Ieri Alessandra Todde, visibilmente imbarazzata e, di conseguenza, algidamente separata dal contenuto delle sue parole, ha risposto in Aula all’interrogazione presentata dall’on. Truzzu sul mega investimento di 243 milioni di euro di Abbanoa, affidato a una sola banca, la Credem (e si vocifera di atti acquisiti dalle autorità competenti nella sede della banca), senza gara, come segnalato dall’ex membro del collegio sindacale Salaris, in ragione di un Comitato di gestione che ha agito senza regolamento e la cui decisione è stata realizzata senza autorizzazione del Consiglio di Amministrazione della società. Voci insistenti dicono anche che il Cda di Abbanoa non è monolitico rispetto alle ultime decisioni prese e alla cortina di riservatezza che le ha circondate in vista dell’approvazione dei bilanci 2025. Ci sarebbero segnalazioni di irregolarità volte a distinguere le responsabilità.
Un’analisi meramente formale della risposta fornita dalla Todde consente di dire che la Regione è quanto meno imbarazzata rispetto alle scelte della società, quasi si stia preparando a prendere le distanze, dopo aver aderito toto corde alla scelta, per noi scellerata, di restituire i soldi della capitalizzazione della società, di rendere così il rapporto tra capitale e debito particolarmente critico, di aver aderito toto corde all’aumento dei costi generato dall’internalizzazione dei lavoratori addetti alla depurazione (i soci, cioè i Comuni, non hanno avuto alcuna consapevolezza che si stava decapitalizzando la società mentre se ne aumentavano i costi di gestione).
La risposta della Presidente ha una struttura molto precisa: evita quasi sempre di assumere direttamente una posizione politica e si rifugia nella catena burocratica delle responsabilità: Regione → ADIS → EGAS → Abbanoa. È una risposta costruita per ridurre il rischio istituzionale, non per chiarire i fatti.
Paura? Direi di sì.
Ci sono però alcuni punti che restano a dir poco problematici.
Primo punto: i 243 milioni vengono affidati senza una specifica delibera del CdA.
La risposta della Todde dice chiaramente che “non esiste una specifica autorizzazione dell’operazione da parte dell’organo amministrativo” e che il Comitato di gestione del Patrimonio ha operato nell’ambito di un mandato generale.
Questo è probabilmente il passaggio più delicato dell’intera risposta.
Per una gestione ordinaria di tesoreria sarebbe plausibile.
Ma qui stiamo parlando di 243 milioni di euro.
Anche se giuridicamente fosse consentito, sul piano della governance è una cifra enorme.
La domanda naturale diventa: il mandato era sufficientemente specifico? Stabiliva limiti, strumenti, soglie, criteri di scelta? La risposta è no, e la Presidente lo sa bene. Ma l’altra domanda è: perché? Perché Credem e perché questa urgenza di spostare la gestione di 243 milioni mentre ci si prepara a restituirne altrettanti a Regione? E perché si nascondono gli atti?
In secondo luogo: la risposta chiarisce che non vi è stata alcuna verifica da parte della Commissione del controllo analogo.
Attenzione: il controllo analogo è l’anima dell’in house, se se ne prescinde, la società non si comporta più come una società di proprietà della Regione e dei Comuni, ma come una società di proprietà del management.
Secondo punto: la questione della gara.
Qui la risposta è tecnicamente più audace.
Viene richiamato l’art. 56 del Dlgs 36/2023 che esclude alcune operazioni finanziarie dall’applicazione del Codice dei contratti pubblici.
Per capire se la risposta è congrua, bisognerebbe disporre degli atti, che invece, sono di fatto secretati. Il riferimento all’art.56 da copertura legale si trasforma in atto di fede.
In ogni caso c’è una differenza enorme tra:
“non avevo obbligo di gara”
e
“ho scelto nel modo migliore e più trasparente possibile”.
La risposta infatti introduce una formula interessante: “consultazione informale” tra alcune banche. Qui nasce una domanda: quali banche? Con quali criteri? Quante? Con quali offerte comparative? Dove sono i verbali? Perché quando la risposta usa l’aggettivo informale, in politica e amministrazione spesso significa: “fidatevi”.
Terzo punto: la trasparenza.
Alla domanda sulla pubblicazione degli atti la risposta sostanzialmente dice: documentazione riservata, eventualmente accessibile con richiesta formale.
Qui la risposta è debole politicamente.
Perché Abbanoa non è una banca d’investimento privata che gestisce capitali propri: è una società in house che gestisce un servizio pubblico essenziale.
Dire “non sono soggetti a pubblicità” può essere giuridicamente difendibile (ed è tutto da verificare una volta acquisiti gli atti), ma politicamente rischia di produrre l’effetto opposto: se gestisci 243 milioni di denaro pubblico o para-pubblico, più trasparenza fai, meglio stai.
La mia conclusione complessiva è questa: siamo di fronte a una zona grigia di governance: un investimento enorme affidato tramite un comitato delegato, che funziona senza regolamento approvato, che agisce senza specifica delibera del CdA, senza controllo analogo noto, con comparazioni informali e con atti non pubblici e senza informare i soci. D’altra parte gli stessi soci, cioè i Comuni, non sono stati informati della possibile crisi di cassa e della debolezza del rating di Abbanoa prodotto da altre scelte.
