Il sindaco eletto di Ottana è rinchiuso da ventotto giorni nel carcere di massima sicurezza di Badu ’e Carros. Solo ora, alle ore 10:29 mi viene comunicato che venerdì è stato scarcerato e collocato in un domicilio con obbligo di dimora distante da Ottana. Il ragionamento che segue mantiene la sua validità come difesa dei fondamenti del diritto e rispetto al silenzio imbarazzato che circonda la vicenda.
Non è stato condannato.
Non è stato processato.
È un uomo sottoposto a custodia cautelare e, dunque, per la Costituzione italiana è innocente fino a sentenza definitiva.
Era agli arresti domiciliari. È stato trasferito in carcere perché, secondo la Procura e il Gip, avrebbe violato le prescrizioni della misura: avrebbe nominato la nuova Giunta comunale e avrebbe avuto colloqui non consentiti, tra i quali quello, ormai famoso, con un sacerdote. Poniamo pure, per un momento, che questa ricostruzione sia integralmente corretta. Resta una domanda che diventa più seria ogni giorno che passa: perché Saba è ancora in carcere?
Nel frattempo, infatti, a Ottana è arrivato un commissario. Saba non amministra più il Comune. Non nomina assessori, non dirige gli uffici, non esercita le prerogative del sindaco. Quella sfera istituzionale nella quale, secondo l’accusa, avrebbe potuto interferire è stata sottratta alla sua disponibilità. Questo fatto non stabilisce naturalmente la sua innocenza. Ma dovrebbe incidere su un’altra questione, completamente diversa: la necessità attuale della custodia cautelare in carcere. La sua scarcerazione conferma che questo sarebbe dovuto essere il ragionamento, da farsi però contestualmente alla nomina (29 luglio) non dieci giorni dopo, trascorsi sempre a Badu ‘e Carros.
La custodia cautelare non è una pena anticipata. Non può servire a punire chi avrebbe violato le prescrizioni dei domiciliari, né a impartirgli una lezione, né a dimostrare che con l’autorità giudiziaria non si scherza. Deve rispondere, nel presente, a concrete esigenze cautelari e deve rispettare i principi di adeguatezza e proporzionalità. Se mutano le circostanze, deve essere rivalutata la misura. E una circostanza, a Ottana, è certamente mutata: il sindaco non fa più il sindaco. Perciò la domanda non è se Saba abbia sbagliato a parlare con Tizio o con Caio, con un politico o con un prete. La domanda è quale pericolo concreto e attuale giustifichi oggi, dopo il commissariamento del Comune, la sua permanenza in un carcere di massima sicurezza o comunque differenti misure cautelari. Più passa il tempo senza una risposta convincente, più il confine tra cautela e punizione diventa sottile. E il nostro ordinamento quel confine non consente di attraversarlo.
Intorno a questa vicenda, intanto, regna un silenzio impressionante.
Tacciono i sindaci. Tacciono molte istituzioni. Tace buona parte del mondo culturale e religioso. Quasi che manifestare preoccupazione per un uomo non condannato e rinchiuso a Badu ’e Carros significasse condividerne le eventuali responsabilità penali. Come se Saba fosse già un pericoloso criminale dal quale sia prudente prendere le distanze.
È un riflesso antico. Esistono infatti due scuole di pensiero quando un uomo pubblico finisce in carcere.
La prima raccomanda il silenzio. Non bisogna alzare la voce, non bisogna accendere i riflettori, non bisogna irritare i magistrati. Bisogna lasciare lavorare la giustizia. L’imputato — anzi, spesso neppure imputato — si difenda nelle aule giudiziarie e gli altri abbassino gli occhi.
È una teoria che in Italia ha avuto molti seguaci. Ha anche un nome meno elegante: paura.
La storia di Enzo Tortora dovrebbe averci insegnato esattamente il contrario. Il silenzio non protegge necessariamente chi subisce un’ingiustizia. Talvolta la rende possibile, talvolta la prolunga e quasi sempre lascia solo chi dovrebbe invece essere circondato dalla vigilanza di una società civile. Non è allora insignificante che, quando il Parlamento ha istituito il 17 giugno — giorno dell’arresto di Tortora — come giornata nazionale dedicata alle vittime degli errori giudiziari, Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra abbiano scelto l’astensione.
Persino davanti alla memoria dell’errore giudiziario una parte della politica italiana continua a procedere sulle uova. Guai a sembrare troppo garantisti. Guai soprattutto a disturbare una magistratura alla quale decenni di giustizialismo hanno progressivamente disabituato la politica a rivolgere domande.
Ma esiste una seconda scuola di pensiero.
È quella secondo cui il carcere, proprio perché amministrato dallo Stato, deve essere sottoposto al massimo controllo pubblico. E quando una misura cautelare appare sproporzionata, incomprensibile o non più giustificata dalle circostanze, protestare non significa interferire con la magistratura. Significa esercitare un diritto democratico. Nessuno chiede che Saba venga dichiarato innocente per acclamazione popolare.
Si chiede qualcosa di molto più semplice: processatelo.
Il fatto contestato all’origine di questa vicenda risale a mesi fa. Non siamo davanti a un reato permanente che continua a consumarsi ogni mattina. I fatti hanno un luogo, protagonisti e date. Le amministrazioni coinvolte hanno prodotto documenti. Le persone interessate sono individuate. E allora che cosa impedisce di concludere rapidamente le indagini, formulare le eventuali accuse, chiedere il rinvio a giudizio e celebrare il processo? Se vi sono prove, siano portate davanti a un giudice. Se Saba è colpevole, venga condannato. Se non lo è, venga assolto. Ma la custodia cautelare non può diventare il luogo nel quale si aspetta il processo al posto del processo.
