Non è pessimismo
Lo spartiacque tra la notte ed il giorno, ossia il risveglio, è stato un
fulmine, d'un tratto ho intravisto i vostri volti, le vostre labbra
rivolte
verso il mio viso, ho ascoltato le vostre parole senza udirle.
Avete ragione.
Proverò a farmi le domande che mi fate. E' forse la cosa più complicata.
Mi chiedete perchè io sia pessimista, perchè io esprima sempre dubbi,
perchè
il mio bisogno di correre e poi ancora, se proprio debba essere corsa,
sarebbe
verso quale cosa, verso quale meta?
Forse davvero sarà una corsa dall'angoscia verso l'angoscia, forse sarà
una
corsa attraverso il bosco, sfiorando i tronchi, ad occhi chiusi,
cercando
il muschio.
No, non è pessimismo il mio, il pessimista ha un'ombra diversa dalla
mia,
l'ombra del pessimista è creata dal buio. La mia cerca ardentemente la
luce,
ha la mia forma, ama ciò che amo io, esprimere libertà, avere sensi che
sentono.
E' un sentire senza udire.
Martino Congia
No Apu Postu Cosas Medas
No ddoi apu
postu cosa meda
in sa
bertula prima ‘e saludai
ca est
apretu ‘e sciri
custa stula
arregordu ‘e trigu
e immoi fogu
chi abruxat fogu.
Movu,
de sa perda
manna posta a castiu
sigu
in ateras
tundas e avrigadas
chi m’amostant
su mori.
Tenint
sabori
de memorias
e di erriu
e de cuddu
niu
fungudu che
–i– s’anima de s’acua
ancà nascit
vida.
Ma si custu
est dolori ‘e dispidida
est semini
ch’inzeurrat candu
no nascit
ebra frisca in terra noas
e custu
viagiu tra coru e inferru
est liaga
chi trigat a sanai.
Non ho messo molte cose
Non ho messo
molte cose/ nella bisaccia prima di partire/ perché è bisogno di sapere/
questa stoppia ricordo di grano/ e ora fuoco che brucia fuoco./ Parto/
dalla grande pietra messa a guardia/ continuo/ su altre tonde e roventi/
che mi mostrano il sentiero./ Sanno di memorie e di fiume/ e di quel nido/
profondo come l’anima dell’acqua/ dove nasce la vita./ Ma se questo è
dolore di commiato/ è seme che germoglia quando / non nasce erba fresca in
nuove terre/ e questo viaggio tra cuore e inferno/ è ferita che tarda a
rimarginarsi.
Anna
Cristina Serra
[Da Nae n. 1
Inverno 2002]
Madrigale madrileno
Come
all’aeroporto il tassista accese
la radio, e
un fiotto di parole spagnole
insanguinò
la strada,
fui preso
dalle vertigini per la voce
femminile
per sempre carbonizzata.
Non è da
meno il tuo timbro vocale,
amore, ora
che nel sonno
l’ascolto in
sottofondo ovattato dai passi
bruschi
dello stivale uncinato, scendere
la sua gamma
più cupa sino a giungere
al buio del
mio baratro per tendermi
la tua mano
infantile.
I colpi
martellanti alle tempie,
le fitte al
cuore, ritornano con le altre voci
soffocanti
la tua,
che richiede
silenzio per essere intesa.
Allontanandomi dalla Vecchia Castiglia
per giungere
a Parigi, mi seguiva trafelata
nella
litania dell’espresso
la tua voce,
a proteggermi dai pericoli
del viaggio
e della città tentacolare, a difendermi
dai suoi
misteri ammiccanti e dal suo fascino
trasgressivo
e perverso, dalla malìa accattivante
dei suoi
mille viali.
Orlando
Biddau
[Da Nae n. 1
Inverno 2002]

Non è più
tempo di abeti, di fruscii,
di secchi
pieni di latte
di lardo
stagionato sulle pietre
e neppure
più storia di città con portici che sorgono di nuovo
dove c'era
rovina. Ora l'uccello della tempesta
tocca col
ventre la schiuma delle Bocche
il maestrale
tronca spine al ginepro
e ha vita
solo ciò che è freddo e forte.
È un
medioevo marino che spinge i pensieri sulle isole
che sparge
sale dove fecero fuochi e pestarono l'erba nei mortai
dove con i
loro carri e cani gli uomini entrarono nell'ade.
Eppure in
basso, scrutando il promontorio
con
esattezza si vedono altri uccelli:
quello della
tempesta non è solo
ne arrivano
- scossi dall'aria - in grandi schiere.
Significa
che la tempesta continua e il mare disperato ingrossa
ma molti
sono qui, quasi al riparo:
grigi nel
grigio, le ali chiuse
il becco
pieno di respiro.
Antonella
Anedda
La guerra che verrà
La guerra
che verrà
non è la
prima. Prima
ci sono
state altre guerre.
