chi at isperimentadu milli bortas chi intro no bi aiat nudha o mai bi est su chi bisonzat a nois. Nois sighimus a no chèrrere cumprèndhere una veridade chi est andhendhe a sa ladina de séculos: unu guvernu istranzu NO EST PESSENDHE A NOIS si no in cantu serbimus a isse, tenet de pessare in àteru e nois sighimus solu a apedhare, e is procus sighint a pàsciri. S’unione chi naras at a sighire a èssere disunione istórica, matematicamente impossíbbile solu ca ponimus unu pè fora de sa Sardigna e sos partidos italianos si che cherent própriu cue, ca est sa menzus manera de nos leare sempre a purpedhas de cudhu logu. Ca in Roma contant issos e sos Sardos macos – o interessados a su contighedhu personale e no a un’ideale assolutamente zustu e netzessàriu – sighint a si chèrrere atacare a sa locomotiva issoro! Bae chirca unidade de Sardos, tue! E za lu semus bidindhe cantu sunt pessendhe a nois. E totu su chi ndhe ant a batire dae Roma, fintzas sos “deputados unidos” at a èssere, prima de totu, s’istipéndhiu (si parassitas sardos tenet s’Itàlia los chirchet in Montecitóriu, no in sos Sardos iscorzados e mandhados innoromala); e si est su votu issoro, fintzas cumpatu, cuncordu, at a serbire a frobbire, a strexi, lah, e si ant a dèpere acuntentare de fàghere “interrogatzioni”, bonas a frobbire o istrexi custas puru, sempre in s’istrada de sos chi apedhant a sa luna o chircant seisei sotto gli archi di trionfo di Roma. Ca no ant a serbire a peruna magioràntzia. E fintzas si serbint sos Sardos no “ricattano” própriu a neune, antzis si ndhe podent bogare su coro pro sos istranzos, ma no pro fàghere torrare sos contos de sos Sardos. Namus Sardi venales, no de bonugoro, totu su prus béndhidos pro bonugoro. Che cudhos chi de cantu sun bonos sunt fintzas macos. Macos bonos. E bae e chircat cales sunt sos contos chi faghent torrare, pro sa Sardigna!
    Caru Fortunato, e caros totu indipendhentistas de pedulianésimu, semus solu perdindhe tempus e sighindhe a andhare innoromala chirchendhe de cúrrere ifatu de su bentu. S’indipendhéntzia est solu cosa chi si faghet, no cosa chi si pedit: si faghet pessendhe, faedhendhe, iscrindhe, e mescamente faghindhe, cun cumportamentos chi torrant in azudu a chie tenet vida in Sardigna. Ma inoghe faghimus a trivas de pare pro fàghere sos macos che cadhu, semus su logu inue che at pedra de cada zenia, lapidei pregiati e non pregiati, ma de seguru pedra bona a chentu e una cosa, e imbetzes sos amministradores sardos e progetistas de segamigasu còmporant fintzas sa pedra de importatzione pro fàghere impedradu in sos “centri storici”; tenimus amministradores, chi menzus si depiant cussiderare isperditzieris irresponsàbbiles e delincuentes, chi organizant pro che fàghere sas gitas, no solu de sos antzianos, in su corru mannu de sa furca ma no in Sardigna: si zughent chimbe francos che los ispendhent fora, lis resurtat menzus una chida de disocupados pro sos Sardos, e carchi chida de triballu menzus a lu dare fora de sa Sardigna. E poi pedimus azudu! E mancari lis intendhimus nendhe – e mancari ispendhent in pubblicidade – chi sa Sardigna est gai bella chi fintzas su si paradisu lassat addaisegus. E però li ruspint lorodhos a subra, chei cudhos chi ispudant a in artu lendhesila contr’a Deus. Indipendhéntzia est a cambiare cumportamentos cretinos, istúpidos, irresponsàbbiles. Indipendhéntzia est a pedire a nois etotu su chi nos bisonzat.
    In cantu a chistiones de votu, deo apo fatu zuramentu de no dare mai prus votu a chie lu cheret pro che lu frundhire in sa fogna de Roma e, comente no apo dadu votu a neune pro su Parlamentu italianu in sas úrtimas tres legisladuras, ti poto assigurare chi no ndhe apo a dare mai prus, mancu si tia bídere a tie e a totu sos pastores linghindhe in terra pro sa “unione storica” bona a frundhire in sa bassa. Apo cambiadu cumportamentu. Apo postu unu puntu frimmu.
    Ca su primu fàghere políticu, e so nendhe fàghere, de sos Sardos est a che segare su parassita evasore delincuente chi est s’Istadu italianu e sos atzionistas agentes suos, sos partidos italianos e galopinos issoro, o mancari partidos sardos ma de sa matessi idea. E bastat su votu. Demogratzia. No pedulia. No pregadoria. Votare. Fàghere. Ca de unione fora de sa Sardigna sos Sardos no ndhe amus a connòschere mai. Matemàtica! E mai mancu carchi die menzus. S’unione de sos Sardos si faghet solu in Sardigna pro sa Sardigna, o amus a sighire a pistare abba e dare fide a totu sos inganneris e miraculàrgios. Sos Sardos est in terra nostra chi depimus detzídere e cumandhare/guvernare, e no pessare de cúrrere a fora a custrínghere a neune cun s’illusione chi contamus carchi cosa.

