Le osservazioni dell’Università di Sassari sul Piano Triennale della Lingua Sarda
11 luglio 2011
203 commenti
L’Università di Sassari ha inviato all’Assessore della Pubblica Istruzione e al Presidente della Commissione cultura le proprie osservazioni sul Piano Triennale della Lingua sarda. Lo riporto in calce. È una buona occasione per uscire da perimetri assertivi dogmatici che stanno dividendo in modo profondo il sistema formativo e culturale della Sardegna. Ma, si sa, è dai contrasti, declinati in dialoghi, che vengono gli sviluppi migliori e in genere inattesi.

Oh Dominichè,
tue deppes iscriere su sardu ebbia, ca s’italianu pro tie est unu problema: insignire qualcuno di qualcosa deppes narrere… boh boh
Un altrettanto gentile invito a sig. Domenicheddu (perché non si firma con nome e cognome, veri?) a impegnarsi un tantino nell’apprendere le basi, semplicissime, della sociolinguistica. Che peraltro va tanto di moda, oggigiorno. Così avrà un’idea, ad esempio, di qual è l’estensione del concetto di ‘competenza linguistica’. E di come viene applicato nelle inchieste sociolinguistiche, come quella, che si vuole a tutti i costi dimenticare, diretta dalla prof.ssa Anna Oppo (2007; per fortuna sta in rete). Oppure in tantissime altre.
E’ inoltre molto rivelatore, psicolinguisticamente, che l’esempio di “Tzia Toniedda, analfabeta” sia al femminile e non al maschile. Bisognerebbe forse chiedere anzitutto alla buona signora, a proposito di opinioni fondamentali e fondanti, di quanto sia contenta o, anzi, fiera, si essere analfabeta.
Un gentile e delicato invito alla signora Lorinczi a spendere meglio il proprio tempo curando i propri interessi. Non parla, non scrive e nemmeno ha voglia di imparare il sardo: ella non appartiene in nessun modo al nostro gruppo linguistico e nessuno le ha insignito il ruolo di grillo parlante.
Si tratta di semplici opinioni esterne, peraltro di poco conto: hanno molto più valore quelle di Tzia Toniedda, analfabeta ma pur sempre sardoparlante.
Su Sardegna24 è apparso un rendiconto sull’incontro di Alghero di cui sopra:
http://www.sardegna24.net/cultura/ai-docenti-di-sardo-lezioni-in-italiano-1.46195
Finora un solo commento. Il secondo sarebbe dovuto essere il mio, per quel che vale, ma per due volte non sono riuscita ad inserirlo (nonostante password e compagnia bella). Per cui, dato che continua la polemica se è più virtuosa Cagliari oppure Sassari, ossia le loro due università, se è più patriottica la prima e meno la seconda (dal momento che c’è chi la mette addirittura su questo piano, facendo di tutto per dividere anziché per compattare, e non le parlate sarde bensì le opinioni dei sardi, di quelli – pochi o molti – che si occupano di politica linguistica), credo che anche questo sia un posto più che adatto per proseguire nella discussione.
Come succede anche nei dibattiti giudiziari, anzitutto si deve verificare se le forme e le condizioni di equità e di (pari) opportunità sono state rispettate. Siccome la forma incide sul contenuto, devo rilevare quanto segue:
Da quel che scrive il Sig. Cocco risultano vizi protocollari rilevanti, a mio avviso, che hanno inficiato la possibilità di avere un dialogo bilanciato e franco. Una conferenza regionale di questo tipo e calibro non si tiene in un agriturismo fuori dal mondo, sul quale converga la claque orientata in un certo modo. En passant, si potrebbe avere un rendiconto pubblico e dettagliato delle spese sostenute? Onorevole Maninchedda, potrebbe ottenerlo?
Essendo regionale la si dovrebbe tenere a Cagliari o nei pressi; o comunque in luoghi a rotazione. Invece la si fa ripetutamente lontano dal capoluogo, il quale – non è inutile dirlo – si trova nell’area meridionale, campidanese. Non si dovrebbe invitare – far venire – un rettore e l’altro no. O tutti e due, o nessuno. Si dovrebbero poi invitare osservatori neutrali, indipendenti e non condizionabili.
Il Servizio linguistico e chi lo dirige dovrebbero finalmente imparare la lezione dell’imparzialità, dell’equidistanza, e sviluppare la capacità di dialogare con tutti. Stanno invece combinando pasticci e danni.
Per ultimo: non mi risulta che a Cagliari università, complessivamente, sappiano meglio il sardo che non a Sassari. E’ pur vero che a Sassari si parla da secoli il sassarese, come varietà locale (non so quanto vitale, attualmente; v. però http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_sassarese). A qualcuno forse dispiace questo e vuole continuare il giochetto del ‘sarà sardo, il turritano, o sarà allogeno?’ .
Conferenza annuale lingua sarda ad Alghero:
http://kisuras.blogspot.com/2011/12/sa-cunferenzia-regionale-annuale-in.html
Il progetto di formazione delle/degli INSINNANTES elaborato dalla sola Facoltà di Lettere di Cagliari, intitolato “PROGETTO DI PROMOZIONE E VALORIZZAZIONE DELLA LINGUA DELLA SARDEGNA CONSISTENTE NELLA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI IN LINGUA SARDA. TRIENNIO 2011-14″ si trova a
http://www.unica.it/UserFiles/File/Utenti/oocc2/Senato/Senato%202011/09_20/Archivio/All.7.pdf
Dico sola Facoltà di Lettere perché i colleghi di Lettere che fanno parte dello stesso mio Dipartimento di filologie e letterature moderne (comprendente docenti sia di Lettere che di Lingue) non hanno mai coinvolto formalmente il Dipartimento nella sua totalità nella discussione dei principi ai quali si ispira tale progetto. Avremmo potuto per lo meno limare e migliorare qualche formulazione, a cominciare dal titolo. E’ anche vero che si sarebbe riaffacciato il problema della LSC …
Gentile Satta Tola,
Ci si doveva arrivare, purtroppo e proprio alla vigilia di questo convegno di scarsa utilità pratica e operativa. Quest’occasione fa bruscamente venire al pettine alcuni nodi, appunto perché alcuni si autopropongono come maestri linguistici degli altri (dove poi però le modalità d’uso della lingua veicolano anche idee ben precise). Lei ha – voi avete – messo il dito nella piaga (in una delle tante) in virtù del legittimo e necessario ruolo esercitato dai parlanti – come dire? – autosufficienti o che si sentono tali. Mi fa piacere che lei dica pubblicamente ciò che io ho detto in privato a un collega perché pubblicamente non sarebbe stato elegante. Elegantemente o non elegantemente, la sostanza non è più eludibile. Chi certifica e valuta la competenza linguistica dei valutatori linguistici? Mentre in situazioni di spontaneità comunicativa sono tollerabili quasi tutte le manifestazioni includenti lo slittamento da una lingua all’altra o la commistione linguistica, in concreto, riducendo ai fenomeni più deprecati, l’italianizzazione del sardo o la sardizzazione dell’italiano (che sono fenomeni e processi di carattere universale nelle situazioni di contatto linguistico spontaneo), il discorso cambia mentre si sale la scala degli usi prestigiosi (veramente, per ora si sta arrancando, ma bisogna pur farlo, nevvero). Chi insegna all’università agli insegnanti, presenti e futuri, un buon uso del sardo? La domanda è insieme legittima e assurda. La valutazione e legittimazione della competenza è frutto di un processo storico-culturale, come la competenza stessa, non di un decreto o di un convegno. Sono altresì convinta che alcuni discenti saranno molto più competenti linguisticamente dei loro maestri.
Kie non konnosket sas allegas sardas las pikat da-e s’italianu o si las imbentat. Kusta est una moda nova po ke perder su ki abarrat de sa limba sarda! Bona sorte a totus e mescamente a sa Limba Sarda. Prima la morimus e apustis, mankari, crikamus de la torrare a biva!
Ringrazio per le rettifiche. A noi, nell’intranet universitario l’avevano mandata solo in italiano la locandina, se non erro. Quanto alla neolingua, la valutazione e l’accettabilità dei neologismi è una questione pertinente al sentimento linguistico di ciascuno. Non so se INSINNANTES sia accettabile o meno. Di plastica o meno. Necessaria o meno. Su questo non posso pronunciarmi. Posso soltanto immaginare che dopo averla sentita centinaia di volte, la parola possa apparire del tutto normale (accettabile). O forse no.
Come è pertinente ugualmente al sentimento linguistico trovare straniante se non addirittura aberrante l’uso della LSC a Cagliari. Su questo invece posso pronunciarmi, in quanto sono a lungo vissuta a Cagliari in un quartiere dove allora si usava normalmente il campidanese, nelle botteghe e al mercato. Ora ovviamente molto meno. Passando alla toponomastica, con un salto non illogico, se la toponomastica locale, micro e macro, ha valore storico e documentario nonché identitario, voglio vedere se gli abitanti campidanesofoni tollererebbero i nomi storici, tipo Is Bingias, scritti in LSC. O Tuvixeddu sotto la forma di Tuvigheddu. Infatti, le ortografie storiche sono coerenti fino ad un certo punto. Ma per diventare storiche ci vuole tempo.
Gentile prof.ssa Lorinczi
la locandina è anche in sardo, http://lettere.unica.it/filssardudefinitivo.pdf
ma è su una parola sarda che vorrei soffermarmi.
NELL’ACRONIMO F.I.L.S.
FORMATZIONE
INSINNANTES
LIMBA
SARDA
SA PARAULA INSINNANTES ITE CHERET NARRERE? EST IN SARDU? BO? NO MI PARET. IN SARDU SI PODET NARRERE: MAISTU, MASTRU, PROFESSORI DE ISCOLA MÉDIA, DE ISCOLAS ARTAS, DE UNIVERSIDADI.
http://www.ditzionariu.org
GIAI CUMINTZAMOS BENE CUN SA NEO-LIMBA.
No pro nàrrere ma sa locandina est in sardu……
La FACOLTÁ DI LETTERE E FILOSOFIA di Cagliari annuncia:
Convegno “S’impreu de su sardu veiculare in Iscola e in s’Universidade” Casteddu, 11-12 de santandria 2011, Hotel Regina Margherita. Per la locandina, che è tutta in italiano nonostante l’annuncio, si veda: http://lettere.unica.it/. Uno si domanda se a Lettere devono ancora convincersi e farsi convincere del fatto che il sardo o una qualsiasi altra lingua di minoranza può essere utilizzata, in linea teorica, anche nell’insegnamento; che il bilinguismo di per sé non è nocivo, anzi; che altrove si insegna, bene o male, anche nelle lingue di minoranza; che alcuni ci riescono, altri no (per ragioni sempre molto complesse); che una lingua può essere anche solo parlata e può essere persino vitale in queste condizioni (basta parlarla se la comunità lo ritiene necessario e utile); che come dappertutto una lingua o macrolingua si presenta (anche) in variazione diatopica (dialettale). O chi altro devono convincere di tutto questo?
Claudia, su sardu ki iskries tue m’agradat meda, assumanku sas pakas sinzas ki as iskritu. Mira ka nois non semus brigande: semus brullande ibia. A mimi non m’agradat kussu “giai” chi as iskritu ka deo pesso ki sa fonetica de su sardu non est sa propia de kussa italiana e dukas depimus dare meda baloro a su ki dividit su sardu da-e s’italianu, limba dominante, e non depimus sighire sas lezes de sa fonetica italiano po ikrier su sardu ki sike podet morrer bintzas po kustu. Ma kustu est unu parrer meu ibia. Deo, po narrer, da-e su sardu ndia a bogare sos sonos italiotas “gi”, “ge”, “gn”, “gli” e karcun’ateru puru. Su mundu de sa limba sarda est dividìu da-e kando b’at su dinare: innantis divisiones non d’ iant ka non bi fit dinare. Oje su mundu de sa limba sarda si dividit in duos: sos ki mandikan e sos ki non mandikan. Est sa gana ki batit sa gherra de unu frade kun s’ateru ki, a urtimu,keren sa matessi kosa. Po kusta arresone, in kustu mundu, non b’at prus poesia e dunkas ghetamus totu a brulla!
Solu pro nàrrere chi sa K benit dae s’alfabetu gregu e non da cussu latinu. Custu manzanu apo ilballiadu.
Claudia tenes rejone. Custu est s’urtima borta chi torro in subra de custa chistione.
po Antoni Maria, Satta Tola, Bolognesi, etc.:
mirade chi sezis belligheddos meda; azis a esser istudiados e cumpetentes de unu muntone ‘e cosas, ma a bos chistionare male pari pari sezis fortes e ispecializados.
mancari andades a bos pregontare poite in su medio oriente sa zente no est bona a bistare in paghe e cuncordia.
abaidadebos bisateros etotu, gherrande po chistiones de “accademia”!!!
prus a prestu, nademi si su sardu chi iscrìo deo andat bene o male, chi giai mi nd’afutit meda!
