Non siamo solo noi
Giacché secondo alcuni siamo provinciali perché indipendentisti; giacché, secondo alcuni, siamo provinciali perché decisamente non anglofili né americanofili; giacché, secondo alcuni, siamo provinciali perché parliamo di autodeterminazione; giacché, secondo alcuni, siamo provinciali perché isolati; giacché ci siamo rotti le scatole del centrodestra e del centrosinistra italiani, dai quali non verrà nulla né di nuovo né di utile per la Sardegna; riportiamo di seguito le dichiarazioni di Alex Salmond, Primo Ministro Scozzese, rilasciate all’inizio dell’anno, che per noi hanno avuto il valore della conferma che il sovranismo sardo deve nutrirsi più di pragmatismo di governo che di ideologismo. D’altra parte, però, lo Scottish National Party non va seguito nella sua idea dell’Indipendence First, cioè del tabù a ragionare di programma di governo prima di aver raggiunto l’indipendenza. La paura tutta interna degli indipendentisti scozzesi di dividersi tra neo-socialisti e liberali, dobbiamo invece affrontarla a viso aperto.
Oggi è possibile elaborare una proposta di governo che non abbia le stigmate del pensiero politico ottocentesco europeo.
È possibile un programma di governo sovranista sideralmente distante dai dogmatismi ideologici che hanno infettato l’Europa, che sia efficace e non ideologico.
Il primo ministro Alex Salmond, nel messaggio per l’anno nuovo, ha invitato gli scozzesi ad essere all’altezza della reputazione internazionale del loro Paese come terra di innovazione tecnologica e scientifica e a prendere il controllo del loro stesso destino.
Ma ha anche riferito che il paese ha bisogno del «potere politico ed economico per avere il massimo da queste forze e risorse».
«Il popolo scozzese ha mostrato fame per maggiori poteri al fine di assicurarsi un più giusto, così come più prosperoso, futuro, e credo che l’ottimismo abbia prevalso sul pessimismo», ha detto.
«La mia priorità come Primo Ministro entrando nel 2012 è di assicurare che tutti gli scozzesi abbiano la sicurezza e l’appagamento che viene dall’opportunità del lavoro».
«Ecco perchè stiamo investendo in un gamma di importanti progetti per creare posti di lavoro, garantendo un’educazione o un luogo di formazione per ogni 16-19enne e consegnando 25,000 moderni apprendistati all’anno».
«Con maggiori poteri potremmo fare molto di più e potremmo essere molto meno a rischio per la controproduttiva ossessione della UK per l’austerità ad ogni costo».
«Il prossimo anno segneremo un ulteriore passo nel dibattito sul futuro della Scozia mentre ci muoviamo verso il referendum sull’indipendenza nella seconda metà della legislatura».
«Sono fiducioso che la Scozia deciderà di prendere il totale controllo del proprio destino e si unirà alla comunità internazionale nel nostro stesso diritto».

La mia divagazione sul metodo comparato in biologia e in filologia, su cui in futuro vorrei scrivere un altro libretto in inglese per la casa editrice Simple di Macerata, può dare l’impressione che io abbia timore di prendere posizione rispetto al dilemma sollevato dal professor Paolo Maninchedda: liberalismo o socialismo? E’ difficile parlare di filosofia contemporanea senza fare riferimento a queste dottrine. In Gran Bretagna da molto tempo il partito conservatore è filosoficamente liberale. Lo stesso Churchill, premio Nobel per la letteratura nel 1953, fu a lungo militante del partito liberale. Nel 2005 accademici britannici contattati dalla BBC stilarono una lista dei 20 filosofi più importanti di tutti i tempi. E’ sorprendente che in questa lista non ci sia alcun americano. Gli ascoltatori della BBC4 furono invitati a scegliere un solo nome da questa lunga lista in un poll (sondaggio) telematico: al primo posto con il 27,9% risulta Marx, un tedesco di etnia ebraica che con i suoi scritti diede impulso alla fondazione della Seconda internazionale del 1889 a cui si ispira l’attuale Internazionale socialista, che, a partire dal congresso della sezione tedesca a Bad Godesberg nel 1959, ha gradualmente abbandonato il marxismo. Alla riconversione democratica contribuì anche il gallese Russell, che è tra i venti nomi della lista. A mio parere, The history of western philosophy del 1945 è ancora oggi un’eccellente storia della filosofia. Al secondo posto troviamo l’illuminista scozzese Hume con il 12,7%. Fra i filosofi contemporanei nei primi dieci figurano anche il tedesco Kant (al 6° posto) e l’ebreo austriaco Popper (al 10° posto), che è tra i “santi laici” esibiti nel sito dell’Internazionale liberale fondata nel 1947, un anno prima della stesura della dichiarazione universale dei diritti umani. Un altro ebreo austriaco, Wittgenstein, educato in un ambiente culturale dominato dai socialisti, è terzo con il 6,8%. Il sondaggio è consultabile nella pagina web http://www.bbc.co.uk/radio4/history/inourtime/greatest_philosopher_vote_11to15.shtml. Non ho trovato informazioni sul numero dei rispondenti. Non conosco un sondaggio analogo organizzato negli Stati Uniti dai filosofi accademici in tempi recenti.
Come è noto, il liberalismo privilegia i diritti dell’individuo e dell’impresa; il socialismo promuove la cooperazione e l’eguaglianza. Entrambe queste dottrine pongono l’accento sulla dimensione economica. Da queste dottrine trassero ispirazione le scienze sociali e umane sorte tra il settecento e l’ottocento: dalla scienza economica di Smith alla sociologia di Marx e di Weber, dalla politologia di Mill alla psicologia di Freud e Jung, che sono apprezzati anche da molti “neuroscienziati” contemporanei. In effetti, in una lista stilata nel 2002 da accademici statunitensi di psicologia Freud figura al secondo posto, dietro Skinner, che riteneva che il comportamento fosse in larga parte il risultato di apprendimento (vedi http://psychology.about.com/od/historyofpsychology/tp/ten-influential-psychologists.htm). In genere, i filosofi liberali e socialisti hanno ignorato o semplificato rozzamente la sfera degli istinti, talvolta ridotta ad una coppia antitetica piacere/dolore o amore/odio, e hanno trascurato il rapporto degli esseri umani con la natura. “Le esternalità”, ovvero i costi umani ed ambientali, sia della “mano invisibile” sia del capitalismo di Stato sono ricadute su cittadini ignari e inermi: da Chernobyl a Taranto. I tentativi di sostituire nelle statistiche economiche il PIL con indici di sviluppo sostenibile non hanno finora prodotto alcun risultato. Un mercato libero, corretto e parsimonioso ha bisogno di regole giuridiche severe, che devono essere applicate da magistrati capaci di leggere coscienziosamente i risultati di indagini scientifiche e di trarre le conclusioni più salutari per il benessere degli esseri umani e dell’intera biosfera. Tutti i residenti in Italia si augurano che l’economista Monti faccia bene, ma se lo farà sarà grazie a strumenti umanistici: le leggi, che richiedono una risposta attiva dei cittadini per essere efficaci. Beninteso, io contesto la pretesa di scientificità dell’economia (economics) e delle altre “scienze sociali e umane”, e non la professionalità dei tecnici formati da quella facoltà. Al contrario, come ho già scritto in precedenza, sconsiglio l’iscrizione a facoltà o corsi di laurea di antropologia culturale, comunicazione, linguistica, neuroscienze, pedagogia, psicologia, scienze cognitive, scienze politiche, servizio sociale, sociologia. E mi domando se sia eticamente apprezzabile l’istituzione di queste facoltà o corsi di laurea in Italia e altrove.