  • Per Ac Macomer:
    mi preoccuperei più per quello che succederebbe in Sardegna, se ci dovesse mai essere l’ammutinamento di tutte le amministrazioni locali. Sarebbe una protesta ”di pancia”, un gesto che ci costerebbe tanto, e non solo in termini economici, oltre al disastro catastrofico del settore privato anche quello pubblico? Si deve piuttosto lavorare sulle coscienze di ciascuno. Senza questo scatto di qualità non si cambia.

  • Condivido in pieno tutto il tuo discorso Paolo,ma penso che sarà improbabile evitare la protesta di popolo.
    Si potrà reggere un altro anno così? Io credo di no.
    Alcoa,Carbosulcis,Ottana,Portotorres sono le realtà più evidenti, ma ci sono tante piccole realtà che a livello occupazionale stanno per esplodere in tutte le zone della Sardegna. Il colpo del Ko secondo me verrà dalla pessima stagione del turismo che,con una reazione a catena,coinvolgerà tutta la filiera del “made in Sardegna”. Artigianato,alberghi,ristorazione,alimentare,agricoltura,pastorizia,piccoli e grossi trasportatori e così via. Ci sarà una serie infinita di licenziamenti che faranno un numero assai maggiore di Alcoa Ottana Portotorres.E sicuramente non ne parlerà nessuno.
    Come si può non protestare quando non si hanno più i soldi per pagare i debiti,per fare la spesa,per mangiare.Il problema è che la classe politica filo-italiana o non si è resa conto della drammatticità della situazione,oppure non se ne vuole rendere conto.
    Purtroppo non siamo uniti,ci vorrebbe una contemporanea serie di dimissioni di tutti i sindaci,di tutti i consigli comunali,gi tutti i consigli provinciali, del consiglio regionale e una protesta di tutti i sardi,non solo di quelli che hanno perso il lavoro.
    Cosa succederebbe a Roma?

