Accise, inadeguatezza politica e sviluppo

17 novembre 2010 07:5010 commentiViews: 12

203Ieri, i membri della Commissione paritetica hanno riferito in Commmissione Bilancio sullo stato dei rapporti col Governo italiano sulle norme di attuazione dell’art. 8 dello Statuto (l’articolo che disciplina le entrate della Regione per la parte della compartecipazione alla fiscalità generale dello Stato).
Ovviamente, la battaglia tra Regione e Stato si è concentrata sulle compartecipazioni della Regione al gettito delle Accise, tema sollevato politicamente in Aula dai sardisti e dai Riformatori ed accolto, seppur tardivamente, dalla Giunta. La battaglia, secondo le stime della Regione, vale 1 miliardo di euro per i sardi. Il secondo tavolo di scontro è sul metodo di calcolo dell’Ires, battaglia fatta da sempre da Soru, per riuscire a far pagare l’Ires anche alle società che hanno sede legale fuori dalla Sardegna ma hanno filiali e agenzie nell’Isola.
Ci sono le condizioni perché la Sardegna si unisca in questa importante battaglia? No. La Sardegna sente un vuoto, è attraversata dal brivido della paura di non essere governata con la determinazione, la chiarezza di idee e la coesione che sono necessari nei momenti di crisi. La Sardegna è senza partiti e io avverto sempre più, dinanzi anche all’inerzia del mio partito, l’urgenza di creare quell’ambiente politico e culturale che si chiama partito dei sardi. Sono sempre più convinto che la crisi nazionale e le elezioni anticipate non siano un fatto esterno alla Sardegna: le elezioni anticipate in Italia provocheranno una decisione anche per la Sardegna, perché così non si può andare avanti.
Non si può andare avanti perché: 1) non c’è una politica per stimolare l’aumento del Pil, che è la nostra emergenza; 2) non c’è una politica per ridurre la spesa corrente che ci mangia le poche risorse disponibili; 3) non c’è una politica attiva del lavoro e dunque non si affronta il dramamtico tema del costo del lavoro; 3) non c’è una politica sul diritto-dovere all’istruzione, vero nodo cruciale restato aperto dalla scorsa legislatura; 4) c’è una burocrazia regionale irresponsabile, indifferente all’urgenza dei tempi, presuntuosa e impunita, responsabile di tutti i pasticci degli ultimi dieci anni, che irride la politica e ne consuma nell’ombra la residua credibilità e che non è governata in nulla dall’attuale governo regionale.

10 Commenti

  • “La Sardegna sente un vuoto, è attraversata dal brivido della paura di non essere governata con la determinazione, la chiarezza di idee e la coesione che sono necessari nei momenti di crisi. La Sardegna è senza partiti e io avverto sempre più, dinanzi anche all’inerzia del mio partito, l’urgenza di creare quell’ambiente politico e culturale che si chiama partito dei sardi”. Diagnosi esatta onorevole.Tristemente azzeccata.
    In parole povere l’Isola non ha una classe dirigente che possa essere definita tale. Non c’è l’hanno più i partiti, chiusi nei logori rituali e quindi nemmeno gli organi regionali da loro occupati. La burocrazia è bizantina, i dirigenti veri sono pochi. Tutti sono preoccupati più di conservare se stessi che di agire nell’interesse generale. La situazione non è incoraggiante.
    ma come dice un detto ebraico, quando tutto è perduto non ci resta che il futuro…Per cambiare le cose cambiamo prima la mentalità. Non consideriamoci migliori degli altri, ma pensiamo sinceramente che per realizzare un progetto è necessario l’apporto di tutti. senza chiedere a nessuno di rinunciare a quello che si è, o di abiurare a quello che si è stati. Non più. Non ci resta che il futuro, appunto.

  • PER NINO
    non per diffendere Soru, ma accusarlo di non voler bene alla sardegna mi sembra un po ingeneroso, d’altronde se la sardegna puo aspirare ad ottenere vecchie pendenze da parte dello stato un po di merito penso che sia anche di Soru. Pendenze che secondo me non otterremo anche per la scarsa valenza politica di questa giunta. Per quanto riguarda l’ IRES non mi risulta che tutti facciano dei debiti vedi, SARAS, ENICHEM,ISA,ITALCEMENTI, ECC

