home  presentazione chi siamo  mail


  documenti  recensioni  poesie 


Le immagini che illustrano queste pagine sono di
Giancarlo Esposito

da "VOLO", I, n. 11, 2001

Gli archivi della Cagliari preistorica

 

Gli abitanti della Cagliari Neolitica si distinguevano in cavernicoli e capannicoli a seconda dei loro usi abitativi. A testimoniare la presenza dei primi abbiamo la Grotta di Sant’Elia, una cavità naturale che, scoperta nel 1878 e purtroppo oggi scomparsa, ci ha lasciato i più antichi indizi della "Cultura Ozieri" e "Bunnannaro" cagliaritana; la Grotta di San Bartolomeo la quale, scomparsa anch’essa durante il dopoguerra a causa delle frane provocate dalle cave collocate nella zona, ha conservato tali e tanti materiali funerari da fornire agli archeologi argomenti validi per "uno studio obiettivo degli avvicendamenti umani preistorici nell’isola" e infine la Grotta del Bagno Penale dalla quale provengono diverse armature in ossidiana e un idolo in alabastro della Dea Madre che danno consistenza alla "facies Bonu Ighinu cagliaritana".

A ricordare invece la presenza nella Cagliari del Neolitico Antico e Recente dei capannicoli abbiamo gli insediamenti all’aperto di Santa Gilla, della Sella del Diavolo, di Viale Trieste e del Poetto, mentre sono ascrivibili al Bronzo Recente e Finale i villaggi di Tuvixeddu, Cuccuru Ibba e Capo Sant’Elia nei quali è possibile riconoscere l’avvicendarsi delle fasi culturali "a ceramiche impresse" di Bonu Ighinu, Ozieri, Abelzu-Filigosa, Monte Claro, del Vaso Campaniforme e Protonuragica. Queste e tante di più le informazioni presenti nella Cagliari preistorica (volume che inaugura la collana University press della Cuec dedicata alla sezione archeologia) del paletnologo ed esperto d’antichità sarde Enrico Atzeni. Un libro nel quale l’autore, artefice di testi fondamentali per il recupero e lo studio della civiltà protosarda, raccoglie due saggi che, precedentemente editi, uno nel volume S. Igia Capitale Giudicale del 1983 e l’altro nel numero sei dell’Anthèo del 2002, permettono, presentati in forma unitaria, di rendere partecipi i lettori, di tutti quegli "elementi di conoscenza relativi alla antropizzazione del territorio cagliaritano e dintorni" acquisiti nell’arco di un ventennio di ricerca.

La ricchezza dei ritrovamenti, che fotografati o disegnati prendono consistenza nelle oltre cinquanta tavole raccolte nel testo, dimostrano l’importanza di continuare a scavare nelle cavità carsiche cagliaritane. Siti che ancora oggi attendono approfondite e sistematiche indagini archeologiche prima che le molteplici azioni e distrazioni dell’uomo moderno cancellino le tracce lasciate da quello più antico.

Eleonora Frongia

Enrico Atzeni, Cagliari preistorica, con Prefazione di Giovanni Lilliu, Cuec, 2003, pp.

70, € 10.00.

[da NAE n. 6 Primavera 2004]

 


La scrittura multitonale di Nascar

È stato pubblicato per la collana Poliedro Narrativa il lavoro d’esordio di Bastiana Madau, che si propone ai lettori con un libro intenso, sospeso fra prosa e lirica e ambientato nell’insulare paese di Nascar, una sorta di terra dei destini incrociati. In questo luogo dell’anima, che significativamente prende il nome da uno dei misteriosi toponimi preromani della Sardegna dall’etimo sconosciuto, intere generazioni s’incrociano, solamente sfiorandosi però, perché è difficile incontrarsi fisicamente, in queste isole. Franzisca, il narratore interno, cerca da un lato di non perdere contatto col mondo da cui proviene, ma, dall’altro, tende a distaccarsene; da tale contraddizione scaturisce un dialogo scisso con le proprie radici, che sono fonte di conferma dell’identità, ma anche dell’impossibilità di essere altro da sé.

