Burocrazia, pianificazione, tutela e valorizzazione del paesaggio come risorsa per lo sviluppo sostenibile

20 agosto 2013 10:5914 commentiViews: 210

di Rosa Maria Millelire

Io sono architetto, e svolgo la libera professione: mi occupo di urbanistica, di paesaggio, di restauro dei beni culturali, di riqualificazione urbana e di edilizia privata; per fortuna, quindi, di molti dei settori di cui si può occupare un architetto, e conosco i problemi e le gravi difficoltà che incontrano i cittadini, le imprese e i comuni quando, ciascuno per i propri ambiti di interesse e di intervento, devono operare in questi settori, quindi in tutte quelle attività che hanno un’incidenza sul territorio e che, pertanto, devono passare attraverso la progettazione.

Eviterò di rappresentare quale sia questo ramificato albero dei problemi, per indicare in positivo la serie degli obiettivi concreti che in questo ambito dovremmo porci

– In primo luogo si deve Pervenire alla strutturazione di un sistema burocratico amministrativo regionale nuovo, che funzioni, pragmatico, semplificato, pensato PER I cittadini, AL SERVIZIO dei cittadini e dell’impresa, e questo attraverso una serie di azioni:

1. L’attuazione completa e massima dei processi di delega da parte della Regione ai Comuni in tema di autorizzazione paesaggistica, secondo quanto previsto dalla circolare del MIBAC del 22 gennaio 2010; processo che sta avvenendo con estrema lentezza: la circolare è del 2010 è, ad es., solo ora è stato chiarito ai comuni che è loro competenza la valutazione di tutti gli accertamenti di conformità paesaggistica, e quindi anche la perizia di sanzione per nulla osta in accertamento di conformità. Questo passaggio della delega ai comuni è fondamentale per l’accelerazione dello svolgimento delle pratiche; la Regione fino ad oggi ha esercitato questa funzione attraverso i suoi uffici tutela provinciali con tempi biblici: prima della circolare l’ufficio tutela non aveva termini per la risposta; esisteva il silenzio assenso della soprintendenza ai 60 giorni dall’invio della pratica, poi passato a 45, ma l’ufficio tutela da parte sua se la poteva tenere anni. Oggi ci sono dei termini, ma dei tempi morti terribili da un passaggio e l’altro, (il comune deve inviare la pratica ad es. all’ufficio di Nuoro ma oberato come è di lavoro, la tiene ferma anche 3/4 mesi prima di riuscire a spedirla) quindi è assolutamente necessario che la regione rinunci al controllo diretto sulle pratiche. Non ce lo possiamo permettere. Oppure si intervenga (ma questa è una battaglia politica di tutt’altra natura e portata) sul rapporto tra Stato e Regione, ossia MIBAC e Regione, e le relative competenze e ingerenze.

2. Altra azione da compiersi per una nuova impostazione del sistema burocratico regionale è certamente l’Abbandono di quell’atteggiamento di autotutela, da parte della Regione e dei suoi enti (quindi sostanzialmente dei funzionari) di fronte ai problemi di gestione del territorio, senza che esso aumenti in nessun modo il grado di sicurezza, prevenzione o riduzione dei rischi; faccio l’esempio del nulla Osta del Genio Civile in zona a rischio frana. Prima in zona HG2, HG3, le pratiche, dovevano ottenere solo il nulla osta del Genio Civile. Ora è stato aggiunto un passaggio: ottenuta l’istruttoria positiva dagli ingegneri del Genio civile, alcune copie della pratica fanno un viaggio a Cagliari all’Autorità di Bacino, gli ing. dell’autorità di bacino la riesaminano, e valutano se confermare il parere dei colleghi del Genio Civile.

Io ho parlato con gli ing. dell’autorità di bacino: non riescono a capacitarsi di questo provvedimento, è paradossale. E questo è solo un esempio.

