di Paolo Maninchedda
Se i produttori (la Coldiretti?) e tutte le cooperative si sedessero intorno a un tavolo e si accordassero su un prezzo di vendita delle eccedenze e sulle quote di produzione del Pecorino Romano, controllate dal Consorzio di tutela, per gli anni a venire, il valore del latte si apprezzerebbe immediatamente.
Se il fondo rotativo partisse subito, le cose migliorerebbero immediatamente.
Se la Sfirs fosse più efficiente e meno verbosa, le cose migliorerebbero subito.
La politica regionale dovrebbe fare un’altra e più grande politica della filiera del latte, non solo del latte ovino. Ma nel dibattito politico sardo non sono ancora penetrate le categorie moderne per affrontare l’utilizzo di questa grande risorsa alimentare.
Per fare qualunque cosa in questo settore così intrecciato con la storia e la struttura dell’insediamento umano in Sardegna serve una capacità dei sardi di non consumare con parole troppo forti tutti gli spazi di mediazione; una capacità dei protagonisti di stipulare accordi veri e di mantenerli; una nostra capacità di sentirci popolo. La cosa peggiore è invece usare le emergenze per provvedimenti emergenziali, scegliendo sempre l’uovo oggi e mai la gallina domani.

I Sardi derubati

di Paolo Maninchedda
Tutti sappiamo che la Sardegna ha bisogno di poteri sovrani per produrre più ricchezza e per trattenere al suo interno quella prodotta. Senza nuove regole fiscali, le commesse pubbliche continueranno ad alimentare ricchezze continentali già esistenti e la capacità di accumulazione di capitale della Sardegna scomparirà.
Tutti sappiamo che i Sardi, anche in condizioni di grande crisi economica, sono dei grandi risparmiatori. Prima mettevano i soldi sotto il materasso, ora li portano in banca. Dalla banca, questi soldi, col denaro a costo zero di questi tempi, prendono il volo verso i mercati finanziari. E qui i sardi vengono derubati per la seconda volta (dopo il fisco italiano ignobilmente ingiusto).
Riporto due frasi di Federico Caffé, il celebre economista della Sapienza di Roma, morto ormai quasi trent’anni fa

di Paolo Maninchedda
Mai nascoste le radici del sistema politico-culturale che cerco di tenere sempre a mente.
Sono sostanzialmente cinque: un’ evoluzione personalissima del giusnaturalismo, il libertarismo, il socialismo democratico, la laicità dello Stato della tradizione liberale, il solidarismo cristiano.
Data questa premessa, non stupirà ciò che sto per dire. Noi abbiamo bisogno di un periodo di media durata di interventi pubblici in economia.
Un cambiamento di sistema è impossibile affidandosi al laissez faire verso i mercati o semplicemente alle strategie di singole imprese private.
Faccio un esempio. La connessione indispensabile per noi tra il turismo, la valorizzazione del territorio e l’agroalimentare, non si può realizzare senza un grande piano di investimenti pubblici e di massicci interventi in economia.
Ancora: non è possibile trasformare l’isola in una grande destinazione per la qualità della vita, il benessere, i beni culturali e ambientali, e non orientare in modo radicalmente diverso il nostro sistema formativo. Qual è l’orizzonte culturale di riferimento che meglio è in grado di interpretare sfide così grandi? A mio avviso è quello del socialismo riformista. Ma in Sardegna questa tradizione di pensiero – cui si deve, per esempio, il grande investimento sul CRS4, da cui poi sono nate Video on line e Tiscali ecc. ecc. – non è riconosciuta come di valore strategico nazionale, a differenza dell’autonomismo burocratico che è proprio ciò che ancora oggi consuma ricchezza senza produrne.

di Paolo Maninchedda
Come è noto, sin dal principio di questa legislatura il Partito dei Sardi ha esplicitato una posizione diversa da quella prevalente nella coalizione e, soprattutto, diversa da quella del Presidente della Regione.
Noi eravamo, siamo e saremo per una posizione di scontro dialettico con il Governo italiano, fondato sulla constatazione del conflitto dei legittimi interessi dei sardi con quelli italiani.
Faccio un primo esempio (per poi passare a ciò che oggi è importante dire): i trasporti.
Noi siamo convinti che essere costretti a costruire una politica sarda dei trasporti sull’egemonia dei due hub italiani di Roma e di Milano sia un grave danno per la Sardegna. È una posizione diversa da quella di tutti gli altri, se si vuole è una posizione isolata, ma noi siamo convinti che il problema dei trasporti in Sardegna non è un problema di persone, di questo o quell’assessore, come la ferocia degli scontri politici vorrebbe fare intendere, ma un problema di poteri e di potere: essere costretti a pensare i trasporti sardi all’interno delle gerarchie di ruolo, di traffico e di pianificazione dell’Italia, danneggia in modo mortale la Sardegna.