In un ordito narrativo fortemente lirico e composito poco spazio è concesso all’intreccio, scarno nel suo svolgimento evenemenziale, ma assai allusivo e polisemico per il lettore

attento, che può, fra le altre cose, cogliere l’uso consapevole degli spazi bianchi, dei pieni e dei vuoti della pagina, senz’altro da ascriversi alle frequentazioni liriche, ma anche di certa scrittura anti-classica, dell’autrice.

L’uso diegetico-ironico dello spazio testuale spicca nei versi in dialetto oranese di Ritorni Juan?, dove l’autrice si diverte ad abbattere i ruoli istituzionali solitamente occupati dai titoli, dalle traduzioni servili nei confronti del testo di partenza e, infine, il normale rapporto dell’autore con la suspension of disbelief del proprio lettore. Ciò vale anche per la mimesi dei nomi di alcuni personaggi. Nascar non è un libro scritto di getto, ma meditato, nato col gusto di scrivere e di impiegare, più o meno consapevolmente, raffinate tecniche narrative.

Nella difficoltà dell’esistere nelle isole mi pare opportuno sottolineare, nell’ultima delle tre sezioni del libro, la presenza della biblioteca, presso cui Franzisca lavora. Si tratta di un autentico approdo presso cui ammarare nei momenti di crisi più intensa, crisi comunicativa soprattutto. La pace di questa ulteriore micro-isola è però turbata da una sorta di jongleur, Vissenti, che rappresenta la ribellione vandalica alle istituzioni che comportano socialità o progresso, in una realtà che in parte ha timore dei cambiamenti.

"Vissenteddu che rompe … i vetri … di tutti quei luoghi dove si riunisce la gente" (p. 73) rappresenta un male di vivere che nei centri dell’isola vera spesso giunge a ben altre epifanie. La sua contestazione è però riassorbita entro la struttura che ne aveva subito le conseguenze: "Una sera Vincent venne in biblioteca. Franzisca era contenta, solo stupidamente contenta" (p. 74).

Ciò è da leggersi in chiave ottimistica, di speranza riposta nei luoghi e nella gente che le pagine di Nascar disegnano attraverso una scrittura multitonale, mistilingue a tratti, che calza bene, polimorfa e adattabile com’è, alla complessità del variegato, difficile vivere delle isole.

Marco Maulu

Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, 2003, pp. 79, € 9,30.

[da NAE n. 6 Primavera 2004]

 

 

 


Bachìs Voetton, stilista sardo a Roma

 

Un figurino, sembrava dipinto col pennello Bachis Voettone, ottavo figlio di Tidoru e Masedda. Rosso di capelli, con gli occhi verdi color acquamarina, diverso da tutti i neonati d’Ularzai e della Barbagia intera, neri di pelo con occhi d’ossidiana. Prodigioso sin da piccolo, Bachiseddu. A tre anni faceva le asole, a cinque pedalava sulla macchina da cucire, cresciuto a rocchetti e ritagli nella sartoria dello zio. Taglia e imbastisce fino a che una sera, mentre l’orologio della torre pisana batte la sesta ora, Tidoru ubriaco urla che Bachiseddu in sartoria non ci deve andare più. "A fare il servo pastore", altro che occhielli e martingale. Pastore o massaio, ma sarto mai, meglio prete, morto o carabiniere. Perché cambiare mestiere è peccato a Ularzai, peccato è andar via, peccato è non mettersi le radici intorno al collo e farsene magari strangolare. Ma il talento è talento e a Bachiseddu tocca la sorte di partire per il Continente con i suoi velluti setosi. Eccolo a Roma, tra gli insegnamenti del rinomato Maranzino e le cure non materne di signora Lucia, proprietaria di pensione e vedova consolabile. Un figlio di Sardegna nella capitale, a fare modelli, sfilate e denaro, a sfidare la povertà atavica dei Voettone e di tutta la loro progenie. Fama, villa, interviste, copertine. Il pastorello che ora si chiama Bachìs Voetton, in paese non ci torna volentieri. È diventato cittadino ma i colori dei suoi abiti carissimi e apprezzati sono quelli delle foglie d’autunno d’Ularzai, dell’acqua del torrente Cauleddu, della polvere delle tanche, del fango dei pascoli. Sapiente, Niffoi conduce il suo protagonista tra i fasti capitolini e le amicizie internazionali, ignaro, o dimentico, della nemesi che colpisce chi se ne va, chi dimentica, chi diventa altro. Ma anche chi resta, chi non muta, chi non pensa mai, neppure per una volta, che il destino non esista.

