Gli archivi della Cagliari preistorica
Gli abitanti della Cagliari Neolitica si distinguevano in
cavernicoli e capannicoli a seconda dei loro usi abitativi. A testimoniare
la presenza dei primi abbiamo la Grotta di Sant’Elia, una cavità
naturale che, scoperta nel 1878 e purtroppo oggi scomparsa, ci ha lasciato
i più antichi indizi della "Cultura Ozieri" e "Bunnannaro" cagliaritana;
la Grotta di San Bartolomeo la quale, scomparsa anch’essa durante
il dopoguerra a causa delle frane provocate dalle cave collocate nella
zona, ha conservato tali e tanti materiali funerari da fornire agli
archeologi argomenti validi per "uno studio obiettivo degli avvicendamenti
umani preistorici nell’isola" e infine la Grotta del Bagno Penale
dalla quale provengono diverse armature in ossidiana e un idolo in
alabastro della Dea Madre che danno consistenza alla "facies Bonu
Ighinu cagliaritana".
A ricordare invece la presenza nella Cagliari del Neolitico
Antico e Recente dei capannicoli abbiamo gli insediamenti all’aperto di
Santa Gilla, della Sella del Diavolo, di Viale Trieste e
del Poetto, mentre sono ascrivibili al Bronzo Recente e Finale i
villaggi di Tuvixeddu, Cuccuru Ibba e Capo Sant’Elia
nei quali è possibile riconoscere l’avvicendarsi delle fasi culturali "a
ceramiche impresse" di Bonu Ighinu, Ozieri, Abelzu-Filigosa, Monte Claro,
del Vaso Campaniforme e Protonuragica. Queste e tante di più le
informazioni presenti nella Cagliari preistorica (volume che
inaugura la collana University press della Cuec dedicata alla sezione
archeologia) del paletnologo ed esperto d’antichità sarde Enrico Atzeni.
Un libro nel quale l’autore, artefice di testi fondamentali per il
recupero e lo studio della civiltà protosarda, raccoglie due saggi che,
precedentemente editi, uno nel volume S. Igia Capitale Giudicale
del 1983 e l’altro nel numero sei dell’Anthèo del 2002, permettono,
presentati in forma unitaria, di rendere partecipi i lettori, di tutti
quegli "elementi di conoscenza relativi alla antropizzazione del
territorio cagliaritano e dintorni" acquisiti nell’arco di un ventennio di
ricerca.
La ricchezza dei ritrovamenti, che fotografati o disegnati
prendono consistenza nelle oltre cinquanta tavole raccolte nel testo,
dimostrano l’importanza di continuare a scavare nelle cavità carsiche
cagliaritane. Siti che ancora oggi attendono approfondite e sistematiche
indagini archeologiche prima che le molteplici azioni e
distrazioni dell’uomo moderno cancellino le tracce lasciate da quello
più antico.
Eleonora Frongia
Enrico Atzeni, Cagliari preistorica, con Prefazione
di Giovanni Lilliu, Cuec, 2003, pp.
70, € 10.00.
[da NAE n. 6 Primavera 2004]
La scrittura multitonale di Nascar
È stato pubblicato per la collana Poliedro Narrativa
il lavoro d’esordio di Bastiana Madau, che si propone ai lettori con un
libro intenso, sospeso fra prosa e lirica e ambientato nell’insulare paese
di Nascar, una sorta di terra dei destini incrociati. In questo
luogo dell’anima, che significativamente prende il nome da uno dei
misteriosi toponimi preromani della Sardegna dall’etimo sconosciuto,
intere generazioni s’incrociano, solamente sfiorandosi però, perché è
difficile incontrarsi fisicamente, in queste isole. Franzisca, il
narratore interno, cerca da un lato di non perdere contatto col mondo da
cui proviene, ma, dall’altro, tende a distaccarsene; da tale
contraddizione scaturisce un dialogo scisso con le proprie radici, che
sono fonte di conferma dell’identità, ma anche dell’impossibilità di
essere altro da sé.
In un ordito narrativo fortemente lirico e composito poco
spazio è concesso all’intreccio, scarno nel suo svolgimento evenemenziale,
ma assai allusivo e polisemico per il lettore
attento, che può, fra le altre cose, cogliere l’uso
consapevole degli spazi bianchi, dei pieni e dei vuoti della pagina,
senz’altro da ascriversi alle frequentazioni liriche, ma anche di certa
scrittura anti-classica, dell’autrice.
