Proviamo a considerare i test Invalsi non come oro colato della realtà delle nostre scuole, ma almeno come seri indizi della qualità della formazione primaria e secondaria.
La Sardegna ha rivelato un gravissimo deficit nelle competenze di base di matematica e di comprensione del testo.
Si aggiunga che il Rapporto Crenos ha mostrato come le Università sarde attraggano solo studenti sardi e non tutti.
Non solo: il loro numero è tale forse da portare in equilibrio un solo ateneo regionale, qualora esistesse, ma non certo i due attuali, i quali sopravvivono solo grazie ai finanziamenti regionali. In poche parole: le università sarde sono costrette a accogliere e promuovere, se vogliono continuare ad esistere, gli studenti che si iscrivono, qualunque sia la loro preparazione di base.
Il risultato è con certezza quello di molte, non tutte, lauree minotaure, nelle quali una patina specialistica si somma a un abisso di ignoranza.
Se è dalla notte dei tempi che gli uomini colti si dividono in istruiti e dotti, con i primi che conoscono perfettamente e esclusivamente i manuali che hanno studiato per superare gli esami e i secondi che cercano ogni opera e leggono tutti i libri che possano aiutarli a capire e spiegare la realtà (questo enigma posto tra conoscente e conosciuto), la nuova categoria di dottori e di professionisti è prevalentemente data da ignoranti abissali con altissime specializzazioni di settore.
I sintomi diffusi di questo abbassamento generale dei livelli di cultura si colgono moltissimo nella sintassi di testi di diverso genere, dalle relazioni professionali specialistiche a non pochi articoli scientifici che tendono sempre più a usare strutture connettive miste tra italiano e inglese, che snobbano l’obbligo della chiarezza del pensiero a monte della linearità espressiva e che ormai hanno abbandonato la frase come struttura fondamentale dell’espressione, a favore dell’ircocervo fatto di immagini e didascalie, evoluzione-regressione verso i pittogrammi primitivi.
La prima conseguenza di una situazione così difficile da decifrare e così drammatica è l’incapacità di mettere al centro ciò che è strategico rispetto a ciò che è solo importante, o peggio, marginale.
Lo si vede nel ceto politico sardo: non è centrato, né concentrato, su ciò che è decisivo, mentre è attratto dall’effimero, dalla moda passeggera nella quale esige di essere iscritto. Si pensi a un solo dato (per trascurare il basso numero di laureati che oggi siede in Consiglio regionale o il percorso tortuoso con i quali taluni sono giunti alla laurea): si è approvato in una commissione del consiglio regionale sardo una proposta di legge sul fine vita, e ciò è accaduto nella regione d’Italia che ha più bisogno di nuovi nati.
Dobbiamo attrarre popolazione e ci concentriamo sulla buona morte. Non che io dissenta dall’obbligo di civiltà di assistere e di rispettare le scelte di chi vive in condizioni di drammatica sofferenza (d’altra parte anche l’arcivescovo di Cagliari, dinanzi a queste iniziative, piuttosto che parlare della cultura della vita ha raccomandato il rafforzamento della rete degli hospice, cosa sacrosanta, ma….), però il problema è sapere identificare la rotta e non farsi distrarre da qualsiasi proposta attraversi l’orizzonte.
Il dato centrale, però, è per me avere la certezza che un’alta percentuale dei miei studenti non capiranno i testi che io gli sottoporrò né, forse, la mie lezioni. Non solo: essi forse non leggeranno mai i romanzi e le poesie, non vedranno mai i film, non ascolteranno mai le musiche che hanno fatto l’Europa. Si laureranno leggendo solo, e con fatica, i pochi manuali della laurea triennale e i testi appena più difficili della magistrale.
Come posso fare per accendere la loro curiosità e colmare i loro vuoti?
Come posso fare a rendere disponibile il canone della cultura europea?
Come posso insegnare loro come sta nel Mediterraneo e nel mondo un mondo particolarissimo e differenziato come la Sardegna?
Avrei bisogno di politiche di vasto respiro nelle quali inserirmi, ma non esistono.
Avrei bisogno di luoghi di discussione orientati al dono di sé e non alla competizione, ma sono irrisi.