Da tragedia greca le morti precoci e cruente dei fratelli Voettone, con Mama Masedda che rabbrividisce ai suoi stessi pensieri e Babbu Tidoru che si rinsecchisce come un tronco vuoto. Nessuna speranza, tra i personaggi di un libro che si stacca un poco dalle atmosfere consuete a Salvatore Niffoi e trasporta i lettori tra strade metropolitane e successi mondani. Storia di Bachis che muore di delirio, scontando con la follia le radici che ha reciso, il passato che ha messo da parte, come sua madre Masedda le mele cotogne nella cassa della biancheria. Anatema su chi crede che mutar condizione porti alla felicità. Dannati quelli che osano diventare stilisti anziché sarti, padroni invece che servi. Guardarsi i piedi, ecco cosa si deve fare, mai volgere lo sguardo da altre parti, avverte, dai suoi nidi di civette, il campanile lugubre de La sesta ora. Epica crudele di una famiglia sorpresa e affondata da un bambino dai capelli color melagrana, Bachis lo straniero che con la Singer faceva miracoli. Il lutto s’addice ai Voettone, con morti annegati e nozze di sangue, funerali e matrimoni che non si distinguono neppure dai vestiti dei convitati. Colpevole due volte Bachis, per "quel fuggire rimanendo incatenati" e per avere bambino, novello Edipo, ucciso suo padre anche se sotto forma di fantoccio. Scrittura sempre rapinosa quella di Niffoi, che le sue pagine più belle le intesse di mirto e di caprette, poetico narratore di vicende dove tutti sanno che la vita si sconta vivendo.

a. m.

Salvatore Niffoi, La sesta ora, Il Maestrale, p. 237, € 10,00

[da NAE n. 5 Inverno 2003]

 

 

 

 


Sergio Atzeni tra musica e scrittura

"Ogni musica, evoca immagini", leggiamo nella Dichiarazione generale di Sergio Atzeni che apre la raccolta dei Racconti con colonna sonora, recentemente pubblicati dalle edizioni Il Maestrale di Nuoro per la cura di Giancarlo Porcu. Sicché con una sola mossa, comunicata mediante un atto di scrittura, l’autore colloca in un ambito comune, ovvero allinea in una sola serie, musica, immagine e scrittura. Poiché se ogni musica evoca immagini, la ricezione è tuttavia differenziata – continua Atzeni – e ogni individuo ha i suoi specifici "impedimenti" e i suoi diversi "livelli di adesione" all’ascolto. Da qui l’esigenza di orientare il lettore suggerendo, per ogni racconto, la colonna sonora di riferimento. Un bel colpo, non c’è che dire. Tanto più se pensiamo – avvertiti dalla bella postfazione di Porcu intitolata "Tumbano tamburi ". Storie e progetti di musica, scritture e periferia – che l’allineamento proposto risale ai primissimi anni ottanta. Quando di intertestualità o di multimedialità si parlava ancora poco, e non si studiavano, come si fa oggi in libri e convegni, i rapporti fra le arti. Ma quando alcuni fra i talenti più sensibili, penso soprattutto a Pier Vittorio Tondelli, già si muovevano in atmosfere musico-scritturali e immaginative non molto dissimili da quelle di Atzeni. C’è forse un problema (ma sarebbe meglio dire un tema) generazionale, quello dei narratori italiani cresciuti a tempo di rock e spinelli, che nacquero alla vita e alla scrittura contestando la guerra in Vietnam e la classe dirigente democristiana, e che di lì a poco proprio Tondelli avrebbe definito come gli "smalltown boys pienamente immersi nell’alacrità delle province".