L’uso diegetico-ironico dello spazio testuale spicca nei
versi in dialetto oranese di Ritorni Juan?, dove l’autrice si
diverte ad abbattere i ruoli istituzionali solitamente occupati dai
titoli, dalle traduzioni servili nei confronti del testo di partenza e,
infine, il normale rapporto dell’autore con la suspension of disbelief
del proprio lettore. Ciò vale anche per la mimesi dei nomi di alcuni
personaggi. Nascar non è un libro scritto di getto, ma meditato,
nato col gusto di scrivere e di impiegare, più o meno consapevolmente,
raffinate tecniche narrative.
Nella difficoltà dell’esistere nelle isole mi pare
opportuno sottolineare, nell’ultima delle tre sezioni del libro, la
presenza della biblioteca, presso cui Franzisca lavora. Si tratta di un
autentico approdo presso cui ammarare nei momenti di crisi più intensa,
crisi comunicativa soprattutto. La pace di questa ulteriore micro-isola è
però turbata da una sorta di jongleur, Vissenti, che rappresenta la
ribellione vandalica alle istituzioni che comportano socialità o
progresso, in una realtà che in parte ha timore dei cambiamenti.
"Vissenteddu che rompe … i vetri … di tutti quei luoghi
dove si riunisce la gente" (p. 73) rappresenta un male di vivere che nei
centri dell’isola vera spesso giunge a ben altre epifanie. La sua
contestazione è però riassorbita entro la struttura che ne aveva subito le
conseguenze: "Una sera Vincent venne in biblioteca. Franzisca era
contenta, solo stupidamente contenta" (p. 74).
Ciò è da leggersi in chiave ottimistica, di speranza
riposta nei luoghi e nella gente che le pagine di Nascar disegnano
attraverso una scrittura multitonale, mistilingue a tratti, che calza
bene, polimorfa e adattabile com’è, alla complessità del variegato,
difficile vivere delle isole.
Marco Maulu
Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, 2003, pp. 79, €
9,30.
[da NAE n. 6 Primavera 2004]
Bachìs Voetton, stilista sardo a Roma
Un figurino, sembrava dipinto col pennello Bachis Voettone,
ottavo figlio di Tidoru e Masedda. Rosso di capelli, con gli occhi verdi
color acquamarina, diverso da tutti i neonati d’Ularzai e della Barbagia
intera, neri di pelo con occhi d’ossidiana. Prodigioso sin da piccolo,
Bachiseddu. A tre anni faceva le asole, a cinque pedalava sulla macchina
da cucire, cresciuto a rocchetti e ritagli nella sartoria dello zio.
Taglia e imbastisce fino a che una sera, mentre l’orologio della torre
pisana batte la sesta ora, Tidoru ubriaco urla che Bachiseddu in sartoria
non ci deve andare più. "A fare il servo pastore", altro che occhielli e
martingale. Pastore o massaio, ma sarto mai, meglio prete, morto o
carabiniere. Perché cambiare mestiere è peccato a Ularzai, peccato è andar
via, peccato è non mettersi le radici intorno al collo e farsene magari
strangolare. Ma il talento è talento e a Bachiseddu tocca la sorte di
partire per il Continente con i suoi velluti setosi. Eccolo a Roma, tra
gli insegnamenti del rinomato Maranzino e le cure non materne di signora
Lucia, proprietaria di pensione e vedova consolabile. Un figlio di
Sardegna nella capitale, a fare modelli, sfilate e denaro, a sfidare la
povertà atavica dei Voettone e di tutta la loro progenie. Fama, villa,
interviste, copertine. Il pastorello che ora si chiama Bachìs Voetton, in
paese non ci torna volentieri. È diventato cittadino ma i colori dei suoi
abiti carissimi e apprezzati sono quelli delle foglie d’autunno d’Ularzai,
dell’acqua del torrente Cauleddu, della polvere delle tanche, del fango
dei pascoli. Sapiente, Niffoi conduce il suo protagonista tra i fasti
capitolini e le amicizie internazionali, ignaro, o dimentico, della nemesi
che colpisce chi se ne va, chi dimentica, chi diventa altro. Ma anche chi
resta, chi non muta, chi non pensa mai, neppure per una volta, che il
destino non esista.
