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Le immagini che illustrano queste pagine sono di
Salvatore Novellu

da "VOLO", II, n. 1, 2001


 

Non è pessimismo
Lo spartiacque tra la notte ed il giorno, ossia il risveglio, è stato un
fulmine, d'un tratto ho intravisto i vostri volti, le vostre labbra rivolte
verso il mio viso, ho ascoltato le vostre parole senza udirle.
Avete ragione.
Proverò a farmi le domande che mi fate. E' forse la cosa più complicata.
Mi chiedete perchè io sia pessimista, perchè io esprima sempre dubbi, perchè
il mio bisogno di correre e poi ancora, se proprio debba essere corsa, sarebbe
verso quale cosa, verso quale meta?
Forse davvero sarà una corsa dall'angoscia verso l'angoscia, forse sarà una
corsa attraverso il bosco, sfiorando i tronchi, ad occhi chiusi, cercando
il muschio.
No, non è pessimismo il mio, il pessimista ha un'ombra diversa dalla mia,
l'ombra del pessimista è creata dal buio. La mia cerca ardentemente la luce,
ha la mia forma, ama ciò che amo io, esprimere libertà, avere sensi che sentono.
E' un sentire senza udire.

Martino Congia
 


 

No Apu Postu Cosas Medas

 

No ddoi apu postu cosa meda

in sa bertula prima ‘e saludai

ca est apretu ‘e sciri

custa stula arregordu ‘e trigu

e immoi fogu chi abruxat fogu.

Movu,

de sa perda manna posta a castiu

sigu

in ateras tundas e avrigadas

chi m’amostant su mori.

Tenint sabori

de memorias e di erriu

e de cuddu niu

fungudu che –i– s’anima de s’acua

ancà nascit vida.

Ma si custu est dolori ‘e dispidida

est semini ch’inzeurrat candu

no nascit ebra frisca in terra noas

e custu viagiu tra coru e inferru

est liaga chi trigat a sanai.


Non ho messo molte cose

Non ho messo molte cose/ nella bisaccia prima di partire/ perché è bisogno di sapere/ questa stoppia ricordo di grano/ e ora fuoco che brucia fuoco./ Parto/ dalla grande pietra messa a guardia/ continuo/ su altre tonde e roventi/ che mi mostrano il sentiero./ Sanno di memorie e di fiume/ e di quel nido/ profondo come l’anima dell’acqua/ dove nasce la vita./ Ma se questo è dolore di commiato/ è seme che germoglia quando / non nasce erba fresca in nuove terre/ e questo viaggio tra cuore e inferno/ è ferita che tarda a rimarginarsi.

 

Anna Cristina Serra [Da Nae n. 1 Inverno 2002]

 


 

Madrigale madrileno

 

Come all’aeroporto il tassista accese

la radio, e un fiotto di parole spagnole

insanguinò la strada,

fui preso dalle vertigini per la voce

femminile per sempre carbonizzata.

Non è da meno il tuo timbro vocale,

amore, ora che nel sonno

l’ascolto in sottofondo ovattato dai passi

bruschi dello stivale uncinato, scendere

la sua gamma più cupa sino a giungere

al buio del mio baratro per tendermi

la tua mano infantile.

I colpi martellanti alle tempie,

le fitte al cuore, ritornano con le altre voci

soffocanti la tua,

che richiede silenzio per essere intesa.

Allontanandomi dalla Vecchia Castiglia

per giungere a Parigi, mi seguiva trafelata

nella litania dell’espresso

la tua voce, a proteggermi dai pericoli

del viaggio e della città tentacolare, a difendermi

dai suoi misteri ammiccanti e dal suo fascino

trasgressivo e perverso, dalla malìa accattivante

dei suoi mille viali.

 

Orlando Biddau

[Da Nae n. 1 Inverno 2002]

 


Non è più tempo di abeti, di fruscii,

di secchi pieni di latte

di lardo stagionato sulle pietre

e neppure più storia di città con portici che sorgono di nuovo

dove c'era rovina. Ora l'uccello della tempesta

tocca col ventre la schiuma delle Bocche

il maestrale tronca spine al ginepro

e ha vita solo ciò che è freddo e forte.

 

È un medioevo marino che spinge i pensieri sulle isole

che sparge sale dove fecero fuochi e pestarono l'erba nei mortai

dove con i loro carri e cani gli uomini entrarono nell'ade.

 

Eppure in basso, scrutando il promontorio

con esattezza si vedono altri uccelli:

quello della tempesta non è solo

ne arrivano - scossi dall'aria - in grandi schiere.