Non so quanto Atzeni potrebbe riconoscersi in queste parole, lui che in quanto scrittore cercava di sentirsi contemporaneamente sardo, italiano ed europeo, anticipando le tante analisi che oggi cercano di coniugare nazione e narrazione, ovvero appartenenza (affettiva) e dislocamento (intellettuale). Ma credo non avrebbe disdegnato di stare al gioco, riconoscendo che, in effetti, per quelli come lui la musica funzionava come primario elemento di suggestione e di riconoscimento, costituendosi come matrice di una koinè intellettuale e generazionale. Particolarmente meritevole dunque l’operazione editoriale, che mette ora a disposizione alcuni brevi ma splendidi testi in grado di illuminare il senso di un progetto poi sviluppato nelle opere maggiori. Dei desideri e delle speranze dell’autore, delle fasi di lavorazione e delle interne differenze fra i racconti riferisce con lucidità e competenza Porcu, alla cui analisi, indispensabile all’intelligenza del testo, rimando senz’altro i lettori. Dal canto mio vorrei solo aggiungere un’osservazione conclusiva. Se è vero che i rapporti fra musica e scrittura intrigano da sempre la cultura occidentale, è anche vero che questi rapporti paiono essersi complicati nel corso del Novecento. Affascinata dall’oralità, sembra infatti che la letteratura contemporanea abbia cercato in mille modi di sonorizzare la scrittura, ricreando sulla pagina quell’effetto musicale che, si dice, fosse proprio della poesia arcaica e comunque della tradizione orale. Come scrive Jean- Pierre Martin, questa intensificazione ha determinato la "colonna sonora" della modernità, quell’insieme di voci, musica e suoni che possiamo ascoltare precisamente mettendoci in ascolto del romanzo. Per questo non ho dubbi che Atzeni, guidandoci nei meandri della sua personale discoteca abbia arricchito la nostra biblioteca, abbia cioè contribuito al grande concerto della narrativa moderna creando la specifica sonorità della sua scrittura.

Giorgio Rimondi

Sergio Atzeni, Racconti con colonna sonora e altri in "giallo", Il Maestrale, Nuoro 2002

[da NAE n. 3 Estate 2003]

 


Forme e ragioni del talento di Salvatore Satta

Proprio nell’anno del centenario della nascita di Salvatore Satta esce un libro, La scrittura come riscatto, che vuole essere "uno strumento di studio complessivo e sintetico sulla figura e sull’opera dello scrittore nuorese", colmando, oltre tutto, quello che il suo curatore definisce "un vuoto editoriale". D’altronde chi poteva farsi carico di questo progetto se non Ugo Collu, il quale oltre a presiedere il Consorzio per la pubblica lettura Sebastiano Satta si è sempre occupato del giuristascrittore, curando tra l’altro i volumi che raccolgono gli atti dei convegni a lui dedicati. Per raggiungere tale obiettivo lo studioso ha suddiviso il libro in tre parti, delle quali la prima è riservata a tracciare un profilo biografico di Salvatore Satta, poiché proprio attraverso "lo scorrere delle date" è possibile, sostiene Ugo Collu, individuare "la maturazione e l’affermazione del suo pensiero". La seconda parte è stata invece affidata ad Elisa Careddu che, passando in rassegna le diverse opere sattiane, ha voluto soffermarsi sul talento di penna sempre riconoscibile in ogni forma della sua scrittura, giuridica o letteraria che sia. Conclude il volume una ricca bibliografia che, includendo non solo i lavori monografici dedicati all’autore ma anche un elenco di articoli e recensioni delle proprie opere rintracciabili, a partire dagli anni Cinquanta, nelle pagine di quotidiani e riviste specializzate, non a torto è definita ragionata.

Un discorso che sta particolarmente a cuore ad Ugo Collu è certamente quello che riguarda le lettere: inviate e ricevute, esse affollarono sempre la scrivania dello scrittore nuorese, il quale intrattenne rapporti epistolari un po’ con tutte le persone che gli erano care. A partire dalla moglie, la signora Laura, durante l’unico anno di fidanzamento, per arrivare a Bernardo Albanese che, più che un amico, fu per lui un alter ego, uno "scandaglio" capace di "rivelarlo a se stesso nei recessi più abissali dell’animo", o a Marino Moretti. Quel Marino Moretti membro nel 1928 della giuria del Premio Viareggio, concorso al quale Salvatore Satta partecipò presentando un romanzo "intimo" e "senza azione" come La veranda. Un’opera che, pur scartata per la sua "inattualità ", piacque a tal punto al Moretti che, anni più tardi nelle colonne del Corriere dell’informazione, se ne occuperà nuovamente parlandone in termini di capolavoro.