Come umile scrittore che non ha mai svolto e non intende svolgere attività politica, l’antitesi liberalismo/socialismo (o destra/sinistra) è sempre stata a me estranea. Uso il termine ‘liberale’ nell’accezione che gli europei hanno ideato. Oggi gli americani chiamano liberal gli intellettuali di sinistra. Il tentativo di cercare una sintesi liberalsocialista o centrista non suscitò l’entusiasmo né di Croce né di Lussu, con tutta la stima che pure meritò Rosselli. Dopo le leggi razziali Lussu affermò polemicamente che i testi biblici venerati dai nazifascisti erano stati scritti da ebrei e che forse anche i nuragici avevano lontane radici semite. Nel confino di Lipari Lussu leggeva anche brani di William James (Ralph B. Perry, The thought and character of William James, 1946; Vanderbilt university press, 1996, p. 317). Dopo aver abbandonato le forze sardiste per aderire al socialismo, con un’ammirevole continuità ideale nel 1951 scrisse nella sua prosa brillante ed espansiva: “Tutto un nuovo mondo si muove, dentro di noi, ed è già alle sue prime luci certe del mondo esteriore. Vi sono molti secoli che premono e che ci spingono, oltre il focolare e la casa sprangata. Oltre il muro chiuso fatto di echi di lamenti senza principio e senza fine. Perché non dirlo? Sentiamo che il popolo sardo, come i popoli venuti ultimi alla civiltà moderna e già fattisi primi, ha da rivelare qualcosa, a se stesso e agli altri, di profondamente umano e nuovo” (L’avvenire della Sardegna, Il ponte 1951, in Il cinghiale del diavolo, Nuoro, Illisso, 2004, p. 75).
In un’ottica di pragmatismo pluralista, non mi azzardo a collocare James come filosofo in una dottrina specifica. E’ stato il professore di filosofia a Yale Gerald Myers a scrivere che fu un agnostico rispettoso di credenti rispettosi anche di chi credente non è (William James. His life and thought, Yale university press, 1986, in particolare p. 451). Mi interessa invece mostrare che l’ambientalismo è una dottrina filosofica che va al di là della contrapposizione destra/sinistra e dei ristretti confini dei partiti Verdi con i loro tesserati. Preferisco usare il termine ambientalista per il fatto che in inglese ecology designa un settore della biologia; l’ecologist è uno scienziato di questa sub-disciplina. In Sardegna l’οἶκοs (l’ambiente naturale) è anche la principale risorsa economica. Chi si considera filosoficamente ambientalista può serenamente dialogare con chi si batte per i diritti delle nazioni senza Stato senza ignorare problemi che si devono affrontare anche su scala planetaria con l’ausilio sia di scienziati sia di umanisti. E’ encomiabile il fatto che i rappresentanti istituzionali della Regione Sardegna si preoccupino della salute dei bambini che ancora subiscono le conseguenze delle radiazioni provenienti dalla centrale nucleare di Chernobyl. Ma questa sensibilità umana mal si concilia con accordi puramente economici con rappresentanti di uno Stato accusato di pesanti violazioni di diritti umani: la Bielorussia. Inoltro per conoscenza all’Urban Centre di Cagliari diretto dall’ingegnere Gregorini.
Roberto Fideli
Traduttore e scrittore (www.robertofideli.com)
I was confronted with the translation of complex sentences sometimes up to half a page in length. Taking full advantage of the rules governing the construction of German sentences, Lorenz would repeatedly begin with an initial statement and thereafter progressively restrict its meaning with a whole suite of subordinate clauses, rounding the whole thing off with a separable prefix at the end. To deal with this, I had to develop a sort of literary surgery… He first of all assured me… than the translated version of Studies of animal and human behaviour was “better than the original”.
(R. D. Martin, xix, editor’s foreword to K. Lorenz, The natural science of the human species, 1996; Die naturwissenschaft vom menschen, 1944-1948; 1992)
Io dovevo tradurre periodi complicati, talvolta lunghi persino mezza pagina. Prendendo pieno vantaggio dalle regole che governano la costruzione del periodo in tedesco, ripetutamente Lorenz cominciava con un’asserzione e successivamente ne restringeva progressivamente il significato con un’intera suite di frasi subordinate, completando la cosa con un prefisso separabile alla fine. Per affrontare questo, io sviluppai una sorta di chirurgia letteraria… Lui per primo mi assicurò.. che la versione tradotta degli Studi del comportamento animale e umano era “migliore dell’originale”.
(mia traduzione 2012; la traduzione di Michele Sampaolo per Mondadori è del 1993)
When fish belonging to the families Cichlidae, Cyprinodontidae, Gobiidae and Percidae fight, they all exhibit the same threat display of orienting themselves side to side and beating with their tails. On observing this, we no more doubt the existence of a common phylogenetic origin than a philologist would doubt the existence of a common “ancestral form” as the source of the words mutter (German), mater (Latin), μήτηρ (Greek) and MaTЬ (Russian). Phylogeneticists and philologist draw their respective conclusion for the same reasons and with similar justification. Hence, with very few exceptions, similarities between motor display patterns with the same significance are always based on homology.
(K. Lorenz 1992; 1996, 121)
Pesci appartenenti alle famiglie Cichlidae, Cyprinodontidae, Gobiidae and Percidae esibiscono nel combattimento lo stesso comportamento di minaccia, orientandosi di lato e battendo con le loro code. Osservando questo non dubitiamo dell’esistenza di una comune origine filogenetica così come il filologo non dubita dell’esistenza di una “forma ancestrale” come fonte delle parole mutter (tedesco), mater (latino), μήτηρ (Greco) e MaTЬ (russo). Esperti di filogenesi e filologi traggono le loro rispettive conclusioni con lo stesso ragionamento e con simile giustificazione. Quindi, con poche eccezioni, le somiglianze tra i modelli di esibizione motoria sono basate sull’omologia.
(mia traduzione 2012)
La chiarezza dei testi tradotti rende superfluo un mio superficiale commento. Mi limito a presentare un elenco di temi che meriterebbero una riflessione più approfondita di quella che oggi posso fare per la rivista online, per quanto diretta da un professore universitario di filologia.
- Lorenz distingue nitidamente tra humanities e scienze naturali sulla base di un criterio ontologico (vedi la prima parte Philosophical prolegomena).
- Il metodo comparato della biologia, basato sulla rilevazione di somiglianze morfologiche o comportamentali tra specie, è applicabile anche nel confronto tra lingue in filologia (il termine ‘linguistica’ appare nella traduzione di Sampaolo).
- C’è un’enorme differenza tra l’applicazione di una tecnica semplice e standardizzata, come ad esempio il questionario o il test, e la conoscenza e l’esperienza richiesta per padroneggiare un metodo della ricerca biomedica (sperimentale, esame di casi clinici, statistico, classificatorio, comparato, descrittivo).
