Acqua, dighe e danni

di Paolo Maninchedda
Cominciamo dalle cose che sono andate bene.
Per il maltempo non ci sono stati morti (sebbene ci siano stati due decessi successivi agli eventi e legati a distrazione o imprudenza che devono comunque far riflettere). Rispetto a questo obiettivo, cioè rispetto alla tutela della vita, la Sardegna sta imparando a gestirsi in modo corretto davanti agli eventi calamitosi.
Le scorte d’acqua sono aumentate.
Ieri sono entrati circa 10 milioni di metri cubi di acqua nel bacino della diga del Liscia. Nel Flumendosa ne sono entrati più di 45. Sono numeri importanti, se si tiene conto che dal 20 dicembre al 20 gennaio il sistema idrico multisettoriale della Sardegna aveva visto crescere i volumi invasati complessivamente di poco più di 87 milioni di metri cubi in un mese. Il Liscia va oggi ad attestarsi intorno ai 48 milioni di metri cubi invasati, cifra che dà un po’ di ossigeno e consente di fare i lavori previsti con un pizzico in più di tranquillità. Ora l’area di criticità è il complesso del Bidighinzu e del Cuga, che devono e possono essere rinforzati con l’acqua del Coghinas.
Abbiamo gestito correttamente la diga di Maccheronis che, lo dico anche per chi scrive i comunicati istituzionali, “deve” sfiorare, è nata per sfiorare, cioè per laminare la piena. Quando vediamo l’acqua scendere dal colmo della diga, vediamo la diga fare ciò per cui è progettata. Aver tenuto la diga ai livelli previsti dal piano di laminazione nei mesi invernali (sostanzialmente sotto i dieci milioni di metri cubi), ha consentito di laminare la piena di un bacino che, lo dicono tutti gli studiosi, è troppo grande. Su questo punto bisognerà ritornare. Come pure ha funzionato correttamente fino ad oggi il piano di protezione civile di Torpé e di Posada. Si sta imparando che sgombrare 45 famiglie per qualche giorno sul versante idraulico sinistro del fiume è necessario ed economico. L’Enas ha lavorato in modo silenzioso ma molto efficiente.
Non siamo andati bene con la neve e col vento.
Che cosa occorre imparare?
Certamente che a Fonni deve stazionare, meglio se tutto l’anno, ma sicuramente da settembre a fine marzo, uno o più mezzi spazzaneve. Non serve polemizzare adesso (in tanti, mentre nei giorni scorsi infuriavano le polemiche, abbiamo lavorato a risolvere problemi piuttosto che a descriverli), serve dimostrare di aver capito che è profondamente sbagliato (e, aggiungo io, ingiusto e lo sto dicendo da tempo) che sia il Comune di Fonni a pagarsi lo spazzaneve e a svolgere funzioni tipicamente statali con i relativi oneri. Dimostriamo di aver imparato la lezione e mettiamo i mezzi a Fonni, in modo da poter servire l’intero areale.
Si deve assumere come problema di pianificazione territoriale, da finanziare col Psr, la manutenzione del sistema di comunicazione rurale soprattutto del Nuorese. Nelle prossime settimane noi come Regione stanzieremo i soldi per le manutenzioni delle strade comunali e provinciali (sono i soldi del Patto per la Sardegna), ma questo non risolve il tema della raggiungibilità delle aziende agricole attraverso i sentieri e le strade rurali. Rimango dell’idea, espressa e ripetuta mille volte ormai da quattro anni (vedi per esempio questo articolo), che bisogna utilizzare massicciamente l’art.15 del Decreto Legislativo 228 del 2001 e affidare agli allevatori che ne hanno i mezzi micro appalti pubblici di manutenzione.
Sul vento abbiamo molto da imparare. Dobbiamo adeguare i piani di protezione civile a un altro parametro: la velocità del vento. Questa volta siamo stati impreparati ed è inutile nasconderlo. Dagli errori si impara moltissimo, se si è umili e razionali.