Da
tragedia greca le morti precoci e cruente dei fratelli Voettone, con Mama
Masedda che rabbrividisce ai suoi stessi pensieri e Babbu Tidoru che si
rinsecchisce come un tronco vuoto. Nessuna speranza, tra i personaggi di
un libro che si stacca un poco dalle atmosfere consuete a Salvatore Niffoi
e trasporta i lettori tra strade metropolitane e successi mondani. Storia
di Bachis che muore di delirio, scontando con la follia le radici che ha
reciso, il passato che ha messo da parte, come sua madre Masedda le mele
cotogne nella cassa della biancheria. Anatema su chi crede che mutar
condizione porti alla felicità. Dannati quelli che osano diventare
stilisti anziché sarti, padroni invece che servi. Guardarsi i piedi, ecco
cosa si deve fare, mai volgere lo sguardo da altre parti, avverte, dai
suoi nidi di civette, il campanile lugubre de La sesta ora. Epica
crudele di una famiglia sorpresa e affondata da un bambino dai capelli
color melagrana, Bachis lo straniero che con la Singer faceva miracoli. Il
lutto s’addice ai Voettone, con morti annegati e nozze di sangue, funerali
e matrimoni che non si distinguono neppure dai vestiti dei convitati.
Colpevole due volte Bachis, per "quel fuggire rimanendo incatenati" e per
avere bambino, novello Edipo, ucciso suo padre anche se sotto forma di
fantoccio. Scrittura sempre rapinosa quella di Niffoi, che le sue pagine
più belle le intesse di mirto e di caprette, poetico narratore di vicende
dove tutti sanno che la vita si sconta vivendo.
a. m.
Salvatore Niffoi, La sesta ora, Il Maestrale, p.
237, € 10,00
[da NAE n. 5 Inverno 2003]
Sergio Atzeni tra musica e scrittura
"Ogni musica, evoca immagini", leggiamo nella
Dichiarazione generale di Sergio Atzeni che apre la raccolta dei
Racconti con colonna sonora, recentemente pubblicati dalle edizioni Il
Maestrale di Nuoro per la cura di Giancarlo Porcu. Sicché con una sola
mossa, comunicata mediante un atto di scrittura, l’autore colloca in un
ambito comune, ovvero allinea in una sola serie, musica, immagine e
scrittura. Poiché se ogni musica evoca immagini, la ricezione è tuttavia
differenziata – continua Atzeni – e ogni individuo ha i suoi specifici
"impedimenti" e i suoi diversi "livelli di adesione" all’ascolto. Da qui
l’esigenza di orientare il lettore suggerendo, per ogni racconto, la
colonna sonora di riferimento. Un bel colpo, non c’è che dire. Tanto
più se pensiamo – avvertiti dalla bella postfazione di Porcu intitolata
"Tumbano tamburi ". Storie e progetti di musica, scritture e periferia
– che l’allineamento proposto risale ai primissimi anni ottanta. Quando di
intertestualità o di multimedialità si parlava ancora poco, e non si
studiavano, come si fa oggi in libri e convegni, i rapporti fra le arti.
Ma quando alcuni fra i talenti più sensibili, penso soprattutto a Pier
Vittorio Tondelli, già si muovevano in atmosfere musico-scritturali e
immaginative non molto dissimili da quelle di Atzeni. C’è forse un
problema (ma sarebbe meglio dire un tema) generazionale, quello dei
narratori italiani cresciuti a tempo di rock e spinelli, che nacquero alla
vita e alla scrittura contestando la guerra in Vietnam e la classe
dirigente democristiana, e che di lì a poco proprio Tondelli avrebbe
definito come gli "smalltown boys pienamente immersi nell’alacrità delle
province".
Non so quanto Atzeni potrebbe riconoscersi in queste
parole, lui che in quanto scrittore cercava di sentirsi contemporaneamente
sardo, italiano ed europeo, anticipando le tante analisi che oggi cercano
di coniugare nazione e narrazione, ovvero appartenenza (affettiva) e
dislocamento (intellettuale). Ma credo non avrebbe disdegnato di stare al
gioco, riconoscendo che, in effetti, per quelli come lui la musica
funzionava come primario elemento di suggestione e di riconoscimento,
costituendosi come matrice di una koinè intellettuale e
generazionale. Particolarmente meritevole dunque l’operazione editoriale,
che mette ora a disposizione alcuni brevi ma splendidi testi in grado di
illuminare il senso di un progetto poi sviluppato nelle opere maggiori.
