Banche agonizzanti che si mascherano con la debolezza altrui e burocrazie irresponsabili

22 settembre 2012 07:225 commentiViews: 10

Il mercato della Sardegna ha bisogno di una grande immissione di liquidità. La Regione avrebbe dovuto fare un serio assestamento di bilancio a metà anno, ma quando io lo proposi, venni zittito in nome dell’efficienza che non ha bisogno di aggiustamenti. La verità è che mancano circa 400 milioni alle casse regionali e che il mercato sardo è nel mezzo di una terribile stretta creditizia. Chi non si accorge di tutto questo? La burocrazia regionale che è la maggiore responsabile del sottosviluppo sardo, ma che non essendo mai messa adeguatamente sotto processo, vive irresponsabilmente e talvolta con retribuzioni veramente fuori scala. Laddove c’è un Direttore c’è sempre un vicedirettore che come minimo ha al suo servizio almeno un funzionario e non può stare senza una segretaria. Poi accade che tutto il personale in organico non riesce a far fronte alle cose ordinarie e quindi queste vengono affidate a un esterno ecc. ecc. In Svizzera, la promessa di concludere una pratica in 40 giorni è stato un fattore di competitività non banale.
Ma torniamo alle banche. Intesa e Unicredit praticamente non fanno più prestiti in Sardegna; ovviamente non lo dicono, ma la verità è che non hanno soldi e i pochi che hanno se li tengono. Ovviamente dicono che l’impresa non è in grado di accedere al credito. Il sistema Bper Banco di Sardegna si sta leccando le ferite del crack San Raffaele (una bella botta) e dei lunghi anni di credito facile alle aziende rappresentate in Cda o alle aziende vicine all’ex managment, oggi tutte tragicamente in difficoltà. Queste banche ammuffite e senza soldi non capiscono i nuovi strumenti della programmazione negoziata che la Regione mette in atto (strumenti messi in atto con un sistema di procedure da lettino psichiatrico per chi le pensa, giacché svelano più la paura di sbagliare che la capacità di fare: una montagna di carte con penalità previste solo per le imprese e mai per la Regione, insomma un sistema di micro-tirannidi burocratiche istituito da chi ritiene che il suo stipendio e il suo posto – in alcuni casi conseguito senza concorso – siano variabili indipendenti del mercato, indipendenti dal variare, verso il segno meno, del Pil della Sardegna). Le banche premono perché si rifinanzi la  L.R.51 col finanziamento in conto interessi e la sia dia loro in gestione, punto e basta. Di conseguenza remano contro tutto il resto, frenano, trattengono, discettano di politica economica, tutto con un livello di competenza dei quadri periferici disarmante. A questo quadretto deprimente si aggiunga la crisi educativa della Sardegna: persone che accedono alle incentivazioni e non leggono la posta, non rispondono alla Pubblica Amministrazione nei termini; scrivono cose diverse da quello che possono realmente fare; pretendono soldi in anticipo; si confrontano con le banche senza uno straccio di preparazione; non investono un euro nella loro formazione. In questo quadro difficile  che fanno le burocrazie e le banche? Si alleano per giudicare il sistema non per cambiarlo, anzi additano all’opinione pubblica il ceto politico come unico responsabile, nascondendo le loro enormi responsabilità. Come reagire? Associandosi. Bisogna sommare e organizzare le debolezze: dobbiamo organizzare cooperative; dobbiamo fare piccole banche territoriali; dobbiamo organizzare cooperative di produzione e di consumo; dobbiamo lavorare con gli imprenditori piccoli che conoscono i mercati meglio se internazionali. Bisogna realizzare momenti di società cambiata, dando un senso alle cose, in modo che il vivere civile non sia un vociare inconcludente e senza un perché.

5 Commenti

  • L’ho scritto io, come tutti i post.