- L’applicazione del metodo comparato nella filologia europea implica una conoscenza approfondita delle principali lingue europee moderne. Il metodo storico segue lo sviluppo diacronico in un certo gruppo linguistico e comporta una conoscenza approfondita delle lingue di quel gruppo.
- Compito della filosofia, ed in particolare della metodologia, è riflettere sull’applicazione di uno stesso metodo in ambiti conoscitivi diversi come l’etologia e la filologia.
Lorenz esclude l’onomatopea come spiegazione delle somiglianze tra i termini che esprimono il concetto di madre nei principali gruppi linguistici europei. Lorenz non parla del sanscrito né menziona il proto-indoeuropeo come “forma ancestrale”. Quale valore può avere questa incursione nella filologia di un premio Nobel per la medicina? Io tendo ad attribuire autorevolezza a Lorenz per la sua vasta cultura umanistica (conosceva il greco e il latino) e per la sua sincera passione per la filosofia che nel 1941 gli consentì di insegnare nella cattedra che era stata di Kant a Königsberg. Non a caso la voce tedesca ‘metodologia’ menziona un suo saggio al riguardo. Anche il biologo e intellettuale inglese Julian Huxley espresse forti riserve sull’esistenza di una famiglia linguistica indoeuropea in un saggio pubblicato nel 1939.
Ricapitolando quanto affermato in messaggi precedenti, i paleontologi non hanno trovato prove di massicce migrazioni dall’Europa verso l’India o in senso contrario nell’epoca precedente alla codificazione del sanscrito (IV secolo AC). Nell’ottocento i linguisti sostenevano che intorno al 1500AC un’invasione “ariana” portò la civiltà in India. Ma nel 1921 nell’attuale Pakistan fu scoperta la città di Harappa che risale al 2600 AC. Quando il sanscrito fu codificato saggi greci vivevano in India e altri arrivarono al seguito di Alessandro Magno nel IV secolo AC. E’ possibile che anche in Persia le somiglianze con le lingue europee siano dovute a fenomeni di diffusione culturale. Al contrario, le ricerche paleontologiche mostrano che negli ultimi millenni ci furono migrazioni dal Caucaso o da aree limitrofe verso occidente. E’ legittimo ipotizzare che furono queste migrazioni a dare origine alla civiltà greca, a quella latina, a quella celtica, a quella germanica, a quella slava, considerando anche i legami genetici tra questi gruppi di popoli. Negli ultimi millenni i popoli ugro-finnici abbandonarono una regione ad occidente degli Urali. I magiari considerano il Caucaso una loro homeland (paese ospitante) nella migrazione che diede loro una nuova fatherland (patria) nell’Europa centrale. Quando arrivarono lì erano in larga parte europei, in base alla ricerca genetica. Sappiamo che popoli pre-caucasici vivevano in Europa da alcune decine di migliaia di anni. E ancora oggi in Europa si parla una lingua pre-caucasica: il basco. Ma oggi geneticamente i baschi sono simili ai castigliani, così come i sardi sono simili agli italiani. Quindi, la tesi della famiglia linguistica “indo-europea” su cui è eretta la disciplina accademica e la “scienza sociale e umana” della linguistica è priva di adeguato supporto empirico. Le critiche del filosofo indiano Naravatna Rajaram a tesi sostenute anche dagli storici marxisti sono per me del tutto condivisibili, anche se so che è stato accusato di essere pseudo-scientifico.
Infine, faccio alcune riflessioni filologiche sul corso-gallurese. “Les ewes curant” (le acque curano) recita un passo de La chanson de Roland. I grammatici francesi tendono a considerare la parola eau un termine derivato dal latino aqua, che si presume derivi da un sanscrito ak, che invece significa piegare! Il suffisso au è proto-germanico. L’origine celtica sia dell’antico corso eve (ancora presente come ea in Gallura) sia del francese eau è ipotizzata dall’esperto di filologia Abeltino mediante un uso del metodo comparato tra termini appartenenti ad uno stesso substrato in due lingue romanze. Dopo aver rilevato l’origine proto-germanica dei termini fall (inglese), fallen (tedesco) e vallen (olandese), ho riscontrato l’uso del termine falà nella lingua corsa con significato analogo (cadere, scendere). So che questo termine è usato anche nel dialetto sardo logudorese. E’ possibile che sia un prestito di origine germanica. I vandali giunsero qui in epoca remota lasciando poche tracce della loro presenza. E’ del tutto azzardato ipotizzare un’origine da una lingua germanica non letteraria. Mi rendo conto che in biologia il metodo comparato poggia su una base empirica molto solida. Delle somiglianze morfologiche tra organi o parti del corpo è possibile trovare traccia in fossili che gradualmente conducono verso il progenitore. Le somiglianze comportamentali, ad esempio nei rituali di combattimento o di corteggiamento, in specie appartenenti ad una stessa famiglia o ordine hanno una base neurologica empiricamente accertabile con il metodo sperimentale. In assenza di prove documentali, in filologia talvolta è possibile usare solo giustificazioni basate sulla retorica.
Roberto Fideli
Traduttore e scrittore (www.robertofideli.com)
Iscritto all’associazione italiana di traduttori e interpreti ALTRINIT
Iscritto alla società filosofica italiana
Socio dell’ICIMAR (Istituto delle civiltà del mare con sede a San Teodoro, ente riconosciuto dal Ministero per l’università e la ricerca)
La scoperta di una parola di origine celtica nel dialetto corso-gallurese (ea) deve essere attribuita ad Ignazio Abeltino (I celti e i corso-galluresi pre-romani, vedi il sito Fretum gallicum). Peraltro, io dissento da lui per il fatto che, collocandosi nella disciplina accademica della linguistica, parla di proto-indoeuropeo. Invece, a mia conoscenza, sono stato il primo a rilevare che il verbo corso falà, usato anche in Gallura, ha origine germanica. Queste sono piccole scoperte per la filologia. Ma anche gli umanisti, e in particolare gli archeologi, sono capaci di grandi scoperte. Penso ad esempio al villaggio di Barumini, che è patrimonio dell’umanità grazie all’intelligenza e alla tenacia di Lilliu.
Secondo il filosofo e storico indiano Rajaram le parole ‘ariano’ e ‘indo-europeo’ designano entità inesistenti. In effetti, non ci sono prove scientifiche. Nessuno ha mai dimostrato migrazioni massicce dall’India all’Europa o in direzione contraria in epoca precedente alla codificazione della grammatica sanscrita. Le humanities non possono ignorare le scienze naturali. Le poche somiglianze lessicali potrebbero derivare da onomatopee o da prestiti — cosa che vale anche per l’afgano e per il persiano. E meccanismi imitativi potrebbero essere alla base della grammatica, codificata forse in epoca successiva all’arrivo delle truppe greche. Le diverse lingue sono il frutto dell’evoluzione culturale. L’olandese Kortlandt ha un’ottima conoscenza della matematica, che è una disciplina formale, e non una scienza, come la linguistica pretende di essere (vedi ad esempio G. Graffi e S. Scalise, Le lingue e il linguaggio, Il Mulino, 2002, paragrafo 1, con ampi riferimenti a Chomsky in bibliografia).
