Arriva il magazzino (!!!!!) di Ikea e chiudono una trentina di commercianti di mobili

10 ottobre 2013 19:549 commentiViews: 324

La grande notizia dell’arrivo del magazzino di Ikea in Sardegna ha entusiasmato tutti gli amanti del design a buon prezzo. Si ripeterà così la grande ipocrisia, intuita scientificamente da Calvino e ideologicamente e poeticamente da Pasolini, per cui gli stessi che si trasformeranno in avidi e asserviti consumatori, scenderanno poi in piazza contro i mostri della globalizzazione. A me vedere i contestatori del sistema essere anche i maggiori fruitori dell’ i-phone-che-ti-porta-anche-il-sedere-in-bagno, magari assemblato in qualche fabbrica della schiavitù cinese, mi gira potentemente le tasche. È incredibile vedere come si ritenga compatibile una militanza civile impegnata nella solidarietà e nell’impegno civico con abitudini edonistiche, con consumi immotivati, con l’asservimento ai marchi di grido. Tutti si vogliono sentire integrati nel sistema dei ricchi e li emulano nei consumi, nel modo di parlare, nei simboli. Una vera distruzione del valore dei singoli a favore dell’uniformità conflittuale delle file ai centri commerciali. Dobbiamo veramente riprendere in mano le briglie di un impegno culturale e educativo affidato oggi alla Tv, alla rete e alla giungla delle solitudini sociali in perenne conflitto tra loro. Nel frattempo, compriamo i mobili altrove, non all’Ikea. Proviamo a farlo pensando che un mobile comprato da un commerciante sardo produce più lavoro, più ricchezza, più valore. Un mobile comprato nel magazzino Ikea soddisfa, forse, solo una nostra esigenza.

9 Commenti

  • Colpo Grosso

    Almeno apparentemente e nel breve-medio periodo, le multinazionali fanno risparmiare il cliente finale, oltreché se stesse.

    Probabilmente ogni sardo dovrebbe comprare prodotti sardi per quanto può, ma in un mondo in cui i soldi sono quasi tutto, per giungere all’idea “spendo di più ma compro sardo” serve secondo me una spinta che al momento è necessariamente ideale/ideologica.
    Questo perché ciò significa ovviamente fare rinunce, significa (per il singolo) avere meno in termini quantitativi, meno beni, meno servizi, meno capacità d’acquisto.
    Finché i soldi sono più che sufficienti, si può anche fare, quando i soldi sono scarsi e/o si possiede culturalmente una propensione al risparmio altissima si va al discount, si va all’Ikea, si va al supermercato e non alla bottega sotto casa.
    Credo che a casa dei miei genitori non sia mai entrato un pezzo di carne comprata dal macellaio di paese e mia madre, nonostante un lavoro statale alle spalle (che lei non sente per niente sicuro), continua a risparmiare pure sulla carta igienica. Va condannata?

    FrancoM parla di prezzi alti per servizi scarsi. Ma come ho appena scritto sopra, spesso i prezzi alti sono un disincentivo a prescindere dalla qualità. Un risparmiatore non compra il Listerine, compra il collutorio di bassa qualità (niente marketing, etc) alla metà del prezzo.

    Ora, come si fa a convincere una persona ad acquistare sardo a prezzi più alti “per fare il bene della Sardegna”?
    Servirebbe quantomeno un compromesso tra consumatore e produttore.

    Arrivo al punto: esiste questo compromesso?
    Esiste questa “comunione d’intenti”?
    O (forse) usciamo da un campo di battaglia socio-politico-culturale dove l’imprenditore privato-ricco-evasore e il dipendente povero-sfruttato-risparmiatore sono in lotta perenne per spartirsi il plusvalore?

    Ecco, a me pare (ma forse è una cosa che è successa dentro di me e non fuori) che il conflitto di classe si stia raffreddando (non a caso l’estrema sinistra è sparita dal parlamento e dallo spettro mediatico delle opinioni), non perché sia migliorata la situazione economica della “classe proletaria” in senso lato (diciamo quelli che più di 2-3 mila euro tutti insieme non li vedranno mai nella vita) ma perché è peggiorata quella della “classe padrona” (padrona dei mezzi di produzione, quelli che 2-3mila euro li vedono anche in un giorno/settimana se va bene).

    Il conflitto si è raffreddato ma solo apparentemente: i continui attacchi irrazionali e miopi agli immigrati, agli zingari, all’unione europea, ai politici in toto, sono i sintomi del fatto che semplicemente “qualcuno” è riuscito a cambiare i frame di riferimento, ma ciò non è detto che duri e di sicuro una ferita non ne cura un’altra.

    Si può liquidare questa piaga, lo scontro di classe, questo aspetto importante della civiltà del secolo scorso, come appunto un fenomeno del passato? Non credo.
    Non lo credo perché il livello di tassazione e di intervento statale in Italia in svariati settori economici e della vita delle persone è talmente rilevante che fisiologicamente produce e produrrà ripercussioni sugli habitus sociali.