Pro Antoni Satta: sa K benit impreada puru in sos Condaghes, e beniat impreada puru in su latinu dae sos Romanos. Non mi piaghet petzi pro sa bisura, ma no apo nudda contra de sa K. Su traballu de Wagner no l’apo mai postu in discussione, e lu torro a nàrrere: mai. E si Wagner est istadu unu caghinu, pro a mie no est unu problema, mancari a mie m’agradent ( e puru meda) sas fèminas. Non mi depes accusare de cosas chi non sunt beras. Como ti lasso, ca apo da traballare, istami bene e pasadi unu pagu, ca mi paret chi n’apas unu bisonzu mannu.Tenedi contu,
Die Bona.
Sanna Mario galanu: s’IMPACT FACTOR s’impreat po totu sas pubricatzione e non petzi pro sas de meighina. Mira ka non so deo ki apo fatu lezes po iscrier in sardu e apo narau ki sos ateros las depian impreare. Ap’ iskritu petzi ki a mimi non m’agradat su sardu prokeddinu. A tibi sa k non t’agradat ma mira ka Wagner l’at impreada in su bocabolariu suo e b’est bintzas in s’IPA. Ma tue ses de s’iscola de Bolognesu: Wagner non t’agradat ka fit kaghinu.
Po Bolonniesu: a mimi bastas tue.
@ Antonio Satta Tola: O su Tola, sorres bonas tenes?
Pro Antoni Maria: a si frimmare cun su sambenadu nono beru? Bellu gai!!! Tirare sa pedra e cuare sa manu!!
Mirade chi potzo, potho, poto, pozo iscrìere comente m’agradat de prus….ca no sezis bois a mi che dèpere nàrrere e a dettare sas règulas. Bois azus impreadu sas K chi a mie non m’agradant e non bos naro nudda. Est una forma de educatzione e de respettu, ca inoghe non semus in Iscola ube s’agatant su mastru cun s’iscolanu.
Cantu a Bolognesu, torro a lu nàrrere ca deo non soe s’abocadu de niunu, ca soe laureadu in lìtteras. E pro a mie sa cristione, est tancada dae meda!!!
Cantu a s’ IMPACT FACTOR, l’ isco bene ita siat: sunt sos puntos chi dant sas pubblicatziones a segunda de unu parametru iscientificu internatzionale reconnotu.
Custu balet a primu de tottu pro sas revistas de medicina e/o àteras disciplinas. Cada Revista est prus o mancu valutada dae una commissione internatzionale. Est claru, pro nàrrere, chi si deo iscrio e pubblico in d’una revista italiana in italianu, chi est leghida dae paga zente, depo a èssere valutadu de mancu de chie pubblicat in d’una revista internatzionale iscrìende in inglesu.
Bolonniesu est unu trastu in manos de Koronzu ki lu ponent po fakes su kane de vardare ma in totu sos tretos issientifikos de su su mundu no est nessunu!
Po Antoni Maria:”Le potzo” est sa limba prokeddina de Koronzu e Bolonniesu est a narrer sos ki ant seperau de impreare s’arfabetu e sa sintassi italiana po iscrier in sardu. Ma Mario Sanna a liskis ite keret narrer impact factor? Keret narrar unu tretu ki bisonzat po iskiri totu sar bortas ki su traballu de Bolonniesu est mentovau da-e sos ateros istudiosos. E a liskis kale est s’inpact factor de Bolonniesu? S’impact factor de Bolonniesu est zero.
Innantis de oe, creìo chi sos omines (bois mascros) podizis chistionare e gherrare tra isateros, finas a bos ochìre pari pari, solu po s’isquadra de fùbbol (comente naraìat babu).
Como mi so abizada chi lu podides fagher fintzas po chistiones de limba
“le potzo assigurare”?!? Itt’este custu? Swahili? Ba’ e drommi, o ciccittu!
Caru Antoni Satta Tola,
no soe zertu deo, chi apo fattu sas regulas pro s’ammissione a s’ATS, ma le potzo assigurare chi b’ant traballadu puru laureados in limbas… e puru in benes culturales…
Pro cantu pertocat BOLOGNESU mi paret chi siat unu istudiosu connotu in tota Europa. Non depo a èssere deo a fàghere s’abocadu de niunu.
Cantu a sa cumpententzias meas sunt istadas tzertificadas in 13 comunes defferentes ube apo tentu s’idoneidade pro fàghere s’operadore. E custu est capitadu siat in comunes ube si che faeddat (e iscriet) su campidanesu.
Deo soe solu da sa parte mea. Apo unu babbu e una mama chi ant traballato (e tribuladu puru!!) pro mi che fàghere istudiare e duncas non mi praghet chi calicunu comente voste’…sena nemmancu mi che connòschere si pirmittat de nàrrere chi soe unu partigianu. O fortzis lu soe. Si soe unu partigianu de su sardu e de tottas sas limbas faeddadas (e iscrittas) in Sardigna.
Pro a mie sa LSC est petzi una limba de traballu, chi mi che pirmittit de fàghere su traballu meu. Comente s’italianu de su restu, chi mancari non m’agradet pro nudda est sa limba chi apo imparadu a gana mala, pro istudiare in sas iscolas e in s’universidade. Non semper si podet seberare sa limba!!
Sos italianos nos ant fortzis dimandadu su pirmissu? A mie su nessi no!
Pardon nell’intervento precedente intendevo scrivere che sono stati esclusi dal bando coloro che avevano la laurea in Lingue non in Lettere.
Caro Mario Sanna, non ho messo in dubbio le tue competenze, anche perchè non ti conosco, ho affermato che il tuo è un parere “di parte”. Ho anche forti perplessità sulla modsalità di selezione degli operatori che devono lavorare all’Atlante Toponomastico della Sardegna e soprattuttto per i titoli richiesti dal bando(perchè, per esempio, la laurea in Filosofia e non quella in Lettere, se non per favorire un laureato in Filosofia e per escludere i tanti laureati in Lettere?). Sulle competenze di Bolognesi come esperto stendo un velo pietoso! Mi basta solo dare uno sguardo al suo impact factor per avere un’idea sulle sue competenze linguistiche!
“Atlante Toponomastico Sardo”, pro no ismentigare
http://academiadesusardu.files.wordpress.com/2009/08/comunicato-atlante-toponomastico.pdf
De Precis non ti frimmas cun su nùmene e sambenadu tou, ca l’isco chie ses… ses unu fizu de SETTE BABBOS!!!!
A De Precis, chi non si frimmat cun su unu nùmene e unu sambenadu sou, naro puru un’àtera cosa: Cada unu de nois tenet unu babbu chi l’at dadu de mandigare…..e si bidet!!!
Caro Antonio Satta Tola, non ho niente da nascondere. Sono stato assunto e ho lavorato dopo essere stato selezionato mediante regolare concorso. Tra l’altro nel concorso ATS partivo 5 per i titoli e sono finito 9 in graduatoria dopo il colloquio. Non devo niente a nessuno. Quel poco che ho avuto nel mondo del lavoro precario finora, è stato costruito lo studio, con il mio sacrificio e con quello dei miei genitori. Non ho padrini politici e neppure poteri forti dietro. Quanto alla mia posizione sulla LSC si basa su fondamenti scientifici (che sono quelli del Bolognesi) e su criteri pratici (nel lavoro). Detto questo chiudo. E le auguro buona giornata.
Per quanto riguarda il Sig. De Precis dico solo che è troppo facile nascondersi dietro uno pseudonimo e pertanto non merita nessuna risposta, salvo una…a paraulas maccas, origras surdas….e nonostante tutto buona giornata anche a lui.
Si mi das pane ti naru babbu.
In Sardegna ci sono tanti Mario Sanna (io ne conosco personalmente almeno cinque). Uno di questi, che io non conosco personalmente, è stato selezionato dall’Ufficio Regionale per la lingua Sarda come operatore nel progetto dell’Atlante Toponomastico della Sardegna e gli è stata assegnata l’Area 3, che coincide con la provincia di Oristano. Suppongo che il Mario Sanna che interviene in questo sito sia lo stesso e questo spiega la sua posizione favorevole nei confronti della LSC. Penso che non ci sia bisogno di ulteriori precisazioni.
Era il caso di dire qualche parola a proposito dell’inelegante (per usare un eufemismo) attacco ad Amos Cardia. Anziché essere contenti che – con risultati che via via potranno migliorare – qualcuno introduca il sardo al Dettori di Cagliari, che qualcuno lavori al miglioramento della percezione e della conoscenza del sardo ‘naturale’; anziché incoraggiare questo tipo di iniziative, si cerchi di demolirle perché non concordano con la visione centralizzante-burocratizzante della direzione regionale, questo è proprio un autogol clamoroso. Io invece confido nel fatto che laddove ci sono persone giovani o meno giovani, con istruzione superiore, competenti della loro varietà di sardo e competenti in generale, volenterose, impegnate, loro sì che potranno contribuire alla revitalizzazione del sardo, dal basso e non per decreto, con gentilezza, con cortesia e con competenza. I risultati non sono scontati anche perché si misurano sulla lunga durata. Ma intanto loro ci provano. E le autorità avrebbero l’obbligo istituzionale e morale di sostenerle.
Ho scoperto il perchè di tanto accanimento contro Amos Cardia, è reo di avere risposto “male” (ovvero, non ha fatto atto di sottomissione alla LSC) a questa intervista…
http://www.ilminuto.info/2011/09/%e2%80%9ctotu-is-chi-tenint-su-poderi-su-bilinguismu-diaderus-no-ddu-bolint%e2%80%9d-intervista-a-amos-cardia/
Mia risposta goliardica, tanto per farsi 4 risate su questa situazione che ha davvero del kafkiano…
Salve a tutti belli e brutti!
sono Pedru.
Solitamente rido da solo o in compagnia quando leggo certe perle di saggezza, ma questa volta voglio condividere la mia goliardia fanciullesca con tutti voi (visto che la risposta seria l’ha già data Davide Mulas, e la risposta di un nostro “studente” vale 1000 volte di più di qualsiasi altra cosa…).
Vi racconto una storia:
“Io c’ero alla prima lezione del laureato in scienze politiche Maos Cardiga (ite ‘irgonza! solo chi ha la laurea in filosofia, o la triennale in scienze del turismo può e deve insegnare il sardo agli altri! e solo chi ha la laurea in lettere moderne indirizzo artistico può scrivere sul sardo giuridico!!!), i ragazzi (saranno stati un 370!) erano infogatissimi!!! calincunu s’est atripau puru per entrare nell’aula…poi hanno visto a Maos…il classico pallido sardo meridionale…mmm buca trota…poi Maos at fatu su scimpròriu…at nau…saludi!!!…e giù un commento unanime…saludi??? nois cherimus “salude”!!!…le cose si stavano mettendo male, su maistu cun is ideas macas suas, fiat caghendi su logu…su campidanesu in Casteddu…piticu su macu!!! I ragazzi erano visibilmente indisposti! Hanno preteso di vedere il C.V. di Maos e li sono insorti!!! Laurea in Scienze Politiche!!! ma po caridadi de Deus!!! mai visto uno di Scienze Politiche che imparat a ligi e a scriri a calincunu! Per fare questo bisogna essere laureati in Filosofia (si sa che nella facoltà di Filosofia de Casteddu il sardo è di casa!) o in Lettere Moderne Italiane (lo dice il nome stesso, totu in sardu!) e la cosa più grave…master di secondo livello nella didattica del sardo, con Vasco Maistu de Ferru! Revuelta! Nunca Mas! Il coro era unanime…cherimus a Roberto! cherimus a Roberto!!! Dopo 10 minuti già si alzavano gli striscioni…o LSC o muerte!…i più scalmanati si sono legati alle porte con le catene…no pasaran! i divisori del popolo sardo non metteranno piede qui! Insomma, su maistu si nd’est dèpiu fuiri a sonu de corru…
Casciali de su contu: certi errori non si devono più commettere! Gli istituti scolastici, i comuni etc etc, devono controllare bene i C.V. degli “esperti” amincullu anni di insegnamento, amincullu master su master, amincullu libri e traduzioni…una sola cosa ci deve essere scritto…servo fedele di XXX e umile sostenitore sottoposto della LSC!!!”
“Questa è una storia di pura invenzione, ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale”
Continua la crociata dei sostenitori della LSC contro chiunque, OSI e dico OSI mettere in discussione la validità del loro fallimentare progetto…
leggete pure questo anonimo articolo:
http://bolognesu.wordpress.com/2011/10/11/fallimentu-de-su-sardu-in-casteddu-no-fallimentu-de-amos-cardia/
ottima e puntuale la risposta di uno degli organizzatori, frequentatori del corso, docente del dettori che smentisce e zittisce la “Cunfradia de sos amigos de sa limba” (chi sarebbero? hanno un nome?).
Volevo scusarmi con la Redazione per il disturbo che stiamo creando con post inutili. La Prof.ssa Lorinczi non capisco veramente dove voglia arrivare. Io comunque la chiudo qui e pertanto non discuterò oltre in questo post, perché mi rendo conto, che siamo andati “fuori tema”. Buona serata.
Caru Perdu, sunt 5 annos chi traballu in custu settore….. ti connosco e isco chie ses… e custa cosa mi dispiaghet… Ca sos operadores…depiant a èssere totus unidos… e non in gherra a intre a de issoro!