Dopo aver messo in luce alcune potenzialità e alcuni limiti all’applicazione nella filologia del metodo comparato nell’accezione del premio Nobel per la medicina Konrad Lorenz, sottolineo che io lavoro sull’argomento praticamente dal 1987. Gli schemi concettuali delle “scienze sociali e umane” non mi sono stati di alcun aiuto, malgrado la fortuna accademica di Frijda, Hirschman, Kagan, Kahneman, Lijphardt, Panebianco, Sartori e Smelser. Ma, dopo aver abbandonato per sempre questo settore di studi, ho chiarito il mio orientamento senza perdermi in noiose e rabbiose polemiche nel mio sito e nei miei libretti per Simple (La comparazione: un’introduzione, 2010 e William James’ insights about comparison, 2012), nei quali questi studiosi non sono menzionati. Io considero l’economia solo una disciplina tecnico-umanistica, visto che per obbligo di legge mi rivolgo ad un commercialista. Alla fine dell’ottocento William James, laureato nella Harvard medical school, tentò di fare della psicologia una scienza naturale. Ma in questo caso i risultati gli danno torto: nessun laureato o ph.d in psicologia ha mai ottenuto il premio Nobel per la medicina. In futuro potrei rivolgermi ad un neurologo per la ragione indicata nel mio sito, pur non avendo la necessità della patente di guida. Non andrò a Firenze, avendo avuto esperienze negative con operatori sanitari (o presunti tali) di quel comune. So che in tempi recenti in Italia ci fu persino un ministro degli interni senza patente e un altro ministro degli interni indipendentista padano. Io non soffro di megalomania. Mi limito a inviare messaggi garbati a una rivista diretta da un professore universitario di filologia romanza che professa idee indipendentiste, nello spirito del pragmatismo pluralista.
Infine, le mie riflessioni sul dialetto corso-gallurese e sui miei avi corsi sono del tutto secondarie rispetto a ciò che distingue la Sardegna nel suo insieme dal resto dell’Europa. Vergognarsi di vivere in questa regione o di dichiararsi sardo è del tutto irrazionale se consideriamo i notevoli contributi letterari e scientifici forniti anche in tempi recenti alla civiltà europea. Scorrendo l’elenco dei premi Nobel per l’Italia leggo i nomi di Grazia Deledda e di Daniel Bovet, che insegnò nell’università di Sassari. Al di fuori dell’Europa e degli europei, pochi popoli possono vantare una performance di alto livello; tra essi rientrano gli ebrei nel loro insieme e lo Stato di Israele in particolare. Essendo agnostico, io non sono mai stato interessato all’esegesi dei testi biblici e, anche in base alla mia esperienza, rilevo che gli intellettuali ebrei sono particolarmente dotati nell’interpretazione di testi scritti da persone che appartengono al loro stesso popolo.
Roberto Fideli
Traduttore e scrittore (www.robertofideli.com)
Rosella, Bolognesi, docente di lingua sarda presso l’università di Amsterdam, le direbbe che, così come gli olandesi, lei parla una lingua “indo-europea”. In quell’università insegna anche Kortlandt, un professore di linguistica comparata che ha vinto il premio Spinoza e che ha persino ricostruito il “proto-indoeuropeo” con l’ausilio di strumenti matematici. La più antica lingua scritta dell’India è il sanscrito, codificata nel IV secolo AC. Tra la fine del settecento e l’inizio dell’ottocento alcuni studiosi più realisti del re notarono (o finsero di notare) somiglianze tra questa lingua e l’inglese. Nel suo sito il filosofo Rajaram rileva che le presunte parole comuni sono poche decine. Tra queste nel dizionario etimologico dell’università di Oxford io trovo mata (mother) e sarpati (serpent). L’onomatopea potrebbe spiegare queste somiglianze. I suoni bilabiali sono tra i primi ad essere emessi dai bambini. E il sibilo è una tipica comunicazione del serpente. Sulla base di queste presunte somiglianze tra le lingue europee e l’indiano è stato ricostruito mediante il metodo comparato il proto-indoeuropeo. Quest’applicazione dell’omologia in quella che io considero una pseudo-scienza (la “scienza sociale e umana” della linguistica) è priva di consistente evidence filologica. Io sostengo l’esistenza di una differenza ontologica tra humanities e scienze naturali. Ma gli umanisti non dovrebbero ignorare la scienza. La paleontologia non fornisce alcuna prova di una massiccia migrazione dall’India all’Europa o in senso contrario in un’epoca precedente alla nascita del sanscrito. Sappiamo invece che negli ultimi millenni ci furono migrazioni dal Caucaso o da aree limitrofe verso occidente. I filologi romanzi dovrebbero collocare il sardo tra le lingue europee, ma non tra quelle “indo-europee”. Il sardo è una lingua riconosciuta dallo Stato italiano dal 1999, anche se io dubito del fatto che oggi sia una lingua letteraria, a distanza di oltre sei secoli dalla Carta de logu. Nel medioevo apparvero anche documenti in corso, che nel 1982 divenne lingua minoritaria in Francia, un anno dopo la rinascita dell’università fondata da Pasquale Paoli, che peraltro sempre scrisse in italiano. Dal 1997 il corso (nelle varianti gallurese e sassarese) è lingua minoritaria anche in Sardegna, anche se io preferisco parlare in italiano. Siamo grati al professor Maninchedda per i calcoli che mostrano l’autonomia finanziaria della Regione. Ma nell’isola i corso-italiani sono una minoranza consistente, che tende a vedere nei sardi un popolo europeo. Le ricerche genetiche che lo mettono in discussione dovrebbero essere esaminate con grande attenzione dagli esperti sia per il piano di campionamento sia per il sistema di classificazione. Io tendo ad essere molto cauto nell’applicazione dei metodi scientifici (ed in particolare del disegno sperimentale) nelle humanities. Il filosofo Mill (A system of logic, 1843) fu uno dei principali ispiratori in un’epoca in cui non era ancora stato ideato un coefficiente statistico per calcolare la covariazione, che pure è un concetto intuitivamente semplice (basta pensare alla relazione tra altezza e peso). Dal tentativo di applicare il disegno sperimentale a pochi casi storici si sviluppò il “metodo comparato” nell’accezione di Lijphardt e Sartori, che peraltro iniziò la carriera come professore di storia della filosofia moderna (vedi in particolare La comparazione nelle scienze sociali, 1991). Non solo il termine ‘comparazione’ è da questi studiosi usato in un’accezione lontana sia dal linguaggio comune sia da quello scientifico, ma i risultati appaiono di scarso interesse per le humanities. Riprendendo un esempio dal mio libretto per Simple del 2012 (William James’ insights about comparison), quale storico di valore si spingerebbe ad affermare che l’Irlanda è indipendente perché ha avuto un grande leader come De Valera mentre la Corsica e la Sardegna non lo sono per la mancanza di persone di questa statura intellettuale? Ma il metodo comparato, inteso come ricerca di omologie e analogie, può essere impiegato anche nella ricerca filologica e storica. Nella pagina web di Wikipedia su Morosaglia, dove nacque Paoli, compare una poesia in corso con la parola falà, che è di origine germanica (inglese fall; olandese vallen; tedesco fallen). La ricostruzione del proto-germanico è sensata. Le migrazioni dalla Scandinavia sono attestabili. E lo stesso vale per il proto-celtico, che ha lasciato tracce anche nella lingua romanza corsa (francese eau; corso-gallurese ea). La civiltà celtica ebbe origine in Europa centrale e da lì si diffuse verso occidente. Secondo il genetista Sykes, celti provenienti dalla penisola iberica sbarcarono nelle isole britanniche. Ma oggi la ricerca genetica attesta una stretta somiglianza solo tra i celti che vivono nelle isole britanniche e tra i loro discendenti negli altri continenti. Come vede, io trovo proficua questa mia partecipazione all’attività culturale del magazine online. La mia conoscenza del metodo comparato nelle scienze naturali, per quanto limitata, mi induce a vedere i limiti delle sue applicazioni nelle humanities, pur essendo disposto a prestare ascolto a chi ne glorifica le qualità, in uno spirito di pluralismo pragmatista.