Insomma bisogna analizzare seriamente e con responsabilità le procedure dei vari ambiti ed eliminare tutti quei passaggi superflui la cui unica funzione sembra essere quella di sottrarre alla propria responsabilità certi funzionari o creare il pretesto per tenere in piedi delle assunzioni diversamente ingiustificabili, e il cui solo effetto è la snervante e pericolosa complicazione dello svolgimento delle istanze, pubbliche e private, volano della economia su cui si poggia la piccola e media impresa locale, e spesso semplice manifestazione dei sacrosanti e inviolabili diritti dei privati.

– Altro obbiettivo fondamentale deve essere quello di costituire un apparato burocratico regionale preposto alla tutela del paesaggio più efficace nella sua funzione di quello attuale. Ho accennato a quanto siano lunghe e complicate le procedure per l’autorizzazione paesaggistica; se ci guardiamo intorno, però, notiamo che non c’è corrispondenza alcuna tra il grado di farraginosità e il risultato sul piano della tutela dei monumenti ambientali e culturali, così come del decoro e della integrazione paesaggistica degli interventi, (che non significa ripetizione eterna degli stilemi della tradizione, come vorrebbe il PPR, e anche su questo ci sarebbe da aprire un lungo capitolo..).

Questo dimostra:

• che la regione, per quanto di sua competenza, ha fallito e continua a fallire nella tutela paesaggistica.

• Che quindi non vale l’equivalenza BUROCRAZIA LUNGA, CONTORTA E A OSTACOLI – UGUALE – MAGGIORI GARANZIE DI TUTELA PAESAGGISTICA, che tutti vogliamo, perché è indiscutibile che il patrimonio paesaggistico sia una risorsa fondamentale per lo sviluppo sostenibile dell’Isola, e un patrimonio indisponibile, un patrimonio che abbiamo il sacrosanto dovere di lasciare in eredità alle generazioni future.

Allora per migliorare le cose cosa bisogna fare:

1. In primo luogo esigere un livello adeguato delle competenze, cui corrisponderà un superiore livello culturale dei funzionari, che sono due caratteristiche diverse, non sempre appaiate, ma la presenza dei titoli ci da certamente maggiori garanzie sulla presenza di una forma mentis aperta e culturalmente adeguata alla importanza e delicatezza del compito.

Nell’ufficio tutela succede che ci siano geometri (io non ho nulla contro i geometri, ho un bravissimo geometra in studio con me, ma fa il geometra, non il paesaggista), o ancora peggio, periti industriali, che valutano il lavoro di architetti paesaggistici, e spesso non lo capiscono: non ne capiscono il linguaggio. Stiamo pagando il prezzo dell’assenza fino a pochi anni fa in Sardegna della facoltà di architettura, e il paesaggio sardo ne ha risentito, e continua a risentirne, nonostante il PPR. Queste figure sono tutelate dalla legge, nel loro ruolo e livello gerarchico, ma certamente, e questo è un compito per esperti in diritto del lavoro e diritto amministrativo, si può trovare la soluzione per garantire loro i diritti acquisiti, e a noi, il nostro di avere un apparato burocratico regionale preposto alla tutela del paesaggio rispondente alle esigenze progettuali e pianificatorie di oggi (perché in questi uffici ci passano anche tutti i piani attuativi: Piani particolareggiati per il centro storico, lottizzazioni etc). Voglio precisare che è fattibilissimo, perché ci sono uffici con pochissimo organico e uffici con esubero di organico. Quindi un riequilibrio è solo auspicabile.

 

Il territorio sardo è quasi interamente vincolato, (è per questo che il MIBAC ha competenze e interviene su tutte le attività che hanno una qualche incidenza sul territorio), prima con i decreti di dichiarazione di rilevante interesse paesaggistico ex 1497 del 1939 quasi tutti risalenti agli anni ’60 del secolo scorso, poi in tutti gli ambiti costieri dal PPR, di cui la Regione si è dotata ai sensi del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

 

MA SIAMO SODDISFATTI DEL PPR? UNO STRUMENTO COSI’ IMPORTANTE PER IL PAESAGGIO E L’ECONOMIA SARDA, OPERATIVO DA CINQUE/SEI ANNI…

 

– Obbiettivo centrale di un nuovo programma di governo della Sardegna deve essere quello di intervenire seriamente nel PPR affinché:

1. Si creino le condizioni normative e procedurali per una vera e leale cooperazione nella pianificazione territoriale fra i vari livelli istituzionali, (al momento non è stato approvato in Regione un solo PUC, si contano nelle dita di una mano quei comuni che sono riusciti ad approvarlo in Consiglio).