Alla fine
dell'ultima
c’erano
vincitori e vinti.
Fra i vinti
la povera gente
faceva la
fame. Fra i vincitori
faceva la
fame la povera gente egualmente.
Bertolt
Brecht, Poesie e canzoni, Einaudi
Congedo del viaggiatore cerimonioso
Amici, credo
che sia
meglio per
me cominciare
a tirar giù
la valigia.
Anche se non
so bene l’ora
d’arrivo, e
neppure
conosca
quali stazioni
precedano la
mia,
sicuri segni
mi dicono,
da quanto
m’è giunto all’orecchio
di questi
luoghi, ch’io
vi dovrò
presto lasciare.
Vogliatemi
perdonare
quel po’ di
disturbo che reco.
Con voi sono
stato lieto
dalla
partenza, e molto
vi sono
grato, credetemi,
per l’ottima
compagnia.
Ancora
vorrei conversare
a lungo con
voi. Ma sia.
Il luogo del
trasferimento
lo ignoro.
Sento
però che vi
dovrò ricordare
spesso,
nella nuova sede,
mentre il
mio occhio già vede
dal
finestrino, oltre il fumo
umido del
nebbione
che ci
avvolge, rosso
il disco
della mia stazione.
Chiedo
congedo a voi
senza
potervi nascondere,
lieve, una
costernazione.
Era così
bello parlare
insieme,
seduti di fronte:
così bello
confondere
i volti
(fumare,
scambiandoci
le sigarette),
e tutto quel
raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel
dire agli altri),
fino a poter
confessare
quanto,
anche messi alle strette,
mai avremmo
osato un istante
(per
sbaglio) confidare.
(Scusate. È
una valigia pesante
anche se non
contiene gran che:
tanto ch’io
mi domando perché
l’ho recata,
e quale
aiuto mi
dovrà dare
poi, quando
l’avrò con me.
Ma pur la
debbo portare,
non fosse
che per seguire l’uso.
Lasciatemi,
vi prego, passare.
Ecco. Ora
ch’essa è
nel
corridoio, mi sento
più sciolto.
Vogliate scusare).

Dicevo,
ch’era bello stare
insieme.
Chiacchierare.
Abbiamo
avuto qualche
diverbio, è
naturale.
Ci siamo –
ed è normale
anche questo
– odiati
su più d’un
punto, e frenati
soltanto per
cortesia.
Ma,
cos’importa. Sia
come sia,
torno
a dirvi, e
di cuore, grazie
per l’ottima
compagnia.
Congedo a
lei, dottore,
e alla sua
faconda dottrina.
Congedo a
te, ragazzina
smilza, e al
tuo lieve afrore
di
ricreatorio e di prato
sul volto,
la cui tinta
mite è sì
lieve spinta.
Congedo, o
militare
(o marinaio!
In terra
come in
cielo ed in mare)
alla pace e
alla guerra.
Ed anche a
lei, sacerdote,
congedo, che
m’ha chiesto s’io
(scherzava!)
ho avuto in dote
di credere
al vero Dio.
Congedo alla
sapienza
e congedo
all’amore.
Congedo
anche alla religione.
Ormai sono a
destinazione.
Ora che più
forte sento
stridere il
freno, vi lascio
davvero,
amici. Addio.
Di questo,
son certo: io
son giunto
alla disperazione
calma, senza
sgomento.
Scendo. Buon
proseguimento.
Giorgio Caproni (da Tutte le poesie,
Garzanti, 1983)
Ma eo, ite neghe nd’appo?
|
So
nàschidu in Iràq in su nonanta,
che a
manneddu, Alì su numen meu.
Sa vida
m’est colada totta canta
sutta a
s’embargu, a fàmine e anneu.
M’ant
nadu chi sa nostra est gherra santa,
cun nois
cuntierrat fintzas Deu.
M’accatto sordadende in pitzinnia
e como
isetto bombas a traschia.
E mì chi
custu logu fit famadu
che
bàntzigu de onzi tziviltade:
inoghe
s’iscrittura ant imbentadu
e
fràigos pesadu chena edade.
In mesu
a duos rios aoradu
creschiat su laore in cantidade.
De milli
e una notte sas istòrias
de custa
terra contant sas memòrias.
E
fintzas oe, in sutta a custa rena,
siddadu
mannu Allàh ch’at costoidu:
che
curret su petròliu a piena
comente
in pagos logos si nd’at bidu!
Pro
armas andat tottu in terra anzena
e nois
cun su fàmine intriglidu.
Nos
mancat trigu, pane e meighinas
cun sa
sienda in sutta ‘e sas cantinas!
Ma ch’amus
unu mere, a dolu mannu,
chi at
torradu a nudda logu e zente:
nos
truvat chena coro che tirannu
e cun su
gas nos faghet ponner mente.