Perfetto, ti occupi di lingua sarda? sei in “trincea”? sai, l’ambiente è piccolo e ci conosciamo tutti… magari ci siamo anche incontrati in “trincea”!
Sono una persona reale…..a differenza di tanti, che frequentano questo forum….
Mario Sanna, chi sei? però, dai, devi dirci la verità! eh eh eh eh
Lei continua ad arrampicarsi sugli specchi. La LSC non è nemica della lingua sarda parlata, anzi…..è un forte stimolo per notare la ricchezza dei vocaboli…..
Ciurlare nel manico non ripaga. La LSC contiene indicazioni sull’ortografia, sulla grammatica e sul lessico. Cercare in rete con LimBa sarda comuna, per chi non ci crede.
Più che chiara molto faziosa. La Regione Sarda non impone niente a nessuno. La LSC nonostante l’infelice nome non è affatto una LINGUA ARTIFICIALE ma solo un insieme di NORME ORTOGRAFICHE DI RIFERIMENTO. Tutto il resto è solo scenografia…..
Che la situazione della lingua sarda sia grave, non ci si può nascondere…basta chiedere ai bambini i giorni della settimana, i numeri o i mesi..e la situazione emerge molto chiaramente….purtroppo….c’è molto da lavorare sul “campo”…nella trincea …….la Prof.ssa Lorinczi, insiste nel suo atteggiamento da “MAESTRA”, ma si scorda un piccolo particolare: a scuola o nell’Università i maestri e docenti non si possono scegliere, ma nella politica linguistica si. Lei vorrebbe fare la condottiera, di un ‘esercito che non la vuole e che soprattutto non la riconosce. E di questo dovrebbe prenderne atto.
molto chiara. grazie
Gentile Jacko,
facciamo una miniinchiesta con lei. Lei parla il sardo (la varietà di sardo del suo paese o della sua famiglia)? Pensa di parlarlo bene, male, così-così? con chi lo parla (con i membri della famiglia, con i parenti più anziani, con quelli di media e giovane età, con la moglie, con i figli, con i nipoti, con i vicini, con gli amici, ecc. ecc.); di che parla con loro, di quali argomenti (quotidiani, politica, calcio ecc .); se lo parla, lo usa anche con estranei e in quale occasione? Lo parla solo in casa o anche in luoghi pubblici, per strada, al comune ecc. Le stesse domande per l’altra lingua, l’italiano, o per le due insieme. O per le altre lingue che eventualmente conosce. Tutte costituiscono il suo repertorio linguistico individuale.
Quante ora al giorno pensa di parlare in sardo, in italiano, oppure mischiando le due (cosa del tutto normale)? Cosa pensano della sua competenza di sardo i parlanti che la comunità reputa molto competenti? Ecco, vede, con domande del genere si stabiliscono dei criteri per capire approssimativamente la padronanza e la vitalità della lingua. Se lei ne ha una padronanza accettabile, tutto sta nell’estendere e nel rafforzare i settori di impiego, e in una certa misura l’esito dipende da lei e dai suoi interlocutori. Ci sono inchieste molto sofisticate, per campione ma anche a tappeto. Per la Sardegna c’è quella del 2006-2007, coordinata da Anna Oppo. Sta in rete.
Quando la vitalità di una lingua è in declino (misurata non individualmente ma sulla comunità), la visione moderna della salvaguardia della glottodiversità invita a porvi rimedio. Ho usato la parola ‘invito’ e non ‘imposizione’. Su questo c’è una vasta letteratura specialistica. La spinta può venire dalle istituzioni, ma anche dalla comunità stessa, dall’alto o dal basso. Uno dei problemi consiste nel fatto che una lingua come il sardo si manifesta sotto tante varietà, il cui numero corrisponde grosso modo al numero degli abitati dove si parlano varietà di sardo (poi c’è l’algherese ecc.). E’ meglio creare o individuare una lingua da decretare come comune, oppure conviene investire in tutte le varietà? La LSC non convince tutti non solo perché è parzialmente artificiale ma perché è più vicina alle varietà non meridionali. In genere, chi è parlante di lingua sarda, vuole parlare la varietà che conosce e non impararne un’altra. La LSC è stata presentata come lingua solo scritta ed ufficiale in uscita della RAS. Ma se a scuola, a bambini che non sanno parlare nessuna varietà (e questa è oggi la norma) si imponesse la LSC scritta, la lingua scritta diventerà la lingua parlata, perché altrimenti si dovrebbe insegnare anche una lingua parlata magari diversissima. Per non tacere dei conflitti linguistici con gli effettivi parlanti, più anziani, che stanno intorno a loro. Per non tacere del problema degli insegnanti e dei materiali didattici. Un altro problema è la rappresentatività culturale del modello linguistico proposto ma che si vuole anche imporre oltre i confini degli uffici della RAS. Una lingua creata come la LSC è rappresentata dai suoi creatori, sostenitori e propagatori. Bisogna vedere se i Sardi, tutti, molti, pochi, si riconoscono culturalmente, idealmente, in tale rappresentanza e nelle modalità della sua gestione istituzionale, burocratica, finanziaria, e se ritengono che i rapporti relazionali umani che la RAS ha intessuto intorno alla diffusione della LSC sono trasparenti, equi, rispettosi della realtà e della diversità, coinvolgenti la popolazione ecc. ecc.
Questo molto in sintesi, rapidamente e a braccio. Ovviamente, ho omesso moltissime cose. Ovviamente ciò che dico dispiacerà ai sostenitori della LSC. I quali, secondo me, dovrebbero trasformarsi in revitalizzatori, se ci tengono veramente al sardo. Revitalizzare è molto ma molto più difficile, è più complicato e più democratico. Non ci vuole potere, ci vuole ben altro. Coinvolgimento totale e di tutti.
Vede, Marinella, questo dibattito sulla lingua dura da ormai due mesi, ed io lo seguo, perchè amo la mia lingua madre (chi non ama la propria madre?) e darei il mio abbonamento a sky Calcio e non so cos’altro per poter parlare e scrivere in sardo e non in italiano.
Però, le confesso, non ci ho “accispato” molto, in questa discussione; ho capito che c’è una fazione per la LSC ed una contraria, entrambe fondano probabilmente le loro posizioni su assunti scientifico linguistici (o no?), ma non ho capito perchè NO alla LSC e quale alternativa in vece.
Ammetto che l’ignoranza mia è elevata, non solo in materia. Magari lei penserà: studia e leggi attentamente, documentati, e poi ne riparliamo.
Comunque grazie
Gentile Jacko (che io cercko di non leggere all’ungherese: Jatsko, ché suona buffo), deformazione professionale, la mia, riconosco volentieri. Constato che non soltanto i tifosi della LSC ma anche quelli del calcio hanno le loro debolezze linguistiche, chi in senso proprio chi in senso figurato. Spero tuttavia, per l’integrità della sua spina dorsale, che lei non si dimeni troppo. Al meno non quanto quelli del—la LSC!
gentile Marinella, perdonar Lei voglia. non Le sembri troppo irriverente il mio celiare, nè manchevole del rispetto che Lei e l’argomento vi suol di meritare.
svelenire, e perchè no, un pò pigliar in giro, era l’intento.
Venia, Le chiedo! Lei me la dia, ed io sarò contento!
Dimenticavo: citare i risultati aggregati, ridotti all’osso, dell’inchiesta sociolinguistica fatta su un campione nel 2006, è un modo scorretto per valorizzare tale ricerca. L’indagine andava inoltre continuata, approfondita ed estesa, secondo il parere della stessa prof. Oppo. Il monitoraggio della comunità deve essere continuo, prolungato e a tappeto, nei processi di revitalizzazione.
Gentili intervenuti, personalmente mi sono espressa su certi principi generali di condivisione o meno delle scelte politiche, quali che siano. Anche su cosa è legittimo e cosa no da parte del potere anche se eletto, ci sarebbe da discutere. Calza, invece, coll’argomento specifico dell’ufficio regionale linguistico, invocare la gestione democratica, in generale e in particolare. Non ripeto l’ultima frase perché mi sembrerebbe di far parte della barzelletta dove uno si meraviglia: “E come mai dite che io ripeto tutto due volte? E come mai dite che io ripeto tutto due volte?”
Andrebbe essa (democrazia) associata al principio della trasparenza e dell’equità. Democrazia vuole dire, al momento attuale, e non nella Grecia dell’Antichità, il pieno coinvolgimento e il pieno rispetto della comunità interessata. E’ ciò che viene caldamente raccomandato anche nei processi di revitalizzazione linguistica. La scelta è semplice: autoritarismo oppure rispetto della volontà collettiva, attraverso l’attento ascolto di ciò che la collettività ha da dire (certe volte con formulazioni improprie o magari contraddicendo lo zelante revitalizzatore) e invitando, anzi, all’espressione dei propri sentimenti ed intendimenti. Sull’etica del linguista impegnato in operazioni di salvaguardia linguistica si sono espressi linguisti sperimentati. L’autoritarismo non genera molti risultati, tanto meno duraturi. Proprio per questo, gli operatori linguistici del Parteolla e del Basso Campidano diano retta ai loro compaesani e alla propria coscienza linguistica, che vanno benissimo (ho visto il sito).
Quanto all’importanza, per il romanista, della lingua francese, il sig. Jacko ha parzialmente ragione. Tuttavia le cose non stanno così in ambito scientifico internazionale.
contesto il principio per cui ogni romanista dovrebbe conoscere il francese. perchè? ormai Menez e Mexes appartengono al passato. piuttosto non sarebbe male intendere bene lo spagnolo; come disse Luis Enrique: “muerte a los laziales!”
Gentili Satta-Tola, Sanna, Lorinczi e Tzitzu
state discettando e pontificando sul nulla in quanto la nomina a dirigente incaricato di studi e ricerche e consulenza, in staff al Direttore Generale, in poche parole un consulente, non vuol dire in nessun modo che si è stati reincaricati per la direzione di un Servizio come quello che si occupa di lingua e cultura sarda, che resta tuttora vacante, a torto o a ragione, se non ci credete, leggetevi la Legge 31/98 per la quale in Regione i dirigenti possono ricoprire incarichi di: direzione generale, di servizio, per studi e ricerche o essere adibiti all’ufficio ispettivo.
Gentile signora Lorinczi, non si rispetta la scelta ma la legittimità della stessa. Per quanto mi riguarda ciò che conta è che sia un sostenitore della Limba Sarda Comuna, il resto è soltanto chiacchiericcio querulo.
Cara Prof.ssa Lorinczi… ha mai sentito parlare di democrazia?
Se gli Amministratori Regionali hanno deciso di confermare un “Esterno” che non è stato scelto da loro, vorrà pur dire, che al contrario di quanto pensa lei e altre persone, loro sono rimasti soddisfatti dal lavoro svolto dall’”Esterno”. La cosa rimane una piacevole eccezione in un mondo dove di solito si fa piazza pulita di chi non ha la stessa tessera di partito di chi governa. Detto questo la chiuderei qui. Ho già dedicato troppo tempo e troppe attenzioni al suo “arrampicarsi sugli specchi”.
Cara Prof.ssa Lorinczi… ha mai sentito parlare di democrazia?
Se gli Amministratori Regionali hanno deciso di confermare un “Esterno” che non è stato scelto da loro, vorrà pur dire, che al contrario di quanto pensa lei e altre persone, loro sono rimasti soddisfatti dal lavoro svolto dall’”Esterno”. La cosa rimane una piacevole eccezione in un mondo dove di solito si fa piazza pulita di chi ha la stessa tessera di partito di chi governa. Detto questo la chiuderei qui. Ho già dedicato troppo tempo e troppe attenzioni al suo “arrampicarsi sugli specchi”.
È un concetto un po’ strano che qualsiasi scelta politica vada rispettata. La si può al limite subire, ma rispettare… Si rispetta se c’è materia di rispetto, il che è ugualmente relativo.
Non vedo dove sia lo scandalo, la Direzione dei vari Servizi degli Assessorati è di competenza del Governatore e della sua Giunta. In altri ambiti per fare esempio è stato nominato il Generale (in congedo) dei Carabinieri Murgia e nessuno ha (giustamente, visto il curriculum del Generale) urlato allo scandalo. Sono scelte politiche che si possono condividere o non condividere, ma che vanno rispettate.
Penso che la recente scelta del Direttore del Servizio per la Lingua Sarda dell’Assessorato alla Pubblica Istruzione dovessere essere fatta da una lista di professionisti competenti aventi i requisiti per farlo e non con nomina ad personam come è stato fatto. Ritengo inoltre che la persona da nominare dovesse incassare il gradimento del Partito Sardo d’Azione visto che è l’unico Partito della coalizione che, per farne parte, ha chiesto di sottoscrivere un programma che in uno dei suoi punti programmatici prevedeva il varo di una legge per l’insegnamento della lingua sarda in tutte le scuole della Sardegna di ogni ordine e grado. Alla luce di queste riflessioni non trovo comprensibile il rinnovo della nomina della stessa persona nominata precedentemente da Renato Soru per la Direzione dell’Ufficio Regionale per la Lingua Sarda.
http://www.regione.sardegna.it/documenti/1_22_20110616091901.pdf
Prima scheda: il Brasile. Voglio ricordare che ogni romanista sarebbe tenuto a conoscere il francese. La fonte franco-canadese che ho utilizzato ha un valore eccezionale; mi sono permessa di riprendere alcuni capitoli in lingua originale, per ragioni di rapidità. Spero che questo non crei problemi. Tutto il materiale sul Brasile è disponibile anche in portoghese.