di Paolo Maninchedda
1) I giornali italiani non spostano più un voto e questo ha diminuito moltissimo il loro valore.
2) I talk show italiani sono ammuffiti. I dati di ascolto dicono che andare da Bruno Vespa rende meno che fare un buon video su Youtube.
3) Nessuno lo dice ma tutti lo sanno: bisogna ritornare all’intervento pubblico in economia. I leader della sinistra italiana che si sono concettualmente subordinati al tatcherismo sono usciti sconfitti dalla storia.
4) Il Qatar congelerà, a mio avviso, la sua attività in Italia. Troppi soldi in ballo in un Paese che è un disastroso pasticcio. O la Sardegna fa qualcosa in proprio o perderà anche l’investimento nel Mater Olbia e nella Costa Smeralda.

di Paolo Maninchedda
Quali sono i due più grandi problemi della Sardegna?
La mancanza di lavoro e la mancanza di speranza.
Ai Sardi del rimpasto frega veramente poco. Immaginiamo che sia già fatto. Embé?
Siamo in grado di fare un serio piano per il lavoro? A questa domanda i Sardi sono molto interessati, non solo i Sardi espulsi dalle fabbriche, ma anche i Sardi diplomati e laureati, i piccoli imprenditori, i professionisti impoveriti. Se non siamo in grado di dare questa risposta non è che è in crisi una Giunta, è in crisi la democrazia, incalzata dalla rabbia dell’umilazione che oggi sfocia nell’anarchia.
Siamo in grado di indicare una rotta sicura? Noi pensiamo di sì e chiamiamo questa rotta ‘libertà, sovranità, autogoverno, responsabilità, indipendenza’.
Il ragionamento che ho fatto è troppo semplice? NO, è vero. Un tempo si diceva che le bugie non si vedono dal naso lungo ma dalle spiegazioni lunghe.

di Paolo Maninchedda
Mai vista una pressione propagandistica del Governo italiano sulle masse così articolata, capillare, ossessiva, ripetuta e martellante come quella che l’insieme degli apparati di Stato, la Rai, Mediaset, la stampa veramente di regime (si pensi al giornale unico Repubblica-Corriere-La Stampa), stanno mettendo in atto per indurre la gente a votare SÌ.
Bisogna ribellarsi alla manipolazione. Bisogna resistere.
È in atto un vero colpo di Stato delle coscienze che meriterebbe una grande resistenza politica e morale.
Ho fatto la mia scelta in Africa nel 1982: non sto con banche e finanzieri, sto con l’altra parte del mondo, con chi produce ricchezza, con chi lavora, con chi educa, con chi ama e non si approffitta degli altri, con chi pretende di difendere la propria libertà, la propria intimità, la grandezza, unicità e intimità della propria anima. Uso per combattere l’unico potere di cui realmente dispongo: questo sito.
Le dieci regole della manipolazione: conoscerle per difendersene

di Paolo Maninchedda
Ieri il Quotidiano Unico (Repubblica, il Corriere e La Stampa) ha tentato, ignorando milioni di persone che ormai ‘masticano’ se proprio non ‘parlano’ l’inglese, di manipolare per l’ennesima volta gli elettori in vista del referendum.
Il Financial Time, celeberrimo giornale finanziario inglese, noto anche a chi non lo legge per una mirabile barzelletta sull’analfabetismo dei nonni di un tempo e sull’avverbio ‘evidentemente’, ha pubblicato un articolo di Wolfang Münchau intitolato: “Italy’s referendum holds the key to the future of the euro”, e cioè: “Il referendum italiano ha la chiave del futuro dell’euro”.
Titolo pauroso del Corriere: Allarme del Financial Times sul referendum: il «No» potrebbe accelerare l’ uscita dell’Italia dall’euro. (…)
il resto del ragionamento è frutto dello schematismo geometrico inglese, ben noto agli scrittori britannici che ci hanno scritto sopra tante pagine satiriche. In sostanza il buon Wolfang scrive che se Renzi perde, vincono le opposizioni (Forza Italia, Movimento Cinque Stelle e Lega) accomunate dall’antieuropeismo e dall’ostilità all’Euro. Ma come, Münchau non si è accorto che proprio nelle ultime settimane Renzi sta facendo l’antieuropeista? Non si è accorto che in Italia la cosa più probabile che possa accadere è l’accordo Renzi-Forza Italia, posto che Confalonieri, custode delle aziende di Berlusconi, è chiaramente orientato, come tutte le televisioni del cavaliere, per il Sì? No, non se n’è accorto, ma non appena il Financial Times emette un piccolo peto di confusa preoccupazione, ecco che i corifei della paura, i Mangiamorte della ragione, ripetono con la bocca ciò che altri fanno con parti meno addestrate del nostro fragile corpo umano.