  • Sono stato un dipendente regionale e credo di avere sufficienti elementi di conoscenza della macchina amministrativa. Sono convinto che le considerazioni di Paolo Maninchedda evidenzino uno dei principali freni allo sviluppo economico della nostra Regione. L’apparato regionale, amministrativo ma anche politico, e’ impostato su schemi e mentalita’ che non hanno ancora recepito e metabolizzato la riforma del titolo V della Costituzione. Troppo spesso si interpreta il ruolo della Regione come quello di ente “passacarte” che si limita ad attendere input dall’alto, da”codesto superiore Dicastero” invece di progettare le strategie del proprio sviluppo e assumersi la responsabilità politica delle proprie scelte! Il futuro della Sardegna deve essere pensato in Sardegna, non e’ retorica indipendentista!, e questa regione non e’ in grado di farlo!
    Ma tant’è …. fino a che la politica non riuscira’ a varare una seria riforma della struttura amministrativa siamo condannati a subire questa inefficienza.

  • Di fronte ad una consapevolezza e presa di coscienza pragmatica dell’inconsistenza dei vari colleghi di Consiglio,
    di fronte ad una situazione regionale semplicemente drammatica,
    Paolo lancia un sasso nello stagno sardista:
    “Io avverto sempre più, dinanzi anche all’inerzia del mio partito, l’urgenza di creare quell’ambiente politico e culturale che si chiama partito dei sardi”.
    Appare ben chiara la presa di distanza da chi ambisce semplicemente prendere posto su uno scranno, a dispetto del vero spirito sardista, rispetto a chi ha concepito e sviluppato un pensiero politico-economico rischioso ma di ampio respiro.

  • Bisogna capire e vedere se la politica è in realtà immediata e voglia veramente perseguire l’obbiettivo di risolvere i problemi. Facile scaricare le colpe sulla burocrazia. Questa ha evidentemente delle responsabilità ma non sono le sole e non sono le più gravi.
    Le scelte fondamentali le fanno i politici e se queste scelte non vanno nella direzione giusta non è colpa della burocrazia. Molti esempi si potrebbero fare, magari quello della deliberazione di giunta e successivo decreto assessoriale sul fotovoltaico che permette il rilascio di autorizzazioni in barba all’attività agricola. In questo caso la colpa è di chi ha fatto la scelta o di chi la attua? Oppure la nuova legge regionale sempre in materia di agricoltura. E’ stata approvata, non ancora pubblicata. Per la sua attuazione saranno necessari una deliberazione della giunte, che detterà i criteri e dei bandi. Nella legge c’è scritto che alcune risorse riguardano l’anno 2010. Allora siamo al 17 novembre è umanamente possibile fare tutto questo entro il 31.12. o politicamente è più facile scriverlo per poi magari scaricare l’inefficienza sulla burocrazia? Ancora argomento residui. E’ inutile stanziare un certo ammontare di somme se poi si sa che queste non si potranno spendere per via del patto di stabilità, ma anche in questo caso il politico salva la faccia attraverso lo stanziamento dando poi la colpa alla burocrazia che non riesce a spendere perchè così tutto è più semplice. Ci sarebbero molti altri esempi, tra i quali quello delle pressioni che quotidianamente il dipendente subisce da parte del politico di turno che vuole accontantare il proprio bacino di utenza. Una delle cose che maggiormente un dipendete si sente dire a fronte di osservazioni magari dettate dal buon senso è :”non importa tanto la politica ci penserà”. Esemplificativo di un modo d pensare, tutto italinao, in cui indipendentemente dalle leggi il politico può fare ed ottenere tutto. Non va da ultimo dimenticato che a differenza del politico il dipendente, per via della seprazione esistente tra i ruoli, è l’unico che può essere chiamato a rispondere di quello che fa. Il politico, al pari del magistrato, non viene mai chiamato a rispondere delle scelte che opera se non dal proprio elettorato. Detto questo non si vogliono negare inefficienze, ignoranza pressapochismo e quant’altro, si vuole solo dire che sparare nel mucchio non è un esercizio intelletualmente onesto. Saluti