  • Caro Paolo, condivido pienamente quello che scrivi, lo condivido così tanto che mi piacerebbe sapere chi lo ha scritto, pensavo che dal tuo blog non potesse più uscire una visione strategica economica di questo livello.
    Quello che dici é ovvietà è come scoprire l’acqua calda, ma comunque, ritengo sia meglio scoprirla che non scoprirla affatto. Purtroppo penso che siamo arrivati ad un punto di non ritorno, non solo per la Sardegna ma per tutto il paese, per la Sardegna ancora di più.
    Sono a Roma mi sto imbarcando per un viaggio di lavoro che mi porterà come prima tappa a Pechino, per poi visitare diverse città in Giappone e concludere a Singapore, ci rimane solo questo se vogliamo lavorare e fare soldi ci tocca andare ed aprire fabbriche all’estero, se vogliamo mantenere quelle poche fabbriche che sono in Italia ci tocca viaggiare stringere rapporti con paesi asiatici e non per poter così trasformare le nostre produzioni in Italia, insomma fare sempre cose nuove e portare quelle vecchie all’estero dove possono essere usate meglio che in Italia. Per fare questo bisogna farsi il culo e cambiare modo di pensare non tutti i giorni ma ogni minuto.
    Ok, lottare per la continuità territoriale delle persone e delle marci, ma prova a pensare anche alla continuità territoriale delle teste, la maggior parte dei Sardi, non volermene, pensano che il mondo sia la Sardegna, così facendo ogni giorno diventano meno competitivi e tirano a campare finché si può, convinti che la colpa del disastro sia di tutti tranne che loro.. Le colpe sono di tutti ma la prima e sempre la nostra e ciascuno può dire questo per se, almeno me lo auguro, senza assunzione di responsabilità é impossibile cambiare. Scrivo questo non per offendere o criticare ma per costruire, con tutti i limiti che ho, compresi quelli dell’uso della grammatica italiana.
    Con stima, buon lavoro, a prest Pippo.

  • Ciao Paolo ti posto uno stralcio, attinente al tuo ragionamento, della tesi presentata dalla sezione di Bosa al congresso della federazione di Oristano. Buon lavoro:
    Crisi antropologica
    La crisi che viviamo in questi anni è apparentemente una crisi economico finanziaria ma in realtà se approfondiamo l’analisi capiamo che viene da più lontano, capiamo che altro non è se non una crisi antropologica ovvero una crisi dell’uomo e come tale di tutti i settori sociali in cui opera l’uomo ivi compresa la politica. L’uomo moderno nel suo egoismo e nel suo individualismo, nel suo estremo attaccamento al denaro, alla carriera si è dimenticato per strada quelli che sono i principi e i valori del vivere comune, del vivere in una collettività, che comporta diritti e doveri e soprattutto il rispetto di semplici e condivise regole non scritte. Gli scandali a tutti i livelli vengono fuori come funghi e quelli ancora nascosti sono i più grandi

    Sistema finanziario fallito
    Il voler arricchirsi a tutti i costi di una classe dirigente e finanziaria abbinato ad un comportamento lassista e menefreghista della maggioranza dei cittadini hanno determinato lo scoppio di un enorme bolla finanziaria che ci ha fatto capire una cosa in particolare: Il sistema in cui abbiamo vissuto è tecnicamente fallito. Il liberismo sfrenato non può reggersi sulle proprie gambe. Questo significa che se il sistema fosse stato lasciato alle sue forze sarebbe imploso. E invece sono intervenuti gli stati sovrani (un po’ meno l’Italia a dir la verità forse perché non poteva permetterselo) per salvare qua e la in giro per il mondo qualche banca o società assicuratrice determinando una distorsione mai vista prima nella storia nel libero mercato. Questi aiuti hanno determinato il gonfiarsi dei debiti e dei deficit pubblici di tutti gli stati sovrani. In una frase semplice abbiamo assistito alla più grande socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti mai vista nella storia.
    Il sistema senza aiuti sarebbe morto e morirebbe anche oggi senza interventi esterni. Pertanto è un sistema al capolinea e comunque va cambiato.
    Le scelte corrette sarebbero state:
    1)la nazionalizzazione degli istituti in procinto di fallire con la tutela dei risparmiatori
    2) la redistribuzione delle risorse.
    Forse è troppo tardi per invertire la rotta. L’economia reale sta sprofondando e da recessione è molto molto probabile che si sprofondi in una depressione stile anni 30. In sostanza il peggio lo dobbiamo ancora sperimentare. Tutto il mondo sta rallentando economicamente ed in un contesto di rallentamento globale è impossibile checché ne dicano alcuni che ci possano essere spiragli di ripresa. Questa crisi terminerà la sua azione virulenta non prima di 5 anni e per tornare a livelli pre crisi dobbiamo aspettare almeno 10 anni.