È "dal contenuto a volte sconvolgente" di queste lettere che, afferma Ugo Collu, viene fuori "il dramma personale di un uomo" il quale, "deluso" dalla sua "esperienza professionale professionale" e "investito da un cumulo schiacciante di rimpianti affettivi", ha voluto dare alla propria scrittura una forma precisa: quella "del riscatto e della pacificante redenzione".

e.f.

Ugo Collu, La scrittura come riscatto. Introduzione a Salvatore Satta, Cagliari, Della Torre, 2002, pp. 128, € 10,00.

[Da Nae n. 2 Primavera 2003]

 


 

Messaggi in bottiglia

"E ogni volta che affidi parole a un foglio lasci solo messaggi in una bottiglia,

senza sapere se mai raggiungeranno la loro destinazione e quale sarà la loro sorte".

Il Viaggio con la straniera di Catani in qualche misura riprende e prosegue la raccolta precedente dello stesso autore Ghilgamesh e altre poesie. Ma, per quanto riprenda dalla prima raccolta parti di un certo peso nell’economia del pensiero poetico, questa comporta un maggiore impegno nell’organizzazione complessiva: la prima, al tema portante del viaggio e dell’errante, aggiungeva, come appare anche solo dal titolo, anche altre poesie (che pure sarebbero state facilmente incorporabili senza il bisogno dell’indicazione paratestuale); la seconda segue invece un unico filo di un discorso articolato e di non poca ambizione. Il Viaggio con la straniera si divide in quattro sezioni (la prima delle quali merita di essere confrontata con le parti di Ghilgamesh e altre poesie cui fa riferimento): Scali di mare, Sinfonia di mare, Giornali di bordo, Lo spirito della danza.

Sarebbe interessante notare, se potessimo navigare in acque più ampie, come sia assente (qui come in molte opere antiche e recenti che allegorizzano il viaggio) una sezione dedicata alla preparazione del viaggio, ai momenti in cui si pianifica un percorso che, quasi per statuto di genere (di generi?), dovrà misurarsi con eventi che sfuggono ad ogni possibilità di premonizione.

Si capisce facilmente comunque che si tratta di un’opera riconducibile a un universo intertestuale che richiede (anche al lettore) un’audacia degna del maggior corno della fiamma antica.

L’autore e l’errante tuttavia non temono il tormento di tempeste o bonacce. Fin dal principio, al fine forse di chiarire al lettore la specificità del viaggio, si stabilisce l’identità tra naviganti e poeti: "Gente di mare e poeti! / Le loro notti di bonaccia covano tarli / che cercano un materiale più fragile del legno delle stive, / più fragrante del salmastro in pieno vento".

E, ovviamente, di qui si apre tutta la serie di corrispondenze in un sistema ormai talmente codificato che perfino il recensore può fare a meno di indicarle analiticamente. L’autore, ad ogni buon conto, c’insiste.

L’ascendenza di questo atteggiamento letterario può forse essere intuita dal titolo dell’ultima sezione Lo spirito della danza (che fa chiaro riferimento alla poetica di Valery), ma addirittura meglio dalle citazioni tratte da Valery: "Ora sai / che l’espressione e la sua forma sono come il calco / e la sua matrice" (giusto per fare esempi, ma non ce ne sarebbe bisogno).

Ci si accorge senza la minima difficoltà che il cumulo di frammenti (giusto per avvisare il lettore che anche Eliot partecipa a tanto percorso di conoscenza) agglutinati nel testo non possono bastare a una "bussola della conoscenza che orienta il suo ago / verso le isole scarlatte dell’essere".

Perché l’errante cerca il profondo, cerca l’essere (ciò che non diviene, appunto), cerca una verità non semplicemente fenomenica e transeunte che è qui rappresentata dal cuore della melagrana ("Quanto più ti avvicini / al cuore della melagrana / tanto più sanguina").

