Allarme povertà e Cassa integrazione: qualche numero e qualche confronto. Svegliateli voi.

9 maggio 2013 07:223 commentiViews: 51

Nella terra delle esultanze inconcludenti quale si sta rivelando la Sardegna, è bene ricordare – in primo luogo ai sindacati – che la Cigs non viene tempestivamente pagata in Sardegna perché un Direttore generale dell’Inps a Roma non autorizza il rinnovo con la Regione Sardegna della convenzione che consentirebbe alla Sfirs di anticipare le somme dovute ai lavoratori. La Sfirs ha in cassa, pronti, 5 milioni di euro. I giornali parlano di tutto e di più, ma non raccontano come stanno vivendo le famiglie che aspettano i 700 euro al mese e che non li ricevono da dicembre. Nel welfare ancano 100 milioni di euro, ma nessuno ci fa caso. Quei soldi mancano nei consumi, mancano nelle bollette, mancano nel pagamento dei tributi, producono eultanza in Equitalia che continua a premiare i suoi funzionari se fanno risultati, cioè accertamenti e incassi, superiori agli anni precedenti.
Nel frattempo, la riduzione dell’Irap (cosa utile se inserita in una visione strategica della fiscalità regionale) avviene in Sardegna prevedendo un taglio nella sanità di 80 milioni nell’anno in corso. Bisogna ricordare che l’Irap nasce appunto per finanziare la sanità; logica avrebbe voluto che prima si riducesse la spesa sanitaria e poi si abbassasse l’Irap, soprattutto in Sardegna dove l’Irap è largament einsufficiente a finanziare il sistema sanitario, per cui si attinge dall’Iva e dall’Irpef, ossia da quelle voci con cui le altre regioni finanziano lo sviluppo. Siccome la spesa sanitaria è controllata ex post perché il Sisar, cioè il sistema informatico della sanità, non funziona, è facilmente prevedibile che il disavanzo sanitario aumenterà, oltre che dei 70-80 milioni di crescita annua ‘naturale’, di altri 80 milioni, per un ammontare complessivo che andrà a collocarsi vicino ai 3,3 miliardi di euro. Se a questi aggiungete 800 milioni di assistenza sociale a vario titolo erogata, arriviamo a oltre 4 miliardi di solo sistema sanitaria allargato. Soldi spesi bene? Non direi.
La migliore normativa di intervento sull’emergenza povertà sembrerebbe essere quelal della provincia di Trento. Il nome è altisonante: Reddito di Garanzia. È ben organizzato: ” L’intervento prevede l’erogazione di un beneficio monetario il cui importo è pari alla differenza tra l’effettiva condizione economica del nucleo e la soglia di povertà relativa, definita in base alle caratteristiche del nucleo stesso. Ad esempio, una famiglia di tre componenti, con un reddito di 700 euro mensili ha diritto a una integrazione di circa 400 euro. La somma spettante è poi eventualmente integrata di un importo per il sostegno del canone d’affitto. L’intervento è per quattro mesi, rinnovabili dopo verifica e per non più di tre volte in due anni. L’erogazione (mensile) della spettanza è garantita entro la fine del mese entro cui è stata effettuata la procedura amministrativa, contestuale alla domanda per gli anziani e tutti coloro che lavorano o hanno perso da poco l’occupazione. Per gli altri soggetti l’erogazione è invece subordinata a una valutazione puntuale da parte dei servizi sociali. La condizione economica dei richiedenti è valutata in base a reddito (al netto delle imposte, delle spese mediche e dell’affitto/rata del mutuo, ma comprensivo di sussidi e di ogni altra voce d’entrata del nucleo) e patrimonio (con la sostanziale sterilizzazione della prima casa), affiancati da indicatori di consumo (auto, ampiezza dell’abitazione, affitto). La normativa del Reddito di Garanzia prevede la sottoscrizione di un impegno alla ricerca attiva di un lavoro e la dichiarazione di disponibilità immediata all’accettazione di un impiego per tutti i componenti del nucleo che non lavorano, pur essendo in grado di farlo.” (La Voce.info).
La norma trentina cerca di superare la cosiddetta ‘trappola della povertà’  cioè la tendenza a voler rimanere nella condizione di accesso ai sussidi. Dai primi testi di efficacia sembra raggiungere lo scopo inducendo “cambiamenti nei comportamenti di consumo di alcune categorie specifiche di beni, come quelli durevoli e causando lievi aumenti della spesa destinata a beni primari come i generi alimentari. Viceversa, non sembra essere efficace nei cambiamenti alla partecipazione del mercato del lavoro.
È stata fatta una proiezione di utilizzo della legge nelle regioni d’Italia. La Sardegna, se la applicasse, spenderebbe 269 milioni di euro, una somma molto prossima al valore complessivo delle casse integrazioni, mobilità e quant’altro erogate attualmente  in Sardegna. È una buona o una cattiva notizia? Giudicate voi. Per me è una buona notizia in questo senso, e cioè che il nostro Reddito di Garanzia è oggi erogato per una quota dallo Stato e per l’altra da noi. In futuro sarà sempre più erogato da noi, per cui potremmo fin d’ora riformare il welfare sardo, trovare 250 milioni veri da inevstire in queste politiche, disciplinare l’erogazione certa dei sussidi in cambio di lavoro, senza strozzare le famiglie con i sei mesi di ritardi dell’Inps. Io sono stanco di dirlo.