2. Si crei una reale integrazione tra le funzioni di tutela con quelle di valorizzazione dei beni paesaggistici in relazione alle prospettive di sviluppo sostenibile.

3. Si ponga a reale fondamento della pianificazione l’obbiettivo dello sviluppo economico basato sull’impresa agricola, turistica, artigianale, industriale etc.

In Toscana non hanno concepito il Piano Paesaggistico così come lo abbiamo inteso noi, operando un appiattimento normativo e intepretativo su tutto il territorio regionale; in Toscana, che in tema di paesaggio sono molto avanti, molto più avanti di noi, e in particolare in Lunigiana, hanno proceduto con un altro strumento, lo strumento del Piano di Conservazione integrata dei Beni Culturali e Paesaggistici, che è l’ultima vera generazione dei piani paesistici: uno strumento puntuale, specifico, calato sulla realtà paesaggistica ed economica di quel particolare territorio, e fondato sulla effettiva condivisione da parte di tutti i soggetti interessati.

Noi potremmo fare un lavoro interessante sul PPR: rivedere, secondo quei principi già enunciati, e semplificare, la normativa generale, in particolare le prescrizioni sul PPR impostato al 25.000, per procedere invece ad un lavoro puntuale, dettagliatamente normato in forma integrata al 10.000 per le subregioni storico-geografiche……

 

Dovremmo pensarci.

 

 

14 Commenti

  • Rosa Maria Millelire

    Riccardo
    PUC e PUL di Cagliari in relazione all’uso civico?!! Io inoltre stavo parlando della natura giuridica del vincolo… Per farmi capire se ne vale la pena discutere con te, mi elenchi i mappali delle terre assoggettate ad uso civico di cui si sarebbe occupato il PUL di Cagliari? E cosa prevede su queste terre ancora vincolate ad uso civico il PUL (ovviamente se approvato dalla Regione) che non è ammesso sull’uso civico?

  • Riccardo R.

    Scrive Millelire: “l’uso civico e’ l’unica forma di tutela stabile”.
    Ma mi faccia il piacere… si legga qualche stralcio di PUC e PUL di Cagliari per comprenderne l’inefficacia.

  • L’elenco non lo fa il comune. Il comune deve revisionare l’elenco. Gli usi civici sono un istituto che per molto tempo è stato fluttuante. E’capitato che i comuni o altri enti pubblici abbiano interpretato terreni a usi civici come semplici terreni comunali o pubblici latu sensu. Hanno quindi costruito edifici pubblici zone industriali etc. Con i piani degli usi civici si va a sistemare una situazione che comunque esiste- Se c’è una scuola su un uso civico cosa ne facciamo? la buttiamo giu? Della zona industriale di Pratosardo a Nuoro cosa ne facciamo? Buttiamo giù i capannoni? La soluzione è quella di commutare gli usi civici su altri territori, sclassificare e via dicendo. Altrimenti dovremo mandare in autorizzazione paesaggistica se vogliamo cambiare il capannnone della zona industriale- Il problema è che quando si parla di usi civici abbiamo sempre e solo in mente i grandi boschi dell’interno. La ricognizione del commissario regionale ha dimostrato che le discordanze rispetto all’Ottocento sono molte. E se non vogliamo fare gli struzzi il problema va risolto.

  • Rosa Maria Millelire

    Riccardo
    Il paesaggista nell’équipe di piano è la figura che più di tutte deve interagire con le altre. Con questo stai continuando a confermare che non sai proprio di cosa si stia parlando.
    E vorrei chiuderla qua.

  • Riccardo R.