Roberto Fideli (www.robertofideli.com)
Per Sig. Fideli: mi perdoni, nessuno ha parlato di prebende….. e se Lei non va alla ricerca di queste, Le fa solo onore. Non so a chi si riferisce quando parla di tesserati con la terza media che hanno amici parroci (forse sono suoi amici). Lei usa il plurale, includendo così anche la mia persona, e qua la devo deludere, in quanto la sottoscritta non paga tessera a nessun partito.
La disquisizione sulla sua storia personale può risultare anche interessante, ma oserei dire un attimino fuori tema.
Sul fatto che lo stato italiano riconosce la lingua sarda come lingua minoritaria, si potrebbe ampiamente discutere sulla sua veridicità, visto i recenti accadimenti relativi alla ratifica della Carta Europea delle lingue regionali e minoritarie, per la quale, in virtù dell’Autonomia Speciale, quale Diritto Statutario, non è stato invitato e tanto meno consultato il Presidente della Regione Sarda, alla seduta del Consiglio dei Ministri che, ha congedato il disegno di legge di ratifica della Carta Europea delle lingue, da mandare al Parlamento per la sua ratifica e che deciderà negativamente sulle sorti della lingua sarda.
A parte tutto, Sig. Fideli abbiamo una cosa che ci accomuna, se così posso dire… una madre insegnante elementare, anche la mia lo era e ci si è dedicata anima e corpo per quarant’anni.
Rosella, ripeto che, a differenza di Maninchedda, io non sono professore. Ho avuto alcune esperienze positive come docente che indico nel mio sito. Ma ora non vado in cerca di prebende pubbliche, come fanno anche alcuni vostri tesserati con la terza media, magari grazie anche ad un amico in parrocchia. Ricordo con orgoglio le mie capacità come discente in ambito umanistico, ed in particolare i 60/60 nel liceo classico “Isola bianca” di Olbia nel 1983, il FCE dell’università di Cambridge nel 2006, il livello intermedio avanzato del Cervantes nel 2007. A San Teodoro (che i latini chiamarono Coclearia) nessuno mi ha finora mostrato questi titoli linguistici, inclusi i laureati in lingue. Per cercare un lavoro dignitoso nelle humanities in senso stretto nel mio paese o in altri comuni corso-italiani dell’isola non avrei nemmeno bisogno di esibire un dottorato in metodologia che dava formazione logico-matematica grazie ad alcuni docenti laureati in filosofia o autori di saggi in riviste filosofiche. Essendo figlio di un bravo insegnante di scuola elementare, io auspico severità da parte dei professori, a qualunque livello. Anche mia madre era diplomata, ma avrebbe fatto meglio a non dedicarsi all’insegnamento, pur avendo altri doti.
In un mio precedente messaggio ho menzionato l’ingegnere Jean Paul Fideli di Ajaccio. Lui rispose ad un mio messaggio, parlandomi di un’immigrazione dalla Toscana intorno al 1840. Ma lui non sa se prima di quella data altri Fideli vivessero in Corsica. In base alle ricerche che io ho fatto nel sito Geopatronyme ciò è possibile. Quasi tutti i miei avi arrivarono in Gallura dalla Corsica tra l’inizio del settecento e l’inizio dell’ottocento. Tutti i miei bisnonni hanno cognomi diffusi nelle aree corso-italiane dell’isola. Con questo non intendo affermare che ho un’identità genetica molto diversa da quella di un tipico sardo. Ma chi con evidence empirica afferma che i sardi sono un popolo europeo dovrebbe almeno riconoscere che anche i corsi lo sono, in base alla ricerca genetica. Al momento la minoranza corso-italiana è riconosciuta solo da una legge regionale. Lo Stato italiano riconosce invece il sardo come lingua minoritaria. E’ bene conservare un dialetto (il corso) che taluni reputano una lingua; ma è ancora più importante tutelare alcune memorie storiche di un popolo che, guidato da Paoli, lottò sia contro l’autoritarismo dei Dogi sia contro quello giacobino, e che nello scorso secolo riuscì a liberare la propria isola dall’occupazione nazifascista, senza dare alcun merito a chi pochi anni prima con gli occupanti aveva stretto un patto di aggressione contro la Polonia e le repubbliche baltiche. So che alcuni Fideli partirono dalla Gallura per andare negli Stati Uniti d’America alla fine dell’ottocento e che i loro discendenti vivono dignitosamente lì. Ma al momento non ho alcuna intenzione di fare una ricerca su costoro né di tornare negli Stati Uniti. E’ possibile essere agnostici, eterosessuali e in buona salute anche in Gallura o in altre aree dell’Unione europea che apprezzano le scienze naturali.
Roberto Fideli
Traduttore e scrittore(www.robertofideli.com)
Inoltro per conoscenza il messaggio alla redazione di Corse matin di Ajaccio e all’azienda Dettori, di cui sono cliente. Mi risulta che questo cognome sia corso-italiano. Ma io non vado in cerca di alcuna musa corso-italiana o sarda. Vivo bene da solo, anche se al momento senza patente di guida. A vent’anni superai agevolmente l’esame teorico, che l’ingegnere Fideli potrebbe considerare solo una piccola prova di intelligenza geometrico-spaziale. E so che poliziotti e avvocati sono a disposizione di qualunque cittadino.
Per il Prof. Fideli: Essere agnostici penso sia un affronto all’esistenza umana, un’occasione persa, un atteggiamento che prevede l’alienazione del tentativo umano verso la ricerca (in quanto non umanamente comprensibile, affermano gli agnostici) che è invece al contrario, e a mio avviso, una delle ragioni della permanenza dell’uomo in questa vita terrena. Potrei invece condividere alla stessa stregua, pur essendo tra loro in assoluta dicotomia, sia il credente che l’ateo, in quanto entrambi inclini il primo verso l’esistenza dell’Assoluto, che prevede una continua ricerca; il secondo che, non si nega un’attenta elaborazione, approdando verso la Non Esistenza di Dio. Infatti mi rammarico per quella mente illuminata, che ere T.H Huxley, naturalistico britannico e padre dell’agnosticismo.
Il mio precedente intervento, era volto ad esprimere la diversità e il pluralismo delle idee, lontana da qualsiasi tentativo di voler realizzare un’azione di convincimento, verso chicchessia. Credo nel pluralismo del pensiero, nella tolleranza reciproca, nella diversità delle opinioni, fucina di riflessione, arrichimento personale e collettivo non omologante. Diffido poi delle speculazioni puramente intellettuali, dei ragionamenti esclusivamente accademici, intrisi di retorica, di autocompiacimento e fini a se stessi.