E tanto cerca, l’errante, che la ricerca (erotizzata in ogni dettaglio anche nell’immagine del frutto mediterraneo) si rivela poi una necessità esistenziale indipendente dal risultato (dall’approdo del navigante come anche del filosofo), acquista un valore conoscitivo causa sui (se anche a noi è consentito l’abuso terminologico): "Talvolta una goccia / squarcia il velo che nasconde la verità. / Allora, dietro di te, allo specchio, / vedi ciò che avevi sempre saputo e ignorato".

Bàrberi Squarotti scrive nell’Introduzione che "il poema è […] nutrito di citazioni, di reinvenzioni, di variate figure e immagini: sempre con il persuasivo avvertimento che la poesia moderna non può che essere sempre riscrittura e lezione di colto discorso e variazione ". Nel caso specifico il discorso poetico complessivo, che affastella immagini talvolta suggestive ed efficaci (com’è la nascita di Venere/Straniera/Euridice) senza reggere la difficile materia, non può essere definito colto discorso proprio perché, utilizzando materiali oramai di scuola, li costringe all’interno di un discorso complessivo troppo debole. E il problema non è che il discorso complessivo sia debole (molti tra i più alti discorsi poetici del secondo Novecento si costruiscono intorno a un pensiero debole) ma che, essendo debole, pretenda di essere forte.

Il fallimento si misura nella serie di intuizioni critiche dell’errante, che sanno di spiegazione scolastica: "Ora ho scoperto il segreto dei viaggi di Ulisse: / fu quando perse Itaca che la ritrovò. / Da quel momento, non cessò di cercarla".

Il fatto che Ghilgamesh e altre poesie necessitasse di un piccolo apparato di note, più che mostrare la perizia dell’autore, evidenziava l’incertezza dei versi incapaci di incorporare in maniera originale quei fragments cui pretendeva di alludere (ma spiegandoli). Le varie auctoritates del caso occorrevano allora (e occorrono ora) a puntellare non le rovine della storia e della conoscenza ma quelle della navigazione inesperta.

Qui le note non ci sono, ma permane la debolezza di un pensiero poetico alle prese con un folle volo che avrebbe necessitato di ben altra strumentazione.

Duilio Caocci

Antonello Catani, In viaggio con la straniera, Torino, Genesi, 2002, pp. 71, € 7,80.

[Da Nae n. 2 Primavera 2003]

 


 

Rimas nobas e rinnovamento del canone

Non poteva mancare nell’innovativa collana Cuec, emblematicamente intitolata Prospettive, un testo di Nicola Tanda, lungimirante innovatore letterario nel panorama intellettuale sardo. Un’odissea de rimas nobas si apre con una dedica del tutto inusuale al poeta Predu Mura (è suo il verso che dà il titolo al testo), "sperimentatore" e "fabbro" di "cantones friscas", e con una lirica dello stesso, che suona quasi come un testamento poetico, Fippo operaiu ‘e luche soliana (Ero operaio di luce e di sole), tradotta a fronte da Grazia Maria Poddighe.D’altra parte il poeta, insieme a Benvenuto Lobina e al nipote Antonio Mura, viene indicato nel testo dallo studioso come colui che ha "riplasmato l’immaginario sardo con una scansione lirica tutta interna" e ha "ricreato una lingua poetica scavata nelle profondità del soggetto risolvendola in valori fonosimbolici del tutto nuovi e inaspettati". Quest’opera di Tanda è una raccolta di sette pezzi fra saggi, introduzioni e relazioni per conferenze di livello anche internazionale, attraverso i quali lo studioso ripercorre le linee principali della produzione letteraria sarda, in prosa e in versi, quella "produzione per lungo tempo esclusa dal canone"; inoltre, segnala il contributo dato alla diffusione dei testi dall’editoria isolana e rifà il punto degli studi finora svolti, non trascurando di indicare le numerose vie ancora da percorrere. Non manca il monito agli insegnanti affinché si facciano veicolo per la diffusione del patrimonio culturale isolano: "Un docente che voglia seriamente fare i conti col proprio territorio e con il contesto culturale dentro il quale opera non può non tenere conto del contributo che la produzione letteraria locale ha dato alla elevazione del livello civile della propria comunità". Così Tanda, in due saggi, Verso il bilinguismo letterario e Un’odissea de rimas nobas, che costituiscono il fulcro della raccolta, ripercorre per intero rispettivamente la produzione narrativa e poetica dei sardi. E da Antonio Cano, attraverso Grazia Deledda, Antonio Puddu, Salvatore Cambosu e tanti altri, giunge a Francesco Masala e Antonio Cossu, per la prosa, e da Salvator Ruju, attraverso Francesco Zedda, Raimondo Manelli, Franco Fresi, giunge ai vincitori delle numerose gare fra poeti in lingua sarda, che possono vantare quale padre il prestigioso premio Ozieri, il tutto senza mai dimenticare di gettare uno sguardo alla storia e alla critica. Grazie proprio alla sua letteratura "La Sardegna, finalmente, da non luogo diventa luogo, non di un esclusivo recupero memoriale, ma luogo dell’immaginario che produce il progetto di un’identità dinamica, dal quale deriva l’energia vitale e morale di un nuovo modello di sviluppo economico e civile, in grado di rappresentare quella Sardegna che vive nel cuore e nell’intelligenza dei poeti, isola del mito, parco, luogo protetto delle bellezze naturali e della civiltà di un popolo", che tutti gli intellettuali sardi, con coscienza e serietà, hanno il dovere di studiare e raccontare.