  • Est de cundivídere e ammirare su chi est faghindhe e proponindhe s’On. Maninchedda. Ma mi dimandho (e siat a donzi modu craru chi deo no so in su PSd’Az e mancu in peruna àtera “sigla”): sos dirigentes sardistas inue che sunt? Bios ancora sunt? A ite sunt pessendhe? Ca su chi si depiat mòere a fàghere su chi est proponindhe s’On. Maninchedda depiat èssere su PSd’Az. coment’e PSd’Az. e no solu UNU chi si gàrrigat totu sa libbertade e responsabbilidade chi li tocat ca no bi est in debbadas. Si no semus buratinos, libbertade e responsabbilidade sunt su gàrrigu de donzunu de nois.
    E tocat a cumprèndhere chi su cancru de Mamma Bugina Itàlia/Istadu italianu noche at manigadu e sighindhe a manigare purpas e ossos e fintzas s’ànima. Tocat a cumprèndhere chi ingranàgiu a su matessi títulu de custu cancru sunt in prenu totugantos sos partidos italianos, dae sos prus fascistas a sos prus ‘rivolutzionàrios’ rujos de calesisiat misura e colore, chi nos ant fatu e faghent fàghere bellu allenamentu, mentalidade e cultura/coltivatzione/disizu de sa dipendhéntzia totu e sempre prus de su matessi colore niedhu. Ne nudha ant a fàghere de diferente fintzas a candho – e ca so chistionendhe de sos Sardos in custos partidos – nos ant a mustrare carchi simpatia ca lis serbimus. Si sos Sardos no mandhamus innoromala sos partidos italianos amus solu a sighire a iscríere “cahier de doléances” e sighire a prànghere e sempre prus innoromala amus a sighire a andhare sos Sardos de donzi colore e misura.
    Custu no lu naro pro sos indipendhentistas de sas ideas mias: lu naro pro sos Sardos ancora ammammalucados pro calesisiat motivu in sos partidos italianos, ca peus figura miseràbbile de s’issoro («a fin di bene», si cumprendhet!) no bi ndh’at. Sunt issos chi che depent frundhire sos partidos italianos chi ancora sunt votendhe pro contighedhos de segamigasu o pro disisperu e no pro perunu ideale políticu.
    Ca inoghe una bona borta tocat a pessare totugantos a nos guvernare coment’e pópulu, natzione soberana, e ischindhe chi oe semus totu un’àtera cosa, dipendhentes fintzas de conca, a ciorbedhu iscallau, currindhe ifatu de totu sos bentos ma sempre a cara a su desertu.
    Ma una unione sovranista, pro nessi una magioràntzia cantu prus larga e crara chi si ponzat mere a guvernare sa Sardigna pro fàghere su chi depet fàghere unu pópulu soberanu in sa terra sua, fàghere su chi no faghet su solu guvernu istranzu chi tenimus, e comintzet a fàghere sos contos cun donzunu de nois Sardos etotu e cun s’istadu chi nos dóminat, chie la depet bogare a pizu custa unione sovranista si no chie coment’e organizatzione política est nàschidu e istat cun conca e pes in Sardigna?
    Solu custa unione, chentza istúpidos contighedhos de segamigasu (o pro carchi piatu de lentiza, sempre «a fin di bene»!), podet ispínghere o cumbínchere sos Sardos italianistas a l’agabbare de fàghere sa política de campa cavallo che l’erba cresce e cuncordare e incarrerare menzus una sumana sovranista. Nos serbit totu e solu sa política de sa responsabbilidade. Chi est a comintzare a fàghere sos contos cun nois etotu. E no creo chi nos manchent sas capatzidades, si est abberu chi semus frundhindhe, e dae candho!, fintzas sas menzus capatzidades, no solu cun s’emigratzione, ca a ispetare o cúrrere ifatu de su bentu no est a bogare a pizu capatzidades bonas, ma solu a fàghere bucos in s’abba.