    Tutti si sentono giustamente derubati dalla stato, ed è qui forse che le energie dal conflitto di classe si spostano al conflitto con “la casta”.
    A parte questo però, ogni lavoratore dipendente si sente ancora giustamente derubato da un autonomo che non paga le tasse, perché lui non può evadere! (E con il nuovo isee ne vedremo delle belle!)

    Quindi, innanzitutto, in un sistema capitalista, è possibile stimolare/impiantare una mentalità che richiede come sua premessa un accordo tra classi sociali che per 100 anni si sono sputate addosso?
    Come estirpiamo l’evasione, ma anche l’invidia patologica per il successo (economico ma non solo), la schifosa tendenza a fingersi poveri per poter recriminare quanto e più degli altri, la mentalità per la quale in ‘azienda’ si cerca semplicemente di fare il meno possibile?
    Tutti questi fenomeni riguardano il rapporto tra le persone in quanto attori economici, le persone in quanto soggetti dentro la società.

    Sarò banale, ma la “sensibilità” verso i potenziali effetti delle proprie e altrui azioni nei confronti di quell’essere vivente chiamato comunità, è secondo me essenzialmente un fatto di istruzione.
    Ovviamente non dico che un laureato è automaticamente un buon cittadino o una persona generosa o un buon amico, ma per quanto l’istruzione continuerà ad essere così sottovalutata?

    Un tempo c’erano i partiti e le ideologie a dirti cosa era giusto fare, ora che le loro istruzioni non sono più affidabili né applicabili, chi offre a tutti noi i mezzi, gli spunti, le conoscenze utili a capire, per esempio, che comprare dal falegname è (a certe condizioni) meglio che comprare all’Ikea?
    Non penserete che questa sia consapevolezza diffusa!

  • Molti mobilieri sardi chiudono perché stanno praticando al massimo il 15% di sconto sui listini, mentre era il 50% negli anni ’80.
    Non espongono né vendono dopo aver fatto toccare con mano da tempo, vendono solo su catalogo quindi.
    Affidando il trasporto e il montaggio a dei cialtroni improvvisati che, tanto i mobili sono stati già pagati, riuniscono le parti con improbabili avvitatori elettrici e viti autofilettanti, rovinando così il mobile, se non l’hanno già rigato su per le scale. Non parliamo delle cifre richieste per questo mal-servizio.
    Acquisto da tempo nella penisola, risparmiando il 20% sui prezzi “sardi” trasporto compreso, semmai i mobili me li monto io. Non escludo di acquistare anche da Ikea.

  • Gianni Benevole

    Un film già visto, del quale sono protagoniste le solite multinazionali che, a loro dire, arrivavano qui per fare opere di bene e dare lavoro ai Sardi disperati (testualmente: “d’altronde potevamo investire in Thailandia e qui in Sardegna chiudere, come ha fatto l’Alcoa!”) ma che in realtà pensano esclusivamente a rimpinguare i loro conti correnti a discapito dei lavoratori che vengono tenuti sotto ricatto, per poi, dopo qualche anno, dichiarare esuberi e aprire procedure di mobilità o di licenziamenti collettivi, caratterizzate da contestuali pratiche di out-siurcing, i cui oneri ricadono sull’Inps e di conseguenza sulla collettività. Nel frattempo devastano e contribuiscono all’agonia ed al de profundis delle Imprese locali. A tutto questo si puó e si deve reagire. Vedere, in proposito, quanto è successo in Emilia con il c.d. Sciopero del Cappuccino.