3 Commenti

  • Antonello G.

    Bravo Paolo

  • Michele Pinna

    Stiamo navigando a vista. È la politica dell’insufficienza cui si aggiunge quella dell’inefficienza e dello spreco.

  • Evelina Pinna

    Siamo alle ‘quote di povertà’? Come nei programmi di cooperazione internazionale allo sviluppo accadrà che “le informazioni sulle famiglie vulnerabili, identificate e consolidate, saranno inserite in un DataBase che verrà periodicamente aggiornato”??? Pensavo che l’arte della politica fosse innanzitutto quella di valutare la consistenza delle risorse, dare ad esse la giusta destinazione (che non è questa) per materie e settori d’intervento, usare certa forza contrattuale, combattere la sperequazione, consultare esperti in materia di lavoro e di sviluppo, individuare le opportunità di cross-network per far incontrare la forza lavoro regionale con quella nazionale ed estera… Tutto ma non ‘riorganizzare la povertà’ attraverso strumenti che con gli ammortizzatori sociali non hanno niente a che vedere. Lo chiedo con rabbia fredda: è questo che sta appassionando ora i politici? Spero di no. Un ‘metodo di successo’ su come fornire reddito ai lavoratori disoccupati (che tra l’altro saranno in flagrante mescolanza con chi non ha voglia di lavorare), non esiste e, se esistesse, degenererebbe. Succederebbe questo: ‘gli organizzatori’ del sistema inizierebbero a contare le teste da tenere sotto controllo, liberi di inventarsi le campagne per le quote sociali, con certo numero di fedelissimi affiliati al budget annuale… e che dire dei finanziatori occulti del reddito sociale, si potrebbero organizzare fondi locali e fondi diffusi, libere sottoscrizioni di donazioni per l’organizzazione dello sviluppo umano in regime di solidarietà no profit. Tanti modi leciti per mescolare il consenso elettorale con i meccanismi di controllo del reddito gratuito. I politici da 90 si fermino e si decidano a create le condizioni per veri posti di lavoro che diano dignità alle persone!

    L’umore arrabbiato della gente giunge ormai a tolleranza zero, l’ombra dell’incapacità che pende sui partiti, suggeriscono un tutto da rifare e soprattutto che d’ora in avanti il salvataggio del paese dipenderà sempre più da scelte individuali, politiche e non politiche, e dall’azione concreta di gruppi rappresentativi ideologicamente autonomi. In Sardegna conterà sempre di più l’emergere di linee politiche territorialmente distinte. Entrati in quest’ordine di idee, è possibile essere visionari. Uno Stato che tratta la Sardegna alla stregua di una periferia mutilata dell’Europa e del mondo, e che ci trattiene ostaggi dei suoi sottosistemi – politico, economico, militare, poco ci rappresenta. Una politica statale che assolve in continuazione il sistema finanziario più iniquo della storia, che ha generato il più massiccio debito pubblico degli ultimi 50 anni, e continua ad avvallare un’inaudita gestione del debito abusando di un vergognoso accumulo di potere, non ci appartiene. Eppure pensiamo ancora sinceramente che solo la politica abbia realmente il potere di disinnescare i meccanismi balordi della finanza pubblica e visto che la politica è diventata un fatto di costume, della corruzione sociale. La politica in generale e non solo sarda finora non ha saputo consegnare i colpevoli dello sfascio civile, non ha saputo applicare leggi già esistenti per tutelare le moltitudini, salvo poi sbattere la gente in un sistema indiscriminato di controlli a tappeto, tipico di uno stato di polizia, che sta uccidendo famiglie e imprese, dopo aver naturalmente omesso ‘controlli regolari’ per anni, quegli stessi controlli mirati e costanti che avrebbero in buona parte stroncato sul nascere ogni tipo di evasione. Dalla politica il cittadino si aspetta di essere autorizzato finalmente ad essere lasciato libero di esprimersi e di costruire. Anche il lavoro e senza il bisogno di titoli di garanzia, sulla povertà.

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