  • Fortunato Ladu

    Voglio essere provocatore ma al tempo stesso propositivo. I problemi che pone Paolo sono problemi reali e non stò a sindacarli o meno per cui porterò la discussione su un altro campo che non è diverso ma è un campo che somma le varie problematiche . Ormai da anni qui si parla di sovranità in tutti i campi e soprattutto nell’alimentare . Ci dimentichiamo però che oggi per esempio produrre un litro di latte di pecora costa circa sette centesimi di euro il litro in termini energetici. Paghiamo la corrente in misura estremamente maggiore rispetto alla penisola ma non abbiamo mai pensato o non lo vogliamo pensare che le regole del gioco si decidono all’interno di un palazzo che stà fuori dalla Sardegna con regole scritte da chi la Sardegna la ricorda solo quando i suoi pastori,minatori o lavoratori di pochi siti industriali blocca i loro aerei che li portano dalle nostre parti a gozzovigliare insieme con i nostri parlamentari eletti non per il nostro bene ma per compensare con i loro lauti emolumenti il loro handicapp isolano.Quindi oggi le anime indipendentiste stanno a mio avviso perdendo un treno storico e cioè far sbarcare a Roma attraverso una unione storica,più deputati che costringano finalmente il Governo centrale italiano a consegnare ai Sardi la loro agognata indipendenza anche con formule più o meno federalistiche.Inutile pensare che persone che in due o tre legislature hanno fallito in tutto possano nuovamente essere caricate a gratis su un aereo destinazione Monte Cittorio o Palazzo Madama.Le regole vanno cambiate laddove sono state scritte e imposte dato che la Sardegna non riuscirà mai a a dotarsi di un esercito tale da mandar via chi ha la responsabilità di questa crisi. Regole quindi quelle stesse di quando si manifestava contro Equitalia dimenticando o ignorando il fatto che una nuova società avrebbe agito con le stesse regole imposte da un Governo ormai miope il cui intento palese è di salvare prima di tutto il sistema bancario. Ottana chiude? Dove stà il problema ,cercano il disastro occupazionale e ambientale che aprirebbe le porte a incentivi,zone franche,speculatori che scopriremo solo quando finiranno sui giornali dove si scoprirà che l’Alcoa di turno ha preso milioni se non miliardi in sconti energia e contributi per aver investito in aree svantaggiate.Quindi le regole amici ,regole che ci darebbero la possibiltà di esprimere la nostra idea in altre sedi . Non rinnego la mia lotta ,lotta che mi ha portato a sperperare i risparmi di una vita,ma la lotta si deve trasferire dalle piazze e dalle ciminiere alle aule di Monte Cittorio ,di Palazzo Madama ,di via Roma . Lì dobbiamo mettere uomini che non scendano a compromessi,uomini che amino la propria terra . Il quattordici settembre a Tramatza nascerà in maniera definitiva la Consulta dei Movimenti che racchiude le anime produttive sarde con tanta voglia di indipendenza e se il progetto verrà condiviso e i sardi lo condivideranno ,la nostra sovranità sarà lì a portata di mano affinchè Ottana ,Portotorres ,il Sulcis siano solo un ricordo. Ci vuole coraggio ma i cinesi dicevano che un grande cammino comincia con un colpo di piccone e a chi ci dirà che non siamo professionisti della politica io risponderò con un’alzata di spalle ,in effetti gli avversari sono quelli che hanno portato la Sardegna a un punto di non ritorno,abbordabilissimi da tutti i sardi:Oggi qualcuno guarda ancora ai vecchi politici che dall’alto della loro sapienza ,che capivano solo loro visto l’alto grado di analfabetismo,come la soluzione ai nostri mali . Dimentichiamo il passato ,ha portato troppo dolore e se così non fosse Paolo non avrebbe scritto un articolo così tragico e guardiamo al futuro con nuove idee e ….nuove regole

  • Lo Stato non ha capito, non capisce e non capirà. Il problema è che si tarda (comprensibile da parte della classe dirigente ma non da tutti noi) a prendere atto di tale comportamento rimandando sine die il voltar pagina. Il tutto viene impostato in una ottica rivendicativa e nulla più. Bisogna resistere anche se non è semplice.