Fonte principale: Jacques Leclerc, L’aménagement linguistique dans le monde, http://www.tlfq.ulaval.ca/AXL/; per il Brasile http://www.tlfq.ulaval.ca/AXL/amsudant/bresil.htm.
La confederazione del Brasile (composta di 26 stati) è il quinto stato del mondo per estensione e per popolazione, e nel 2001 aveva oltre 174 milioni di abitanti. Di questi, il 95% costituisce il gruppo linguistico maggioritario lusofono (parlanti varietà brasiliane del portoghese). Il portoghese è (perciò o di conseguenza) la lingua ufficiale del paese (Costituzione del 1994: Artigo 13. A língua portuguesa é o idioma oficial da República Federativa do Brasil). Come numerosità di parlanti il portoghese è la settima lingua del mondo ed è parlato in più continenti (Europa, America, Africa, Asia). In Brasile si contano circa 170 lingue autoctone appartenenti a circa 215 gruppi etnici. Lo stato confina con tutti gli altri stati sudamericani, ad eccezione del Cile e dell’Ecuador; ciò è rilevante per quanto riguarda la disposizione areale delle minoranze (o dei gruppi di minoranze) i cui confini possono non essere compresi entro quelli politici. Per lo meno fino al censimento del 1990, ma ancor oggi nella vita quotidiana, i Brasiliani si autoclassificano il base al ‘cor’ (colore). Tali distinzioni “ne reposent pas sur des critères de classifications scientifiques, mais sur la simple apparence physique. De plus, les distinctions sont «souples», car une personne considérée comme un «Noir à la peau claire» en Europe ou en Amérique du Nord pourrait être perçue comme «blanche» au Brésil. […] C’est pourquoi au Brésil le mot ‘pardo ‘(= gris) est retenu administrativement pour désigner l’ensemble des Métis et se rapporte à la couleur de la majorité de la population, c’est-à-dire le mixage qui résulte des trois «races originelles» (indienne, noire et blanche); le même terme écarte des classifications officielles tous les autres mots qui réfèrent au mélange de races, que ce soit Mulato, Mameluco ou Caboclo et Cafuso. Lors du recensement de 1990, l’Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (Institut brésilien de géographie et de statistique) avait relevé plus de 100 nuances de traits physiologiques dont les individus interrogés s’attribuaient les caractères, avec pour souci de s’éloigner autant que possible de la couleur noire. […] Malheureusement, les stéréotypes raciaux sont monnaie courante au Brésil et un ordre hiérarchique entre les couleurs de la peau semble établi entre Blancs, Métis et Noirs. Les Noirs sont considérés comme «inférieurs» aux Métis, et les Blancs sont perçus comme «supérieurs»; entre les deux, toute la gamme infinie de la palette des couleurs. Si pratiquement tous les Blancs sont alphabétisés, il n’en est pas ainsi pour les Métis (15 % à 31 % d’analphabètes) et les Noirs (45 % d’analphabètes); présentement, quelque 12 % des Blancs entrent à l’université contre à peine 1 % pour les Noirs. La discrimination raciale n’est certes pas toujours formellement démontrée, mais les inégalités raciales subsistent. Il semble que l’enseignement reproduirait un «modèle raciste de société», particulièrement aux dépens des Afro-Brésiliens. Évidemment, au plan officiel, il n’existe pas de racisme au Brésil, et ce, d’autant plus que cette pratique est rigoureusement interdite. En effet, la Constitution interdit et condamne la discrimination raciale sous toutes ses formes.”
I gruppi degli autoctoni (in tutto 352 652 persone secondo i dati ufficiali, 0,2% della popolazione totale) sono indicati in portoghese con vari termini, di cui nelle leggi ricorre più spesso quello di ‘indios)’. Le loro lingue originarie sono invece indicate, complessivamente, con ‘língua nativa, língua indígena, línguas dos nativos’. Il circa 60% degli autoctoni vive nell’Amazzonia legale (http://en.wikipedia.org/wiki/Amazônia_Legal; http://www.noticiasdaamazonia.com.br/amazonia-legal/), e comunque nel Nord del paese. La maggior parte delle circa 170 lingue indigene è in via d’estinzione. La maggior parte di queste lingue dispone di meno di mille parlanti (certe volte qualche centinaia o decine). “Non autonomes, les indigènes dépendent entièrement de l’État pour leur subsistance; acculturés et soumis au bilinguisme, ils vivent dispersés, séparés les uns des autres et conservent leur statut d’indigènes entretenus. Considérés par beaucoup de Brésiliens comme des ‘vagabonds’, des ‘paresseux’, des ‘incapables de travailler’, les autochtones servent tout juste d’attraction pour les touristes en mal de curiosités. Il est évident que le développement économique du pays, le progrès et l’unité nationale l’emportent sur la survie de ces ‘sauvages’ dont beaucoup n’attendent plus que la liquidation. Heureusement, le gouvernement a reconnu dans la Constitution [1994] les droits des populations autochtones.” Durante il XVI secolo il numero degli indigeni è diminuito del 90% (come effetto di genocidi, della riduzione in schiavitù e di epidemie causate da malattie europee): si stima che fossero, quando iniziò la colonizzazione, circa 5-6 milioni.
A partire dal XVII secolo i missionari gesuiti crearono una lingua franca artificiale (Nheengatu) su base tupì; proibita nel 1757, essa decade alla fine del XVIII secolo; tuttavia ci sono ancora cca 8mila parlanti in Brasile, Colombia e Venezuela (http://pt.wikipedia.org/wiki/Nheengatu, http://en.wikipedia.org/wiki/Nheengatu_language).
La politica linguistica più rilevante, come indica J. Leclerc, è rivolta alla lingua di maggioranza, al portoghese brasiliano. Non solo per ragioni di numerosità oggettiva, ma soprattutto per sostenere e rafforzare l’identità del portoghese brasiliano (e del Brasile stesso) sia rispetto al portoghese europeo, sia rispetto al massiccio influsso (anglo-)americano che è anzitutto economico (“dollarisation linguistique”). A queste esigenze si ispira il progetto del Museu da Língua Portuguesa fondato nel 2005 a Sao Paulo (http://www.museulinguaportuguesa.org.br/; http://pt.wikipedia.org/wiki/Museu_da_L%C3%ADngua_Portuguesa). Tuttavia: “La question de l’enseignement constitue une préoccupation majeure au Brésil”. Si vedano sopra i dati sull’analfabetismo. L’istruzione obbligatoria, gratuita e pubblica, dura come minimo otto anni ed è impartita, per legge (1996), in portoghese. Tralasciamo la casistica complessa dell’insegnamento delle lingue straniere, impostato diversamente che in Europa, menzionando soltanto il fatto, significativo sia sul piano effettivo che su quello simbolico, che dal 2010 sarebbe diventato gradualmente obbligatorio, dal quinto all’ottavo anno delle scuole pubbliche, l’insegnamento dello spagnolo.
“Un débat politique. Dans les circonstances actuelles, la langue est maintenant devenue un étendard politique au Brésil. [N.B.] Les Brésiliens sont en train de réaliser, eux aussi que, dans les faits, les interventions politiques en matière de langue s’inspirent rarement de motifs purement linguistiques. Elles se rapportent le plus souvent à des projets de société formulés en fonction d’objectifs d’ordre culturel, économique et politique. Or, le fondement idéologique de l’actuelle politique brésilienne est la défense de la langue portugaise en tant que symbole de la souveraineté nationale, laquelle se transforme [N.B.] en une lutte anti-impérialiste ou, en l’occurrence, anti-anglo-américaine. Les opposants au projet de loi ont raison d’y voir un caractère politique à cette intervention législative. On peut affirmer sans se tromper que toute «politique linguistique» est par essence un «acte politique». Le nier revient à considérer la langue comme un simple instrument de communication, ce qu’elle est d’abord sans doute, mais toute langue est aussi le symbole identitaire d’un peuple ou d’une nation. Et ça, on n’y peut rien, car la langue a toujours été un instrument d’identité sociale ou nationale, voire un instrument politique servant parfois à dominer. Les Américains, l’ont compris! Avant eux, les Britanniques, les Français, les Espagnols, les Portugais, les Arabes, les Chinois, etc.” […] “En réalité, c’est de l’impérialisme linguistique dont il est question, plus particulièrement de la domination de la langue anglo-américaine sur le portugais du Brésil, comme sur toute autre langue. D’où l’expression «dollarisation linguistique.”
Quanto alle popolazioni indigene, il Brasile ha sviluppato un corpo legislativo ricco e articolato, che riguarda non soltanto le lingue e il loro uso anche scolastico, ma anzitutto i diritti territoriali, civili e politici. Ma la sua applicazione – commenta l’autore – non è per niente semplice. Ad esempio, in assenza di una vera riforma agraria, la questione delle terre degli autoctoni non è stata risolta. Sono particolarmente rilevanti i problemi silvicoli. Gli agricoltori, coloni e produttori non indigeni contestano la dimensione delle aree trasformate in riserve, di cui peraltro gli indigeni non sono proprietari ma solo usufruttuari. L’insegnamento della lingua indigena materna è possibile per legge soltanto nella scuola elementare, dove peraltro vige l’obbligo dell’insegnamento in e del portoghese. In questo casi si tratta, dunque di un insegnamento bilingue ed interculturale, finalizzato all’integrazione nella comunità nazionale. Sembrerebbe che “la législation brésilienne privilégie davantage l’intégration des autochtones plutôt que la conservation de ces derniers.” Sebbene sia legalmente possibile la coufficializzazione delle lingue indigene, soltanto a due è stata concessa tale possibilità nella municipalità di São Gabriel da Cachoeira nello stato dell’Amazonas, dove oltre il 73% della popolazione è di origine indigena.
Conclusione dell’autore: “Si l’on s’en tient à la politique linguistique du gouvernement fédéral brésilien, il faut admettre que celle-ci demeure extrêmement limitée, car elle est entièrement liée au seul domaine scolaire et, plus précisément, à l’éducation primaire bilingue interculturelle. Évidemment, ce type d’éducation ne vaut que pour les seuls autochtones et ne concernent nullement les non-autochtones qui ne sont pas tenus à l’«interculturalité» (ou interculturalisme), c’est-à-dire l’intégration de leurs communautés dans un environnement où seul le portugais est la langue commune de la vie publique. Le problème vient du fait que les rapports de force sont trop inégaux pour les 350 000 autochtones qui ne disposent d’aucun pouvoir, si ce n’est [N.B.] la sympathie de la communauté internationale.
De plus, les autochtones se heurtent toujours à des obstacles importants tels que la pauvreté, l’exclusion et le mépris. Dans ces conditions, il n’est guère surprenant que le président du Brésil, Fernando Henrique Cardoso, ait reconnu lui-même dans l’un de ses discours que «le passé esclavagiste, oligarchique et patriarcal du Brésil en faisait une des sociétés les plus injustes du monde». Il semble donc inéluctable que le sort des autochtones du Brésil continuera de se détériorer et que leur disparition soit plus ou moins prochaine. C’est probablement ce que veulent les Brésiliens qui ne voient pas d’un grand intérêt le sort de ces populations exclues depuis longtemps du reste de la Nation.”
Sobre a política lingüística do governo federal brasileiro para as populações autóctones, é preciso admitir que ainda é extremamente limitada e que, até agora, só considerou a alfabetização (escola primária) e, mais especificamente, a educação primária bilíngüe intercultural. Evidentemente, os não autóctones não são obrigados ao “interculturalismo”, isto é, à integração de suas comunidades em meios nos quais só a língua portuguesa é admitida como língua comum da vida pública. Parte das dificuldades se explicam pelas relações de força ainda muito desiguais, se se consideram os 350.000 autóctones que, de fato, não têm meios para decidir sobre a própria vida e que não contam com muito mais, além da simpatia da comunidade internacional.
Além do mais, os autóctones se deparam sempre com obstáculos importantes , tais como a pobreza, a exclusão e o desprezo. Nessas condições, não surpreende que o presidente do Brasil, Fernando Henrique Cardoso, tenha ele mesmo reconhecido num dos seus discursos que “o passado escravagista, oligárquico e patriarcal do Brasil, fez dessa sociedade uma das sociedades mais injustas do mundo”. Parece haver pouca esperança, portanto, quanto ao futuro das populações autóctones do Brasil, cujas chances continuarão a diminuir, cada vez mais, à medida em que piorem as condições de sobrevivência das populações. Não apenas no que diz respeito às línguas, o que se pode dizer é que, no Brasil, as populações autóctones vivem, há muito tempo, excluídas do resto da Nação.
