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Chi vince? Chi fa legna o chi pianta alberi?
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Chi vince? Chi fa legna o chi pianta alberi?

di Paolo Maninchedda
Vi sono soggetti politici che ritengono che Pigliaru sia un albero abbattuto dal fulmine referendum. Di conseguenza, dinanzi a questa difficoltà, che fanno?
Alcuni si armano di scure o motosega e vanno a fare legna.
È legna facile: basta addebitare all’albero caduto tutto il male del mondo per avere la licenza di liquidarlo pretendendone l’eredità di legittimazione popolare.
L’ipotesi dei legnaioli è che l’elettorato premi gli abbattitori.
La storia dice che non è vero.
L’elettorato premia chi ispira fiducia, chi dimostra di sapere dove condurre la barca.
I necrofori non hanno mai vinto le elezioni.
Chi pianta alberi, vince le elezioni.

Dieci notizie che non avete trovato sui giornali
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Dieci notizie che non avete trovato sui giornali

di Paolo Maninchedda
1) I giornali italiani non spostano più un voto e questo ha diminuito moltissimo il loro valore.
2) I talk show italiani sono ammuffiti. I dati di ascolto dicono che andare da Bruno Vespa rende meno che fare un buon video su Youtube.
3) Nessuno lo dice ma tutti lo sanno: bisogna ritornare all’intervento pubblico in economia. I leader della sinistra italiana che si sono concettualmente subordinati al tatcherismo sono usciti sconfitti dalla storia.
4) Il Qatar congelerà, a mio avviso, la sua attività in Italia. Troppi soldi in ballo in un Paese che è un disastroso pasticcio. O la Sardegna fa qualcosa in proprio o perderà anche l’investimento nel Mater Olbia e nella Costa Smeralda.

Il benaltrismo dell’Italia; e intanto Matteo gioca e Francesco paga. Ma Francesco è di Orune
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Il benaltrismo dell’Italia; e intanto Matteo gioca e Francesco paga. Ma Francesco è di Orune

di Paolo Maninchedda
L’Italia è uno Stato ipocrita, come è a tutti noto; non è una nazione perché non ha vincoli fiduciari tra le persone (i vincoli letterari e calcistici sono o troppo elitari o politicamente spuri per essere incidenti). Il vincolo sociale più forte è un mix tra sospetto e furbizia.
Tra le tante astuzie italiche vi è il benaltrismo. Quando qualcuno pone un problema vero e serio, vi è sempre un altro, in genere dotato di autorità e potere, che dice che ‘il problema è ben altro’.
L’apogeo del benaltrismo è stato raggiunto con il referendum se lo si valuta alla luce delle valutazioni sulla crescita dell’talia pubblicate ieri dall’Unione europea. Mentre Matteo è impegnato a parlare delle sue urgenze che non sono quelle del Paese (il Paese infatti non ha bisogno di sapere chi comanda – domanda al centro del referendum – ma che cosa fare, domanda drammatica e irrisolvibile per chi è educato a cercare il successo facile), noi sardi siamo impegnati con le strade che cadono apezzi, con i bacini vuoti, con la devastazione di Valledoria (dove dobbiamo mettere soldi, posto che i carciofi sono un pezzo del nostro Pil) e a difendere la permanenza in Sardegna almeno di ciò che c’è (non vorrei che qualcuno stia pensando, per esempio, che mentre si gioca al risico del referendum e tutti guardano il dito, nel frattempo una abile mano toscana sposti il centro operativo di Meridiana a Firenze, per esempio).

Ciò che la sinistra italiana non sa
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Ciò che la sinistra italiana non sa

di Paolo Maninchedda
Trump sta vincendo, spiego il perché.
C’è un motivo per cui per un lungo periodo la parola ‘democrazia’ fu sostituita nei libri e nei discorsi dalla parola ‘repubblica’. In Grecia, dove la parola era nata, la democrazia aveva costantemente generato la tirannide, perché prima aveva generato il terrore dell’ostracismo e di altre pratiche incapaci di accogliere il dissenso. Oggi c’è da chiedersi perché la democrazia stia generando leader così simili a quelli tragici, per gli altri e non per se stessi, comparsi sulla scena in momenti drammatici della storia universale.
La prima risposta è che la democrazia genera, come suo modello di gestione, l’oligarchia, ossia il governo stabile di pochi, sovrapposto all’apparente sovranità di tutti. In Italia accadde con la partitocrazia del secondo dopoguerra, la cosiddetta Prima Repubblica. I partiti etnici, i partiti tribù, come li chiamava Pannella, sostituirono uno Stato debole, garantirono a una piccola élite una lunga permanenza nei posti di potere,

Il potere e la questione sarda
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Il potere e la questione sarda

di Paolo Maninchedda
Se si dovesse fare una esplicita storia del potere in Sardegna emergerebbe uno dei profili più netti della questione sarda: il rapporto tra le città e i paesi.
Le città della Sardegna hanno due nature: alcune sono vere, altre sono inventate. Cagliari e Sassari sono vere, Nuoro, Carbonia e Olbia sono inventate, cioè sono nate per volontà politica di costruzione di un aggregato urbano intorno a un sistema di poteri decentrato, siano essi politici o economici. Olbia, poi, diventa grande per effetto di una scelta unilaterale di un magnate di realizzare l’unico Master Plan di cui la Sardegna abbia memoria. Olbia è una città nata dalla benevolenza di un magnanimo semifilantropo (il ‘semi’ è usato per riguardo agli utili comunque realizzati).
Il tema però è che non c’è sviluppo senza un potere che si radichi in un luogo.
La grande questione politica della Nazione Sarda è questa: città molto egoistiche e municipali, paesi abbandonati, campagne deserte.
La politica dovrebbe decidere dove mettere i soldi e i poteri.
L’analisi porterebbe a dire che portare ulteriori poteri e risorse a Sassari e Cagliari sarebbe come somministrare carboidrati a un obeso.