Corruttos at carradu e meda affannu
fattende
su barrosu e su balente.
A mizas
at isperdidu sos Curdos
comente
chi esserent canes burdos!
Non
bastaiat Isse, cortzos nois,
s’astore
est accudende Americanu:
nos
cheret ischetzare che bobbois
pro nos
furare s’ozu e su metanu
comente
sos bisajos cow boys
fatteint
a su pòpulu Indianu.
Pesèndesi a zuighes de sa terra
su mundu
intreu ponent torra in gherra.
In mesu
a custos duos bardaneris
isetto
chena isperas su duellu:
no appo
cras e peus fit su deris,
falende
est sa frullana a bellu a bellu.
Sunt
ambos cori-tostos e pazeris,
m’ant
postu inoghe a petta de masellu.
Ma eo,
chi tra issos mi ch’aciappo,
de
custas brigas, ite neghe nd’appo? |
Sono
nato in Iraq nel ’90,
il mio
nome è Alì, come mio nonno.
Ho
trascorso la vita
sotto il
peso dell’embargo, tra fame e patimenti.
Mi hanno
detto che la nostra è guerra santa,
anche
Dio combatte con noi.
Mi
ritrovo soldato anche se ancora ragazzino
e mi
attende una tempesta di bombe.
Pensare
che questa area era rinomata
quale
culla di tutte le civiltà:
qui è
stata inventata la scrittura
ed
eretti monumenti immortali.
Sulle
rive dei due fiumi
maturavano messi abbondanti.
Le
storie delle mille e una notte
raccontano le memorie di questa terra.
Ed anche
oggi, sotto questa sabbia,
Allàh ha
nascosto un gran tesoro:
vi
scorre il petrolio in quantità
come da
nessun’altra parte!
Va a
finire tutto all’estero in cambio d’armi
mentre
noi siamo oppressi dalla fame.
Ci manca
grano, pane e medicine
con
tanta ricchezza sotto le cantine!
Sfortunatamente abbiamo un padrone
che ha
annientato la terra e la gente:
ci
soggioga con ferocia da tiranno
tenendoci sotto la minaccia del gas.
Ha
provocato lutti e sofferenze
con la
sua boria e la sua arroganza.
Ha
sterminato migliaia di Curdi
come
fossero cani bastardi!
Se non
bastasse Lui, poveri noi,
sta per
arrivare il falco Americano:
ci vuole
schiacciare come insetti
per
impossessarsi del petrolio e del metano,
come gli
antenati cow boys
fecero
con il popolo Indiano.
Ergendosi a giudici della terra
scatenano nuovi conflitti in tutto il mondo.
Fra
questi due razziatori
aspetto
la contesa senza speranze:
non ho
futuro, il passato anche peggio,
la falce
sta per calare inesorabile.
Sono
entrambi crudeli e bugiardi
mi hanno
sbattuto qui come carne da macello.
Ma io,
che sono tra due fuochi,
che
colpa ne ho di queste brighe? |
Pinuccio
Canu [Da NAE n. 4 Autunno 2003]
Aditziu aditziu una cantzoni
Fortzis
furiat s’arrosu
de is follas
iscarescias
o fortzis is
istiddius
de s’acua
tua di aiseru,
is chi m’ant
sciustu is ogus
notesta in
su scuriu.
Aici ti
pregontu, erriu,
de is pannus
mius
e mi nas ca
oi no funt beridadis
e parint
sciacuaus cun acua ‘e mari
che is chi,
scarescius, nci tragas tui.
E deu
chi pannus
de pannus
no sciu
scerai
ma’catu ca
acua di acua
no sciu
pratziri
ni sali de
sali.
Ma tui
deretu andas
facias a
cuss’acua manna
chi in sali
acollit
donnia
durciura ‘e obrescidroxu.
De tui a
mimi,
In custu
scurigadroxu
Chi in coru
si fait perdaxu,
aditziu
ditziu una cantzoni
circat de
ponni’ paxi in custu tretu.
A malapena
una canzone
Forse era la
rugiada/ delle foglie dimenticate/ o forse erano gocce delle acque tue di
ieri/ a inumidirmi gli occhi/
nel buio di
stanotte./ Così ti chiedo, fiume,/ dei panni miei/ e mi dici che oggi non
sono verità,/ e che sembrano
lavati con
acqua di mare/ come quelli, dimenticati, che ci trascini tu./ E io,/ che
panni da panni/ non so distinguere/mi accorgo che acqua non so separare/
né sale da sale./ Ma tu vai dritto/ verso quell’acqua grande/ che nel sale
accoglie/ ogni dolcezza d’alba./ Da te a me,/ in questo imbrunire/ che nel
cuore diventa una pietraia,/ a malapena una canzone/ cerca di mettere pace
in questo tratto.
Anna
Cristina Serra [da NAE n. 6 Primavera 2004]
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