Significa che la tempesta continua e il mare disperato ingrossa

ma molti sono qui, quasi al riparo:

grigi nel grigio, le ali chiuse

il becco pieno di respiro.

 

Antonella Anedda

 


 

La guerra che verrà

 

La guerra che verrà

non è la prima. Prima

ci sono state altre guerre.

Alla fine dell'ultima

c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente

faceva la fame. Fra i vincitori

faceva la fame la povera gente egualmente.

 

Bertolt Brecht, Poesie e canzoni, Einaudi

 


 

Congedo del viaggiatore cerimonioso

 

Amici, credo che sia

meglio per me cominciare

a tirar giù la valigia.

Anche se non so bene l’ora

d’arrivo, e neppure

conosca quali stazioni

precedano la mia,

sicuri segni mi dicono,

da quanto m’è giunto all’orecchio

di questi luoghi, ch’io

vi dovrò presto lasciare.

 

Vogliatemi perdonare

quel po’ di disturbo che reco.

Con voi sono stato lieto

dalla partenza, e molto

vi sono grato, credetemi,

per l’ottima compagnia.

 

Ancora vorrei conversare

a lungo con voi. Ma sia.

Il luogo del trasferimento

lo ignoro. Sento

però che vi dovrò ricordare

spesso, nella nuova sede,

mentre il mio occhio già vede

dal finestrino, oltre il fumo

umido del nebbione

che ci avvolge, rosso

il disco della mia stazione.

 

Chiedo congedo a voi

senza potervi nascondere,

lieve, una costernazione.

Era così bello parlare

insieme, seduti di fronte:

così bello confondere

i volti (fumare,

scambiandoci le sigarette),

e tutto quel raccontare

di noi (quell’inventare

facile, nel dire agli altri),

fino a poter confessare

quanto, anche messi alle strette,

mai avremmo osato un istante

(per sbaglio) confidare.

 

(Scusate. È una valigia pesante

anche se non contiene gran che:

tanto ch’io mi domando perché

l’ho recata, e quale

aiuto mi dovrà dare

poi, quando l’avrò con me.

Ma pur la debbo portare,

non fosse che per seguire l’uso.

Lasciatemi, vi prego, passare.

Ecco. Ora ch’essa è

nel corridoio, mi sento

più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch’era bello stare

insieme. Chiacchierare.

Abbiamo avuto qualche

diverbio, è naturale.

Ci siamo – ed è normale

anche questo – odiati

su più d’un punto, e frenati

soltanto per cortesia.

Ma, cos’importa. Sia

come sia, torno

a dirvi, e di cuore, grazie

per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,

e alla sua faconda dottrina.

Congedo a te, ragazzina

smilza, e al tuo lieve afrore

di ricreatorio e di prato

sul volto, la cui tinta

mite è sì lieve spinta.

Congedo, o militare

(o marinaio! In terra

come in cielo ed in mare)

alla pace e alla guerra.

Ed anche a lei, sacerdote,

congedo, che m’ha chiesto s’io

(scherzava!) ho avuto in dote

di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza

e congedo all’amore.

Congedo anche alla religione.

Ormai sono a destinazione.

 

Ora che più forte sento

stridere il freno, vi lascio

davvero, amici. Addio.

Di questo, son certo: io

son giunto alla disperazione

calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

 

Giorgio Caproni (da Tutte le poesie, Garzanti, 1983)

 


 

Ma eo, ite neghe nd’appo?

 

So nàschidu in Iràq in su nonanta,

che a manneddu, Alì su numen meu.

Sa vida m’est colada totta canta

sutta a s’embargu, a fàmine e anneu.

M’ant nadu chi sa nostra est gherra santa,

cun nois cuntierrat fintzas Deu.

M’accatto sordadende in pitzinnia

e como isetto bombas a traschia.

E mì chi custu logu fit famadu

che bàntzigu de onzi tziviltade:

inoghe s’iscrittura ant imbentadu

e fràigos pesadu chena edade.

In mesu a duos rios aoradu

creschiat su laore in cantidade.

De milli e una notte sas istòrias

de custa terra contant sas memòrias.

E fintzas oe, in sutta a custa rena,

siddadu mannu Allàh ch’at costoidu:

che curret su petròliu a piena

comente in pagos logos si nd’at bidu!

Pro armas andat tottu in terra anzena

e nois cun su fàmine intriglidu.

Nos mancat trigu, pane e meighinas

cun sa sienda in sutta ‘e sas cantinas!

Ma ch’amus unu mere, a dolu mannu,

chi at torradu a nudda logu e zente:

nos truvat chena coro che tirannu

e cun su gas nos faghet ponner mente.

