Bisogna svecchiare il pensiero politico sardo. Cominciamo con alcuni dati su conoscenza e scuola

21 novembre 2011 10:1415 commentiViews: 22

243Più vado avanti nel mio residuo impegno politico, più mi convinco che la battaglia da fare è in primo luogo culturale, ed è una battaglia anche dura, che richiede freschezza di forze fisiche, le quali, talvolta, non soccorrono.
Sento il dovere di scrivere un libro sul superamento dell’impostazione della questione sarda data prima (genialmente) da Gramsci e poi (in modo  molto più schematico e riduttivamente gentiliano) da Pigliaru, impostazione oggi tragicamente arretrata eppure fortissima nell’influenza che continua a esercitare su figure eterogenee che vengono dal mondo cattolico, da quello marxista e da quello più strettamente imprenditoriale. Sento questo dovere, eppure non trovo le forze per scrivere e sottoporre al giudizio degli altri un testo organico. Nel frattempo, vedo sopravvivere impostazioni vecchie, caduche, inutili. Che fare?
Provo a mandare in onda piccoli squarci di impostazione, sapendo che rischio molto sul piano del copyright (questo sito è largamente saccheggiato senza essere citato).
Io credo che la Sinistra italiana che milita dentro il Pd sia tragicamente conservatrice perché intimamente gentiliana, cioè figlia di Giovanni Gentile. Questa è un’affermazione che molti giudicheranno incredibile e che io dovrei giustificare con un bel saggio, ma torniamo al problema di prima: un giorno ho le forze per farlo, e un altro no e quindi faccio quello che posso.
Però oggi vorrei cominciare a porre seriamente in discussione  l’idea che molti intellettuali e insegnanti di area Pd hanno della sostenibilità dell’unitarietà del sapere.
Per molti insegnanti, l’educazione e l’istruzione passano ancora per un sapere che va da Talete a Jobs, passando per Galileo, Einstein, Montale, Conrad, Shakespeare, Mann, Dostoevskij, Einstein, ecc. ecc. Il ragazzo, così rovinato da presuntuosi insegnanti e ansiosi genitori, dovrebbe arrivare ai 16 e poi ai 18 anni e poi scegliere di specializzarsi.
La media degli insegnanti italiani è di questo tipo: tutti figli di una cultura generalista; tutti figli di Repubblica e delle pagine culturali del Sole 24 ore e del Corriere della Sera (il cui editore vero, ricordiamocelo, era fino a ieri Corrado Passera), e quindi tutti tendenzialmente attratti dal salottismo culturale, cioè dall’inseguimento dell’ultimo libro uscito, della militanza tifoso-culturalista sull’ultima pellicola o sull’ultimo programma televisivo; tutti contro la globalizzazione; tutti per i cibi a chilometri zero (ma con i piatti di plastica e i surgelati in casa). Magari sanno le poesie di Sandro Penna a memoria o sono capaci di commentare l’evoluzione dell’informale nella pittura contemporanea, ma sono anche capaci di discettare del Secondo principio della Termodinamica, o del nome delle costellazioni principali che ci passano sopra la testa ogni giorno, o di come si può produrre energia elettrica in casa. Di conseguenza sono convinti che si può sapere tutto e veicolare tutto. Non è così.
Silvano Tagliagambe ha curato l’aggiornamento del manuale di filosofia di Geymonat e ci ha lavorato sopra. Mi ha passato qualche dato sul tema che mi sta a cuore. Uno studio della Berkeley University ha rilevato che il volume di informazioni prodotte tra il 2001 e il 2004 è equivalente a quello prodotto tra il 1970 e il 2000 e che queste sono a loro volta equivalenti alla quantità di tutte le informazioni prodotte dall’umanità da quando è nata la scrittura fino al 1970. Un aggiornamento di questo studio ha rilevato che nei due anni dal 2004 al 2006 abbiamo prodotto l’identica quantità di informazioni nella metà del periodo. Se volessimo indicizzare solo l’informazione prodotta nei primi 6 anni di questo secolo staremmo dunque parlando del doppio di tutta l’informazione scritta di tutta la storia dell’umanità fino al 1970.