  • Egregio Onorevole Maninchedda, ecco ancora una volta non sono d’accordo con Lei. In merito alla burocrazia regionale (così chiamata in modo dispreggiativo) questa viene spesso tanto odiata perchè costringe i politici, che promettono mare e monti senza prima documentarsi, al rispetto delle norme. Vorrei sottolineare inoltre che le norme vengono approvate dal Consiglio regionale di cui anche Lei è parte. Se il meccanismo al quale è costretto ad adeguarsi il dirigente o funzionario regionale (burocrazia) è inadeguato, Lei come altri che siete lì nella stanza dei bottoni e peraltro lautamente pagati (sicuramente molto più di un dipendente regionale), fate lo sforzo di cambiarlo. Ma è più comodo scaricare le responsabilità su altri, politicamente rende molto dire che i dipendenti pubblici sono dei fannulloni. È come quando si punta il dito sull’inefficienza della Regione che ha troppi residui in bilancio. Peccato che anche in quel caso siano il Consiglio a stanziare le somme, la Giunta regionale a programmare le stesse e ai dirigenti e funzionari non resta che cercare di fare in modo di pagare appena possibile. Peccato che l'”appena possibile” sia limitato dal patto di stabilità. In effetti chiedere ai politici di verificare prima la compatibilità con le limitazioni del patto è troppo impegnativo. Quanto all’affermazione che la burocrazia regionale “non è governata in nulla dall’attuale governo regionale” Le chiederei di esplicitare cosa Lei intende per “governo”. Io penso che vi siano dei ruoli da rispettare: il politico deve dare gli obiettivi e gli indirizzi e la struttura deve raggiungerli con i mezzi a propria disposizione e il rispetto delle regole. Regole = Legge – Legge = Organo legislativo (Parlamento, Consiglio regionale). Il “burocrate” non da indirizzi e obiettivi e il politico non si occupa della gestione. Questo è il rispetto delle regole che deve necessariamente esserci da entrambi le parti. Le chiedo ancora: ma Lei ritiene che l’attuale governo regionale abbia sempre dato indirizzi e obiettivi o ha viceversa spesso “navigato a vista” e male? Detto questo lungi da me non riconoscere si potrebbe fare meglio ma questo è un concetto che coinvolge tutti e non ne sono esenti i politici. A titolo di esempio e in termini un pò provocatori la invito a considerare i tempi con i quali si è risolta la crisi che ha portato al varo del nuovo esecutivo regionale. Sono applicabili a questo caso concreto gli aggettivi da Lei utilizzati per la burocrazia regionale di “irresponsabile, indifferente all’urgenza dei tempi, presuntuosa e impunita”?