Corruttos at carradu e meda affannu

fattende su barrosu e su balente.

A mizas at isperdidu sos Curdos

comente chi esserent canes burdos!

Non bastaiat Isse, cortzos nois,

s’astore est accudende Americanu:

nos cheret ischetzare che bobbois

pro nos furare s’ozu e su metanu

comente sos bisajos cow boys

fatteint a su pòpulu Indianu.

Pesèndesi a zuighes de sa terra

su mundu intreu ponent torra in gherra.

In mesu a custos duos bardaneris

isetto chena isperas su duellu:

no appo cras e peus fit su deris,

falende est sa frullana a bellu a bellu.

Sunt ambos cori-tostos e pazeris,

m’ant postu inoghe a petta de masellu.

Ma eo, chi tra issos mi ch’aciappo,

de custas brigas, ite neghe nd’appo?

Sono nato in Iraq nel ’90,

il mio nome è Alì, come mio nonno.

Ho trascorso la vita

sotto il peso dell’embargo, tra fame e patimenti.

Mi hanno detto che la nostra è guerra santa,

anche Dio combatte con noi.

Mi ritrovo soldato anche se ancora ragazzino

e mi attende una tempesta di bombe.

Pensare che questa area era rinomata

quale culla di tutte le civiltà:

qui è stata inventata la scrittura

ed eretti monumenti immortali.

Sulle rive dei due fiumi

maturavano messi abbondanti.

Le storie delle mille e una notte

raccontano le memorie di questa terra.

Ed anche oggi, sotto questa sabbia,

Allàh ha nascosto un gran tesoro:

vi scorre il petrolio in quantità

come da nessun’altra parte!

Va a finire tutto all’estero in cambio d’armi

mentre noi siamo oppressi dalla fame.

Ci manca grano, pane e medicine

con tanta ricchezza sotto le cantine!

Sfortunatamente abbiamo un padrone

che ha annientato la terra e la gente:

ci soggioga con ferocia da tiranno

tenendoci sotto la minaccia del gas.

Ha provocato lutti e sofferenze

con la sua boria e la sua arroganza.

Ha sterminato migliaia di Curdi

come fossero cani bastardi!

Se non bastasse Lui, poveri noi,

sta per arrivare il falco Americano:

ci vuole schiacciare come insetti

per impossessarsi del petrolio e del metano,

come gli antenati cow boys

fecero con il popolo Indiano.

Ergendosi a giudici della terra

scatenano nuovi conflitti in tutto il mondo.

Fra questi due razziatori

aspetto la contesa senza speranze:

non ho futuro, il passato anche peggio,

la falce sta per calare inesorabile.

Sono entrambi crudeli e bugiardi

mi hanno sbattuto qui come carne da macello.

Ma io, che sono tra due fuochi,

che colpa ne ho di queste brighe?

 

Pinuccio Canu [Da NAE n. 4 Autunno 2003]

 


 

Aditziu aditziu una cantzoni

 

Fortzis furiat s’arrosu

de is follas iscarescias

o fortzis is istiddius

de s’acua tua di aiseru,

is chi m’ant sciustu is ogus

notesta in su scuriu.

Aici ti pregontu, erriu,

de is pannus mius

e mi nas ca oi no funt beridadis

e parint sciacuaus cun acua ‘e mari

che is chi, scarescius, nci tragas tui.

E deu

chi pannus de pannus

no sciu scerai

ma’catu ca acua di acua

no sciu pratziri

ni sali de sali.

Ma tui deretu andas

facias a cuss’acua manna

chi in sali acollit

donnia durciura ‘e obrescidroxu.

De tui a mimi,

In custu scurigadroxu

Chi in coru si fait perdaxu,

aditziu ditziu una cantzoni

circat de ponni’ paxi in custu tretu.

 

A malapena una canzone

Forse era la rugiada/ delle foglie dimenticate/ o forse erano gocce delle acque tue di ieri/ a inumidirmi gli occhi/

nel buio di stanotte./ Così ti chiedo, fiume,/ dei panni miei/ e mi dici che oggi non sono verità,/ e che sembrano

lavati con acqua di mare/ come quelli, dimenticati, che ci trascini tu./ E io,/ che panni da panni/ non so distinguere/mi accorgo che acqua non so separare/ né sale da sale./ Ma tu vai dritto/ verso quell’acqua grande/ che nel sale accoglie/ ogni dolcezza d’alba./ Da te a me,/ in questo imbrunire/ che nel cuore diventa una pietraia,/ a malapena una canzone/ cerca di mettere pace in questo tratto.

 

Anna Cristina Serra [da NAE n. 6 Primavera 2004]