Dei
desideri e delle speranze dell’autore, delle fasi di lavorazione e delle
interne differenze fra i racconti riferisce con lucidità e competenza
Porcu, alla cui analisi, indispensabile all’intelligenza del testo,
rimando senz’altro i lettori. Dal canto mio vorrei solo aggiungere
un’osservazione conclusiva. Se è vero che i rapporti fra musica e
scrittura intrigano da sempre la cultura occidentale, è anche vero che
questi rapporti paiono essersi complicati nel corso del Novecento.
Affascinata dall’oralità, sembra infatti che la letteratura contemporanea
abbia cercato in mille modi di sonorizzare la scrittura, ricreando sulla
pagina quell’effetto musicale che, si dice, fosse proprio della poesia
arcaica e comunque della tradizione orale. Come scrive Jean- Pierre Martin,
questa intensificazione ha determinato la "colonna sonora" della
modernità, quell’insieme di voci, musica e suoni che possiamo ascoltare
precisamente mettendoci in ascolto del romanzo. Per questo non ho
dubbi che Atzeni, guidandoci nei meandri della sua personale discoteca
abbia arricchito la nostra biblioteca, abbia cioè contribuito al grande
concerto della narrativa moderna creando la specifica sonorità della sua
scrittura.
Giorgio Rimondi
Sergio Atzeni, Racconti con colonna sonora e altri in
"giallo", Il Maestrale, Nuoro 2002
[da NAE n. 3 Estate
2003]
Forme e ragioni del talento di Salvatore
Satta
Proprio nell’anno del centenario della nascita di Salvatore
Satta esce un libro, La scrittura come riscatto, che vuole essere
"uno strumento di studio complessivo e sintetico sulla figura e sull’opera
dello scrittore nuorese", colmando, oltre tutto, quello che il suo
curatore definisce "un vuoto editoriale". D’altronde chi poteva farsi
carico di questo progetto se non Ugo Collu, il quale oltre a presiedere il
Consorzio per la pubblica lettura Sebastiano Satta si è sempre
occupato del giuristascrittore, curando tra l’altro i volumi che
raccolgono gli atti dei convegni a lui dedicati. Per raggiungere tale
obiettivo lo studioso ha suddiviso il libro in tre parti, delle quali la
prima è riservata a tracciare un profilo biografico di Salvatore Satta,
poiché proprio attraverso "lo scorrere delle date" è possibile, sostiene
Ugo Collu, individuare "la maturazione e l’affermazione del suo pensiero".
La seconda parte è stata invece affidata ad Elisa Careddu che, passando in
rassegna le diverse opere sattiane, ha voluto soffermarsi sul talento
di penna sempre riconoscibile in ogni forma della sua scrittura,
giuridica o letteraria che sia. Conclude il volume una ricca bibliografia
che, includendo non solo i lavori monografici dedicati all’autore ma anche
un elenco di articoli e recensioni delle proprie opere rintracciabili, a
partire dagli anni Cinquanta, nelle pagine di quotidiani e riviste
specializzate, non a torto è definita ragionata.
Un discorso che sta particolarmente a cuore ad Ugo Collu è
certamente quello che riguarda le lettere: inviate e ricevute, esse
affollarono sempre la scrivania dello scrittore nuorese, il quale
intrattenne rapporti epistolari un po’ con tutte le persone che gli erano
care. A partire dalla moglie, la signora Laura, durante l’unico anno di
fidanzamento, per arrivare a Bernardo Albanese che, più che un amico, fu
per lui un alter ego, uno "scandaglio" capace di "rivelarlo a se
stesso nei recessi più abissali dell’animo", o a Marino Moretti. Quel
Marino Moretti membro nel 1928 della giuria del Premio Viareggio, concorso
al quale Salvatore Satta partecipò presentando un romanzo "intimo" e
"senza azione" come La veranda. Un’opera che, pur scartata per la
sua "inattualità ", piacque a tal punto al Moretti che, anni più tardi
nelle colonne del Corriere dell’informazione, se ne occuperà
nuovamente parlandone in termini di capolavoro.