Concludo con una futile quanto doverosa precisazione, in riferimento ad un dato impreciso da me fornito nel precedente intervento riguardante la mia formazione scolastica. Ho conseguito il diploma di ragioniera e perita commerciale, dunque spero di non offendere l’altrui sensibilità, nell’affermare che il ruolo di professoressa, non mi appartiene.
Gentile professoressa,
io sono un libero traduttore e scrittore, che in passato ha avuto esperienze come docente. Sono in dissenso con alcune posizioni di Antiseri. Io argomento a favore della distinzione ontologica tra humanities e scienze naturali, riconoscendo la possibilità che i metodi scientifici siano impiegati anche nel settore umanistico (ed in particolare in filosofia e in storia). Ma gli obiettivi tendono ad essere diversi. Cerco di chiarirlo anche nel testo che segue.
Una rondine è liberata da una gabbia quando raggiunge l’età adatta al volo. Non ha mai visto altre rondini volare. Eppure apre le ali e si muove con perfetta coordinazione. Uno scoiattolo è tenuto in un appartamento senza alcun contatto con i propri simili. Improvvisamente tenta di scavare sul pavimento come se cercasse di depositare una noce. Dalla rilevazione di comportamenti come questi ha preso spunto la ricerca scientifica sugli istinti animali e umani, che annovera William James, nato a New York nel 1842, tra i principali precursori (vedi Principles, 1890, cap. XXIV). James aveva antenati dell’Ulster, che nel seicento fu popolato da coloni di origine scozzese. L’ultimo ad arrivare negli Stati Uniti fu il nonno William nel 1789. Ma torniamo alla Scozia, dove io non sono mai andato. Chi è stato ad Edimburgo sa che lì d’estate si tiene un’importante manifestazione artistica: il Fringe festival. Nel 1899 William James fu colpito da un attacco cardiaco. Nel 1901 come professore di filosofia fu invitato dall’università di Edimburgo a tenere un ciclo di conferenze di fronte ad un pubblico composto in gran parte da pastori protestanti. Da quest’esperienza nacque Varieties of religious experience, una ricerca umanistica sulla religiosità come speranza umana, che James distinse dalla religione come struttura organizzata, che non dovrebbe essere confusa con la politica, pur lasciando libertà di associazione a credenti rispettosi anche di chi credente non è. James considerava il questionario, impiegato da Darwin in The expression of the emotions in man and animals, uno strumento utile anche nell’ambito umanistico. Un umanista può attingere anche dai testi sacri, come fece William B. Yeats, caricando di connotazioni religiose sia la propria passione per Maud Gonne sia il desiderio di indipendenza per l’Irlanda. Ma Maud Gonne non riuscì a far convertire al cattolicesimo chi rilevò un’affinità tra i celti britannici che la recente ricerca genetica ha confermato. Anche chi è interprete di testi umanistici non può ignorare la cultura religiosa. Ma uno scienziato dovrebbe professare agnosticismo. Nel 1901 nella prefazione alla prima traduzione italiana di Principles ad opera dello psichiatra Ferrari William James chiamò la dottrina darwiniana “un fiume di luce” ed assegnò alla filosofia la ricerca metafisica. In mancanza di prove a favore dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima, soltanto un epistemologo che adotta una prospettiva dogmaticamente falsificazionista potrebbe considerare “scientifica” una teoria non ancora falsificata, ma priva di qualunque corroborazione empirica. A differenza sia dell’ateo sia del credente, l’agnostico non afferma di avere certezze, ma desidera prove, ed in mancanza di prove non crede in alcuna presunta “verità”. Come conciliare la forma mentis scientifica che James trasse dalla sua formazione nella Harvard medical school con la ricerca sulla religiosità? James era figlio di un teologo protestante e rilevava in alcuni casi i benefici derivanti dalle credenze religiose. Ma non considerò mai la conversione un metodo di rigenerazione morale. All’inizio del novecento Papini fu animatore di un vivace circolo filosofico e letterario a Firenze e formò una società teosofica con Amendola. Cercò anche di far scrivere la prefazione di una sua opera al futuro premio Nobel Bergson, che era ebreo. Ma gli esiti del pragmatismo italiano sono sconfortanti. Dopo la conversione, Papini vide negli ebrei il popolo deicida e firmò le leggi razziali. Anche per questo io uso la qualificazione pluralista quando parlo di pragmatismo. Il caso dell’austriaco Lorenz è emblematico. Nacque in una famiglia protestante che durante il regime clerico-fascista di Dolfuss si convertì al cattolicesimo per il timore di discriminazioni su base religiosa. Io ho solo portato due esempi in cui la conversione è frutto di pressioni esterne o produce conseguenze negative, senza alcuna pretesa di generalizzare. Non sono interessato al tema, a differenza dell’illustre filosofo della scienza Giorello, con il quale mi scuso: per una svista ho scritto il suo cognome con due r, che ho replicato con il copia e incolla. In base alla mia interpretazione dei testi e alla fiducia che io ho in loro come scienziati naturali, ritengo che sia James sia Lorenz fossero agnostici.
Roberto Fideli (www.robertofideli.com)
Iscritto all’associazione italiana di traduttori e interpreti ALTRINIT
Iscritto alla società filosofica italiana
Socio dell’ICIMAR (Istituto delle civiltà del mare con sede a San Teodoro, ente riconosciuto dal Ministero per l’università e la ricerca)
Per il Prof Fideli: Riprendo questa Sua affermazione: “Io non pretendo di stabilire se questa rapida ricostruzione si avvicina di più alla realtà dei fatti nel suo insieme e ai risultati concreti. Preferisco lasciare la riflessione ad un umanista accademico. Ma rilevo che selettività e interpretazione sono attività della ricerca storica che non dovrebbero avere cittadinanza nella scienza”.
Mi permetto, con grande umiltà e rispetto, avendo una formazione scolastica tecnica di secondo grado, di citarLe il Prof. Dario Antiseri in La libertà, le lettere, il potere (parte prima da pag. 11 a pag. 35) dove, si pone il problema: il metodo di indagine sulle scienze è il medesimo del metodo delle discipline umanistiche? “…… il circolo ermeneutico teorizzato da Gadamer e il “metodo per trial and error” sostenuto da Popper sono lo stesso procedimento metodologico….”
Dunque le riflessioni sono fatte da uomini e donne dotati di intelligenza e capacità critica, le quali vanno al di la della preparazione specifica (prettamente umanistica o scientifica).