Avrei bisogno di uno Stato che sussidiariamente intervenga a garantire i diritti e invece vivo in uno Stato che affida la qualità alla competizione dei progetti, trasformando il mondo degli studi in un mercato dell’offerta meglio presentata, del risultato atteso più accattivante, del contenuto di pensiero come prodotto commerciale.
Gli autori italiani più letti all’estero sono dante e Gramsci, ma fra un po’, in nome dell’internazionalizzazione, saremo costretti a parlarne in inglese e non in italiano. Siamo contro l’omologazione, ma siamo costretti a tradurre tutto in inglese, senza alcuna politica di resistenza alla lingua dell’impero di plastica. Il linguaggio è una cultura: quello che si usa, cambia i connotati di ciò di cui parliamo.
Posto che non ho dunque alcuna fiducia nello Stato, reagirò sul piano personale.
Inizierò le lezioni un mese prima facendo di settembre un lungo periodo di riallineamento.
Lo so, è nulla, ma è l’unica cosa che un sistema impazzito consente di fare, perché la ritiene innocua. Non vedo altra strada che quella di ripristinare un esempio di società cambiata che riporti in vita il fascino del rapporto docente-studente, il quale, piaccia o non piaccia, è un rapporto amorevole. Per insegnare bisogna amare (oltre che, ovviamente, sapere), bisogna avere il piacere di donarsi.

Penso che quando dicevano che la scuola primaria italiana fosse “la migliore del mondo” in realtà la stavano rovinando o l’avevano già fatto con programmi astrusi basati sull’acquisizione di non ben chiare “competenze” e materie che definirei inutili alle elementari (es. scienze sociali e tecnologia), se poi i bambini in quinta non sanno le tabelline, non sanno scrivere, fare temi e riassunti, non conoscono la geografia -> quelle conoscenze di base che poi alle medie pesano e alle superiori portano a quei risultati disastrosi in matematica e italiano (!) e allo sconforto degli insegnanti che si accorgono dell’ignoranza dilagante. Purtroppo lì non si può fare molto per recuperare e bisogna sperare in insegnanti motivati e motivanti.
Credo però che siamo a un punto di svolta: ormai la situazione della scuola e soprattutto la scarsa preparazione dei ragazzi sono evidenti e in tanti ci si sta interrogando con preoccupazione. Quello che manca è il versante politico, che dovrebbe porre di nuovo al centro la formazione dei cittadini, piccoli e grandi, partendo finalmente dalle conoscenze necessarie per campare e dare il proprio contributo, al di là di “progetti” e “obiettivi” di apprendimento e “Inclusione” che a ben guardare puntano al loro opposto.
Grazie per tutti i commenti: una discussione domenicale molto interessante!
però stanno creando l’università diffusa Olbia, Nuoro, Oristano ed dulcis in fundu Asuni serviranno a qualcosa ????
Tutti parlano come se il disastro fosse nato per negligenza di altri. Non è vero, è stato creato con la compartecipazione di molti. Il degrado della scuola secondaria è iniziato a partire dagli anni ’70 con gli infausti Decreti Delegati. I genitori hanno iniziato a partecipare con tattiche manipolative dei professori. Diciamo la verità: ad iniziare dal ceto medio. I meno abbienti erano molto rispettosi del lavoro altrui. Ma chi aveva una posizione, fosse stato anche essere maestro elementare, riteneva che i propri figli dovessero essere premiati sempre e comunque e non punivano i figli bulli. I prof., legati spesso da amicizia, cercavano di barcamenarsi, spesso diventando co-bulli. La situazione è andata nel giro di un decennio peggiorando. I figli di tutti non erano valorizzati, compresi, il metodo del prof. era sbagliato. Tutto è diventato diplomazia, a volte ingiustizia: ricordo ancora le interrogazioni per alcuni dopo avviso, poi con gli argomenti segnati. Chi poteva pagarsi le lezioni private, chi andava a piangere dai prof. in privato ed in pubblico perché un voto alto ad un altro significava umiliare gli altri. Almeno cinquant’anni fa è iniziato il degrado: non credo che i legislatori avessero previsto. E’ stata l’arroganza dei ceti più alti, assurta poi a modello di tutti. La squalificazione dei prof. era già iniziata, peggiorata sotto Berlusconi, con attacchi che partivano dalla stessa istituzione che chiedeva di essere servita. In un attimo, la qualificazione professionale non era più bastevole, anzi, poteva ritorcersi contro i prof. Dovevano essere psicologi, coach, facilitatori, manager, piccoli imprenditori al servizio del cliente-studente. Da ciò nasce il degrado: dall’arroganza di alcuni ceti privilegiati, che volevano comandare su tutto, dall’imitazione dei ceti più bassi, da un attacco politico verso l’istruzione (gli ignoranti sono governabili: se ne incoraggiano la volontà di bullizzare l’altro, di riuscire senza sforzo).