È "dal contenuto a volte sconvolgente" di queste lettere
che, afferma Ugo Collu, viene fuori "il dramma personale di un uomo" il
quale, "deluso" dalla sua "esperienza professionale professionale" e
"investito da un cumulo schiacciante di rimpianti affettivi", ha voluto
dare alla propria scrittura una forma precisa: quella "del riscatto e
della pacificante redenzione".
e.f.
Ugo Collu, La scrittura come riscatto. Introduzione a
Salvatore Satta, Cagliari, Della Torre, 2002, pp. 128, € 10,00.
[Da Nae n. 2 Primavera 2003]
Messaggi in bottiglia
"E ogni v olta che affidi parole a un
foglio lasci solo messaggi in una bottiglia,
senza sapere se mai raggiungeranno la loro destinazione
e quale sarà la loro sorte".
Il Viaggio con la straniera di Catani in qualche
misura riprende e prosegue la raccolta precedente dello stesso autore
Ghilgamesh e altre poesie. Ma, per quanto riprenda dalla prima
raccolta parti di un certo peso nell’economia del pensiero poetico, questa
comporta un maggiore impegno nell’organizzazione complessiva: la prima, al
tema portante del viaggio e dell’errante, aggiungeva, come appare anche
solo dal titolo, anche altre poesie (che pure sarebbero state
facilmente incorporabili senza il bisogno dell’indicazione paratestuale);
la seconda segue invece un unico filo di un discorso articolato e di non
poca ambizione. Il Viaggio con la straniera si divide in quattro
sezioni (la prima delle quali merita di essere confrontata con le parti di
Ghilgamesh e altre poesie cui fa riferimento): Scali di mare,
Sinfonia di mare, Giornali di bordo, Lo spirito della
danza.
Sarebbe interessante notare, se potessimo navigare in acque
più ampie, come sia assente (qui come in molte opere antiche e recenti che
allegorizzano il viaggio) una sezione dedicata alla preparazione del
viaggio, ai momenti in cui si pianifica un percorso che, quasi per statuto
di genere (di generi?), dovrà misurarsi con eventi che sfuggono ad ogni
possibilità di premonizione.
Si capisce facilmente comunque che si tratta di un’opera
riconducibile a un universo intertestuale che richiede (anche al lettore)
un’audacia degna del maggior corno della fiamma antica.
L’autore e l’errante tuttavia non temono il tormento di
tempeste o bonacce. Fin dal principio, al fine forse di chiarire al
lettore la specificità del viaggio, si stabilisce l’identità tra naviganti
e poeti: "Gente di mare e poeti! / Le loro notti di bonaccia covano tarli
/ che cercano un materiale più fragile del legno delle stive, / più
fragrante del salmastro in pieno vento".
E, ovviamente, di qui si apre tutta la serie di
corrispondenze in un sistema ormai talmente codificato che perfino il
recensore può fare a meno di indicarle analiticamente. L’autore, ad ogni
buon conto, c’insiste.
L’ascendenza di questo atteggiamento letterario può forse
essere intuita dal titolo dell’ultima sezione Lo spirito della danza
(che fa chiaro riferimento alla poetica di Valery), ma addirittura
meglio dalle citazioni tratte da Valery: "Ora sai / che l’espressione e la
sua forma sono come il calco / e la sua matrice" (giusto per fare esempi,
ma non ce ne sarebbe bisogno).

Ci si accorge senza la minima difficoltà che il cumulo di
frammenti (giusto per avvisare il lettore che anche Eliot partecipa a
tanto percorso di conoscenza) agglutinati nel testo non possono bastare a
una "bussola della conoscenza che orienta il suo ago / verso le isole
scarlatte dell’essere".
Perché l’errante cerca il profondo, cerca l’essere
(ciò che non diviene, appunto), cerca una verità non semplicemente
fenomenica e transeunte che è qui rappresentata dal cuore della
melagrana ("Quanto più ti avvicini / al cuore della melagrana / tanto
più sanguina").