In Sardegna, come in Italia, difficilmente gli insegnanti e gli intellettuali sono al passo con questo volume di conoscenze prodotte in questi anni, loro propinano la cultura di prima di questa accelerazione, perché loro sono come Petrarca, filosofi morali che, in perfetta sintonia con la Chiesa che tanto contestano, affermano che l’uomo è sempre uguale a se stesso, conoscibile in modo adeguato attraverso la cultura greco-latina-giudaico-cristiana che sempre abbiamo conosciuto. Non è più così. Viviamo un ‘surriscaldamento delle conoscenze’ che non si supera ignorandolo.
Dice Tagliagambe: “L’impressionante sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione ha inoltre determinato una libertà e una facilità di accesso ai dati e alle fonti della conoscenza tali da provocare quel surriscaldamento informativo di cui parlava già un ventennio fa in Technopoly Neil Postman. Ciò è all’origine di un autentico «rovesciamento di prospettiva», in seguito al quale i processi di costruzione sociale del sapere devono porsi come obiettivo prioritario non tanto la capacità di accumulare informazioni e conoscenze, quanto quella di selezionarle, discriminando tra ciò che è importante e pertinente e ciò che lo è meno, o non lo è affatto”.
In altre parole, vale molto l’antico proverbio: vita brevis, ars longa. Non si ha il tempo per sapere tutto e imparare tutto. Bisogna scegliere. La Sardegna deve farlo prima degli altri perché è più indietro degli altri. A noi non servono i licei. Ci servirebbe che i ragazzini delle medie sappiano, al termine del corso, leggere , scrivere e ragionare. Dopo di che dovrebbero subito studiare per tre anni solo lingue, matematica e biologia, che so io; o solo matematica, informatica e lingue; o solo latino, greco e storia; o solo italiano, lingue e comunicazione; ma non un po’ di questo e un po’ di quello. Dovrebbero vivere immersi nella Rete, non ‘difesi’ dalla Rete. Dovrebbero sapersi difendersi criticamente dalla rete, non temerla. Dopo i tre anni dovrebbero andare all’università per conseguire un alto livello di specializzazione (ma in tre anni, non in otto; non si può passare la vita, e gli anni migliori, a prepararsi alla gara per poi giocarla stanchi e consumati); oppure entrare subito nel mondo del lavoro. Bisogna restituire l’università al suo ruolo: deve formare chi fa ricerca, chi fa ricerca applicata e chi produce sapere; l’università solo professionalizzante è un errore. La scuola deve essere già altamente professionalizzante; l’università deve formare l’elite del lavoro, una minoranza molto specializzata a cui tutti devono poter potenzialmente accedere in condizioni di parità (il numero chiuso da tanti decantato porterà, a mio avviso, a rivolte civili, perché è falsamente giusto e egalitario; ne riparlerò).
Se dovessimo essere conseguenti con questa impostazione, dovremmo contestare molto lo Stato italiano per le sue leggi (e possiamo farlo anche grazie alle leggi che ho fatto approvare in questa legislatura), per la sua arretratezza, per il suo conservatorismo. Perché non lo facciamo? Perché è quel conservatorismo che produce il consenso del ceto medio professionale ai partiti del centrosinistra e del centrodestra. Qui il cerchio si chiude perfettamente: chi sta bene, protetto dal suo reddito, produce una cultura arretrata che spaccia come moderna e taccia di eversivismo, eccesso di specializzazione, disattenzione pedagogica, globalismo ecc. chi vuole innovare. Nel frattempo in rete i giovani creano un mondo che se ne catafotte di tutto, per poi emergere, privo di struttura politica nelle piazze. E i sardi stanno a guardare.