Che è restato dei professori onesti: davvero poco. Stretti fra i manager (presidi, coordinatori, rettori, manager didattici) e studenti, oggetto di puntigliosa attenzione e false valutazioni nei questionari, la loro è una lotta quotidiana per svolgere al meglio il loro lavoro. Riconosciuto? No, puntualmente negato, vilipeso dai loro stessi colleghi in assurda competizione. Cosa li fa andare avanti? Essere fedeli a ciò che è stato insegnato, perciò ‘vecchio’, ma ancora ciò che può farci uscire dallo stallo. L’onestà, la resistenza al potente che inquina i valori e le classifiche. Quando questi pochi andranno via, pensate che chi ha vinto saltando ostacoli, ricorrendo alla raccomandazione, costruendo trappole per gli altri, pensate che potranno costruire un mondo onesto? L’hanno irriso! Scusate, ma questa è la mia opinione.
cominciamo dal basso
strappiamo via dalle mani dei bambini lo smartphone
Non riesco a essere in disaccordo con Lei Dott. Maninchedda ha fotografato una situazione vergognosa, al limite del collasso, anzi direi che ci siamo . Mi chiedo anche che ,se il suo “malumore” chiamiamolo cosi, avesse la possibilità di una diffusione a livello Nazionale e non solo , sarebbe da utilizzare per dei convegni diffusi con tantissimi mea culpa da recitare, in primis le famiglie, poi la Società e quell’orda di politici che hanno contribuito all’attuale sfacelo. Come dicono gli arabi, se non si torna ad andare col cammello, non si capirà che nella vita bisogna soffrire prima toenare ad andare in Mercedes. Un caro saluto.
Per ora Invalsi è solo liturgia ministeriale. Anche i test precursori, quelli OCSE_PISA. davano gli stessi risultati circa 25 anni fa. Il problema dunque parte da diagnosi, prognosi e terapie (scorrette o imperfette…si scelga) del precedente periodo. Il buonismo iperpedagogista ministeriale della fine del XX secolo, sommato a un invecchiamento complessivo delle strutture, dei programmi, del materiale umano e all’approfondirsi dei divari geografici sono stati il brodo di coltura di questo esplicito declino. Il deficit matematico va di pari passo col deficit di comprensione logica dei testi e di sviluppo di analisi logico consequenziali nei processi di apprendimento. I miei studenti di prima superiore non sanno studiare, non hanno acquisito un metodo che sia diverso da quello mnemonico. Anche quelli diligenti. Non so di chi sia la responsabilità, cioè da dove parta . Ho solo qualche ipotesi su cui si discute da tempo senza costrutto ma in genere l’eccesso di autoreferenzialita di ogni scuola (infanzia, primaria, secondarie) fa evitare che si arrivi al dunque.
Di certo al più prendiamo atto delke criticità e finisce li. La domanda quindi è “A che serve acquisire serie di dati statistici se non siamo in grado di stabilire diagnosi certe per proporre terapie efficaci?”. Domina il politicamente corretto in tutti i governi e i due ministri attuali hanno pure, come e più di altri, l’aria da saputelli fanfarroni. Quindi sono patetici.
Le Università sarde suscitano imbarazzo. Declamano numeri al vento e successi al vanto. Anche loro sanno muoversi sul demagogico spinto. Sono attrattive, inclusive, accattivanti, instagrammatiche, direi perfino very easy, very friendly e very smart per sottolinearne il valore in melensi termini social. Ho rispetto di quel 30% di ricercayori/docenti che ha fatto sempre il proprio mestiere in silenzio e senza bisogno di altro che passione per ricerca e didattica. Ma fatemi dire che oramai non se ne può prorio più della demagogia accademica e della scopiazzata politica dei grandi eventi dati in pasto gli studenti vuoi con i concerti (ATHENEIKA), vuoi con i ricorrenti roboanti raduni pro specifico marketting settoriale (i giorni scorsi l’ennesima messa in scena ad Olbia sulla rigenerazione urbana…..alla faccia!).