I brutti guai dell’Italia e le elezioni in Sardegna
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I brutti guai dell’Italia e le elezioni in Sardegna

di Paolo Maninchedda
Provo a dare una mano a chi voglia capire che cosa sta succedendo in Italia, almeno per la parte che purtroppo rischia di coinvolgere anche la Sardegna.
Il primo dato da aver chiaro è la crisi dell’immagine di Renzi e in un mondo stupido in cui l’immagine è tutto, la crisi del Primo ministro è crisi dello Stato.
Il Renzi che vinse le europee e che sembrava poter vincere per un lungo periodo è finito, non c’è più.
Un grande editore italiano, in una conversazione privata in Sardegna, ha detto con chiarezza: «Cerchiamocene un altro». Il problema è che non è semplice in questo mondo effimero costruire delle leadership credibili. Anche perché in Italia l’attacco ai leader ha sempre un che di complottistico. In questi giorni ‘Il Fatto quotidiano’ sta martellando i suoi lettori con una notizia ‘equivoca’ dal forte sapere della congiura di palazzo. Il quotidiano…
Per tutte queste ragioni io continuo a ripetere a noi indipendentisti che per noi le campagne elettorali non finiscono mai. Noi dobbiamo sempre proporre ai partiti della Sardegna la grande coalizione dei sardi, un partito dove si accantonano le differenze per conseguire il diritto ad essere una patria riconosciuta e viva in Europa. Noi dobbiamo sempre e solo parlare di indipendenza. Non basta il buon governo. Io stesso, che sono stanchissimo, so bene che mentre provo a far bene ciò che mi è stato affidato, sperando che i cittadini pensino che realizzo bene il mio mandato perché sono indipendentista, in realtà gli elettori pensano che io faccia soltanto il mio dovere, e non hanno tutti i torti. Per cui serve tenere sempre in alto la bandiera e l’intelligenza, la comprensione della realtà e la costruzione dell’obbiettivo, anche e soprattutto quando l’Italia è vittima della sua storia, della sua impudenza, della sua profonda e storica immoralità civile.

È arrivata la bufera. L’Italia va in frantumi. Noi costruiamo la Nazione Sarda
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È arrivata la bufera. L’Italia va in frantumi. Noi costruiamo la Nazione Sarda

di Paolo Maninchedda
L’Italia è in una crisi mortale e salutare. Mortale perché è ormai un sistema fondato sull’interdizione dei poteri e quindi è un sistema immobile. Ogni decisione che voglia trasformare la realtà si scontra con i mille poteri che devono condividerla o controllarla. Il Partito dei Sardi partecipa alle vittorie di Sinnai e Monserrato e alle sconfitte di Olbia e Carbonia.
Un’Italia in crisi è un vantaggio per lo Stato Sardo; se solo si comprendesse che questo è il momento di far nascere un grande partito della Nazione Sarda che affermi la diversità degli interessi dei sardi da quelli degli italiani, che affermi che abbiamo bisogno e diritto a un fisco diverso, a una scuola diversa, a una politica dei porti e degli aeroporti diversa, a una politica estera commercialmente più dinamica, a una sanità diversa, a una difesa diversa, a un credito diverso, a un mondo del lavoro diverso, in una parola abbiamo bisogno di farci uno Stato Sardo a misura dei nostri interessi non di quelli altrui, se solo si capisse questo, in questo momento la Sardegna potrebbe avvantaggiarsi di un grande momento di confusione della Republica.

Abbanoa: nel mirino di chi?
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Abbanoa: nel mirino di chi?

di Paolo Maninchedda
L’Unione dice che io sarei nel mirino. Non so bene di chi, ma se si pensa che lo sia di questi arruffapopolo da fine settimana pre-elettorale si sbaglia, perché per tenere qualcuno nel mirino, è necessario che questi si nasconda, cioè sia in qualche modo un bersaglio sfuggente. Io non scappo da un beneamato nulla, vado al lavoro tutti i giorni e torno a casa la sera. Di quale mirino si parla? Non c’è bisogno di mirino, io sono ‘a vista’, tutti i giorni, dove vogliono e come vogliono. Niente da nascondere, tutto in chiaro: bilanci messi in ordine, posti di lavoro salvati, fallimento evitato, tubature marce tolte da sottoterra, soldi impegnati per rinnovare reti e impianti, certificazione di qualità realizzata, organismo di valutazione attivato, rinnovati tutti gli organi, piano contro gli sversamenti a mare avviato, autorità di monitoraggio sollecitate e attive, deverticalizzazione della società realizzata, politichetta clientelare e affaristica cancarata. Quale mirino?
Certo è che ancora c’è molto da lavorare, ma da lavorare, appunto, non da polemizzare o chiacchierare per cercare di far carriera politica sull’acqua. Sull’acqua è riuscito a camminare uno solo, gli altri sono inevitabilmente affondati.