15 Commenti

  • Antonio Satta Tola

    Egregio Professore io ho sempre pensato ad un sistema politico bipolare per la Sardegna e non da ora ma da almeno 40 anni. Ma nel bipolarismo che io ho sempre ipotizzato dentro un polo ho messo il Partito Sardo d’Azione e dentro l’altro tutti gli altri Partiti presenti in Sardegna. Dunque il mio pensiero non ha niente a che vedere con l’attuale bipolarismo italiano. Non concordo con Lei quando afferma che il consenso si costruisce con le proposte perchè io penso, invece, che il consenso si costruisce con le azioni, coi fatti e non con le proposte che rimangono sempre parole. Ho fatto anche una distinzione tra consenso personale e consenso di Partito. Riengo che Lei, sicuramente, avrà un incremento del consenso personale, ma penso anche che non accadrà altrettanto per il Partito Sardo d’Azione perchè pagherà la mancatra realizzazione del suo programma elettorale dopo l’attuale legislatura, a meno che questo non avvenga da qui alle prossime elezioni. Aggingo un’altra considerazione: qualunque esperto nella lettura dei dati elettorali sa che i numeri delle elezioni provinciali non rispecchiano assolutamente il consenso che gli elettori danno ai partiti ma sempricemente il consenso che un elettore da ad un candidato. Pensi solo alla differenza dei voti ricevuti dal Partito Sardo d’Azione nelle Elezioni Regionali del 2009 e quelli ricevuti invece, dopo appena un anno, nelle elezioni provinciali del 2010: c’è una differenza di quasi 20.000 voti, a dimostrazione di quanto ho affermato sopra. La stessa differenza ci fu tra le elezioni regionali del 2004 e, sempre a distanza di un anno, le elezioni provinciali del 2005. Questo significa, semplicemente che per il Partito Sardo d’Azione nulla è cambiato nel corso di 10 anni. E’ cambiato invece qualcosa nelle elezioni politiche del 2008. E’ cambiato qualcosa in peggio perchè il PSd’Az ha ricevuto in Sardegna appena l’ 1,4% dei consensi: fin dalla sua nascita il PSd’Az. mai ebbe dati così negativi. Comunque per verificare basta solo attendere il 2014 e , come dice un detto sardo, “ki est lillu gi at a froriri”.

  • Egregio sannia, se si viene accusatii di non sapere costruire il consenso, io non individuo nessun altro parametro di verifica che i dati elettorali. Se invece Lei, per valutare il consenso, utilizza il termometro aristocratico della sua soddisfazione, beh, ha ragione Lei, ogni ulteriore spiegazione è superflua.

  • andrea sannia

    Il Satta Tola lamenta la condotta del Psd’Az e la quasi totale inattuazione dell’accordo di programma fra questi e il cdx, e Lei a snocciolare dati sui successi di due anni fa: un secolo è passato di grazia! Noi ex militanti ed elettori facciamo una immane fatica a riconoscere questo Psd’Az. Credo che pertanto non son necessarie ulteriori spiegazioni

  • Egregio Satta Tola, è bello rivedere nelle sue parole la mai sopita vocazione dei dogmatici italiani a costruire sillogismi improbabili. Io non avrei una strategia del consenso? Forse no o forse sì, visto che ho concorso a ridare un profilo di autonomia culturale al Psd’az, a ridare dignità al pensiero indipendentista sottraendolo al sospetto dell’eversivismo, a fare leggi per lo sviluppo, a rafforzare la posizione della Sardegna verso lo Stato. Come si costruisce il consenso? Con le proposte, con la comunicazione, con la militanza sociale, con l’organizzazione. A Nuoro siamo arrivati al 13% alle provinciali. Ma dalle sue parole, alcune apocalittiche, traspare il solito problema del bipolarismo italiano e delle valutazione del Psd’az a seconda del polo con cui si schiera. Bene, rinuncio a spiegare un’altra volta che questa è un impostazione inadeguata a capire il Psd’az.