Mi chiedo cosa sarebbe per gli studenti di oggi, provenienti dalla filiera di oggi, questa plastica Università ispirata ai successi numerici, se oltre a quel 30% non ci fosse Erasmus etc. ossia l’Europa che stimola un pochino.
Egr Prof,
Il suo commento odierno mi ricorda un uragano dei Caraibi o un incendio della foresta amazzonica! Tanto è condivisa la Sua analisi che, per Sua fortuna e di tutti, non faccio alcuna considerazione sui singoli argomenti trattati, anche se, alcuni aspetti secondari e marginali meriterebbero una riflessione, forse dovuti alla Sua vis analitica ma che, riconosco, anche più
“dolci” commentatori potrebbero condividere.
I nostri difetti e le nostre carenze hanno radici profonde e antiche. Spesso sono conseguenza di un benevolo commiserarsi della nostra condizione generale che ci porta, per non infierire, a non approfondire la realtà delle cose che viviamo e ci circondano .
Faccio un banale esempio.
Sovente si afferma che la Sardegna per i suoi. paesaggi selvaggi terrestri e marini è l’ isola più bella del mondo ! Poi parlando con alcuni di essi si accerta che non sono mai stati in Corsica, in Sicilia, o nelle altre isole del mare nostrum e non hanno mai superato le colonne d’Ercole! Ecco, a noi manca la cultura del confronto e non per l’isolamento geografico, ma per questioni culturali e, sovente, pensiamo che sia sufficiente una norma legislativa a farci progredire. Purtroppo non è così semplice e talora la crescita sociale e culturale di una comunità necessità di profonde riflessioni e di una presa di coscienza che non si esaurisce nel giro di pochi anni !! Ed anche nella didattica, argomento che a Lei sta tanto a cuore, dalla scuola primaria all’università, c’ è ancora tanta strada da fare!!
Cordiali saluti
Professore da una parte rendo onore alla sua onestà intellettuale ma da’altra parte è doveroso essere chiari: sono almeno due lustri che le università sarde accettano tra i loro allievi cani e porci perchè si ragiona in funzione dei contributi pubblici.
P.s : ho seguito recentemente per curiosità un esame di una materia storica dove è stato regalato un 20 a uno studente che non era in grado di dare una corretta collocazione temporale al non expedit di Pio IX, semplicemente perché non sapeva cosa fosse , che confondeva Vaticano I e Vaticano II e chè credeva che Cavour all’epoca fosse ancora vivo….
E qui mi fermo per carità di patria….o meglio di università….
Quando ho sentito la notizia, nei gg scorsi, sono rimasto allibito, ma non del tutto sorpreso, perché c’erano già state delle avvisaglie, in precedenza.
Ho fatto delle riflessioni per tentare di capire il fenomeno, senza risultati interessanti…
Però mi sono chiesto ” ma non è che nel sistema scuola c’è qualcosa che non va ? ” io lo penso !!!
Quel che dici è vero soprattutto nella parte in cui lamenti la mancanza di “politiche di vasto respiro nelle quali inserirmi” e che drammaticamente confermi che “non esistono.”
Il problema è che si continua a pensare alla scuola come un compartimento a sé stante, che deve pensare all’istruzione in termini di possesso di nozioni e informazioni, invece che pensarla come parte e riferimento di tutti i processi evolutivi, culturali, sociali, produttivi, economici, … della società e della vita dell’uomo. La nostra crescita, quella della Sardegna svilita dai test Invalsi, per intenderci, passa da questa strada Abbiamo disconosciuto da molto tempo gli obiettivi del terzo millennio delineati nel Libro Bianco e nella strategia di Lisbona, e staccato la scuola da tutti i processi di crescita, relegandola nelle aule dove la.coaa più importante è prendere un voto. Ma non ci si può appassionare alla lettura in questo modo, o interessarsi delle arti, della storia, di tutto quanto anima il nostro vivere, riducendolo al bisogno di un blvoto all’interrogazione o all’esame!!!