Infatti Einstein ragionava:
“…..Ma non ho ancora detto nulla sulla scelta degli argomenti di insegnamento, né sul metodo di insegnamento. Dovrebbe predominare la letteratura o l’educazione tecnica e scientifica? Risponderò così: secondo me tutto ciò è di secondaria importanza. Se un giovane ha allenato i propri muscoli e la propria resistenza fisica con la ginnastica e con le passeggiate, egli sarà adatto più tardi a ogni lavoro fisico. Ciò è anche vero per l’allenamento della mente e per l’esercizio dell’abilità mentale e manuale. Così, non sbagliò quella persona spiritosa che definì l’educazione con queste parole: ”L’educazione è ciò che rimane dopo che si è dimenticato quanto si è imparato a scuola”. Per questo motivo non sono affatto ansioso di prendere posizione nella lotta fra i seguaci dell’educazione classica, filologica, e storica e quelli dell’educazione più attenta alle scienze sociali. Dall’altra parte intendo respingere l’idea che la scuola debba insegnare direttamente quelle conoscenze specializzate e quelle cognizioni che si dovranno usare poi direttamente nella vita. Le esigenze della vita sono troppo molteplici perché appaia possibile un tale insegnamento specializzato nella scuola. A parte ciò, mi sembra poi discutibile trattare gli individui come degli strumenti senza vita. La scuola dovrebbe sempre avere come suo fine che i giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti. Questo, secondo me, è vero in certa misura anche per le scuole tecniche, i cui studenti si dedicheranno a una ben determinata professione. Lo sviluppo dell’attitudine generale a pensare e giudicare indipendentemente, dovrebbe sempre essere al primo posto, e non l’acquisizione di conoscenze specializzate. Se una persona è padrona dei princìpi fondamentali del proprio settore e ha imparato a pensare e a lavorare indipendentemente, troverà sicuramente la propria strada e inoltre sarà in grado di adattarsi al progresso e ai mutamenti più di una persona la cui istruzione consiste principalmente nell’acquisizione di una conoscenza particolareggiata…..”
“Meglio soli che male accompagnati” — recita un noto motto popolare. La Scozia ha ricche riserve petrolifere nel mare del Nord. Non mi risulta che l’impatto della produzione e dell’impiego del petrolio su scala planetaria sia stato considerato dai sostenitori dell’indipendentismo. L’isola in cui viviamo ospita la più grande raffineria del Mediterraneo. Davvero oggi esiste “la petrolchimica verde”? E’ preferibile salvare posti di lavoro in attività comunque inquinanti che danneggiano l’ambiente e la salute umana o impegnarsi in una riconversione che rispetti la scienza dell’ecologia? Pur essendo ignorante in materia, percepisco con i miei sensi i benefici che hanno le energie rinnovabili: le onde del mare, il sole, il vento.
“Noi proclamiamo il diritto del popolo irlandese al possesso della sua terra e al pieno controllo del destino dell’Irlanda… (vogliamo garantire) libertà religiosa e civile, eguali diritti ed eguali possibilità per tutti i cittadini… La causa della Repubblica è posta sotto la protezione di Dio onnipotente, la cui benedizione invochiamo sulle nostre armi” (dal proclama del governo provvisorio irlandese del 1916, “Pasqua di sangue per l’Irlanda libera”, G. Giorello, Corriere della sera, La lettura p. 30, 22 aprile 2012). Il sindacalista socialista Connolly e il poeta nazionalista Pearse furono gli ispiratori dell’Easter rising del 1916 che durò 6 giorni. I costi umani furono tragici: “la settimana di sangue era costata 64 morti tra gli insorti, 132 nella polizia e circa 300 tra i civili”. Pearse e Connolly furono fucilati, così come gli altri capi della rivolta. Nella sua prima raccolta di poesie, composte in larga parte tra il 1885 e il 1888, il futuro premio Nobel per la letteratura Yeats era ben consapevole della sua identità britannica, e in particolare inglese, e degli istinti naturali che accomunano gli esseri umani agli altri animali: dalla timidezza dei conigli ai rituali di corteggiamento dei pavoni. Nel 1889 conobbe Maud Gonne. A partire dalla sua seconda raccolta di poesie pubblicata nel 1893, Yeats personificò l’indipendenza in una donna irlandese, Cathleen, che è menzionata anche in Red Hanrahan’s song about Ireland (In the seven woods, 1904). In contrasto con la limpidezza di Cathleen, in questa poesia egli concepì “like heavy flooded waters our bodies and our blood” (come pesanti acque alluvionali i nostri corpi e il nostro sangue). Giorrello, che menziona Joyce e non Yeats, scrive che i capi della rivolta riconoscerebbero come “il seme della libertà gettato nella Pasqua 1916 sia sbocciato tra i più diversi popoli della terra”.
I fatti riportati in questo interessante articolo storiografico del filosofo della scienza Giorello sono documentabili. Non c’è alcun dubbio: Giorrello racconta la verità. Ma uno storico può selezionare alcuni fatti della storia passata rispetto ai quali si pone come un interprete che procede lungo un fringe (cangiante margine). Impiego un termine proposto da William James (1890, Principles, I, 258), che aveva antenati dell’Ulster e che non fu mai candidato ad alcun premio Nobel, pur avendo ancora oggi ammiratori sia nell’ambito scientifico sia in quello umanistico. L’orizzonte cambia mentre l’interprete procede nel cammino. Uno storico che mette l’accento sul rispetto dello Stato di diritto e sulla legittimità degli strumenti democratici rileverebbe che De Valera, che pure partecipò alla rivolta, soffrì di esaurimento nervoso. Dopo essere stato graziato, divenne il leader dei nazionalisti che, con mezzi legali, conquistarono la maggioranza nell’isola nelle elezioni parlamentari del 1918. Essi si rifiutarono di sedersi nel parlamento di Londra e proclamarono l’indipendenza. Fu un suo rappresentante a firmare il trattato che nel 1921 sancì la nascita del Free State entro il Commonwealth. Le sei contee dell’Ulster, in cui gli indipendentisti erano minoritari, rimasero entro la Gran Bretagna con il nome di Irlanda del nord. Io non pretendo di stabilire se questa rapida ricostruzione si avvicina di più alla realtà dei fatti nel suo insieme e ai risultati concreti. Preferisco lasciare la riflessione ad un umanista accademico. Ma rilevo che selettività e interpretazione sono attività della ricerca storica che non dovrebbero avere cittadinanza nella scienza. Nel febbraio 2011 passai una notte a Vienna. Lungo il tragitto in taxi dall’albergo Pannonia alla residenza estiva del premio Nobel per la medicina Lorenz a Altenberg rimasi incantato dalle acque del Danubio sul quale vidi scivolare pacifici cigni bianchi. Alcune case di campagna si ergevano sul terreno umido per la neve come palafitte su lunghe colonne. Quando nel 1928 Lorenz ottenne il ph.d in medicina il concetto di istinto era relegato alla speculazione filosofica e la ricerca scientifica sul comportamento, in particolare nella psicologia che pretendeva di essere scientifica, era limitata allo studio dell’apprendimento di animali in situazioni sperimentali. Immaginavo gli studi comparati di Lorenz, la sua paziente attività di rilevazione dei comportamenti in diversi esemplari di una stessa specie o in specie diverse di Anatidae (anatre, cigni, oche, etc.). Mediante l’omologia, le regolarità comportamentali di natura istintuale, ad esempio nei rituali di corteggiamento, erano imputate ad un antenato comune, aprendo così la strada alla ricerca sperimentale neurofisiologica, che ha ampiamente corroborato le sue ricerche comparate etologiche. “Sino al 1980 sono stati dimostrati sistemi generativi centrali per 13 diverse attività (grattarsi, nuotare, camminare, volare, respirare, masticare, pulsazioni cardiache, etc.) di 50 specie di animali appartenenti a 11 classi di 4 phyla diversi… Nel 40% dei casi i risultati sono stati raggiunti con operazioni di deafferentazione. Nei rimanenti esperimenti… la muscolatura è stata paralizzata con il curaro (vedi I. Eibl-Eibesfeldt, Grundriβ der vergleichenden verhaltensforschung, terza edizione 1987; tr. it. Etologia, 1995). Lo scienziato non può ignorare alcunché si presenti a lui nel campo visivo ed è orientato alla spiegazione causale piuttosto che all’interpretazione.