  • Le economie legate esclusivamente al profitto a carattere speculativo, sono ormai in preda al fallimento; si auspica quindi di spostare l’attenzione, dal consumismo, e dal superfluo, incentrato su creazioni di bisogni impacchettati e destinati al consumatore, a modelli di sviluppo orientati più verso le reali necessità dell’Uomo, favorendo così modelli si sviluppo eco-sostenibili nel rispetto anche del territorio.
    Il sistema bancario italiano ora per la crisi in atto ma anche antecedentemente a quella del 2008, seguiva sistemi di controllo talmente eccessivi, impegnando staff di persone e società esterne; poi la forte burocrazia, il peso poco incisivo delle associazioni dei consumatori, e un sistema della giustizia che anziché agevolare, ostacola l’applicazione delle sanzioni per i “furbetti”; tutto questo ha portò all’ingessatura del comparto del credito. Salvo poi dare in gestione la vendita di mutui ipotecari e di prestiti personali, alle società finanziarie che sotto forma di network riuscivano attraverso improbabili alchimie, ad erogare credito anche a coloro che pur avendo uno stipendio mensile di 1.200 € e due figli a carico, pretendevano di poter pagare una rata di 500 € al mese per 30 anni. Questo sistema è inesorabilmente fallito, sollevando drasticamente la percentuali di insolvenze, portando le società finanziarie alla chiusura degli uffici sparsi in tutto lo stivale, isole comprese e collocando il personale in cig.
    Più efficace invece la filosofia anglosassone, dove, il credito è concepito quasi un diritto, salvo poi applicare leggi estremamente severe contro coloro che non rispettano le regole. Se non paghi il mutuo, ti pignoro la casa. Dove le associazioni di categoria funzionano bene, monitorando la qualità dei prodotti e dei servizi, e la burocrazia è decisamente ridotta rispetto al nostro sistema.
    Le Banche di Credito Cooperativo, nello scenario del tessuto bancario italiano, cantano fuori dal coro. A dirlo è la Banca D’Italia che, sono le più sane del sistema bancario italiano. La tagliola del credito che ha interessato tutte le banche, ha lasciato indenni le BCC, permettendo a tante piccole aziende l’accesso al credito, diversamente negato da quel sistema bancario capitalistico strettamente collegato all’alta finanza. Le Bcc sono invece banche legate al territorio, in tutta Italia rappresentano il quarto gruppo bancario. E’ un sistema che permette alle persone di mettersi assieme per averne un vantaggio collettivo. Il capitale si forma con l’adesione dei soci e tale sistema non ha scopo di lucro. Gli scopi perseguiti sono quelli della mutualità per la distribuzione del credito ai soci; di solidarietà con principi ispirati al beneficio sociale, per la concessione del credito alle fasce più deboli.
    Nel 2001 il governo Berlusconi, tentò di inquinare il sistema delle cooperative, prevedendo anche per queste il ricorso al credito, con la legge 366 del 3/10/2001, l’art. 5 recita: Soc. Coop. – 2. “ In particolare, la riforma delle società cooperative diverse da quelle di cui al comma 1, lettera b), è ispirata ai seguenti princìpi e criteri direttivi: ….. b) prevedere, al fine di incentivare il ricorso al mercato dei capitali, salve in ogni caso la specificità dello scopo mutualistico e le riserve di attività previste dalle leggi vigenti, la possibilità, i limiti e le condizioni di emissione di strumenti finanziari, partecipativi e non partecipativi, dotati di diversi diritti patrimoniali e amministrativi”. Lo scopo era quello di scoraggiare la capitalizzazione di quelle risorse che il sistema cooperativistico, per sua natura, decide in che modo e a chi destinarlo.
    Il sistema delle Bcc potrebbe quindi realmente rappresentare una possibile soluzione strutturale, del tessuto economico finanziario della Sardegna, integrato – e non esclusivamente sorretto – da quelle leggi di settore come la L.R. 51, dedicata al comparto artigliano, oppure come anche la L.R. 35 per il commercio, o ancora il sistema fidi, con l’intervento della RAS per l’abbattimento del tasso in conto interessi; la Legge Regionale 15 aprile 1994, n° 15 che prevede la concessione di contributi Ras in conto capitale alle piccole e medie imprese industriali; tutti strumenti questi ultimi a mio avviso a carattere assistenzialistico e non strutturale, dunque da utilizzare solo a scopi di carattere integrativo.

  • Governo del credito e Industria della conoscenza, due punti programmatici ineludibili per praticarvi l’innesto della sovranità con buone probabilità di successo. Con l’aggiunta di altri due si può fare Poker.

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