Persino oggi quando si parla di creare – finalmente! – una legge regionale sulla Scuola, non mi pare che si parli di questo, ma al contrario di un sistema di sostegno economico a pratiche dimostratesi poco efficaci, proprio perché staccate da ogni altro tipo di politica sociale. Fintanto che la Scuola, intesa come spinta e accompagnamento alla crescita e alla realizzazione dell’individuo, non sarà il collante trasversale di tutte le decisioni politiche, la visione di tutti gli assessorati, di tutti i ministeri, continueremo a vedere sistemi meramente addestrativi per poter dare delle risposte effimere a dei test che garantiscono il miglior risultato col minimo sforzo.
Abbiamo bisogno “𝘥𝘪 𝘳𝘪𝘱𝘦𝘯𝘴𝘢𝘳𝘦 𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪𝘢 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘱𝘳𝘰𝘨𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘦𝘥𝘶𝘤𝘢𝘵𝘪𝘷𝘰 𝘥𝘪 𝘷𝘢𝘴𝘵𝘰 𝘳𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰, 𝘢 𝘧𝘪𝘨𝘶𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘦𝘥𝘶𝘤𝘢𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘵𝘵𝘳𝘢𝘷𝘦𝘳𝘴𝘪𝘯𝘰 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢 𝘦 𝘴𝘰𝘤𝘪𝘦𝘵𝘢’, 𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢𝘯𝘦𝘪 𝘪𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘭 «𝘮𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢» 𝘮𝘢 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘪𝘯𝘪𝘻𝘪𝘢𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘦𝘥𝘶𝘤𝘢𝘵𝘪𝘷𝘦, 𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘢 𝘮𝘢 𝘢 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘦, 𝘭𝘪𝘣𝘦𝘳𝘢 𝘤𝘪𝘢𝘴𝘤𝘶𝘯𝘢, 𝘯𝘦𝘪 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘭 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘱𝘰𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘳𝘮𝘦 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘪, 𝘥𝘪 𝘳𝘦𝘪𝘯𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘪 𝘱𝘦𝘳𝘤𝘰𝘳𝘴𝘪 𝘧𝘰𝘳𝘮𝘢𝘵𝘪𝘷𝘪…. 𝘌’ 𝘶𝘯 𝘭𝘶𝘯𝘨𝘰 𝘦 𝘥𝘪𝘧𝘧𝘪𝘤𝘪𝘭𝘦 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘤𝘪 𝘵𝘰𝘤𝘤𝘩𝘦𝘳𝘢’ 𝘯𝘦𝘪 𝘱𝘳𝘰𝘴𝘴𝘪𝘮𝘪 𝘢𝘯𝘯𝘪” (dalle sagge parole di Goffredo Fofi, appena scomparso)
Caro professor Maninchedda, concordo appieno con il contenuto del suo articolo, ma alle domande che lei si pone, su cosa possa fare personalmente per rimediare alle carenze di base dei suoi studenti, le rispondo secco: nulla.
Lei ben sa, che quando un ragazzo si iscrive all’università, portandosi dietro carenze profonde derivanti da una scuola secondaria (media e liceale) che non ha minimamente ottemperato al compito che le spettava – ovvero condurre ad una maturità reale e a quel minimo di crescita culturale che permetta di seguire con profitto un corso universitario, non c’è più niente da fare (come diceva il verso di una nota canzone degli anni ’60).
Sinché questo Stato disastrato non cambierà rotta – cosa che credo sia assai difficile – ripristinando la funzione primaria della scuola, ossia formare cittadini istruiti e possibilmente colti, attraverso la disciplina, il senso del sacrificio e (senza ipocrisie) la selezione, non sarà possibile ottenere niente.
Per fare ciò, si deve anzitutto ribaltare il paradigma vigente della scuola inclusiva ed egualitaria, nel senso in cui lo intende la sinistra, la quale non ha fatto altro nei decenni passati – una volta incistatasi efficacemente nell’istituzione pubblica – che smantellarne serietà, sobrietà e senso del dovere. In tal modo, seguendo la propria ideologia e parte anche del pensiero cattolico (vedi Don Milani), i “sinistri” sono riusciti a creare un popolo di giovani semianalfabeti a loro funzionale, giovani che, a loro volta, sono diventati pessimi maestri, esaltando ancor più le diseguaglianze sociali tra chi proveniva (o proviene) dai ceti meno abbienti con i “pargoli” delle famiglie più facoltose.