Gentile Prof. Lörinczi (ma c’è l’umlaut oppure no? :-) ),
non potrei essere piú d’accordo con quanto Lei dice.
Attualmente sto lavorando a una definizione “interna” di linguaggio, intendendo che un linguaggio è “naturale” se si dà il caso che potrebbe essere parlato in qualche luogo e in qualche momento.
C’è piú di una difficoltà e la teoria generativa aiuta solo in parte…
Poiché la mia definizione di linguaggio dovrebbeessere “a priori” rispetto ai parlanti, i rischi che Lei mette in evidenza sono in effetti presenti. Si tratta in effetti del problema dell’uso concreto delle teorie scientifiche, e.g. “teoria della relatività” vs. “bomba atomica”.
Per contro la mancanza di definizioni scientifiche di linguaggio può portare a costi umani rilevanti per le collettività (per la Sardegna i costi umani mi sembrano ben individuabili, ma pensiamo al disastro antropologico che è la Lombardia di oggi…credo che non sia infondato pensare a radici di natura linguistica per questo tipo di problemi).
Restiamo in contatto; preferisco non scrivere la mia e-mail qui (verrebbe catturata da qualche robot), ma se desidera contattarmi può utilizzare l’indirizzo che trova alla testa di quest’articolo:
http://www.romaniaminor.net/ianua/Ianua09/03.pdf
Cordiali saluti e molte grazie!
Claudi Meneghin
Gentile Claudi Meneghin,
Grazie per i completamenti bibliografici che sono sempre preziosi perché aprono altre piste o le consolidano. Intanto ho dato un ‘glance’ ad un riassunto di un suo lavoro e ho trovato pane per i miei denti (che non sono di latte). Quanto alla denominazione ‘lingua(ggio) naturale’, per conto mio preferisco ‘lingua storica’, per ragioni evidenti: la prima rimanda a ‘natura’, la seconda a ‘storia sociale, umana ecc.’. La naturalità della lingua, se la ammettiamo alla lettera, confina strettamente col biologico-deterministico, e da qui si aprono altre strade, di cui alcune antipatiche, che rimandano a ‘razza’. D’altro canto, la dimensione storica del linguaggio, nel suo evolversi, ammette le possibilità ‘intervenzionistiche’ sulla lingua anche se non le prescrive. Forse quest’ultimo è l’ambito della nostra discussione collettiva, dove il problema centrale è probabilmente chi è autorizzato, per quali ragioni, per quali scopi, con quali modalità e quando, ad intervenire sull’uso sociale della lingua (e non tanto sulla sua morfologia o fonetica o lessico, intervento quest’ultimo che è o solo un paravento tecnicistico o comunque epifenomeno di un fenomeno di carattere ideologico).
Signori,
rimango ammirato dalla qualità delle contribuzioni qui sopra. La presente solo per segnalare, per chi fosse interessato, che il grande lavoro teorico del prof. Hull a proposito della lingua Padanese (citata dalla prof. Lörinczi) è disponibile alla URL:
http://digidownload.libero.it/alpdn/TesiDiHull/TheLinguisticUnityOfNI&R.pdf
Oltre alla pagina web citata dalla prof. Lörinczi (http://www.squidoo.com/padaneis), una ampia bibliografia è disponibile alla URL:
http://www.squidoo.com/scientific-padanian
Detto questo, io penso che comunicare in Inglese sia in generale preferibile, ma allo stato dei fatti forse ancora non realistico. Concordo in pieno con questa frase:
“Non penso di rivelare una verità di fede se dico che una codificazione sovra-dialettale sarà vista come un problema finchè non si comprende appieno che essa è ‘altro’ rispetto alle lingue cosiddette ‘naturali’”.
Non posso però fare a meno di ricordare che non c’è, a oggi, una definizione scientificamente attendibile di “linguaggio”, figurarsi di “linguaggio naturale”. Si tratta di temi a cui sto lavorando.
Per quanto mi riguarda, penso che la via a lungo termine è la rinuncia all’Italiano, fuori dal suo dominio “naturale” (qui usato nel senso corrente della parola), cioè la penisola Italiana stricto sensu (sud della linea La Spezia – Rimini).
Nella speranza che le indicazioni bibliografiche possano esservi utili per la lingua Sarda, saluto cordialmente: mi dispiace di dover usare l’Italiano, ma sfortunamtamente non parlo Sardo.
Salutations cordiales,
Claudi Meneghin
Grazie Marinella per il tuo prezioso lavoro.
Stavo pensando di raccogliere un po’ di materiale su alcune esperienze di revitalizzazione linguistica. Lo farò senz’altro però la voglia mi è un po’ passata leggendo quanto segue nel sito del Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR). Credo che il problema linguistico più importante diventerà un altro, con queste premesse, perché non si tratta soltanto dell’università ma di tutta la preparazione linguistica scolastica precedente nelle materia cosiddette scientifiche.
——————
http://attiministeriali.miur.it/anno-2011/giugno/dm-15062011.aspx
Decreto Ministeriale 15 giugno 2011. Modalità e contenuti prove di ammissione corsi di laurea ad accesso programmato a livello nazionale a.a. 2011/2012
Articolo 3 (Corso di laurea magistrale in medicina e chirurgia in lingua inglese)
1. Nel caso in cui sia stata autorizzata l’istituzione del corso di laurea magistrale in Medicina e Chirurgia in lingua inglese, la relativa prova di ammissione, verte su quesiti nella medesima lingua, ai sensi della legge 30 luglio 2010, n.122 citata in premesse.
2. Con separato provvedimento sono definite le modalità ed i contenuti della prova alla quale possono partecipare sia gli studenti comunitari e non comunitari, di cui all’art.26 della legge n.189/2002 citata in premesse sia gli studenti non comunitari residenti all’estero.
———————-
http://attiministeriali.miur.it/anno-2011/luglio/dm-07072011.aspx
Decreto Ministeriale 7 luglio 2011. Modalità e contenuti prove di ammisisone corso di lurea in Medicina e Chirurgia in lingua Inglese a.a. 2011/2012
Davvero interessante, grazie Marinella Lőrinczi.
Desidero anch’io ringraziare Marinella Lőrinczi per il suo contributo prezioso di informazioni e riflessioni: c’è davvero molto da imparare.
Grazie alla professoressa Lörinczi per questo servizio di traduzione. A quando in LSC? Esistono in ogni caso pubblicazioni di studiosi accreditati che mettono in diretta relazione l’adozione del RG con la decrescita dell’uso del romancio: è evidente in ogni caso che l’adozione di uno “standard di riferimento”, anche nelle migliori intenzioni originarie, finisce per generare dei mostri. Buone vacanze a tutti
Ho tradotto l’articolo, spero in maniera accettabile. Tra parentesi quadre qualche informazione in più.
Sueddeutsche Zeitung del 6-7 agosto 2011, n.180, p.12: ‘Confusione linguistica in Svizzera. La lingua artificiale Rumantsch Grischun [=RG] avrebbe dovuto salvare il romancio dall’estinzione, invece provoca disunione nei Grigioni.’ Di Thomas Kirchner.
Il RG è un vero disastro, dicono gli uni. Senza il RG incombe una catastrofe, dicono gli altri. La disputa che si è sviluppata intorno alla lingua artificiale elaborata dal linguista di Zurigo Heinrich Schmid negli anni ’70, eccita anzi divide la gente nel cantone svizzero dei Grigioni. Ma in fin dei conti è in ballo il (si tratta del) futuro della loro lingua, il retoromanzo oppure romancio, nomi con cui essa viene indicata. La situazione non è messa bene, proprio come nel caso di altre lingue europee di minoranza, come il corso, l’irlandese (il gaelico) o l’asturiano. Il romancio è a minaccia di estinzione. Secondo il censimento del 2000 rimanevano soltanto 40mila Grigionesi ad avere una padronanza elevata di questa lingua dalle sonorità insieme gutturali e melodiose, che si è sviluppata autonomamente dall’italiano a partire dal dialetto latino parlato 2mila anni fa in Rezia. E la tendenza di sviluppo era chiaramente negativa. Gli Svizzeri sono talmente orgogliosi della loro quarta ed esotica lingua nazionale da foraggiarla con sovvenzioni milionarie, ma nonostante questo essa è impotente dinanzi all’espansione/avanzamento sempre maggiore del tedesco. Aggrava la situazione il fatto che la lingua si ramifica in cinque varietà molto differenziate, in parte parlate soltanto da un centinaio di persone in valli isolate.
Il RG potrebbe forse bloccare il processo di decadenza, definitivamente o per lo meno temporaneamente, pensavano nel 1982 quando Schmid presentò la sua creazione ricavata/assemblata dalle tre varietà più vitali [cfr. Kramer 2011 http://www.uibk.ac.at/alpinerraum/publications/vol12/kramer_j.pdf segnalato da Elvezio]. Al meno si avrebbe avuta una lingua scritta unitaria, paragonabile a quella alto-tedesca. In seguito venne pubblicato un quotidiano nella lingua costruita, il cantone iniziò a stampare i suoi materiali in RG, il quale dal 2001 è la lingua ufficiale amministrativa. I politici della lingua, appoggiati/fiancheggiati dall’organizzazione ombrello [ted. Dachorganisation, ingl. umbrella organization] Lia Rumantscha [Lega Romancia, fondata nel 1919, come la Società Filologica Friulana], divennero più ambiziosi, e si commise, come credono in molti, il peccato originale: nel 2003 il parlamento cantonale grigionese decretò l’introduzione del RG come lingua scritta in tutte le scuole romance e inoltre la produzione dei nuovi materiali didattici soltanto in questa lingua al posto delle cinque varietà (oltre al tedesco e all’italiano). Questo era per certi versi logico, perché in che altro modo avrebbero potuto imparare molti bambini il RG? Inoltre, la decisione conteneva esplicitamente l’intenzione di risparmiare 100mila franchi annui a favore della casse cantonali. Per certuni, i quali avevano da sempre considerato il RG con scetticismo, questo era troppo, in quanto temevano per gli idiomi locali. Essi si sentono presi in giro [o: trattati con condiscendenza] e invocano il diritto cantonale di poter scegliere liberamente la lingua veicolare scolastica. Ma in assenza di materiali didattici adeguati questo diritto si svuoterebbe. Essi chiedono la revoca della delibera del 2003. Se la Svizzera vuole avere il Romancio come lingua nazionale, ciò ha il suo prezzo – afferma Francestg Friberg del Gruppo Pro Idioms [http://www.proidioms.ch/, fondato nel gennaio 2011], il quale ha iniziato una lotta contro la lingua artificiale e la Lega Romancia.
[Ecco i fatti successivi.] Nel 2007 nella Val Monastero engadinese [http://it.wikipedia.org/wiki/Val_Müstair_(Svizzera)], all’80% romancioparlante, si inizia l’alfabetizzazione nella prima elementare coll’uso del RG. Circa la metà delle comunità romanciofone si adegua, il restante rimane con gli idiomi vallader, putér, surmirano, sutsilvano e sursilvano ed usa i materiali didattici precedenti o confezionati ad hoc. E’ assai controversa la questione di come è la competenza linguistica in RG degli scolari. Eccellente – dicono gli uni. I bambini sono sovraccarichi, poiché accanto alle altre lingue devono imparare anche due forme diverse del romancio – dicono gli altri. Tra non molto un’indagine condotta dall’Università di Friburgo porterà maggiore chiarezza. La qualità della didattica è molto più importante della scelta della lingua – dichiara il consigliere cantonale competente in materia Martin Jäger. In qualche area il romancio sarebbe talmente indebolito che è difficile trovare insegnanti o scolari che padroneggino l’idioma locale.
Recentemente sono i critici ad avere il vento in poppa. Nella Val Monastero la popolazione voterà tra non molto per la reintroduzione nella scuola del vallader, altre comunità vogliono seguire la stessa strada. Da qualche giorno il governo cantonale ha cambiato atteggiamento in maniera sorprendente. Esso propone che tutti i libri di matematica e di lettura, cioè più o meno la metà dei materiali didattici, in futuro debbano essere di nuovo disponibili negli idiomi locali. Insensata e assurda questa inversione di marcia – s’indigna il linguista Gian Peder Gregori, perché così si mischieranno/confonderanno due varianti ortografiche. In ottobre deciderà il Parlamento.
Cara Gianfranca Piras. Le varie conferenze Regionali sulla lingua sarda non erano altro che “feste di famiglia” dove le voci dissenzienti, ed in particolare quelle degli insegnanti sperimentatori, erano assenti. Ti assicuro che io conosco quasi tutti gli insegnanti che hanno sperimentato l’insegnamento del sardo nella scuola da almeno 30 anni e ti assicuro che erano molto pochi perchè hanno fatto questo lavoro quando non c’erano i soldi. Da quando ci sono i soldi il loro numero ha subito un aumento in proporzioni geometriche tanto che, ora, molti di questi non li conosco. In queste conferenze erano assenti, perché non invitati, quasi tutti gli attuali operatori degli sportelli linguistici della Sardegna meridionale in quanto dissenzenti rispetto all’imposizione come standard d’insegnamento e di lavoro della LSC. Questa é la realtà: le altre sono favole.