  • Antonio Satta Tola

    In Democrazia tutto ciò che la politica fa la può fare solo col consenso. Tutto ciò che si cerca di fare senza il consenso lo può fare solo un “Duce”. E allora se io affermo che le cose si fanno col consenso dove sta la stuopidaggine? Nell’intestardisi a fare battaglie contro i mulini a vento? Qual’ è la sua strategia di ricerca di consenso popolare? Qual’è la strategia del Partito Sardo d’Azione nella ricerca del consenso popolare? Io, forse perchè sono uno che scrive stupidaggini, come Lei scrive, non vedo alcuna strategia dei acquisizione di consenso popolare nè da parte Sua e tanto meno da parte del Partito Sardo d’Azione. Badi che avere consenso non significa avere un consenso personale, che a nulla serve alla causa dell’Indipendenza della Sardegna. Il consenso vero, quello utile, è quello che acquisisce un’intera formazione politica che propugna certe idee. Ne riparleremo dopo aver visto i risultati delle prossime elezioni Regionali. Il Popolo Sardo è acritico nei confronti di tutte le formazioni politiche ma è ipercritico nei confronti del Partito Sardo d’Azione e non gli perdonerà gli errori che sta commettendo in questa legislatura, ciè quelli legati alla mancata realizzazione del suo programma elettorale.

  • Ora sei custode del tempo, disse Antonio Setzu, e potrai aggiungere spiegazioni nuove dei fatti antichi narrati nella storia che ti è affidata e raccontare avvenimenti memorabili del trentennio della tua custodia, purchè con chiarezza e concisione. Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto.
    (S.A. 1993).
    Fortza Paris.

  • michele pinna

    Caro Paolo il disagio e la stanchezza che tu provi per un sistema culturale e formativo ormai ottuso, credimi, non è soltanto tuo. A proposito di libri da scrivere, in tal senso ce ne vorrebbero più d’uno e da qualche parte bisognerà pur iniziare. Io (ne approffitto per dirtelo non per propaganda ma per sincera stima rispetto a ciò che dici e scrivi anche su queste pagine)ne pubblicherò uno fra qualche settimana che s’intitola “I luoghi dell’anima”, dove si parla di Sardegna, di noi ma dentro il mondo, indipendenti e dialoganti allo stesso tempo, un mondo che molti stentano ancora a vedere: quello delle minoranze e delle diversità ad esempio. Un mondo che certamente Gramsci non ha visto nè ha potuto vedere e questo ha sicuramente inciso negativamente rispetto alla sua concezione democratica e alla sua idea di Stato. Una concezione e un’idea ipotecata dal Crocianesimo e dall’idealismo tutto: Da Hegel a Gentile compreso. Le ho scritto scandalosamente in un mio librino circa vent’anni fà facendomi odiare da tutti i pigliariani di allora che sono, poi, gli stessi di oggi. Su questo terreno, se le cose non sono cambiate credo che sia “ozu perdidu” pensare di usare Gramsci come corridoio di discussione; ma neanche Michelangelo Pira. Niente di niente. La linguistica, la crisi delle scienze europee, i moniti heideggeriani, i tentativi di renovatzio dentro il pensiero cristiano a questi non gli ha coricato neanche il pelo. Ed oggi qualche nipotino tardivo di Gramsci, di Pigliaru, di Pira, consigliato da qualche mentore che ancora si attarda su questa pagine, ci dice che “La Sardegna potrà fare da sé”. Lo disse già Bellieni e lui ci credeva sul serio ma ad una condizione:per fare da sè la Sardegna ha bisogno di una nuova classe dirigente. Questo allora ma oggi? Credo più di allora. Bisogna ripartire dalla terra, non dalle stelle, bisogna ripartire da dove ci hanno lasciato gli operai che sono stati arruolati nelle petrolchimiche, da dove ci avevano lasciato coloro che hanno lasciato i campi, le vigne, le greggi e sono andati all’estero, a torino, a Milano. Sono d’accordo che per ripartire non abbiamo bisogno né di questi licei né di queste Università ma neanche di certi progetti come quelli per i quali si spendono fiumi di soldi con il miraggio che i giovani sardi entrino nella modernità dove, poi, macchine ed attrezzatture costosissime diventano cumuli di rifiuti da smaltire. Non me ne voglia, poichè credo che sia un grand’uomo, ma quando citi il professor tagliagambe penso al progetto “Marte” appena fallito ed oggi a quello della scuola digitale in fase di partenza e chissà se non già fallito prima che parta. Hai detto tante cose giuste Paolo, tante cose da non fare e hai parlato di tanti libri da non leggere che se non sono dannosi sono per lo meno inutili. Io mi permetto di indicarne almeno uno, che, invece, ritenggo utile da far leggere ai giovaani sardi prima che s’immergano nella rete non per difendersene ma per saperci stare da uomini maturi e da cittadini consapevoli del mondo: suggerirei “Po cantu Biddanoa” di Benveenuto Lobina. Credo senza timore che Lobina possa sostituire tanti di quei libri inutili che riempiono la testa di vuoto.E’ un libro che insegna a stare nel mondo partendo da casa propria,insegna che prima di parlare bisogna fare, che la vera modernità non sta nel futuro ma nel passato, che l’artefice di tutto è il presente a patto che lo si viva dal di dentro. Solo un’adesione lucida al presente può insegnare il sogno ed il progetto. Be insomma bisogna leggerlo questo libro. Ma non in traduzione italiana; bisogna leggerlo in quella bellissima lingua di Villanova tulo con cui Benvenuto l’ha pensato sognato e scritto. E’ davvero il paradigma di un mondo ancora tutto da costruire.