    Per Evelina: finora i comuni non possono addivenire a concrete azioni sul territorio a causa di limiti ostativi di natura politica e giuridica, ma se così non fosse sia la costa che l’interno verrebbero ridotti come l’agro di Quartu S. Elena.
    Per l’arch. Millelire: fino a quando il paesaggista non dialogherà con le altre figure coinvolte, con il TUA in mano, potrà fare ben poco per incidere in modo significativo sulle decisioni in scala regionale, e aggiungo che per ora è una fortuna che ci sia stato un PPR tanto limitante.

  • Rosa Maria Millelire

    Gentile Giuseppe
    Sulla leggina sugli usi civici mi trovi perfettamente d’accordo, ma il tema e’ completamente diverso. Nella legge sugli usi civici di sta delegando ai comuni il potere di stilare l’elenco delle terre ad uso civico, (tra l’altro classificate bene paesaggistico ambientale dalla legge Galasso e poi inquadrati allo stesso modo dal PPR) che e’ come dare alla volpe il potere di scegliere dentro il pollaio tra le galline quelle più o meno appetitose. Ovvio che i comuni, (ai quali in questo modo gli si sta permettendo di rivedere questo elenco di beni paesaggistici), non indicheranno come terre vincolate ad uso civico quelle sulle quali hanno delle mire speculative o sulle quali ci sono da sanare degli scempi già avvenuti, magari con atteggiamento compiacente da parte degli stessi amministratori. E condanno questa legge perché l’uso civico e’ l’unica forma di tutela stabile, mentre gli altri vincoli paesaggistici che su quelle terre possono sussistere sono molto spesso aggirabili e fatti decadere. Lo dico da paesaggista che su queste classificazioni ci lavora. In relazione invece alla delega ai comuni sulle autorizzazioni paesaggistiche (che e’ un’altra cosa, ossia l’istruttoria ad. es. sullo spostamento di una finestra o la trasformazione di una finestra in porta, autorizzazione che può bloccare la pratica inoltrata per es. per il cambio di destinazione d’uso di un edificio a b&b o ad altra attività produttiva o economica) va precisato che, oltre agli aspetti delle competenze negli uffici di tutela periferici regionali, cui ho fatto cenno (che invece non possono sussistere in capo ai comuni in quanto nelle commissioni comunali il paesaggista deve essere titolato per legge), ad ogni modo l’ultima parola spetta sempre e comunque alla soprintendenza, che può ribaltare completamente, come spesso avviene, il parere dei comuni e il parere degli uffici regionali. La soprintendenza si allinea sempre solo quando il precedente parere della regione e’ negativo, ma non raramente ne sovverte il parere positivo. Allora dobbiamo decidere se intestardirci sulla necessità di passare per forza per tre tappe, rimanendo comunque appesi all’arbitrarietà dell’ultimo insindacabile parere, quello del MIBAC, oppure se ridurre per lo meno il dispendio inutile di energie e dal comune passare direttamente al ministero. Altro approccio, cui ho fatto cenno, e’ quello di intavolare un’altra trattativa con il ministero e riuscire ad isolare a una casistica ridotta (come il restauro dei monumenti) l’ingerenza della soprintendenza, e quindi instaurare sulle altre autorizzazioni paesaggistiche il rapporto tra regione e comuni.

  • Evelina Pinna

    In questo forum battibecchiamo per trovare soluzioni che davvero nessuno ha in tasca, mi permetto di dirlo. Ogni professionista privilegia l’aspetto tecnico della sua materia, è ovvio, e se è un cultore della sua disciplina merita attenzione; gli altri possono però spalancargli gli occhi attraverso spunti pratici. Insomma, parliamo di situazioni perfettibili nel tempo, in Sardegna ci sono situazioni talmente complicate e talvolta incancrenite, che non esiste un’unica panacea e da qualche parte bisogna pur iniziare… Quindi non si tolga la tovaglia dalla tavola apparecchiata, la si arricchisca di confronto, ognuno porti la sua specialità.