E tanto cerca, l’errante, che la ricerca (erotizzata in
ogni dettaglio anche nell’immagine del frutto mediterraneo) si rivela poi
una necessità esistenziale indipendente dal risultato (dall’approdo del
navigante come anche del filosofo), acquista un valore conoscitivo
causa sui (se anche a noi è consentito l’abuso terminologico):
"Talvolta una goccia / squarcia il velo che nasconde la verità. / Allora,
dietro di te, allo specchio, / vedi ciò che avevi sempre saputo e
ignorato".
Bàrberi Squarotti scrive nell’Introduzione che "il
poema è […] nutrito di citazioni, di reinvenzioni, di variate figure e
immagini: sempre con il persuasivo avvertimento che la poesia moderna non
può che essere sempre riscrittura e lezione di colto discorso e variazione
". Nel caso specifico il discorso poetico complessivo, che affastella
immagini talvolta suggestive ed efficaci (com’è la nascita di
Venere/Straniera/Euridice) senza reggere la difficile materia, non può
essere definito colto discorso proprio perché, utilizzando
materiali oramai di scuola, li costringe all’interno di un discorso
complessivo troppo debole. E il problema non è che il discorso complessivo
sia debole (molti tra i più alti discorsi poetici del secondo Novecento si
costruiscono intorno a un pensiero debole) ma che, essendo debole,
pretenda di essere forte.
Il fallimento si misura nella serie di intuizioni critiche
dell’errante, che sanno di spiegazione scolastica: "Ora ho scoperto il
segreto dei viaggi di Ulisse: / fu quando perse Itaca che la ritrovò. / Da
quel momento, non cessò di cercarla".
Il fatto che Ghilgamesh e altre poesie necessitasse
di un piccolo apparato di note, più che mostrare la perizia dell’autore,
evidenziava l’incertezza dei versi incapaci di incorporare in maniera
originale quei fragments cui pretendeva di alludere (ma
spiegandoli). Le varie auctoritates del caso occorrevano allora (e
occorrono ora) a puntellare non le rovine della storia e della conoscenza
ma quelle della navigazione inesperta.
Qui le note non ci sono, ma permane la debolezza di un
pensiero poetico alle prese con un folle volo che avrebbe
necessitato di ben altra strumentazione.
Duilio Caocci
Antonello Catani, In viaggio con la straniera,
Torino, Genesi, 2002, pp. 71, € 7,80.
[Da Nae n. 2 Primavera 2003]
Rimas nobas
e rinnovamento del canone
Non poteva mancare nell’innovativa collana Cuec,
emblematicamente intitolata Prospettive, un testo di Nicola Tanda,
lungimirante innovatore letterario nel panorama intellettuale sardo.
Un’odissea de rimas nobas si apre con una dedica del tutto inusuale al
poeta Predu Mura (è suo il verso che dà il titolo al testo),
"sperimentatore" e "fabbro" di "cantones friscas", e con una lirica
dello stesso, che suona quasi come un testamento poetico, Fippo operaiu
‘e luche soliana (Ero operaio di luce e di sole), tradotta a
fronte da Grazia Maria Poddighe.D’altra parte il poeta, insieme a
Benvenuto Lobina e al nipote Antonio Mura, viene indicato nel testo dallo
studioso come colui che ha "riplasmato l’immaginario sardo con una
scansione lirica tutta interna" e ha "ricreato una lingua poetica scavata
nelle profondità del soggetto risolvendola in valori fonosimbolici del
tutto nuovi e inaspettati". Quest’opera di Tanda è una raccolta di sette
pezzi fra saggi, introduzioni e relazioni per conferenze di livello anche
internazionale, attraverso i quali lo studioso ripercorre le linee
principali della produzione letteraria sarda, in prosa e in versi, quella
"produzione per lungo tempo esclusa dal canone"; inoltre, segnala il
contributo dato alla diffusione dei testi dall’editoria isolana e rifà il
punto degli studi finora svolti, non trascurando di indicare le numerose
vie ancora da percorrere. Non manca il monito agli insegnanti affinché si
facciano veicolo per la diffusione del patrimonio culturale isolano: "Un
docente che voglia seriamente fare i conti col proprio territorio e con il
contesto culturale dentro il quale opera non può non tenere conto del
contributo che la produzione letteraria locale ha dato alla elevazione del
livello civile della propria comunità". Così Tanda, in due saggi, Verso
il bilinguismo letterario e Un’odissea de rimas nobas, che
costituiscono il fulcro della raccolta, ripercorre per intero
rispettivamente la produzione narrativa e poetica dei sardi. E da Antonio
Cano, attraverso Grazia Deledda, Antonio Puddu, Salvatore Cambosu e tanti
altri, giunge a Francesco Masala e Antonio Cossu, per la prosa, e da
Salvator Ruju, attraverso Francesco Zedda, Raimondo Manelli, Franco Fresi,
giunge ai vincitori delle numerose gare fra poeti in lingua sarda, che
possono vantare quale padre il prestigioso premio Ozieri, il tutto senza
mai dimenticare di gettare uno sguardo alla storia e alla critica.