  • Colpo Grosso

    In quanto studente, vorrei dire la mia.
    Mi pare che il problema “generalismo” affondi le sue radici sopratutto nelle università. Ovvero la preparazione nelle scuole superiori tecniche mi sembra abbastanza formativa e professionalizzante (al di là delle deficienze particolari), nonostante probabilmente manchi quel legame forte con l’impresa che si esprima poi in tirocini/stages/orientamento realmente produttivi o comunque in possibilità di applicazione (e magari già sviluppo) di ciò che si impara tra i banchi.

    Le lauree brevi invece, specie per quanto riguarda i piani di studio meno recenti di questi aborti triennali che noi cavie abbiamo dovuto subire, sono state (ora mi pare si vada “razionalizzando”), mi pare, disastrose.
    Forse il mio è un esempio estremo (lo spero) ma è pur sempre un esempio reale: psicologia, diritto europeo, informatica, filologia, lingue, storia del teatro, storia contemporanea, antropologia, linguistica, geografia economica, giornalismo, economia politica, musica tutte nello stesso corso…si commenta da solo, mi paridi.
    Questo per aderire un po’ all’intervento del prof.

    Ecco, a parte ciò, ho una mia sorta di fissazione, derivante dalla mia progressiva e personale vita di studente.
    L’idea è che bisogni lavorare tantissimo sull’orientamento.
    Questi nuovi test d’ingresso con corsi di recupero “obbligatori” sono già qualcosa, ma diciamo funzionano a mo’ di cerotto sulle mancanze individuali ritenute necessarie per un determinato corso.
    Io invece ritengo, prendendo il tema più alla lontana, che giunti a questo punto della formazione, ci debba essere qualcuno che valuti e comunichi chiaramente allo studente se per il bene suo e del mondo intero (perché il post di questo tratta: la mia formazione non è un fatto SOLO individuale) ella o egli è “portato” ad intraprendere quel particolare percorso di studi, che costerà anche un sacco di soldi alla collettività. (Certo su quest’ultimo fatto, c’è da dire che 2 studenti su 3 sono convinti che pagare 400-500 euro di tasse all’anno sia tantissimo…e non in conseguenza di ragionamenti su “come si dovrebbe investire il denaro pubblico” o “sull’importanza dell’accessibilità alla cultura” etc, ma semplicemente perché non sono consapevoli di questo costi in realtà l’Università per singolo studente.)