    Il problema tra Regione e comuni, ed è irrilevante che si parli di ambiente o di altro, è che entrambi non s’incontrano da contrappeso, non si capisce mai chi dei due effettivamente eserciti-o-debba-o-possa esercitare la ‘responsabilità di direzione’ e chi le ‘funzioni di governo’. Il risultato è un ingorgo di procedure miste e farraginose e di inerzia amministrativa. Riesce a spiegarmi lei Riccardo, come può un comune realizzare i propri interessi sulle proprie pertinenze, se i poteri di organizzazione (metodo del personale e finanza locale)>>>che s’incuneano entro i poteri di gestione>>>che fanno parte dei poteri di governo>>>sono detenuti o sussunti dalla Regione (e dallo Stato nelle materie non delegate), insinuata attraverso ogni suo modificabile aspetto nelle maglie delle funzioni comunali? Come si può pretendere che i comuni rispondano a un sistema organizzativo complesso?

    Sul sistema di concertazione. Beh, in Sardegna la regione non ha mai insegnato alle piccole realtà a far sistema, i consorzi intercomunali sono in rosso, non esiste che i pesci più piccoli si uniscano in branchi per debellare il pesce grosso… così va a finire che il pesce piccolo se lo concerta il più grande che alla fine se lo mangia.

    Una volta il principio fondante dei giuristi era che ‘lo stato deve finire dove inizia la regione, e a discendere province e comuni’. Mi dice lei come è stato applicato o semmai stravolto questo principio? Poiché non è la Regione fondamentalmente, ma il territorio a dare lavoro e fare impresa, ogni comune deve avere i poteri necessari e sufficienti per soddisfare gli interessi dislocati sulla sua scala, poi è ovvio che la regione debba coadiuvare e raccordare in una supervisione unica. Ma non si realizzeranno mai interessi specifici, in base alla vocazione territoriale di ogni comune, se il decisore coincide sempre col livello regionale che guarda guarda, quante volte trasforma gli accertamenti successivi in controlli preventivi che bloccano autorizzazioni e intere attività produttive? Di questo hanno fatto esperienza tutti i comuni. Come fa la regione a definire la prestazione che deve rendere l’ingegnere comunale in base agli obiettivi auspicabili, se di fatto gli impone per lo più vincoli e divieti di legge?

    La soluzione non sta in un semplicistico suggerimento a licenziare, sostituire o togliersi il potere a vicenda. Questi sono modi di dire quotidiani, tra di noi, giusto per spiegarci. Il crinale probabilmente è la microlegislazione. L’art. 5 della Co. indica molto lucidamente che la Repubblica è invitata ad adeguare “i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”. E non si tratta per i comuni di ‘farsi i fatti propri’. Ricorderei inoltre la riforma del titolo V, ha sovvertito la gerarchia regione province e comuni; la cellula prima della pa è il comune, non più la regione; che dovrebbe assolvere a mero ruolo di raccordo super partes. Questo non è. La Regione è una giungla infinita piantumata di liane e di sottoboschi impervi, dove c’è gente competente sul serio che ha fatto carriera dal basso e gente che è calata dall’alto; ci sono professionisti di tutto rispetto e dirigenti che creano ostruzionismo senza sapere cosa significhi misurare gli obiettivi. E visto che sono ancora meno licenziabili dei semplici amministrativi – essendoci grosse difficoltà perfino a rimodulare la remota legge 31 per questioni più dirimenti, ad esempio introducendo dei commi sul rigore ferreo degli incarichi lautamente retribuiti o allacci alla privatizzazione del pubblico impiego prevista della riforma Brunetta, completamente snobbata, con effetto assolutamente dissuasore sui filibustieri della pa o ancora il travaso ai fini di produttività, efficacia ed economicità dalle in house alla regione e viceversa – non so proprio in che salsa vorrebbe condirli.