Ribadisco che, almeno da quando ho smesso di fumare sigarette nel 1998, nei miei comportamenti io tendo a farmi guidare dalla scienza, pur riconoscendo la legittimità etica di altre opzioni nel quadro di un pluralismo pragmatista che non tollera l’intolleranza. Ho già espresso le mie posizioni scientificamente fondate su temi che sono affrontati anche da illustri scienziati dell’università di Cagliari: agnosticismo, identità genetica italiana (e più specificamente corsa) dei galluresi, carattere naturale dell’eterosessualità e dell’uso moderato di sostanze psicoattive come alcool e caffè, consigliato anche dal professore di dietetica dell’Harvard medical school Willett.
Roberto Fideli (www.robertofideli.com)
Iscritto all’associazione italiana di traduttori e interpreti ALTRINIT
Iscritto alla società filosofica italiana
Socio dell’ICIMAR (Istituto delle civiltà del mare con sede a San Teodoro, ente riconosciuto dal Ministero per l’università e la ricerca)
Scusate se intervengo nuovamente contro gli anglofili e americanofili ma questo fatto mi fa venire il mal di stomaco anche perchè non abbiamo assolutamente niente da invidiare a questi popoli… se questi commentatori sapessero che in america (USA) vengono distribuiti oggigiorno 47 milioni di food stamps forse non andrebbero a inseguire il sogno americano… certo che con l’accredito in conto o in credit card degli alimenti non è visibile… altrimenti immaginatevi le file per le strade stile anni 30….
@giuliu: concordo su ciò che hai scritto ma purtroppo non è stata trovata nessuna soluzione ma è stata solo tappata una falla… speriamo che sia solo un inizio che ci porti in futuro a riapropriarci anche del nostro mare e ad avere maggiore sovranità anche sulla pesca in tutta la Sardegna… Alle volte sarebbe sufficiente anche solo copiare da chi ha dimostrato di saper fare meglio di noi (vedi Corsica)
Guardare al passato delle grandi ideologie e rendersi conto come siano miseramente fallite, trasformate in semplici egemonie di classe che oggi sbraitano e scalpitano intorno al sacro fuoco della Bandiera. In una sitazione economica di asservimento al Grande Fratello Teutonico (non lo chiamo nuovo Reich perchè mi viene il vomito), dove si sentono ministri che vanno a contrattare il nostro futuro con le braghe calate e sperando si faccia in fretta perchè hanno troppi impegni nei vari CDA a loro assegnati.
Oggi di fronte a tutto questo dobbiamo reclamare a gran voce il Diritto alla Felicità del Popolo Sardo, mettere nero su bianco un progetto, dargli una Casa, una grande Casa e invitare tutti gli amici che son pronti a dar battaglia.
Non b’est prus tempus, tocada a s’indi pesari strentalgius.
Fintzas a sa Indipendentzia.
I veri provinciali sono quelli che non si rendono conto che oggi essere indipendentisti significa integrarsi seriamente col mondo e nel mondo. Beati loro che vogliono rimanere estrema periferia d’Italia e non centro del Mediterraneo occidentale.
Il concetto di Salmond è lo stesso sostenuto da Sean Connery in un suo intervento sul Sunday Scottish Express: http://www.sanatzione.eu/2012/02/referendum-la-scozia-scegliera-ancora-la-devolution-o-lindipendenza/
Il primo luglio pubblicheremo una breve sintesi di uno studio realizzato a Bruxelles che dimostra come i nuovi Stati UE possano benissimo continuare a far parte dell’Europa senza problemi.
@ Carlo Deidda. Sono felice per questa soluzione che risolve la situazione bosana, ma questo non è il sistema di cui abbiamo bisogno, non è cosi che si deve agire in futuro. I santiochesi non hanno trovato soluzione al loro problema nella pesca del tonno. La politica deve finire di fare figli e figliastri, in questo modo si porta avanti solo il sistema della divisione nella società. L’interdipendenza deve essere vissuta e praticata, altrimenti non migliorerà mai la situazione attuale. Si chiama fare sistema, completo e vissuto da tutti, compreso chi sta al governo che deve creare le condizioni affinchè possa anche essere praticata. La sovranità nella pesca in cui abbiamo potestà legislativa, dobbiamo solo dichiarare che questa potestà la vogliamo, non vogliamo più delegarla.
Tutto fattibile Paolo se solo ci decidiamo ad unire le persone, non i partiti incartapecoriti dentro dinamiche suicide. Sono le menti valide che vanno messe assieme per programmare il futuro, che cominci domani stesso. Questo è l’unico sentiero che non ci farà guardare con una certa invidia quei popoli che lo applicano senza alcuna eccezionalità, ma normalità, assoluta. la Rep cipriota, 800 mila ab, l’anno prossimo avrà la presidenza EU. I sardi sono pronti Paolo, è che aspettano solo che ci sia un segnale di reazione, di vita, da chi si deve guadagnare la loro fiducia. Sai cosa intendo, ci si trovi e si prepari un vero progetto fatto dalle persone, non dai partiti.
A coloro che ci accusano di essere provinciali perché decisamente non anglofili né americanofili rispondo che aprano gli occhi e che si rendano conto di chi è la responsabilità vera della tragica situazione economica finanziaria che ci affligge e che ci affliggerà per molti anni ancora (se questo è progresso che se lo tengano). A coloro che ci accusano di essere provinciali perché parliamo di autodeterminazione rispondo di non sentirmi assolutamente rappresentato dall’attuale classe politica che muove i fili della nostra vita con tanta troppa superficialità e incompetenza e preferisco essere attore protagonista del mio futuro. A coloro che ci accusano di essere provinciali perchè isolati rispondo che abitiamo un isola da millenni ma che quest’isoletta è il posto migliore al mondo dove qualsiasi individuo vorrebbe vivere e che se solo ci fosse più lavoro per tutti sarebbe un paradiso. Oggi l’utopia non è rincorrere maggiore sovranità e autodeterminazione. E’ bensi utopico pensare che in un mondo egoista, individualista e credente nel Dio denaro esista qualcuno tanto buono che pensa ai problemi della nostra isoletta e addirittura trova le soluzioni. Fortza paris
È stato firmato oggi in tarda serata dall’assessore dell’Agricoltura il decreto che istituisce una zona di salvaguardia per i pesci pelagici di media e grande dimensione, che non potranno essere pescati con il metodo di pesca cosiddetto ‘a circuizione’ nella zona compresa fra Porto Tangone e Santa Caterina di Pittinurri, corrispondenti con il circondario marittimo di Bosa. Ringrazio Paolo per l’interessamento e per la visibilità che ha dato alla problematica… È solo un primo passo ma è necessario capire che uniti si vince. Fortza paris
Primum vivere deinde philosophari.
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