  • Evelina Pinna

    Il dubbio è che questo Governo, a responsabilità limitata, ci stia facendo pagare la vertenza entrate al prezzo di un disinvestimento di capitali, che ci porterà verso la trappola del debito nazionale, per le distorsioni che la chiusura delle industrie sarde porterà non soltanto nel nostro bilancio, ma anche in quello dello Stato.
    La politica sarda d’altro canto sembra non preoccuparsi in casa propria di una cosa che molto da vicino la riguarda: il suo stesso commissariamento. Di questo passo saremmo messi in condizioni di non poterci più governare. Cosa farà lo Stato per bilanciare i propri libri contabili, e comunque ripianificare la spesa sociale sarda in termini non soltanto di ammortizzatori sociali, ma di previdenza sociale e di garanzia dei servizi minimi essenziali? Questa la conseguenza della perdita del lavoro. C’è da giurare che in Sardegna lo Stato metterà in vendita i beni nazionali e che esporrà il demanio ad incursioni esterne, ripiombando nella storia nel passato.
    E’ arrivato il momento del rigetto e dell’emancipazione da parte delle istituzioni sarde, che dovrebbero andare alle prossime elezioni, vincolandosi ad un patto sovra partitico, un patto di super governance dei diritti sardi, di suolo e di cittadinanza autonoma, sulla base di una nuova forma di governo regionale, che colleghi e addirittura vincoli il proprio bilancio alle regole sovranazionali di economia. Qualunque sia la sortita elettorale, rinunciando innanzitutto al doppione delle infrastrutture amministrative dello Stato per le materie esclusive.
    La gente si attende dal Governatore sardo, un colpo politico da maestro, quello di un’opportunità monumentale di riscatto, non scritta né prevista dalle carte correnti, che capovolga le posizioni di Stato e Regione.
    Dobbiamo dire al Governo che in Sardegna è finito il sonno delle capre che resiste ai tempi di magra aspettando che passi il maltempo. Non resisteremo più alle pressioni fiscali e a scelte politiche unilaterali senza far niente. Lo faremo con la stessa rabbia con cui oggi i lavoratori di Portovesme e di Ottana non capitolano, e comunque non dimenticheranno di essere di fronte a un Governo che sembra temporeggi, simulando di agire contro la gravità, cercando di tenere in piedi ciò che sa deve cadere.

  • Ogni singolo individuo, è mosso da tre componenti ad esso peculiari: cuore, pancia e testa, attraverso i quali, realizza il proprio essere individuale che si esplicita poi nel ruolo delle relazioni collettive. Il popolo sardo in poche occasioni ha dimostrato di amare la propria terra, dunque di avere cuore, quando per esempio il 16 maggio del 2011, si è espresso con un referendum consultivo, contro il nucleare; oppure quando nel maggio del 1969, una rivolta pacifica di popolo che occupò quei terreni destinati al pascolo, che lo stato italiano con il suo esercito intendeva destinare a zona militare, vide l’epilogo nel giro di un mese, dello smantellamento del poligono. In tante altre forse troppe, manifesta la rabbia che, veicola in una protesta tutta di pancia, verso uno stato che impostosi come madre diventa, col passare del tempo sempre più matrigna; oppure quando esprime una classe politica legata ai partiti italianisti che avvallano tutt’al più un’ autonomia delegata , tutt’altro che indipendente. Quello che purtroppo fino ad oggi non ha dimostrato, è di avere una testa per creare quelle dinamiche volte alla costruzione di una politica che parta dalle risorse materiali e immateriali del proprio territorio al fine di innescare quel meccanismo che crei ricchezza e benessere a tutto il popolo sardo.

  • Sono felice di questa prospettiva e della tua posizione, ma occorre realmente essere pratici.
    E’ mai possibile che la disperazione di un popolo, l’arroganza da aguzzino dello stato, non faccia effetto sui tuoi colleghi?
    E’ mai possibile che il criterio per amministrare sia solo quello di tenere la sedia attaccata al posteriore a qualunque costo?
    E’ mai possibile che si debba vedere una vergogna simile?
    Prima o poi qualcuno perderà la testa e allora si che la situazione sarà ingestibile.

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