    Ci sono a mio avviso almeno due aspetti essenziali poco considerati che riguardano i comuni. Il primo è questo: alzi la mano chi pensa che i comuni siano delle entità politiche a tutto tondo come la Regione. Io li considero entità semipolitiche, al massimo delle aziende miste. Di fatto la Regione è una sovrastruttura che non esiste territorialmente. Non le suona strano Riccardo che consiglieri ed assessori dei nostri piccoli-medi comuni, li chiamiamo ancora amministratori comunali? E vuol mettere la responsabilità anche penale di chi sta a contatto diretto col cittadino rispetto a quella di un consigliere regionale? Ma questo è un altro discorso.

    Sono parzialmente d’accordo sul fatto che i comuni non abbiano competenze sufficienti a valutare i propri impatti ambientali e portati a “svendere” i preziosi per cui… “ora diamogli pure il potere paesaggistico e siamo apposto”.

    Il secondo aspetto dunque è questo. Non esiste ancora la formula idonea per far collaborare il professionista privato nel sistema pubblico, senza che insorga il pur lecito dubbio che questo tuteli interessi privati. La regione ha traslato ai comuni il senso deteriore delle consulenze esterne della Regione, che prevale sempre sull’apporto del libero professionista, il quale a parer mio può solo apportare valore aggiunto, se stabiliamo veri vincoli di responsabilità presso il comune, sulla sua prestazione d’opera. Anche qui il vulnus è la microlegislazione. Se il comune garantisce, la regione deve stare fuori.

    Oggi c’è un rimbalzo continuo di responsabilità tra regione e comuni, troppo spesso si gioca alle partite di giro, a spendere risorse sul piatto già disponibili, poi le sforature al patto di stabilità, senza metterle in produzione. Ecco dunque che l’azione amministrativa, e dunque l’organizzazione periferica, si allontana dalla decisione e dunque dall’indirizzo politico che abbiamo votato, divenendo i comuni delle derive distorte della spesa pubblica. Allora che fare? Come cosa più ovvia io mi riappropriarsi della decisione e della responsabilità. Mi dica lei quale esito ha prodotto negli ultimi vent’anni, per cittadini e imprese l’approccio garantista della Regione, quell’approccio per il quale a una promessa elettorale dovrebbe corrispondere almeno una risposta e invece ci si trova di fronte a una regione amministrativizzata che ha prodotto un niente di fatto.

    Spero che il nostro punto d’incontro, gentile Riccardo, sia prendere atto della mancanza di guida del sistema regione, che non fa proprio sistema, e che i politici attuali anziché ovviare e tentare un recupero percorrendo strade percorribili che il partito dei sardi sta ampiamente illustrando, ne stia certificando sempre più l’ingovernabilità, praticando sconnesse vie d’uscita da questa crisi di fine legislatura.

  • Giuseppe Usai

    Da tecnico condivido l’analisi di Riccardo. basterebbe vedere la leggina appena approvata dal Consiglio Regionale sugli usi civici. Un autentica stortura che permettera ai comuni di sanare tanti scempi. Ora diamogli pure il potere paessggistico e siamo appposto.

  • Rosa Maria Millelire

    Gentile Riccardo
    Non hai capito nulla, e probabilmente, aspetto che emerge da alcune affermazioni che hai fatto, non sai proprio di cosa si stia parlando.
    Quando avrò un po’ di tempo ti risponderò a dovere.

  • Riccardo R.

    Non condivido l’intervento dell’arch. Millelire e della compagna Pinna:
    troppo potere all’amministrazione comunale offre la possibilità di svendere le risorse per un tozzo di pane!
    La conferenza dei servizi o il tavolo concertato offrono possibilità di pianificazione territoriale – con o senza MIBAC – al netto del PPR (che va certamente aggiornato e modificato), senza però fornire ai picoli comuni quella potenziale derogabilità legislativa tipica delle comunità divise.
    Prendete le comunità del Trentino: concertano gli interventi con consorzi intercomunali dove la Provincia di Trento coordina i vari tavoli di lavoro.
    Viene fuori una pianificazione omogenea e scevra da singolarità e soggettività tipiche della Sardegna.
    Ora, secondo Millelire, si dovrebbe permettere a ciascun comune di farsi gli affari propri svendendo quindi risorse e mettendo a dura prova aree importanti sotto il profilo idrico e urbanistico.
    La cosa migliore non è togliere potere alla regione per ovviare alla incompetenza di molti dirigenti quanto SOSTITUIRLI.
    Millelire e Pinna vogliono tornare all’anno 1000?