Grazie
proprio alla sua letteratura "La Sardegna, finalmente, da non luogo
diventa luogo, non di un esclusivo recupero memoriale, ma luogo
dell’immaginario che produce il progetto di un’identità dinamica, dal
quale deriva l’energia vitale e morale di un nuovo modello di sviluppo
economico e civile, in grado di rappresentare quella Sardegna che vive nel
cuore e nell’intelligenza dei poeti, isola del mito, parco, luogo protetto
delle bellezze naturali e della civiltà di un popolo", che tutti gli
intellettuali sardi, con coscienza e serietà, hanno il dovere di studiare
e raccontare.
Simona Pilia
Nicola Tanda, Un’odissea de rimas nobas. Verso la
letteratura degli italiani, Cagliari, Cuec, 2003, pp. 240,
€ 13,30.
[Da NAE n. 4 Autunno 2003]
Nella tana della volpe
Il primo romanzo di Rina Brundu – sarda trasferitasi in
Irlanda dove lavora nel settore informatico – è un giallo classico, alla
Christie per intenderci, risolto secondo il criterio della deduzione
scientifico-psicologica. I fatti narrati si svolgono durante l’ultima
settimana di novembre del 2000 e il luogo deputato ad accogliere i
numerosi personaggi è l’Hotel Tana di Volpe, albergo di lusso
appena ultimato e completamente informatizzato che si trova nel territorio
di Villarosa (paesino della Sardegna dell’interno inventato dalla Brundu),
circondato dai boschi e sovrastato dai monti del Gennargentu. Per la sua
posizione solitaria fa comodo a chi ha bisogno di una base nascosta,
mentre per qualcun altro rappresenta una trappola mortale: "Anche l’ultima
preda era entrata nella tana". E infatti la vita tranquilla del borgo
ogliastrino precipita nel vortice della paura a causa di due omicidi, uno
dei quali avviene proprio all’interno del nuovo albergo, da dove partono
le indagini dirette dal maresciallo Vinci, coadiuvato dall’amico Osvaldo
(maestro in pensione, bibliotecario volontario, appassionato di
enigmistica, esperto di informatica), e che devono far luce anche sulla
scomparsa dell’ex parroco atteso inutilmente in albergo. La catena di
omicidi si incrocia con un traffico di reperti archeologici appena rubati
dal museo di Nuoro. Una nevicata straordinaria blocca tutti all’interno
del Tana di Volpe che diventa un centro operativo delle forze
dell’ordine. L’autrice tende una fitta rete di richiami interni e qualche
tranello per il lettore che, fra misteri e delitti, può comunque gustare
delle scenette esilaranti. La connotazione sarda emerge nell’uso della
lingua (nella variante ogliastrina) in espressioni colloquiali e
proverbiali, nella presenza delle peculiarità archeologiche, nel raffronto
tra la vivibilità delle coste e delle montagne soprattutto per l’influsso
di queste ultime nella psicologia dei sardi dell’interno. L’attenzione per
la Sardegna più nascosta e soprattutto per la sua terra d’origine è
sottolineata dalla Brundu anche nella postfazione: "L’Ogliastra di oggi è
l’ultima frontiera dell’Italia, forse dell’Europa" per la violenza, la
disoccupazione, il disinteresse degli amministratori, "i signorotti
nepotisti", la necessità di emigrare.
Miriam Punzurudu
Rina Brundu, Tana di Volpe, Dario Flaccovio,
2003, pp. 333,
€ 18,00.
[da NAE n. 4 Autunno 2003]
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