  • Il tema della globalizzazione e della serializzazione del design e delle finiture architettoniche è un tema importantissimo e complicato. Con esso si intrecciano, infatti, aspetti nuovi e fondamentali della società moderna sul piano della sociologia dello spazio – dell’essere e dell’abitare – come direbbe Elio Satti, con altri (pure in questo settore, come un fattore ossessivo del nostro vivere moderno) di natura normativa, con implicazioni sul piano economico come sul nostro paesaggio urbano e rurale.
    Sul piano sociologico la serialità del design è un aspetto della serialità dell’abitare, solo l’ultima tappa di una serialità dell’edificare, cosa diversa dal costruire: “costruire” viene dal tedesco bauen che non vuol dire soltanto costruire, ma anche abitare; il modo in cui gli uomini sono sulla terra è il buan, l’abitazione. Bauen ci dice che l’uomo è in quanto abita, ma significa anche circoscrivere e avere cura, che rapportato al’abitazione significa personalizzare, rendere proprio. La crisi dell’abitazione che si registra nella società moderna non è, infatti, solo la mancanza di alloggi per i nuclei familiari, ma anche la perdita del senso dell’abitare, la perdita del legame specifico e univoco dell’abitare con se stessi, con le proprie esigenze e peculiarità, con la propria formazione culturale, con le proprie radici, e con il territorio (che esprime un suo genius loci, da ascoltare sempre quando si progetta) e la propria comunità di appartenenza. Pensiamo alla ripetizione, alla copiatura degli stilemi architettonici nel paesaggio rurale e urbano sardo. Pensiamo alla perdita di creatività cui stiamo assistendo. Pensiamo alle tristi lottizzazioni delle nostre periferie, in cui le case bifamiliari o trifamiliari, con la parvenza della tipologia a villetta, si ripetono a schiera, con la scomparsa, nell’impostazione urbana generale, pure del centro di aggregazione – la piazza – della comunità riunita in quel comparto, e che poco si discostano, almeno concettualmente, dai quartieri dormitorio delle grandi città. Ecco che in questi contesti il ricorso al design a poco prezzo è una coerente prosecuzione del processo edificatorio che rappresentano.
    A questi fenomeni dettati da processi sociali di globalizzazione e serializzazione dell’abitare, e quindi anche della serializzazione del vivere – che hanno all’origine la mancanza di fondamenti culturali – si aggiungono altri condizionamenti di natura normativa, non poco influenti. Riporto l’esempio della normativa sulle detrazioni sull’IRPEF degli infissi: per poter far valere la detrazione sull’IRPEF per la sostituzione in ristrutturazione, o per la dotazione in realizzazione ex novo, degli infissi di una unità abitativa, questi devono avere le certificazioni energetiche, certificazioni che non possono essere fornite dal falegname di paese. Succede quindi che coloro che hanno la possibilità di far valere sul proprio reddito tale detrazione, in centro urbano come in zona agricola, ricorrano necessariamente ai grandi fornitori industriali. Nel centro storico, o nei centri matrice, dove è richiesta negli abachi e nelle N.T.A. dei piani particolareggiati, in adeguamento agli indirizzi del PPR, la dotazione degli infissi in legno, sta avvenendo una aberrazione concettuale molto grave: l’utenza che si vuole avvalere di questa opportunità fiscale chiama la grossa ditta industriale che fornisce gli infissi in legno certificati, la quale, però, non disponendo di manodopera sufficiente per soddisfare le richieste sui vari territori, si appoggia al falegname locale, il quale, dovendo pur lavorare, prende le misure degli infissi, le comunica al suo principale competitore e si riduce a montarli quando gli verranno inviati già pronti solo da piazzare sull’apertura. Ecco cosa sta accadendo nel settore dell’artigianato e nei nostri centri storici. Insomma, bisogna aver chiaro, anche nella normativa e nella legislazione, se si vogliono davvero tutelare gli artigiani, se si vuole tutelare il patrimonio architettonico storico nella sua essenza, ossia anche nell’artigianalità delle sue parti, e non solo nell’apparenza (l’uso del legno, ma la totale mancanza della manifattura locale, dell’arte della tradizione). Ma pare che ormai ci stiamo abituando a questo mondo di cattive copie degli originali. Dobbiamo rifletterci davvero sopra.

  • Filippo, nel senso che riesci ad intuire ;))

  • Rosella
    In che senso?

  • Come fanno tanti sardi a considerarsi italiani?
    Alitalia che non vola domenica equivale a chiudere di colpo l’autostrada del sole e obbligare tutti a percorrere le provinciali o l’Aurelia per spostarsi lungo la penisola, ad un costo peraltro elevatissimo (i sardi potranno viaggiare solo in nave).
    Ma, si sa, anche noi siamo in Italia.
    E in Sardegna? In Sardegna si è felici perchè da Roma danno l’ok per il congresso PD dopo le elezioni regionali, dimenticando che via Emilia venne commissariata in quanto i sardignoli non sono in grado di gestirsi.
    Ora chiuderanno tanti negozi di mobili… la merce verrà acquistata on line, senza vederla, toccarla, provarne la consistenza e una decina di baldi giovani avrà finalmente un lavoro.
    Ma per 10 giovani con il nuovo lavoro ci sono decine di altri che lo hanno perso e la Sardegna avrà perso anche il know how della lavorazione del legno, ma anche della produzione della Coca Cola (Socib chiusa), della cantieristica da diporto (a Cagliari, per esempio ormai è un macello) ecc.
    E i sardi continuano a guardare a Roma…
    Mah.

  • Da qualche decennio si compie violenza sull’essenza umana, attraverso subdoli martellamenti mediatici. Assistiamo alla personificazione della merce e alla mercificazione della persona. I processi decisionali individuali muovono per lo più da sistemi di reificazione che generano relazioni umane aventi sembianze di relazioni tra cose. I sentimenti, le motivazioni, gli impegni morali e civili e sociali, diventano quasi esclusivamente rapporti meccanici, automatismi che prendono il posto alle volontà e alle intenzioni. Le quantità calcolabili e quantificabili si possono manipolare, e si sostituiscono all’insieme delle qualità. Urge osservare scrupolosamente, analizzare e prendere coscienza di questi processi, senza legittimarli. Urge realizzare e accettare cosa siamo e capire che siamo il risultato di continue trasformazioni. Urge dotarci di mezzi culturali che ci consentano di mettere in atto il cambiamento, perché la realtà non è altro che il riflesso del “credo” di ogni singolo individuo.

  • ….e non viene chiaramente pubblicizzato che “Il costo del servizio è pari a €99 per un valore della merce fino a €500, fino a €259 per spese di €.5000 e oltre”. :-(

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