Autonomismo e indipendentismo a confronto in campagna elettorale

8 settembre 2013 21:538 commentiViews: 42

È iniziata la campagna elettorale.
Si registra una diversità di atteggiamento e di contenuti tra gli indipendentisti di governo, come siamo noi, e gli autonomisti.
Gli autonomisti sono di Destra e di Sinistra, quindi hanno atteggiamenti simili ma orientati diversamente.
Che cosa stanno facendo? Stanno aumentando la loro immagine di competitori dello Stato e tendono a negare la questione morale (non tanto il problema giudiziario in sé, quanto il problema morale dei comportamenti civici del ceto politico) e a eludere la questione politica (un politico deve avere una visione generale e avanzata delle cose e una proposta chiara e distinguibile su che cosa intende fare).  Faccio degli esempi.
La Giunta in carica sta investendo molto sulla perimetrazione dei punti franchi. Promette una battaglia politica col governo italiano su questa frontiera, ma investe molto sul fatto che la gente non avrà l’esatta coscienza della sproporzione tra la natura dell’atto che si negozierà col governo e l’attesa di un fisco diverso e più giusto che è diffuso tra la gente. Il massimo che la procedura messa in piedi dalla legge 20 del 2013 sarà la perimetrazione delle aree portuali dei porti compresi nel Decreto Legislativo 75/1988; sarà impossibile comprendere nella perimetrazione anche le aree artigianali e industriali funzionalmente connese ma non contigue. Perché? Perché sin dal momento in cui la Prima Commissione approvò la risoluzione per le zone franche, occorreva dar corso a un tavolo politico col Governo che si doveva tradurre in provvedimenti legislativi italiani che avrebebro dovuto permettere un sistema a rete, non un sistema a punti. La cosa che probabilemnte accadrà è che la Giunta approverà un sistema a rete sapendo che in sede di Commissione paritetica la proposta si asciugherà ai soli porti. Questo è un modo tipico di agire dell’autonomismo: frapporsi tra il Governo italiano e la Sardegna, rappresentando le richieste massime dell’Isola ma predisposto ad accettare le concessioni minime dell’Italia, puntando a lucrare consenso sul fatto che ‘qualcosa comunque si è portato a casa’.
A Sinistra, invece, si affidano molte speranze alla connessione con Renzi, all’ipotesi di modernizzazione dell’Italia che Renzi va propagandando. Ma se Renzi ha in testa molte cose, sicuramente ne ha cambiato altrettante rispetto alla spinta innovativa delle sue proposte nelle primarie 2012. Renzi è diventato più vago, ha parole d’ordine generiche e gode di un unanimismo del Partito che il sociologo Luca Ricolfi dice essere «l’assicurazione dei gruppi dirigenti contro il rischio del cambiamento». Stiano come stiano le cose, perché Renzi dovrebbe essere una garanzia per la Sardegna se non per la vecchia logica del governo amico? Siamo dentro e pienamente il perimetro autonomista e noi dobbiamo stimolare la Sinistra a superare questa vecchia impostazione.
Noi indipendentisti siamo in questo momento gli unici ad avere una visione chiara e distinta del percorso che dobbiamo fare: non chiedere, non rappresentare strumentalmente, ma costruire una strategia del fare, una strategia della responsabilittà. Noi siamo gli unici che diciamo che occorre un cambio di sistema, non un cambio di gioco. Io mi accorgo nelle riunioni che stiamo facendo in giro per la Sardegna, che godiamo di stima per la chiarezza delle idee, per la correttezza della posizione, perché non chiediamo il voto contro qualcuno. Il problema è, e me ne sto rendendo conto, che non riesco a far fronte al numero degli incontri previsti. Dobbiamo moltiplicare i nostri incontri e darci una struttura più capilalre: non basta quella per collegi che ci stiamo dando, serve quella comunale e, in città, di ambiente. Servono più voci coerenti che parlino contemporaneamente. Pensiamoci.