  • Evelina Angela Pinna

    Ci sono verità gravi e incidenti banali che nessuno osa ammettere attorno ai conti pubblici sardi, laddove la battaglia sulle compartecipazioni statali e la finanziaria 2011, snella come non mai, la dicono lunga sulle lacune operative accumulatesi negli anni attorno ai bilanci regionali, molto ragionieristici e poco economici, e soprattutto poco armonizzati, nel rispetto del riparto delle competenze, con le regole di finanza pubblica allargata. Questa rivendicazione è importante soprattutto, ritengo, come rivendicazione di una ‘potestà tributaria regionale’, sulla quale lavorare da oggi in poi. E’ difficile interpretare le attribuzioni che derivano dallo statuto sardo (alla luce di un favor specialitatis che non si comprende bene da quale parte penda), ma ancor peggio è averlo applicato per anni senza capire cosa si andava ad applicare.
    Ciò che manca alle entrate sarde è il vero riconoscimento della base impositiva, di quel ventaglio di tasse che la gente e gli imprenditori, giustamente o ingiustamente, essendo incerti i meccanismi di rientro, pensa siano un furto e non una garanzia. Il lato oscuro di tutto ciò è l’evasione. Mentre è chiara la destinazione delle stesse entrate, come base monetaria, sia per il finanziamento delle spese pubbliche che per il reinvestimento produttivo.
    Noto un vagabondaggio disinformato e selvaggio in tema di contabilità, con poche competenze non supportate da alta professionalità, con parificazioni di bilancio eseguite alla stregua di semplici normalizzazioni di conti d’ufficio, dove non emergono, pur in mezzo a condivise intenzioni pronunciate nei programmi triennali, le relazioni intrinseche e gli accoppiamenti, tra politica fiscale e fiscalità di vantaggio, tra politiche del lavoro e patto di stabilità, con le famiglie primachè con lo stato. Poca riflessione seria, tante mosse a casaccio senza ritorno monetario, e molta rassicurazione legata più alle contrapposizioni politiche che a soluzioni di strategy exit. Molte misure di facciata che mistificano la crisi attuale.
    E’ evidente la necessità di ri-organizzare l’amministrazione fiscale, attraverso una nuova ‘valutazione funzionale’ dell’imposizione locale, con lo studio di ‘tasse, imposte e tributi ad effetto equivalente’, a detrimento di quelle nazionali, per onorare il principio che le tasse devono restare sul proprio territorio.
    L’amministrazione fiscale ben potrebbe concretizzarsi attraverso il monitoraggio delle grandi e piccole masse produttive, il censimento del patrimonio immobiliare pubblico e privato, la consistenza del demanio paesaggistico, tutto questo inserito o meno in un contesto dinamico o statico dell’economia, laddove la società (si sa) passa alternativamente attraverso fasi di ipermercato e fasi di ritrattamento di mercato.
    La locomotiva Sardegna da troppo tempo ha rallentato la sua corsa, producendo meno reddito, concedendo meno soldi al fisco e dunque per riflesso, meno potere contrattuale a rivendicare entrate proprie da reinvestire nello sviluppo. Il buco nero delle entrate, inevitabilmente oggi rimodula verso il basso le spese; il problema casomai, ripetiamolo, è che i tagli poco distinguono tra spese produttive e improduttive. Ci sono progetti validi che la Regione ha messo al palo; la domiciliazione fiscale delle imprese con codice B15, l’informatizzazione del catasto immobiliare… La Sardegna non ha imposte proprie. La finanza sarda è formalmente svincolata ma realmente ancora derivata da quella dello stato, perché non si studia il modo di ‘incamerare direttamente’(come altre regioni fanno) risorse proprie, evitando il circuito ‘territorializzatore’ dello stato, mentre l’attuazione del federalismo permetterebbe di collaudare dei patti fiscali tra le regioni in ritardo di sviluppo, degli equilibri di convivenza, attraverso impegni di fiscalità imprenditoriale. Questi potrebbero concretizzarsi in strategie regionali di leadership, che sono delle strategie di messa a fuoco degli investimenti su determinati segmenti di mercato, laddove l’azione di cofinanziamento pubblico non risulterebbe dispersa, ma efficiente e redditizia rispetto ad altri concorrenti. Si tratta di azioni libere che i privati potrebbero eseguire sotto la direzione strategica della Regione, una sorta di declinazione della specializzazione. In questo senso entra il concetto di spesa pubblica responsabile. In questa direzione va il self-storage e dovrebbero convergere le relazioni di contabilità pubblica, che andrebbero stilate con l’ausilio di giovani economisti assunti dalla regione. Il concetto della ‘lumaca seguace’ applicata oltreoceano dagli inizi del novecento alle PMI, ha segnato il successo imprenditoriale di colossi come Microsoft (che non è una piccola azienda ingrandita, ma ha via via inglobato tante piccole imprese). Le strategie che si chiamano di impartizione e di integrazione verticale della crescita aziendale.
    Orbene tutti ci auguriamo di uscire vincenti dal braccio di ferro con lo Stato. Non s’intuisce ancora come sarà trattato il disavanzo pubblico sardo per riallineare competitivamente la crescita del PIL; senz’altro i quattro soldi dovuti dallo stato in riferimento all’art.8 dello Statuto Sardo avranno un effetto tampone limitato se il terreno della fiscalità sarda resterà ancora paludoso per gli addetti ai lavori, col motore delle entrate imballato e le uscite straripanti oltre le previsioni che si intenderebbe mantenere. Con una disoccupazione dilagante, le casse della previdenza impazzite, gli indicatori di produzione e consumi in rosso, qual è il modello fiscale proposto dalla Regione?

  • “c’è una burocrazia regionale irresponsabile, indifferente all’urgenza dei tempi, presuntuosa e impunita, responsabile di tutti i pasticci degli ultimi dieci anni, che irride la politica e ne consuma nell’ombra la residua credibilità e che non è governata in nulla dall’attuale governo regionale”

    Finalmente la realtà della Sardegna riassunta in un concetto! Se l’azione politica non è immediata ed è sottoposta al ricatto di dirigenti e funzionari incompetenti, ottusi e/o corrotti, perde gran parte della sua efficacia!

    Grande Onorevole Maninchedda! Fino a quando potremo contare su persone come lei la speranza non sarà perduta

  • IRES=imposta sul reddito delle società. Chi mastica di bilanci sa che le società, tranne quelle bancarie per poter dare 726.000 euro all’anno all’ex(ormai)direttore generale del Banco di Sardegna, macinano perdite e mai utili.Quindi non pagano imposte. Soru fa da sempre questa battaglia perchè fa bella figura con nessuna spesa, ivi compresa la sua Tiscali che dalla nascita a tutto il 2009 (ma non cambierà il 2010) ha sempre chiuso il bilancio con perdire da capogiro. Soru imprenditore quindi non è un filantropo e non vuole bene alla Sardegna. Soru “il finanziere” invece vuole bene a se stesso.Questo il quadro oggettivo sull’IRES.
    Per il resto concordo su tutto. Ciò che mi arrovella maggiormente è la produttività degli oltre settemila dipendenti dell’Ente Foreste!Una vergogna Nazionale Sarda.

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