    Ciò non significa che precluderei l’accesso a qualcuno o che metterei nelle mani di un prof qualsiasi le decisioni sul futuro dello studente X, ma quantomeno si faccia chiarezza e si prendano seriamente le attitudini, predisposizioni e pure i bagagli culturali delle persone.
    Se lo studente x, in base al test d’ingresso (sviluppato nel particolare, non con domande generaliste che non servono a nulla) e ad un colloquio, per esempio, appare (i criteri ovviamente non posso scriverli io) inadatto in qualche modo a dedicarsi proficuamente ad un certo corso deve ricevere una chiara comunicazione di questo giudizio.
    “Caro, avrai grosse difficoltà! Sei proprio sicuro che vuoi dedicare i prossimi 3-5-8 anni della tua vita, 40-50mila euro dello stato e dei tuoi genitori, etc. ad un percorso che forse/probabilmente darà niente né a te, né alla collettività?”

    Non mi azzarderei mai a mettere in dubbio la libertà di scelta dello studente (nel bene o nel male ho potuto sempre scegliere cosa studiare), ma ricordo ancora, non con particolare gioia, il foglietto orientativo che le professoresse delle scuole medie stilarono per me.
    “Può intraprendere studi liceali sia classici che scientifici ma potrebbe anche dedicarsi a studi tecnici.” Qualcosa del genere.
    Risultato: ho scelto ragioneria perché “la scuola era più vicina a casa mia”.
    Certo non esiste un nesso di causalità in senso proprio tra quel foglietto e le mie scelte, ma se ci estraniamo dal mio caso specifico, e prendiamo consapevolezza di cosa possa significare scegliere un percorso di studi piuttosto che un altro in base al fatto che “potrò o meno dormire un’ora in più la mattina”* credo che si possa giungere alla conclusione che l’orientamento vada preso molto più seriamente, per il bene dei singoli sardi e per la Sardegna.

    *Oppure “in quella scuola ci sono i miei amici” oppure “no, in quella scuola son tutti maschi”, e così via.

  • Il principio dal punto di vista teorico e’ giustissimo ma la realtà e’ ben diversa perchè io insegnante al termine di ogni ciclo (nella scuola superiore sono 2)devo certificare il livello di conoscienze che il mio studente ha raggiunto e devo farle anche attraverso la somministrazione dei test invalsi (basati sul puro nozionismo e spesso pieno di errori)devo inoltre combattere per 2 O 3 anni con ragazzini maleducati svogliati ignoranti che in 5 liceo sanno parlare l’italiano (parole come morigerato, blasfemo, etc…sono per loro incomprensibili)figuriamoci una lingua straniera!!!!!!!!!!! i miei studenti stanno studiando J. Austen da tre mesi! Ne vogliamo parlare?
    i nostri studenti dovrebbero lasciare la scuola con radici profonde e gambe forti e una testa piena di sogni per andare lontano e invece la lasciano ignoranti (non tutti ma la maggioranza), deboli, indecisi e insicuri! e non parliamo di quei Dirigenti che sapendo delle debolezze cognitive ma non solo dei nostri ragazzi “impongono” la loro promozione perchè l’importante, alla fine della fiera e alla faccia delle varie certificazioni, è la percentuale dei promossi, quanto e cosa questi promossi sapiano è assolutamente ininfluente! Vogliamo poi parlare del fatto che molti ragazzi seguono le lezioni completamente “fumati”? accade e accade spesso in alcune scuole si è cercato di affronatare il problema in altre lo si è relegato all’ultimo piano lontano da occhi e nasi indiscreti…i problemi della scuola sono innumerevoli, gravissimi forse il nozionismo non è neppure il più grave

  • Gratzias pro s’imposta. Deo puru penso chi sa chistione de sa limba tenzat bisonzu de generosidade e non de ocrìanias.