di Paolo Maninchedda
Esattamente come il Berlusconi in difficoltà poco prima di lasciare Palazzo Chigi, anche Renzi prova non ad accettare il duro confronto con la realtà ma a costruire una realtà di comodo.
Come Berlusconi, butta il pallone in tribuna e dà la colpa all’Europa dell’austerity. Cosa c’entra l’Europa con la crisi del sistema bancario italiano? Nulla. Cosa poteva fare Renzi? Tutto, ma non l’ha fatto per gli evidenti imbarazzi sulla questione Banca Etruria. (…)
Ieri però Renzi era in Sardegna, intervistato e omaggiato da tutti, ma nessuno, dico nessuno, gli ha fatto la domanda che era indispensabile fargli: perché ancora oggi il governo italiano non ha avviato alcuna procedura per notificare a Bruxelles che la Sardegna è un’isola? Io so cosa rischio a non associarmi al coro. Personalmente vedo lo strapotere appannato di Renzi, ma non mi impressiona. Io sto da un’altra parte e so perfettamente che votando NO ho un’opportunità di cambiamento, mentre il Sì significa la ripetizione ad oltranza del mondo inconcludente di facciata che in questi due anni ha avuto un potere enorme e non l’ha saputo usare per il bene di tutti.

di Paolo Maninchedda
Sto scrivendo un libro sui Falsi d’Arborea, forse l’episodio più triste del complesso di inferiorità delle classi dirigenti sarde. Lo sto scrivendo per affrontare uno dei temi politici più scabrosi della nostra cultura politica, quello dell’impasto tragico tra un profondo senso di inadeguatezza e la patina retorica di grandezza che ciclicamente si mette su per nasconderlo. La ‘grandezza’ esibita, gira che ti rigira, è sempre quella dell’antichità estrema, dei campanacci, delle mastruche… (…) È invece importante richiamare i leader del Pd a un dovere: devono dire a Renzi, con molta chiarezza, che nelle trattative col Qatar su Meridiana, tutte le attività direzionali e di controllo e tutti i servizi in cielo, in terra e in mare della compagnia aerea devono non solo rimanere a Olbia ma devono essere potenziati.
Perché lo dico? Perché ho ragioni per dirlo.

di Paolo Maninchedda
Ieri ero a Roma per ragioni d’ufficio. Ne ho riportato una sconfortante sensazione di decadenza e di disordine, di propaganda priva di saggezza. Noi siamo condannati a vivere in uno Stato, la Repubblica italiana, frantumato, tenuto insieme più dalla retorica che dalle istituzioni. Siamo ancora, purtroppo, alla partitocrazia: non c’è lo Stato, cioè il funzionamento ordinario delle istituzioni secondo le previsioni della legge. Al posto dello Stato c’è un gruppo di potere, più o meno largo, che si sotituisce allo Stato. Questa anomalia democratica si vede, si sente nei corridoi, si coglie nel disordine crescente, si avverte nelle scoperture finanziarie di tante chiacchiere, si registra nella stupida consegna di milioni di dati personali alla rete in nome della trasparenza (questa è l’ultima genialata di Cantone) quale è il cosiddetto Freedom of information act (Foia, un nome una garanzia che poteva venire solo da una cultura infoiata di giustizialismo), le linee guida per l’accesso civico (una norma sacrosanta che in Italia, ovviamente, si è trasformata in un grande sacrificio di privacy sull’altare della faciloneria politica),

di Paolo Maninchedda
L’Italia è uno Stato ipocrita, come è a tutti noto; non è una nazione perché non ha vincoli fiduciari tra le persone (i vincoli letterari e calcistici sono o troppo elitari o politicamente spuri per essere incidenti). Il vincolo sociale più forte è un mix tra sospetto e furbizia.
Tra le tante astuzie italiche vi è il benaltrismo. Quando qualcuno pone un problema vero e serio, vi è sempre un altro, in genere dotato di autorità e potere, che dice che ‘il problema è ben altro’.
L’apogeo del benaltrismo è stato raggiunto con il referendum se lo si valuta alla luce delle valutazioni sulla crescita dell’talia pubblicate ieri dall’Unione europea. Mentre Matteo è impegnato a parlare delle sue urgenze che non sono quelle del Paese (il Paese infatti non ha bisogno di sapere chi comanda – domanda al centro del referendum – ma che cosa fare, domanda drammatica e irrisolvibile per chi è educato a cercare il successo facile), noi sardi siamo impegnati con le strade che cadono apezzi, con i bacini vuoti, con la devastazione di Valledoria (dove dobbiamo mettere soldi, posto che i carciofi sono un pezzo del nostro Pil) e a difendere la permanenza in Sardegna almeno di ciò che c’è (non vorrei che qualcuno stia pensando, per esempio, che mentre si gioca al risico del referendum e tutti guardano il dito, nel frattempo una abile mano toscana sposti il centro operativo di Meridiana a Firenze, per esempio).