8 Commenti

  • Tutta l’intervista
    Perché,secondo lei?
    Perché manca un tessuto connettivo. sociale nel quale tutti questi settori interagiscano nel processo decisionale. E’necessario che riescano a dialogare tra loro dato che sono necessariamente interdipendenti. Mancando questo dialogo ognuno di questi settori continua invece a dipendere da Roma, ciascuno si scava la sua piccola nicchia mantenendo un cordone ombelicale con il suo referente romano; così si resta sudditi, non si forma un gruppo dirigente che assuma su di sè la responsabilità delle decisioni. Perché l’autonomia non è solo libertà, è prima di tutto responsabilità.
    – L’autonomia, appunto,che ha cinquant’anni si può fare un bilancio?
    La Regione ha avuto dei momenti altissimi. i primi dieci anni sono stati fervidi, pieni di iniziative, i primi amministratori, penso alle giunte Crespellani o Corrias, hanno posto i problemi con grande grinta, costringendo lo Stato a riconoscere un debito storico verso la Sardegna che aveva subito un’emarginazione che ne aveva ritardato lo sviluppo e il riequilibrio con le altre regioni. Riconoscimento che si è tradotto nel Pano di Rinascita. Purtroppo finanziato con somme insufficienti che il governo ha sin da subito considerate sostitutive degli stanziamento ordinari. In effetti la Rinascita è stata un nuovo e peggiore inganno . E a ben guardare il Piano di Rinascita abbiamo avuto meno di quel che avremmo avuto con gli stanziamenti ordinari.
    E in termini di responsabilità, questo mezzo secolo?
    La colpa è di noi sardi che siamo sempre stati disuniti. Cent’anni fa un grande federalista come Gian Battista Tuveri diceva che la debolezza della Sardegna è la conflittualità dei sardi. Il nostro provincialismo non s1 esprime tanto nella pochezza dei valori culturali e intellettuali, quanto in questa conflittualità interna. L’unità dei sardi è la forza che li rende vincenti, lo dico con assoluta certezza. E lo dico per l’esperienza che ho fatto al la guida della Regione, cominciata con una polemica durissima verso i poteri centrali (ero stato trattato da “mezzo terrorista” da De Mita mentre l’ex presidente Leone avèva scritto che ero colpevole di reati da ergastolo) ma nel corso di quella legislatura sia il governi che i managers dell’ industria pubblica non hanno chiuso qui neppure una linea di produzione o una miniera, anzi abbiamo riaperto le miniere del carbone chiuse da molto tempo. Alla fine di quei cinque anni la Perché,secondo lei?
    Perché manca un tessuto connettivo. sociale nel quale tutti questi settori interagiscano nel processo decisionale. E’necessario che riescano a dialogare tra loro dato che sono necessariamente interdipendenti. Mancando questo dialogo ognuno di questi settori continua invece a dipendere da Roma, ciascuno si scava la sua piccola nicchia mantenendo un cordone ombelicale con il suo referente romano; così si resta sudditi, non si forma un gruppo dirigente che assuma su di sè la responsabilità delle decisioni. Perché l’autonomia non è solo libertà, è prima di tutto responsabilità.
    – L’autonomia, appunto,che ha cinquant’anni si può fare un bilancio?
    La Regione ha avuto dei momenti altissimi. i primi dieci anni sono stati fervidi, pieni di iniziative, i primi amministratori, penso alle giunte Crespellani o Corrias, hanno posto i problemi con grande grinta, costringendo lo Stato a riconoscere un debito storico verso la Sardegna che aveva subito un’emarginazione che ne aveva ritardato lo sviluppo e il riequilibrio con le altre regioni. Riconoscimento che si è tradotto nel Pano di Rinascita. Purtroppo finanziato con somme insufficienti che il governo ha sin da subito considerate sostitutive degli stanziamento ordinari. In effetti la Rinascita è stata un nuovo e peggiore inganno . E a ben guardare il Piano di Rinascita abbiamo avuto meno di quel che avremmo avuto con gli stanziamenti ordinari.
    disoccupazione era scesa dal 24 al 19 per cento, che è sempre moltissimo, ma sono cinque punti in meno. L’occupazione era aumentata di 48.000 uriità».