Ventotto giorni a Badu ’e Carros sono ventotto giorni veri. Non sono una formula scritta su un’ordinanza. Sono porte che si chiudono, libertà sottratta, vita sospesa. Il tempo trascorso in carcere pretende ogni giorno una giustificazione nuova e attuale. Non basta ripetere quella di ieri. In uno Stato di diritto non è il detenuto cautelare a dover dimostrare ogni mattina perché dovrebbe uscire. È lo Stato a dover poter spiegare, ogni mattina, perché sia ancora indispensabile tenerlo dentro.
E intorno a questa domanda non serve il silenzio. Serve, precisamente, il contrario.

In un paese di ladri non arrestati, sperano (in molti) nella piena colpevolezza del sindaco. Questo nostro paese è come un Hotel: tutti rubano, ma il capocontrollo, che sonnecchia, ogni tanto deve fare il suo lavoro: basta dunque scatoletta di tonno in tasca per farti passare dei casini.
Era un agosto di tanti anni fa..
Non dimentichiamo Aldo Scardella
Concordo con quanto scritto da Stefano Locci. Il pci-pds fu vergognosamente salvato nella stagione di Mani Pulite. Eppure era coinvolto non meno degli altri partiti nella spartizione delle mazzette. Ma fu salvato ANCHE per i fondi neri di Mosca, che foraggiò Botteghe Oscure dal 1945 per circa 40 anni. Non ci fu mai nessuna inchiesta da parte della magistratura: sconcertante. I magistrati che perseguitarono l’innocente Tortora furono addirittura promossi. E vogliamo parlare di tal Woodcock, che incarcerò numerose persone, poi scagionate perché riconosciute “totalmente estranee ai fatti”? Anche Woodcock non fu sanzionato dal Csm, ma promosso. I presidenti della repubblica, che sono anche presidenti del Csm, hanno finora dormito su tutto ciò?
l’Anci tace forse per paura
Mi onoro anch’io, da ultimo, di appartenere alla seconda scuola di pensiero che mi pare aderisca in pieno allo spirito della Costituzione del 1948: è il p.m. a dover trovare le prove della colpevolezza e non l’indagato-imputato a dover dimostrare la propria innocenza e la custodia cautelare ante processo non può diventare punizione. Questo ribaltamento è fuori dalla previsione di legge e rischia di determinare danno all’erario, al quale danno non rispondono i magistrati. Il SI al referendum avrebbe dato il via a porre un freno robusto a questo spettacolo indecente. Il silenzio di tanti sindaci e dell’Anci onnipresente in tanti eventi pubblici con la sua presidente è altrettanto indecente.
Condivido ogni singola parola dell’articolo.GRAZIE!
Egregio, dopo il martirio di Tortora e di Beniamino Zuncheddu (non dobbiamo dimenticarlo mai!) si susseguono le strabiche nefandezze di un sistema giudiziario che non conosce limiti di degrado. Il fenomeno viene da molto lontano, da quando su un sistema (un intero sistema) politico marcio la magistratura seleziono’ chi doveva essere cancellato dal quadro politico e a chi affidare le sorti di questo povero Paese. Non dimenticherò mai che, mentre si incarceravano anche i gatti delle portinerie di cinque partiti, alle Botteghe Oscure venivano semplicemente apposti i sigilli agli armadi tanto che 48 ore dopo non trovarono altro che armadi aperti e svuotati. Se il povero Citaristi lo avesse fatto a piazza del Gesù non si sarebbe salvato neanche il postino di passaggio.
È da allora che la magistratura non si sottopone a visita oculistica. PD, M5S e AVS non fanno altro che spalleggiare i nuovi padroni del vapore che, statene certi, quando avrà ridotto il paese in totali macerie spazzera’ via anche loro.
E forse, dico forse, quel giorno entreranno in scena i nuovi rivoluzionari: i militari. In perfetta somiglianza con i paesi sudamericani di cui l’Italia è unica e degna rappresentante in Europa. Saluti.
Nessuno di noi, conosce esattamente le accuse a suo carico, salvo che derivino da una società interessata agli impianti fotovoltaici o direttamente da un altro ottanese interessato all’assunzione nella stessa. L’accusa più grave pare possa essere quella di aver contattato o incontrato direttamente tramite l’intervento del sacerdote, la parte lesa in regime degli arresti domiciliari. Incontrare o contattare qualcuno a che pro?
…Eh, inoghe tocat a “aggiornare” cudha cosa chi narant sos Sardos (si che ndh’at ancora):
“Si Deus cheret e sos carabbineris [chi fint sa zustìssia] lu permitint”
a “Fintzas si Deus no cheret ma sos magistrados [sempre sa zustìssia] lu permitint, lu cherent”.
Chentza fàghere “di tutte le erbe un fascio” (fintzas ca b’at erbas e erbas e… fasci e fasci).
Egregio Lettore, dopo la sua segnalazione ho saputo che ieri (e dunque io non potevo saperlo) Franco è stato scarcerato e rimesso ai domiciliari. Quanto all’apodittica accusa di errori logico-giuridici, quando lei avrà la bontà di argomentarli e di palesare il suo nome che la vigliaccheria le impedisce di pronunciare, ne riparleremo.
…mi sento colpevole di silenzio rispetto a questo OLTRAGGIO verso il SINDACO di Ottana e verso la nostra DEMOCRAZIA ; lo so, non è l’ unico caso, ma questo – vicino, vicinissimo a casa mia – mi sembra abnorme.
Grazie prof Maninchedda per dare parole al nostro dissenso
Profonda e livida vergogna.
Al netto degli evidenti errori logico- giuridici presenti in questo articolo, mi risulta che l’ex sindaco sia stato già scarcerato!!!