  • Evelina Pinna

    Grande intervento architetto! Senza analisi e proposte simili a questa non si possono affrontare concretamente i problemi dell’isola. Concordo che non si tratta soltanto di disporre di nuove e forti competenze in materia paesaggistica ma, come in tutti i settori, occorrono nuove regole e nuovi principi di riferimento cui riferire l’esercizio delle funzioni. La definizione del sistema amministrativo sardo è tale per cui la massima parte dei servizi alle imprese e ai cittadini è resa in teoria dai livelli periferici e comunali, ma in pratica dalla regione, secondo la modalità penso più praticata, di trattenere le decisioni centralmente coinvolgendo solo in via procedimentale e quindi non lineare, i comuni. Ragione per cui, disegni strategici apparentemente di tutela collettiva e secondo interessi di ampio respiro, di fatto non certamente lo sono, e molti rallentamenti burocratici sono dubbi. L’annosa discussione intorno al PPR, quest’emerito sconosciuto, a volte paesistico altre volte paesaggistico, che ci trova tutti ignoranti in materia, sta creando fondamentalmente conflitti competitivi tra i diversi territori della Sardegna, molti comuni degradati al rango di interessi settoriali in gioco, forse anche perché gli interessi su scala nazionale e europea si giocano alla fine, in maniera preponderante, a livello locale. Ho paura che sperare in tempi brevi nella netta separazione di competenze amministrative tra comuni e regione, sia oggi una chimera, talmente è aggrovigliata la matassa dei settori d’intervento. A parte il discorso della ‘vocazione degli interessi’, per cui il paesaggio comprende ambiente, urbanistica, viabilità, caccia e pesca, risorse idriche e per via estensiva commercio, artigianato, turismo… e lì a reintrecciarsi tutti quando c’è di mezzo calamità naturali e protezione civile…, insomma, il problema è che in Sardegna tra alluvioni e incendi, tra amianto e tutela dei centri storici, tra edilizia residenziale e tutela dell’ambiente… gli interventi sul territorio troppo spesso originano da ‘ragioni di emergenza’ piuttosto che da finalità attive di valorizzazione per la materializzazione di interessi. Prevale di conseguenza il motivo della legittimazione dell’intervento centrale su quello locale. Poco importa se un consistente sveltimento delle pratiche amministrative renderebbe più spediti e agevoli tanti interventi, facendo circolare l’economia. Credo che in Sardegna si dovrebbe riscrivere il sistema delle relazioni Regione-Comuni, una sorta di conferenza annuale Regione-Comuni in cui ridefinire il sistema dei controlli e il sistema dei poteri sulla reale organizzazione delle funzioni, da cui deriverebbe la responsabilità ultima dei comuni sul governo delle proprie risorse. Solo da qui e con questo tipo di nuove responsabilità, ripartite, si può pensare di smantellare quegli apparati ministeriali che di fatto insistono come doppioni sull’area regionale. Senza pregiudicare una effettiva azione di buon governo locale e con ottima tutela dei livelli occupazionali.

  • Capitan marc

    Finalmente si comincia a parlare di cose concrete e dette da chi “ci bisticcia ogni giorno”. E solo liberando e snelendo le procedure con tempi certi e svolte da funzionari formati e non politicizzati che possiamo rimette a correre la nostra economia salvaguardando realmente i suoi valori. Avanti forza tutta

  • Diego Ghisu

    Dio mio!!

  • Riccardo R.

    Non comprendo appieno la portata e l’intento dell’intervento dell’Arch. Millelire… In Sardegna esistono fior fiori di ingegneri ambientali, geologi, biologi, agronomi, giuristi, forestali ecc. che sanno lavorare su 10.000 mam anche su 5.000 o 1.000. Basta ci sia sinergia e buon team leader.
    Mancano i team leader, non le idee (senza copiare i presuntosi toscani).

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