  • Vale anche per il suo partito?
    Non siamo stati capaci di assolvere a ruolo protagonista fervidamente propositivo, proprio in questa fase di odierna costituente.
    Da dove è possibile ripartire secondo Lei?
    Ciascuni deve ripartire da casa, dalla realtà nella quale è chiamato ad operare. Prima di tutto creae le condizioni dello sviluppo della propria area, cercare di far crescere i valori non solo dell’economia ma della dignità sociale. E le risposte devono essere diverse da zona a zona. Si deve creare un popolo di protagonisti che si sentano responsabili di un processo di sviluppo e di crescita. E che quindi esprima una classe dirigente, perché noi una classe dirigente non l’abbiamo; questo il vero dramma. Abbiano uomini di grande valore, in tutti i campi, dall’arte alla scienza, alla politica, all’imprenditoria non abbiamo una classe dirigente.

  • Propongo per tutti una vecchia intervista al Leader sardista Mario Melis. Mi sembra di un’attualità sconcertante.

    Da La Nuova Sardegna del 14 Febbraio 1998
    Mario Melis , riportare il sardismo alla Politica
    Serve federalismo non solo assessori
    Intervista di Mario De Murtas

    Non ha reticenze, Mario Melis, nel ribadire le critiche che aveva già mosso ai dirigenti del suo partito’ in un intervento su questo giornale, ma soprattutto chiede un ritorno a una politica che voli alto, sopra il groviglio dei piccoli giochi di potere.«Abbandonarsi a gratitudine, insultanti aggressività nei confronti di altri sardisti o anche di avversari politici -dice il vecchio presidente sardista della Regione – dà sfogo a risentimenti personali ma dimostra in modo spettacolare il vuoto, il deserto di idee che guida questo gruppo politico».
    -D. Le pare cbe in questo momento il Psd’Az abbia smarrito, in parte o del tutto, la sua identità, anche in termini di collocazione politica?
    «Assumere responsabilità di governo o ruolo di opposizione non è fatto necessariamente ideologico ma eminentemente politico. Una volta definiti i programmi, partiti di tradizione democratica come Pp, lo stesso Pds, il Cdu, il Patto Segni, i diniani,possono considerarsi dei validi alleati coi quali percorrere una parte del difficile cammino verso l’autonomia e il progrèsso. Resto perplesso su Alleanza Nazionale per i suoi precedenti ideologici e Forza Italia perché si in convulsa improvvisazio­ne per la difesa di un certo tipo di aziendalismo rampante che ha valori ideologici ancor oggi, indecifrabili. Ho più volte sollecitato l’uscita dei partito dalla maggioranza regionale quando appariva ormai chiaro che la giunta non riusciva a proporsi al governo dello Stato come interlocutore di pari dignità. D’altra parte i partiti che la costituivano dimostravano scarso interesse per temi sardisti di maggiore attualità: federalismo e zona franca; salvo alcune generiche affermazioni di orientamento , questi due fondamentali obiettivi venivano contrastati specie dall’allora assessore alla programmazione. Uscire dalla maggioranza denunziando questo stato di cose avrebbe costituito un chiaro messaggio verso il popolo sardista e un ammonimento per una vigorosa azione di proposta e contestazione verso i poteri centrali dello Stato. D1 fatto l’uscita dalla maggioranza è stata motivata da considerazioni deludenti che hanno spento ogni empito politico e ideologico (non accettavano la riduzione degli assessorati da due a uno!)>>.
    D. Lei trova che questa povertà ideoloca e politica sia un dato specifico del Psd’Az o che, almeno a livello regionale, sia più generale?
    «Ho l’impressione che il fenomeno ha attraversato il partitismo italiano nel suo complesso, infettato da una crisi involutiva così diffusa e intensa da determinarne la disgregazione; è fallita la politiCa. che avevano sviluppato in questi cinquant’anni di vita repubblicana. In effetti avevano minato alla base l’organizzazione dello stato perché, pur avendo dato vita al parlamento, si so­ no sostituiti ad esso. Questo ba sottratto ai cittadini il controllo democratico delle decisioni e delle politiche ed ha favorito processi involutivi che poi si sono tradotti in quella gestione di tipo elettoral partitico (non di rado privatistico) del potere che è degenerata in Tangentopoli; fenomeni dicor­ ruzione diffusa che hanno portato alla paralisi sostanziale dello Stato. Quello che è fallito, secondo me, è il tipo di Stato centralistico, che colloca il vertice del potere statale lontano, irraggiungibile e incontrollabile dai cittadini. Oggi si pone il problema politico di restituire al popolo la sua sovranità. A ben guardare su questa fondamentale esigenza si fonda: risorgere cos1 diffuso dell’istanza al federalismo
    -D. E’fallito lo stato centralistico, però non sembrano alle viste i segni di un federalismo sardo trionfante, né come figure né come idee .
    <<E' vero:dopo il crollo delle ideologie c'e stato un disamore per la politica, un disperdersi , una caduta dell’interesse della politica. I vecchi partiti sono diventati ferrivecchi , non più agibili , né più utilizzabili. E quelli nati dalla loro disgregazione stanno soltanto cercando di impossessarsi di una quota di potere per gestirlo e consolidare la forza. Tutti a parole , sono federalisti; non c’è partito che non si dica federalista ma non c’è partito che abbia fatto una proposta che assomigli pure di lontano al federalismo. Si limitano a parlare di deleghe di poteri ma sulle grandi scelte , sulla ripartizione delle risorse , le direttive sul bilancio dello Stato, l’individuazione dei mezzi sono avocati ai vertici dello Stato riservando agli enti territoriali puri compiti attuativi riservando agli enti territoriali puri compiti attuativi».
    -Vale anche per il suo partito?
    <>.
    -D. L’autonomia, appunto,che ha cinquant’anni si può fare un bilancio? :,
    •<>.