  • Ciao Paolo, mi trovo perfettamente in linea con quanto hai detto, non foss’altro perché ogni tanto nelle riunioni con amici si discetta anche di queste cose.

    Sapere tutto è FISICAMENTE impossibile, i “tuttologi” non esistono, lo sa bene chi legge e chi cerca di avere un sapere interdisciplinare: ogni testo apre le porte ad altri autori ed altre discipline in un reticolato che per poter essere seguito e studiato richiederebbe tempo e risorse (sia fisiche che materiali) di cui nessuno dispone. Per quanto curiosi si possa essere dunque, a un certo punto serve metodo e bisogna selezionare il proprio campo di interesse.
    D’altra parte gli essere umani hanno dalla loro un’arma formidabile che ci consente di aggirare questi limiti: la collaborazione. Ovvero l’unire le varie competenze per creare un quadretto organico. C’è chi è specializzato in una cosa, e chi in un’altra. In Sardegna in quanto a collaborazione siamo alquanto deficitari e questo si spalma in tutti gli aspetti della vita civile, inclusa quella professionale e naturalmente politica.
    Serve dunque metodo e criterio nella cultura, saper selezionare. Ma anche saper insegnare e educare, ci sono scuole oggi che sono ricettacoli di luoghi comuni e di mediocrità. Non stiamo sfornando una classe dirigente ma una discreta dose di incapaci, i quali nella migliore delle ipotesi contribuiranno allo status quo e nella peggiore trascineranno al ribasso quei pochi elementi positivi ancora rimasti nel campo della crescita collettiva (non mi addentro su questo punto per non dilungare).
    Ma permettimi di dubitare che sia utile sfornare il testo di cui hai fatto menzione, a condizioni correnti non interesserebbe che a pochi.

    Ripensare i criteri della formazione e dell’istruzione in Sardegna penso sia un compito da assegnare alle istituzioni e quindi a delle riforme (una politica consapevole del suo ruolo), quantomeno è finita l’epoca in cui un solo testo poteva fare la differenza o agitare un determinato tipo di passioni e di dibattiti, specialmente in occidente, dove si passa con disinvoltura da un tema all’altro senza soluzione di continuità. O a meno che non lo si propini con criteri scientifici e industriali.

    Non preoccuparti del copyright, la divulgazione (libera o protetta che sia) in Sardegna serve in maniera relativa, non ti citerebbero comunque…
    Altrimenti oggi con tutto quello che è stato ripreso da alcuni movimenti indipendentisti negli anni dai nostri spazi avrei avuto entrate assicurate per un ventennio…

  • Ma di quali cose e di quale duce parli? Ma scherzi? Non si possono avanzare analisi e proposte in democrazia? Purtroppo il sito non filtra le stupidaggini.

  • Antonio Satta Tola

    In democrazia (o pseudodemocrazia, qual’è quella che abbiamo) non si possono fare queste cose. Queste cose le può fare solo un “Duce”.

  • Totu su loghu ki li bisonzat. Lu naro finza pro Bolognesi ke s’est ispantadu proite faeddo de limbas e non de sardu. Su problema est ki deo cando faeddo de limbas penso puru a su sardu, isse, no, isse depet pensare ke si non lu naro craramente non lu penso. Sa veritade est ki b’hat zente ki non reseset a campare kena inimicos.

  • Tue as nau : “”Dopo di che dovrebbero subito studiare per tre anni solo lingue, matematica e biologia, che so io; o solo matematica, informatica e lingue; o solo latino, greco e storia; o solo italiano, lingue e comunicazione; ma non un po’ di questo e un po’ di quello…”” In custas ideas,chi non sunt malas, ca sa Rete no cheret tìmida, ite logu b’at pro sa sa limba sarda?

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