 

Simona Pilia

Nicola Tanda, Un’odissea de rimas nobas. Verso la letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec, 2003, pp. 240, 13,30.

[Da NAE n. 4 Autunno 2003]

 


 

Nella tana della volpe

Il primo romanzo di Rina Brundu – sarda trasferitasi in Irlanda dove lavora nel settore informatico – è un giallo classico, alla Christie per intenderci, risolto secondo il criterio della deduzione scientifico-psicologica. I fatti narrati si svolgono durante l’ultima settimana di novembre del 2000 e il luogo deputato ad accogliere i numerosi personaggi è l’Hotel Tana di Volpe, albergo di lusso appena ultimato e completamente informatizzato che si trova nel territorio di Villarosa (paesino della Sardegna dell’interno inventato dalla Brundu), circondato dai boschi e sovrastato dai monti del Gennargentu. Per la sua posizione solitaria fa comodo a chi ha bisogno di una base nascosta, mentre per qualcun altro rappresenta una trappola mortale: "Anche l’ultima preda era entrata nella tana". E infatti la vita tranquilla del borgo ogliastrino precipita nel vortice della paura a causa di due omicidi, uno dei quali avviene proprio all’interno del nuovo albergo, da dove partono le indagini dirette dal maresciallo Vinci, coadiuvato dall’amico Osvaldo (maestro in pensione, bibliotecario volontario, appassionato di enigmistica, esperto di informatica), e che devono far luce anche sulla scomparsa dell’ex parroco atteso inutilmente in albergo. La catena di omicidi si incrocia con un traffico di reperti archeologici appena rubati dal museo di Nuoro. Una nevicata straordinaria blocca tutti all’interno del Tana di Volpe che diventa un centro operativo delle forze dell’ordine. L’autrice tende una fitta rete di richiami interni e qualche tranello per il lettore che, fra misteri e delitti, può comunque gustare delle scenette esilaranti. La connotazione sarda emerge nell’uso della lingua (nella variante ogliastrina) in espressioni colloquiali e proverbiali, nella presenza delle peculiarità archeologiche, nel raffronto tra la vivibilità delle coste e delle montagne soprattutto per l’influsso di queste ultime nella psicologia dei sardi dell’interno. L’attenzione per la Sardegna più nascosta e soprattutto per la sua terra d’origine è sottolineata dalla Brundu anche nella postfazione: "L’Ogliastra di oggi è l’ultima frontiera dell’Italia, forse dell’Europa" per la violenza, la disoccupazione, il disinteresse degli amministratori, "i signorotti nepotisti", la necessità di emigrare.

 

Miriam Punzurudu

Rina Brundu, Tana di Volpe, Dario Flaccovio, 2003, pp. 333, 18,00.

[da NAE n. 4 Autunno 2003]