  • Caro Onorevole, si è vero il sito è colmo di contenuti ma purtroppo non sempre riesco a trovare ciò che cerco (per esempio la confutazione di alcune tesi di Pigliaru, ma è solo un esempio e non vuole essere polemico per nessuno).
    Un testo sarebbe estremamente utile: faccia sapere dove è possibile acquistarlo.
    Grazie.

  • Gianni Benevole

    Sarebbe possibile avere conferma della sua pubblicazione sul sito? A mio avviso, Caro RR, il miglior dato è all’evidenza di ognuno di noi ed è rappresentato dalla tangibile, disastrosa condizione in cui versiamo !

  • Riccardo, questo sito è on line da sette anni. Ci sono più dati qui dentro che in molte pubblicazioni. Cerca. Noi, dal canto nostro, stiamo predisponendo un libro che, credo e spero, uscirà a settembre.

  • Gianni Benevole

    Autonomia è maggiore democrazia, perché mette a contatto più diretto e immediato il popolo, in ogni suo nucleo, cittadino o rurale, nel controllo e nell’iniziativa, con i propri rappresentanti. È la domanda che ha subito la risposta, sul luogo, nel luogo, entro i limiti della legge. L’autonomismo e il federalismo costituiscono la democrazia della civiltà moderna“. Così nel suo pensiero Emilio Lussu, che, nel 1947, sottolineava la necessità di distinguere i concetti di autonomismo, inteso come decentramento, e di federalismo. Discutere di indipendentismo significa prevedere un passaggio netto, ulteriore, riprendere in mano, ancora più incisivamente, la Questione Sarda e decretare il definitivo fallimento degli oltre 60 anni di riforme costituzionali e di autonomismo (formale) che la nostra classe politica, evidentemente, non ha saputo cogliere e interpretare al meglio. Mi incuriosisce l’esempio di Malta che coraggiosamente, nel 1964, ha trovato la forza di affrancarsi dal Regno Unito, a sua volta svincolato dall’Europa, per entrare direttamente a far parte dell’Unione Europea a pieno titolo, con prerogative proprie, non mediate, ma da condurre e portare avanti con le proprie sembianze. Condivido pienamente ed anzi ritengo che la capillarizzazione sia necessaria e non solo auspicabile.

  • Paolo, necessitiamo di maggiori dati oggettivi da contrapporre ad argomentazioni italiote dei nostri corregionali.
    Necessitiamo di fonti storiche e dati numerici, di cui sia ben nota e ineccepibile la fonte.
    Troppo spesso mi trovo ad essere a corto di argomenti a causa della mancanza di informazioni nonostante – credimi – legga e studi molto e da molto tempo.
    Cosa si può fare?

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