Gentile Elvezio, non si finisce mai di imparare.
Gentile Gianfranca Piras, in questo blog credo invece che spesso sia venuto fuori il meglio di noi.
Tutti siamo stanchi. A me sono stati assegnati due compitini ai quali assolverò al più presto, dando comunque il meglio di me.
Intanto ho scoperto che il friulano è un dialetto, una varietà, non so come chiamarlo per non offendere nessuno, della lingua padanese con tanto di padrino superautorevole: http://www.squidoo.com/padaneis
Poi segnalo anche questi, molto istruttivi, sul friulano: http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=42056&stile=6&highLight=1
http://www.valresia.it/notiziario/linguafriulana.pdf
http://bora.la/2011/01/04/il-comune-di-gorizia-assume-un-funzionario-amministrativo-ma-deve-conoscere-il-friulano/
Continuo a notare il silenzio dell’Univ. di Cagliari (io sono un’eccezione che non fa testo e non conta; quelli che contano tacciono).
Buone vacanze per chi ne fa.
Ma come ci si può confrontare pacatamente e tranquillamente dopo tutti gli attacchi bassi, volgari e vigliacchi fatti in questi anni? e le minaccie velate di “chiudere i rubinetti” nei confronti di docenti universitari, operatori, semplici appassionati rei di non essersi piegati alla LSC? e le ritorsioni lavorative? io e gli altri operatori “dissidenti” abbiamo un dossier immane (articoli, testimonianze, pagine web salvate, registrazioni etc etc) con tutte le prepotenze subite. Siamo stati attaccati in tutti i fronti, hanno cercato di farci smettere di lavorare in tutte le maniere, addirittura favorendo non sardofoni ma possibilisti per la LSC…
Questa è la vita reale…altro che conferenze regionali dove le persone di sempre dicono sempre le stesse cose (e spesso solo in italiano).
Per Pedru Perra: statisticamente, tra le lingue minoritarie riconosciute dalla 482, in base alle statistiche, il ladino è la più parlata in assoluto. Per Gianfranca Piras: buone vacanze. Continuo a non capire perché occorra superare “difficoltà e sofferenze” e porsi un “problema” quale è la codificazione di una norma sovradialettale, quando gli esempi internazionali e la volontà dei parlanti dimostrano che la standardizzazione nel migliore dei casi è inutile, nel peggiore nociva. Lasciamo friulani e romanci alle loro sofferenze, e vediamo di fare qualcosa di serio per la lingua sarda, siamo capaci di camminare con le nostre gambe.
Insomma, c’è un chiaro esempio di lingua (il ladino) poco diffusa con due norme ufficiali, all’interno dello stato italiano, tutelata dalla legge 482/99. Il bilinguismo nei paesi ladini, ne ha risentito oppure è abbastanza florido?
Pubblico un ultimo commento (e questa volta è l’ultimo davvero) prima di prendere le vacanze da questa discussione.
Per Antonio e per Perdu: non vi conosco e dunque non so se foste presenti ai vari convegni che sono stati fatti a Cagliari e che hanno trattato vari argomenti (dal bilinguismo infantile all’insegnamento del sardo a scuola alla poesia estemporanea in sardo) o alle Conferenze Regionali.
In alcuni di questi convegni ho avuto modo di conoscere l’esperienza di vari insegnanti (sia ‘logudoresi’ sia ‘campidanesi’), le loro fatiche e i risultati ottenuti da ciascuno con l’utilizzo del metodo ritenuto più opportuno per l’insegnamento della propria variante.
E questo accade nel mondo reale, non in quello delle marmottine e nemmeno in quello virtuale dove siamo ora. Forse l’errore che abbiamo sempre fatto è stato quello di confrontarci solo in Rete, dove spesso viene fuori il peggio di noi, anzichè approfittare delle occasioni di incontro e di discussione che spesso abbiamo.
Riguardo poi al “romancio standard” che viene citato nell’articolo di Kramer, non mi stupisce minimamente che anche lì abbiano avuto gli stessi problemi che abbiamo noi, visto che i processi di codificazione dei linguaggi portano inevitabilmente con sè difficoltà e sofferenze. Non penso di rivelare una verità di fede se dico che una codificazione sovra-dialettale sarà vista come un problema finchè non si comprende appieno che essa è ‘altro’ rispetto alle lingue cosiddette ‘naturali’.
Con questo ho finito veramente. Vi saluto e vi auguro buone vacanze.
Passi per il caso specifico, in cui un segnale dalle alte sfere sarebbe sempre auspicabile. Considerato poi che Dedoni dimostra sorpresa e meraviglia che qualcuno osi mettere in dubbio la capacità della lingua sarda “ad esprimere la modernità e la contemporaneità”, beh in questo caso l’uso del sardo da parte sua era doveroso, altrimenti TACCIA. Mastino la prova del fuoco l’ha superata, e bene; Dedoni NO.
Per il resto invece sono del parere che non servono segnali, ma impegno per scrivere in modo accettabile in lingua sarda, altrimenti è preferibile ancora usare l’italiano. E non è il caso di scandalizzarsi, come fa Dedoni, per l’uso della lingua “nemica” anche per apprendere la nostra, che se escludiamo un ridotto numero di vocaboli, non conosciamo affatto.
Un piccolo esempio:
SAR ” Est notòriu chi, cando comintzat a crèschere e a s’ispàrghere s’autoistima, colletiva e individuale, cando aumentat su livellu de cussièntzia natzionale in Sardigna, cando si torrat a faeddare de sa limba sarda comente punta de diamante de s’identidade de totu sos Sardos, tando si ponet in movimentu una màchina pro trasformare custa autoistima in autoòdiu e endofobia o sentimentu de aversione pro su/sos de su logu, su/sos de intro.
Custa màchina est bene ingrassada, tenet esperièntzia istòrica seculare e ischit bene comente arribare a sos livellos disigiados de autoòdiu de sa populatzione sarda. Si in sos sèculos colados a custa finalidade si giompiat cun sa violèntzia e sas proibitziones, oe in die si bi giompet cun sa prus sotile violèntzia psìchica o psicològica. Si sa prima provocaiat sa derruta fìsica de sa vìtima, custa nde pròvocat sa derruta morale”.
ITA ” E’ notorio che, quando comincia a crescere e a diffondersi l’autostima, collettiva e individuale, quando aumenta il livello della coscienza nazionale in Sardegna, quando si torna a parlare della lingua sarda come punta di diamante dell’identità di tutti i Sardi, allora si mette in movimento una macchina per trasformare questa autostima in autoodio e endofobia o sentimento di avversione per quello/quelli del luogo, quello/quelli di dentro.
Questa macchina è ben ingrassata, ha esperienza storica secolare e sa bene come arrivare ai livelli desiderati di autoodio della popolazione sarda. Se nei secoli passati a questa finalità si giungeva con la violenza e le proibizioni, oggigiorno vi si giunge con la più sottile violenza psichica o psicologica. Se la prima provocava la decadenza fisica della vittima, questa ne provoca la decadenza morale.
PREFERISCO L’ITALIANO.
Gentile prof. Lörinczi, non ci vedo nulla di strano nel fatto che la lettera inviata da Dedoni al rettore di Sassari sia scritta in quel modo. Non so quali siano le competenze linguistiche di Dedoni in merito al sardo, ma molti conoscono sulla loro pelle le competenze dell’italiano burocratico dell’autore della lettera, la cui mano si riconosce perfettamente.
Ma lasciamo stare questo singolare caso di ventriloquio e torniamo ai luminosi esempi con i quali dovremmo venire educati all’uso della nostra lingua. Sbirciando su internet trovo questo articolo di Johannes Kramer, che vedo essere professore di linguistica romanza all’università di Treviri in Germania:
http://www.uibk.ac.at/alpinerraum/publications/vol12/kramer_j.pdf
Chi è interessato può leggersi tutto il testo, che tratta argomenti molto più ampi, ma qui è utile riportare due stralci, senza bisogno di commenti, salvo l’osservazione che il romancio e il ladino sono lingue ufficiali a tutti gli effetti sui rispettivi territori, pur senza disporre evidentemente di uno “standard” condiviso e accettato:
Il primo è in merito al romancio stantard: “Comunque si tratta di una lingua artificiale che nessuno parla in modo spontaneo, e, malgrado gli sforzi enormi che organizzazioni statali, economiche e culturali intraprendono per favorire il Rumantsch Grischun, le vecchie lingue tradizionali continuano a godere la preferenza della maggior parte della popolazione che è attaccata alla tradizione particolaristica. Nessuno può predire il futuro, ma si può avere l’impressione che la creazione del Rumantsch Grischun significhi una vittoria di Pirro per l’avvenire del romancio, perché un prodotto linguistico artificiale non è in grado di suscitare l’attaccamento emozionale che la chara lingua della mumma fa nascere, e in luogo d’imparare le regole di una lingua che non ha una vera sede nella vita si può passare direttamente al tedesco, economicamente vantaggioso”.
Il secondo riguarda il ladino standard, altro caso che viene menzionato, sotto la dicitura di “modello trentino” dall’ormai mitico Piano Triennale RAS: “I rappresentanti di alcune istituzioni culturali delle Dolomiti hanno chiesto a Heinrich Schmid di creare una lingua scritta ladina secondo i medesimi criteri applicati nei Grigioni, e infatti, nel 1998 è nato il progetto della lingua unitaria Ladin Dolomitan che dovrebbe fungere da lingua-tetto per il marebbano, badiotto, gardenese, fassano, livinallonghese ed ampezzano (Schmid, 1998). Tale concetto serve da base per i lavori dello SPELL (=Servisc de Planificazion y Elaborazion dl Lingaz Ladiin), fondato nel 1994. Intanto esiste una grammatica (Gramatica dl Ladin standard, 2001) e un dizionario (Dizionar de Ladin standard, 2002), ma a differenza della situazione svizzera le autorità ufficiali non sostengono l’azione o la impediscono addirittura. Nella provincia di Bolzano, dove dal 1989 in poi il ladino è lingua ufficiale dell’amministrazione, si preferisce l’uso parallelo del gardenese nella Val Gardena e del marebbano-badiotto nel Val Badia, e l’opposizione contro il Ladin Dolomitan è massiccia, soprattutto in Val Gardena”.
Ma che strano. Ho appena letto la lettera dell’On. Attilio Dedoni, Presidente della Commissione Consiliare della Cultura, Beni culturali, Pubblica istruzione, Ricerca scientifica ecc., indirizzata al Prof. Mastino. Era una risposta sulla questione del Piano triennale. Sapete una cosa? Era scritta in italiano forbito, con sintassi complessa ed espressioni idiomatiche (italiane, of course). Perché non se l’è fatta tradurre almeno in LSC, dal momento che è un documento in uscita? L’occasione era quella giusta. Poteva essere persino una traduzione pedisequa, di plastica, di polistirolo, di cartapesta, in burocratese, italianizzata per causa di forza maggiore (io non sarei schizzinosa in una fase incipiente), ma almeno avrebbe fatto lo sforzo, ci avrebbe provato, avrebbe capito e sudato nella concretezza dell’azione. Invece pretenderebbe dagli altri uno sforzo linguistico che egli evita , dimostrando anche per sé, come insinua per gli altri, “un sintomo di disagio … rispetto all’uso del sardo a livello veicolare ed effettivo.”
Per Gianfranca Piras
quindi tu stai dicendo che io posso non utilizzare la LSC, posso addirittura essere contrario alla LSC senza avere nessuna conseguenza?
no, tanto per capire se stiamo parlando del mondo reale o delle favolette dove la marmottina prepara il cioccolato per i bimbi buoni…
Cara Gianfranca Piras, tutti sappiamo leggere ma IN REALTA’ si stanno verificando cose diverse da quelle scritte nel Piano Triennale, anche da quelle che tu riporti nel tuo ultimo intervento. Se leggi l’intervento appena scritto da Perdu Perra ti renderai conto di questo. Concludo affermando che secondo me tu non hai capito bene i termini del problema. Molti di noi vogliono che la lingua sarda venga insegnata nelle scuole ma dove li trovi i pareri degli eperti di didattica? Dove sono i pareri degli insegnanti che finora hanno sperimentato l’insegnamento della lingua sarda nella scuola? Se cerchi queste notizie su internet non le troverai. Chi finora ha insegnato sardo è stato tenuto scrupolosamente lontano dalla politica linguistica dell’Ufficio Regionale per la Lingua Sarda. E sai perché? Perchè il loro parere sull’insegnamento della LSC è negativo e quindi in contrasto con ciò che pensa l’ex Direttore dell’Ufficio Regionale della Lingua Sarda.