Ovviamente ora non basta solo ritornare “a s’antiglu” : al ripristino della serietà nella scuola occorre – per vero senso di uguaglianza dei diritti dei cittadini – abbinare la sussidiarietà a carico dello Stato che consenta a chi non ha i mezzi (economici o culturali di base), ma solo a chi ne è realmente meritevole per dote naturale o per ambizione e determinazione, di avere quanto occorra a poter accedere – con successo – alla scuola pubblica così riformata.
In attesa che si compia questo sogno, la saluto cordialmente.
Piccolo aneddoto su come si può arrivare all’università da totali ignoranti, e non da oggi: una ventina di anni fa mi reiscrissi all’università per soddisfare una vecchia passione per scienze politiche; chiesi le 150 ore e frequentai per quanto possibile ; alla fine del ciclo delle prime lezioni, il professore diede le indicazioni su come si sarebbe svolto l’esame (scritto) e terminò dicendo : “ vi ricordo che la e congiunzione va senza accento mentre è verbo vuole l’accento; se mi sbagliate queste con me l’esame non lo passate”. Evidentemente non era un caso isolato.
“In poche parole: le università sarde sono costrette a accogliere e promuovere, se vogliono continuare ad esistere, gli studenti che si iscrivono, qualunque sia la loro preparazione di base”
Egregio Professore, questa, che l’università sarda subisce oggi, non è nient’altro che l’onda lunga che ha già travolto la scuola superiore (e le scuole medie prima). Ne parlai una ventina di anni fa con un mio amico (oggi illustre docente universitario), avvertendolo del pericolo incombente. Alzò spallucce, convinto che questo virus non li avrebbe mai intaccati,
“Per insegnare bisogna amare (oltre che, ovviamente, sapere), bisogna avere il piacere di donarsi”.
Parole che andrebbero scolpite nel granito, alle porte di ogni edificio scolastico e universitario. Ma se prova a pronunciarle in un collegio docenti o in un dipartimento rischia seriamente il linciaggio. Non sto a dirle il perché, ma credo che la sua esperienza gliel’abbia fatto capire ad abundantiam.
Il test INVALSI a lungo è stato contestato perché ritenuto un metro di valutazione non già del livello di conoscenza dello studente, bensì della capacità professionale del professore. Che lo si prenda da un verso o dall’altro è il segno del progressivo decadimento della qualità della scuola e non basta tinteggiare le pareti delle aule o comprare nuovi banchi per dire che si sta investendo nell’istruzione. A proposito di leggi regionali .. a che punto è la cd legge sulla scuola? E’ importante che se ne approvi una con la forza che la situazione attuale merita
Bellissimo articolo. Deprimente, ma vero. Aggiungo che i risultati dell’Invalsi sono seppelliti da un silenzio generale. Così come sotto silenzio e’ la scomparsa delle due università sarde tra le prime 1400 università del mondo. Nel 2012, l’Ateneo di Cagliari risultava tra le prime 500. Ma nessuno si chiede il perché di un simile collasso.
Sacru e santu, Paulu!
Est totu e sempre de prus a cùrrere e a bìnchere, totu a “clic” e a “touch”, a “like” “no like”, totu a “fan” chentza ischire proite, a inue e ne pro fàghere ite, ma totu “light”, e de su no ischire a su no ischire no est cambiadu meda, fossis su chi at cambiadu de prus est sa presuntzione, chentza laudatores temporis acti (e de su restu, própriu in Sardigna sos Sardos no amus mai presu sos canes a sartitza, e totu su prus nos lassamus impicare cun totu sas funes a su corru mannu de sa furca “light”).
Sono 20 anni ormai che l’Invalsi fotografa la situazione scolastica, fotografia che poi il decisore politico evidentemente si appende a conca e letu; ormai è un test buono per riempire qualche pagina di giornale e qualche talk show di presunta informazione. Vent’anni in cui peraltro si dice sempre la stessa cosa: la scuola, salvo lodevoli eccezioni, è in linea di massima strutturata in modo classista (nord-sud, centro-periferia).