Insomma, quando si inizia a secretare, significa che non si è agito in modo difendibile in ogni sede e che ci si attende una crisi di cassa che la politica comincia a scaricare sulla governance.

Caro Enea, puoi giudicare inezie cose così rilevanti come le errate comunicazioni ai soci? Evidentemente non hai la benché minima coscienza di cosa sia e in quali regole debba muoversi una Spa e soprattutto una Spa pubblica in house.
Com’è che si dice? Pinnicasa? Se Abbanoa è una SPA ha un CdA (suppongo) che ha poteri pieni. Se i soci (i comuni) non vogliono i poteri pieni hanno o no (suppongo ancora una volta) il potere, a loro volta, di sfiduciare il CdA? Ieri, piuttosto, ho seguito la Todde dalla Gruber: diciamo che la sua uscita sulla produzione di alluminio primario da riavviare in Sardegna la giudico abominevole. Non sono bastati i sussidi all’Alcoa? Lo vogliono capire o no che produrre alluminio in Sardegna costa il 25% oltre i prezzi attuali di mercato?
Ja bi est vonu su casinu!
Dopo un decennio di finanziamenti pubblici per investimenti, capitalizzazioni e aumenti tariffari c’è da chiedersi se sia opportuno che una società pubblica accumuli centinaia di milioni di liquidità sulle spalle dei cittadini sardi.
Si tratta dei proventi d una tariffa gonfiata o di finanziamenti per investimenti mai realizzati?
187 milioni di euro da restituire alla Regione 243 investiti in una banca quindi abbanoa soldi ne ha a bizzeffa, ma i Sindaci che hanno firmato questi accordi avranno letto le carte prima di firmare perchè credo che stiano rischiando molto , purtroppo in Regione non c’è minoranza a parti invertire gli avrebbero fatti dimettere
Roba da commedia all’italiana, la risposta “consultazione informale” è una supercazzola che neanche il Conte Mascetti avrebbe mai osato pronunciare.
Consultazione informale tra chi?
Tra consulenti di Abbanoa o regionali? Tra promotori finanziari, direttori di banca, addetti di “Facile.it,” “Segugio” o chi altro?
Sono un promotore finanziario per cui la domanda sorge spontanea: dove sono stati impiegati i soldi, in quale prodotto e con quali costi?
Se fosse un conto deposito, CREDEM ne ha uno neanche troppo generoso: tasso del 2,50% lordo annuo a scadenza* per 6 MESI su nuova liquidità depositata sul conto corrente, TASSO ANNUO NETTO 0.9125% (poco più di €2.100 di interessi), mentre sul mercato si trovano conti deposito con tassi anche superiori al 3% annuo lordo.
Questione diversa è se i soldi sono stati impiegati in un prodotto finanziario, di cui bisognerebbe capire la natura: obbligazionario o azionario? Con quali costi di sottoscrizione e disinvestimento? Con quali vincoli temporanei?
Insomma un bel macello da cui tirarsi fuori altro che supercazzole…
Sarebbe opportuno una richiesta ufficiale agli atti al fine di capire esattamente se son stati rispettati il codice degli appalti ma soprattutto capire come Abbanoa non essendo una banca d’investimento privata che gestisce capitali propri ma una società in house che gestisce un servizio pubblico essenziale, debba dare conto ad un consiglio d’amministrazione e ai soci, e chiarire con quale criterio si è scelta Banca Credem e non un altra banca. La risposta della Todde dice tutto e niente, ma ciò che preoccupa maggiormente è l’attuale maggioranza che zita nel dimenticatoio non riesce a prendere posizione. Voci interne riferiscono che non tira certo una bell’aria in consiglio regionale, il famoso campo largo risulta spaccato in due, ma unito solo per il proseguo della legislatura che con non pochi mal di pancia, ad iniziare dal famoso assessorato alla sanità, inizia a tirar fuori le prime crepe.
Professore, il punto che lei pone merita, a mio avviso, un passaggio ulteriore.
La risposta della Presidente Todde non dovrebbe essere considerata la chiusura della vicenda, ma l’inizio della vera verifica documentale. Proprio perché la replica in Aula non ha sciolto i dubbi, Paolo Truzzu potrebbe ora spostare il confronto dal piano politico a quello degli atti.
Il nodo non è solo “chi ha deciso”, ma se in Abbanoa esistesse davvero una catena autorizzativa idonea a sostenere un’operazione di quella dimensione. Un comitato ristretto può forse gestire scelte ordinarie; ben diverso è impegnare centinaia di milioni senza un mandato specifico, senza limiti quantitativi chiari, senza criteri predeterminati e senza un passaggio formale negli organi di amministrazione e controllo.
Per questo Truzzu dovrebbe chiedere subito un accesso agli atti mirato: deleghe al comitato, verbali, soglie operative, regolamenti sulla gestione della liquidità, pareri, offerte bancarie confrontate, contratto con l’intermediario, valutazioni del rischio e comunicazioni con Regione, EGAS e controllo analogo.
Solo così si capirà se siamo davanti a una decisione tracciata e controllata, oppure a una scelta assunta in una zona grigia amministrativa.
E se una società in house può muovere una massa finanziaria simile senza un controllo pubblico effettivo e preventivo, allora il problema non riguarda solo Abbanoa, ma l’intero sistema di controllo sulle partecipate regionali.