Gli ammiratori e proponenti regionali del modello friulano si guardano bene dall’accennare al ginepraio politico, partitico, legislativo, legale (sono finiti in tribunale), culturale nel quale da decenni si dibatte e si contorce il problema del friulano ufficiale, standard, scolastico. Per non tacere del fatto che la Società filologica friulana si è costituita alla fine della Grande Guerra. Ho cercato di stabilire una specie di bibliografia di partenza, per chi ne fosse interessato. Quanto al termine ‘lingua tetto’ cioè ‘standard linguistico di riferimento e di uso sovradialettale, sovraareale’, esso è applicabile indipendentemente dai legami linguistici di famiglia, per cui, ad esempio: Lo slavo (croato) molisano è usato normalmente solo in forma orale. Testimonianze letterarie, normalmente piccole raccolte di poesie … sono molto rare. L’unica lingua tetto per questa lingua minoritaria è quella italiana (tetto esterno) (http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto_croato_molisano). Questo per chi predica che bisogna essere ‘scientifici’. Purtroppo la ricerca, o più modestamente lo studio, genera e offre ANCHE controesempi, da cui imparare, altrimenti stagnerebbe e sarebbe DOGMA.
http://fur.wikipedia.org/wiki/Furlan_standard (La lenghe cuviert = Lingua tetto)
http://fur.wikipedia.org/wiki/Grafie_uficiâl
http://fur.wikipedia.org/wiki/Societât_Filologjiche_Furlane (fondata nel 1919!)
http://www.filologicafriulana.it/easynet/Frameset.asp?CODE=SFFF&FROMSTART=TRUE
http://www.filologicafriulana.it/easynet/Archivi/SFFF/Files/Testi_consigliati_FRL.pdf
http://www.raco.cat/index.php/QuadernsItalia/article/viewFile/26272/26106 (Il friulano: storia e usi letterari)
http://www.romaniaminor.net/ianua/Ianua06/06.pdf (La codificació del furlà)
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http://rassegna.uniud.it/media/files-rassegna/03-08-2011/GAZTNOUDINEX_Identita_friulana_sotto_a.pdf
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Nuie bêçs pal furlan a scuele! http://www.paolomenis.fvg.it/ita/?p=2439
http://www.gioventurapiemonteisa.net/?p=3701
http://comitat-friul.blogspot.com/2011/08/i-friulani-ringraziano-e-non.html (31 luglio 2011)
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http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2011/07/20/news/spot-in-televisione-per-promuovere-l-insegnamento-del-friulano-1.738122
“Il Piccolo” (Trieste), 20 luglio 2011, Spot in televisione per promuovere l’insegnamento del friulano. Gli spot, radiofonici e televisivi, sono previsti dal regolamento sulla tutela della marilenghe. La Regione ha stanziato 2,6 milioni di euro per l’applicazione dell’intera normativa.
TRIESTE. Una campagna promozionale con tanto di spot radiofonici e televisivi per promuovere l’insegnamento del friulano nelle scuole. C’è anche questo nel regolamento che la sesta commissione, presieduta da Piero Camber (Pdl), ha votato ieri mattina. La tutela della lingua, così come previsto dalla legge 29 del 2007, metterà in campo una serie di misure per far sapere a chi abita in provincia di Udine, nel pordenonese e in alcuni Comuni del goriziano, che il friulano si può imparare anche a scuola. La Regione, che non ha ancora deciso con esattezza quali strumenti attuare per sensibilizzare le famiglie, ha stanziato 2,6 milioni di euro per l’applicazione dell’intera normativa. Non sono mancati, ieri, gli accenti polemici: il testo è passato con 13 voti favorevoli e ben 38 astensioni. Tra questi anche i consiglieri di maggioranza. Camber, a fine discussione, ha ribadito la propria contrarietà al provvedimento: «Il friulano si impara a casa, non deve essere studiato a scuola». Il regolamento non convince nemmeno Paolo Menis (Pd), che definisce la documentazione «lacunosa» perché non si occupa della formazione dei docenti.
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(N.B. Ci sono problemi con chi ha seguito i master di didattica del friulano organizzati dall’Univ. di Udine perché non riconoscono loro il dovuto punteggio. http://aldorossi.splinder.com/post/25277480/friuli-il-master-di-friulano-e-inutile-per-insegnare-non-e-riconosciuto
Programma di un master a http://www.uniud.it/didattica/post_laurea/master/master-di-ii-livello/master-universitario-di-ii-livello-corso-di-aggiornamento-insegnare-in-lingua-friulana-2013-a-a-2007-2008/Manifesto%20Master%20FRIULANO%200708.pdf)
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http://www.fogliogoriziano.com/gorizia/negata-la-messa-in-friulanoa-aquileia-scatta-la-protesta/ (14 luglio 2011)
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http://www.veniceonair.com/blog/2011/02/15/insegnamento-del-friulano-in-pianta-stabile-da-anno-scolastico-2011-12/
INSEGNAMENTO DEL FRIULANO: IN PIANTA STABILE DA ANNO SCOLASTICO 2011-12
Primo incontro a Udine per presentare le linee guida del Piano di applicazione dell’ insegnamento del friulano nelle scuole. Con l ‘ass. regionale all’istruzione Roberto Molinaro si sono trovati decine di insegnanti e dirigenti scolastici che fino a questo momento si sono occupati di programmi didattici di insegnamento in lingua friulana. Gli alunni coinvolti dall’inserimento del friulano a scuola sono stati stimati in circa 30 mila (il 40% del totale dei 77 mila alunni iscritti nei Comuni friulanofoni); è stato fatto presente che c’è fabbisogno di formare circa 2.050 gruppi classe di 15 alunni ciascuno per non meno di 62 mila ore di insegnamento all’anno. E’ intenzione dell’Amministrazione regionale, ha confermato Molinaro, di partire con l’inserimento in pianta stabile del friulano già dal prossimo anno scolastico 2011-2012. ”Tutto però dipenderà dalle risorse che sarà possibile avere a disposizione perché – ha sottolineato Molinaro – una volta all’anno a regime l’operazione costerà 2,6 milioni di euro”. Sono intervenuti alla riunione il coordinatore della Commissione permanente per l’insegnamento della lingua friulana Bruno Forte, il direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Paola Beltrame, oltre ad Anna Del Bianco e Patrizia Pavatti per la direzione regionale Istruzione. ”Da anni la Regione sostiene iniziative di tipo progettuale ma, nel momento in cui l’amministrazione sta predisponendo il regolamento per l’inserimento in forma definitiva del friulano nella scuola del Friuli Venezia Giulia, abbiamo ritenuto importante – ha precisato Molinaro – organizzare una riunione sul regolamento che è in via di ultimazione”. Sulle modalità del Piano si è occupata nei giorni scorsi la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia.
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http://comitat-friul.blogspot.com/2011/03/conference-stampe-sul-furlan-scuele.html
http://www.comune.bologna.it/iperbole/coscost/titoloV/Corte_no_friulano_Tuttoscuola_27mag09.pdf
Per Antonio Satta Tola
Cito dalle norme linguistiche della LSC: “Fermo restando che intende valorizzare, valorizza e sostiene tutte le varietà linguistiche parlate e scritte in uso nel territorio regionale, la Regione ha ravvisato la necessità [...] di sperimentare l’uso del sardo per la pubblicazione di atti e documenti dell’Amministrazione regionale. [...] Altri Enti o Amministrazioni pubbliche della Sardegna saranno liberi di utilizzare le presenti norme di riferimento oppure di fare in piena autonomia le scelte che riterranno opportune”.
Ovvero, se capisco l’italiano, sarà la scuola stessa a fare le sue scelte in libertà. I maestri, volendo, potrebbero anche insegnare agli alunni a scrivere le vocali paragogiche a fine parola, ma resta da vedere che vantaggio ne avrebbero i bambini.
Con questo spero veramente che la questione sia chiusa, visto che continuiamo a girare sempre attorno alla stessa questione con grande perdita di tempo, quando basterebbe prendere le norme linguistiche e leggerle.
Non vi piace? Non adoperatela, chi vi obbliga?
Po Antonio Satta Tola,
e ita ti depint arrespundi? chi ant nau e funt narendi fàulas sceti e chi sa bidea insoru siat sa de nci ponni sa LSC in dònnia logu e no sceti in su scritu, ma in su fueddai puru?
“Mìseru s’anzone chi isetat late dae su mariane!”
Alloddu su mantra de is fàulas:
“il campidanese e il logudorese non esistono”
“la legge 482/99 impone uno standard solo, altrimenti non ci saranno findi”
“la LSC? solo in uscita per qualche documento di poca importanza della Regione”
“chi vuole due nome ufficiali vuole dividere i sardi”!
“la LSC? secondo i calcoli al C14 del PC modello XXX43/12 è assolutamente mediana fra le varietà meridionali e settentrionali”
“la LSC è una varietà assolutamente naturale…”
“non esistono lingue che abbiano più norme ufficiali…in Norvegia si parlano due lingue! La lingua Nynorsk e la lingua Bokmal” (ahahahahahah…)
Si Marinella Lorinczi si l’aconcat (mai nos manchet, Satta2 grabbosu!), ca est capassa, bolontadosa e puru corriatza (làstima a no esseret sarda, ma jai l’aggraimus gasitotu, no est nudda!) e si su mere (admin) lu permitit, DIAT ESSER TEMPUS DE NDE TIRARE CARCHI SUTZU dae totu custu pistazare (trochizàndenos a pare) chi semus faghende unu muntone ‘e zente, ca si no… est abberu chi li ogamus de capu.
E tando Marinella, si est de bona ispèssia, podet ponner in assentu totu su chi b’at de importu in custos parres (prus de chentu e bìndighi), chi sian dimandas, cussizos, avèrguos, menetas o frastimos, a bier si si nde podet tirare carchi cosa ‘e bonu, e de nde li picare capu, cante cante.
Deo naro chi:
1- Si sa limba no intrat deretu in s’iscola, morit. Si totus semus in una (in d-una), tocat a bier si sa polìtica lu cheret e lu podet fagher, e si nois podimus dare una etada ‘e manu. Si non si faghet custu, totu sàteru non balet a nudda, est recatu pèrdiu (pelea ‘e badas, a pistare abba).
2- In s’intre no abbarramus a manos in buzaca; “contivigiamus”, bidimus ite tocat a fagher in iscola po imparare su sardu a sos pitzinnos, chircamus sos libros de balia, si bi nd’at, o nde faghimus àteros menzus. Su chi importat est chi bi siat unu “PROGRAMMA”, su chi li ruet (su chi li dechet, chi andat bene) a donzi iscola, dae sas minores a sas prus mannas (sas iscolas artas).
Totu s’àteru, chi est meda e de importu puru, benit a pustis.
Incomincia a radicarsi la convinzione che la lingua sia solo una questione di soldi (per pochi). Si chiudano i rubinetti e poi vediamo quanto la lingua è ancora fattore primigenio di difesa della identità.
No se ne può più!
Pongo di nuovo una domanda e aspetto che qualcuno mi risponda: ma la LSC non è nata come “lingua in uscita” per le comunicazioni della RAS? Chi e quando ha stabilito che la LSC debba essere la lingua standard per l’insegnamento del Sardo nella scuola? Chi, in questo contesto,sta facendo il gioco delle “tre carte” e prendendo in giro il Consiglio Regionale, La Giunta, e tutti i Sardi?
Beh mi sono stancato di intellettuali e pseudo intellettuali, passate bonas festas! Tantu no sezes bois sos meres de sa limba, ca sa limba meres no nd’at. Binchet chi fachete, e bois ischites solu zarrare e imbolicare sas paragulas chene contu e chene capu. Aisetto de ischire commente nd’at a bessire s’universitate cun sa Ras. Adiosu a totu
Quanto alla situazione del Friuli, mi sa che ci sono più ombre che luci. Certo, qualche tempo fa circolavano per il Campidano e il Logudoro certi pittoreschi missionari che diffondevano il verbo del modello friulano, non so se a spese della loro o della nostra regione: venivano a imbonire i selvaggi dell’isolotto con perline del tipo “prendete esempio da noi”. Siccome notoriamente il Friuli è la regione dello Stato Italiano dove l’altezza media è più elevata, e la Sardegna quella in cui la gente è più bassa, li guardavamo dal basso in alto dicendo “cssss!”. Adesso si sta scoprendo che là le cose vanno anche peggio che qui da noi in Africa. Tutto il mondo è paese: i friulani non vogliono saperne del friulano di cartapesta, ci si interroga sul destino dei finanziamenti pubblici ecc. ecc. Ma date un’occhiata a questo link, che è di un certo interesse:
http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2011/05/22/il-sardo-e-il-friulano-a-confronto-convegno-al-circolo-montanaru-di-udine-per-la-valorizzazione-delle-lingue-minoritarie/
Si apprende che gli amici del Circolo Sardo “Montanaru” di Udine sono un po’ arrabbiati perché un convegno finanziato (in Friuli) dalla RAS, è stato snobbato non solo dall’Assessore alla Cultura, ma anche da “i dirigenti che si occupano del servizio lingua sarda”, che non si sono nemmeno degnati di mandare “né una telefonata né una mail, seppur di circostanza”. E però in Friuli, dalla Sardegna, si mandano quattrini, non molti, diciamolo, ma è singolare che il “modello di successo” debba sostenersi proprio con i soldini di noi contribuenti sardi. Nel prosieguo dell’articolo, apprendiamo difatti che la RAS “ha ritenuto opportuno ridimensionare i finanziamenti ai progetti presentati dai circoli dei sardi in Italia e all’estero a valere sul bando pubblico ex Lr 26/1997 per finanziare con 5.837 euro l’Istitut Ladin Furlan Pre Checo Placerean di Zompicchia di Codroipo, una frazione del Medio Friuli, per una mostra sull’editoria sarda. A noi Sardi residenti in Friuli Venezia Giulia la cosa è apparsa ben strana: il bando regionale prevedeva la presentazione di progetti da parte degli organismi di rappresentanza dei sardi riconosciuti dall’Assessorato regionale al lavoro, e da Istituti di particolare rilevanza. Premesso che il suddetto Istitut si occupa solo di lingua friulana e dei suoi collegamenti con le lingue ladine delle Dolomiti, non è certo un Istituto di particolare rilevanza, dal momento che è più semplicemente un’associazione”. Vabbe’, non facciamo commenti, e il resto leggetelo sul link.
L’esperienza friulana, o trentina, opportunamente adattata e non mitizzata come quella catalana, potrebbe essere un buon punto di partenza insieme a consimili esperienze del Galles e del Cantone dei Grigioni. Fine citazione
Questo sta scritto – e non da me! – a p. 22 del PIANO TRIENNALE DEGLI INTERVENTI DI PROMOZIONE E VALORIZZAZIONE DELLA CULTURA E DELLA LINGUA SARDA 2011-2013. Già l’espressione “mitizzata come quella catalana” è sconcertante. Chi mitizzava? Ma parliamo di cultura o di linguaggio giovanili o di politica linguistica seria, pacata e non da stadio? Chi la ‘mitizzava’ l’ha poi smessa rapidamente quando i valenzano-parlanti hanno rivendicato, a ragione o a torto, il loro diritto di esistenza sotto un nome diverso dal ‘catalano’. E allora ci si è rivolti al friulano come modello, con grandi pellegrinaggi reciproci. Ricordo quando il rappresentante dell’Ufficio linguistico del Friuli ha sostenuto qui in Sardegna che una volta che l’istanza politica ha deciso, gli altri – la popolazione, l’amministrazione, la scuola – saranno obbligati o invogliati, comunque spinti, a seguire ed applicare le decisioni. Con buona pace del coinvolgimento più ampio.
Questo secondo piano triennale occupa 126 pagine rispetto alle 62 del precedente (2008-2010). Strategia ben nota quella di gonfiare sempre di più i documenti ufficiali anziché semplificarli, così pochi riescono a leggerli attentamente e nella speranza che questo accada s’infilano cose dalle ricadute importanti, come la promozione della LSC a standard: una volta approvato il documento la parola diventerebbe realtà da implementare. Come un codice della strada, diceva qualcuno vispo; donde, tanto per continuare con le analogie calzanti, se lo infrangi la polizia ti multa fino al divieto di guida. Buon patentino linguistico a tutti!
Ora mi studierò un po’ la situazione del gallese. Per conto mio, sto imparando molto da questo dibattito interessante.
Per Satta 2: Forse la prof. Lörinczi riporta l’esempio del romancio perché il Piano Triennale, in maniera involontariamente comica, lo considera un caso riuscito di pianificazione linguistica; forse non fa esempi positivi perché (a parte quelli che hanno uno sviluppo storico e che riflettono un contesto socio-culturale molto diverso dal nostro, vedi la Catalogna), di esempi positivi non ce ne sono. Io trovo poi curioso che si parli di un’opportunità per “il sardo” e non per “i sardi”, ossia i parlanti, come se “il sardo” fosse una persona: forse lo si fa perché la LSC è, in effetti, un’opportunità per alcune persone?. Non so se la prof. Lörinczi abbia dei figli a cui “imparare” il sardo, ma forse è banalmente preoccupata, da cittadina sarda (ripeto, sarda, e più di tanti sardi col pedigree), per la piega autoritaria e reazionaria che in fatto di lingua un certo pseudodecisionismo amministrativo e un certo movimentismo urlato e tutt’altro che disinteressato stanno cercando di importare nella nostra isola. Ma siccome non sono la prof. Lörinczi, questa è solo una mia interpretazione del suo impegno appassionato in questa discussione. Se poi può farci il dono di un riassunto dell’articolo tedesco, personalmente gliene sarò grato: in Germania ho dei parenti emigrati ma in tedesco non saprei nemmeno chiedere un bicchier d’acqua al bar.
Ascurtade, deo totu custa polèmica de asilu no l’aguanto prus, màssimu ca a calicunu de sos chi sunt bogande sos corros deo unu tempus li tenia istima manna.
Non bos agradat a impreare un’istandard? No l’impreedas, e però bastat cun custa polìtica de luare sas abbas, ca in su tempus chi nois semus brigande pro cavillos non nos abizamus chi dae como a 20 annos sa limba sarda est morta.
A bortas mi paret chi custu de nos pònnere a punta e a pare pro fesserias est totu un’istrategia fata dae zente chi de amparare sa limba non nde l’importat nudda, ca tantu no l’ischit faeddare e si sa limba sarda si nche morit li faghet milli pragheres.
Bidu chi a su prus de nois imbetzes li dolet su coro pensande de pèrdere sa limba sua, finimus.nde.la de nos nche bogare sos ogros pari-pari e chircamus de traballare paris in assentu.
Non nd’aio gana de intrare in custu arrejonu, ma sigomente a mie puru m’ant postu in s’assentu de sos “partigianos de sa LSC” cherzo narrer duas cosigheddas. In antis a totu, in vida mia non m’apo mai fascadu sos ojos nen tapadu sa buca, fintzas cando fio intro de unu partidu, ( chie mi connoschet lu podet cunfirmare), duncas non so “partigiana” de nudda nen de nemos. Pro su chi pertocat sa LSC, creo chi siat de mezorare, ma so fintzas cumbinta chi est unu cumintzu bonu, ca non si podet sighire a iscriere chirchende de esser fideles a sos sonos de sas paràulas de onzi bidda, gai comente non si podet iscrìere sa matessi paràula in manera divessa a segundu de ue s’agatat in sa fràsia. Deo so anglonesa e in sa faeddada mia bi sunt sos sonos de su tataresu, calecune m’ischit nàrrere cales lìteras dia dever impreare pro non traìghere cussos sonos? Sos poetes de custas bandas ant sempere iscritu comente sos de Bonorva o de Bono. Duncas pro chie pessat, chi si devet iscrìere comente s’ispricat, podimus passare comente traitores de sa faeddada nostra? Si l’agabbamus de istare a cuntierra e chircamus de istare aunidos, chene nos ispuntorzare totora, ma chirchende de imparare paripari,so segura chi diamus fàghere bene a sa limba nostra e a nois matessi. Tenidebos contu Domitilla Mannu
A A. Satta 2
Po s’incraressi…
1) Chi sa LSC fiat unu sperimentu sceti, beni, fait a dda sperimentai, a biri chi sa genti dda agradessiat e aici nendi. Ma no est unu sperimentu, sa tenta est a nci bogai totu is àteras maneras de scriri (chi duas funt!). Duncas, chi andat mali, comenti andat mali, eus fuliau tempus, sa genti s’est grisada, eus fuliau dinai meda.
2) Is bariedadis funt prus de 300? in su scritu? ma ita seis narendi? in su scritu is bariedadis funt duas! Su campidanesu e su logudoresu literàriu, o no est diaici? funt artificialis? Podit essi, ma funt bariedadis scritas pesadas me is sèculus (comenti nant totu is studiosus) e no in d-unu merii in su Cesar’s Hotel comenti sa LSC!!! eh eh eh
3) Cali funt is essemprus positivus de standard ùnicu? su Furlanu? eja…ma tocat a nai sa cosa comenti est, est a nai, is furlanus ant sceberau sa bariedadi de sa capitali, de Udine, sa prus bariedadi literària spainada! Duncas chi boleus sighiri custa polìtica, in Sardìnnia iat a tocai a sceberai su campidanesu, mancai (sigomenti seus bonus), nci poneus calincuna cosa de logudoresu…ohhhh no no no stavo scherzando per carità! già immagino le reazioni isteriche dei sostenitori della LSC “in bacheu-maurreddu??? mai!”.
A Micheli Podda, emo bos dao resone, s’istandard at a èssere finas de illascare unu pagu, chi s’abèrgiat tando; de siguru su sardu meu no at a èssere sardu sardu, ma si paramus bene sas origas, oe totus sena nos nde sapire, pagu chi siat, seus imboligados (chie prus chie mancu) dae s’italianu. Un àtera cosa: no apo mai pensadu de nde ischire prus de àtere, antzis a nàrrere sa veridade deo comente a fostè credo chi in sa vida bi siat de imparare cada die carchi cosa. Frade meu mi narat semper: sa die chi finis de imparare at à èssere cando ti nche interrant, est a nàrrere cando ti nche inserrant in su baule, a bi pentzare tenet resone. Si unu pagu apo artziadu sa boghe est ca a sa limba sarda bi credo, l’intendo comente limba digna de èssere chistionada e fata imparare finas a sas generatziones chi sunt benende a su mundu (cosa chi oe pagu si pràticat), ma a dolu mannu mi seo abigiada chi no est gasi, su bonu de sos pitzinnos nostros su sardu non bi lu faeddant e custu mi dolet e non pagu.
Duncas, s’unione faghet sa fortza e tando chi si sigat a andare a dae in antis traballende paris e semenende pro sa limba nostra, a la pèrdere no est giustu e diat a èssere una làstima manna ……..
M’est agradadu meda comente ais tancadu e como bos lu còpio: E DEO PURU A ISBALLIARE NON DEPO IMPARRARE, CA JAI L’ISCO.
Adiosu e bona die a totus.
Questa ostinazione della prof. Lorinczi nel voler distruggere l’opportunità data dalla scrittura in LSC è davvero sorprendente! Ma a lei che gliene importa? Forse che se ne dovrà mai servire? ha figli cui imparare il sardo? deve scrivere i suoi saggi in sardo? non credo e allora lasci fare ad altri e non faccia il funerele prima che la lingua sia morta. Di tutto ha bisogno il sardo ma non di becchini. Se la LSC avrà gambe imparerà a camminare se non ne avrà morirà, ma aspettiamo a dirlo. Perchè togliere questa possibilità al sardo di trovare una sintesi? Di varietà, dice bene la signora Licheri, ve ne sono più di trecento se ve n’è una in più a chi disturba? Inoltre la professoressa riporta sempre l’esempio del romancio ma perchè non fa anche altri esempi positivi? sarebbe senz’altro più corretta sul piano scientifico.
Antonella Licheri narat:
“Duncas deo puru comente totu sos chi trabballant in sos isportellos seo a favore de una grafia sarda comuna chi siat bandela pro totus sos sardos ma mescamente pro sas 365 e frùscia variedades de sardu chi bi sunt in Sardigna…”
Comenti ti permitis a chistinai po totus? deu (Pedru Perra) forsis apu traballau e traballu po su sardu meda ma meda prus de tui (de prus de 10 annus nci seu traballendi, unu muntoni de cosa imprentada…) e cun mei àtera genti meda, traballaus in “sos isportellos” (a nai ofìtziu parit lègiu?), faeus cursus de sardu, cunferèntzias, atòbius etc etc teneus giassus de dònnia cosa in sardu (de mùsica eletrònica a sa bitzicreta a sa naturalesa…) e seus totus contras custus improddus “unificaus” e “comunus”.
Duncas, torraus a “totus”, ma aundi? chini seis? ita faeis? aundi funt lìburus? artìculus? giassus? boleus biri cosa! Ca parit chi sceti bosàterus LSCistas seis po su sardu e totu is àterus “chiachierendi” (ciaciarrendi parit lègiu?) o deghinou funt contras de su sardu.
Una pregunta…ma sa LSC no fiat sceti “in bessida in pagu documentus de s’Arregioni”??? custu est su mantra chi narais e imoi ita biu? in is scolas puru? in is ofìtzius comunalis? comenti est sa cosa?
eh eh eh no depis arrespundi ca est totu craru!
Una pregunta, sa gherra, chini est chi dda cumentzada e est faendi-dda cun totu sa fortza chi fait? in dònnia logu? abastat a castiai in Internet po biri de aundi est chi arribat su feli…
Antonella,
paritzas cosas de narrer, ma non ti nèchides, bi diat esser po su chi as iscritu:
unu sardu pagu sardu, a bortas, ca sas allegas italianas cun “u”, “s” e “tz” non ti mancan (parallelu, mi presento, operadora, isportellu, fiat istada, laboratorios, signorile, campannas, informatziones…);
su tempus po legher a tue e a àtere, nos lu picamus cun pelea, non po lu perder;
s’istandard chi naras tue (Lsc) est tropu serrau, astrintu, podet dare chi siat menzus a l’illascare pagu pagu;
sos pitzinneddos b’arribban prima de sos mannos ca issos si collin totu, su bonu e puru su malu, si cumbinat;
su t’apozare a s’inglesu non mi paret una grandu iscobiada, ca semperacando s’italianu totu sos pitzinneddos l’ischin bene;
non t’ispantes si sos mannos ti faghen “problemas”, po issos su “problema” ses tue (e imbetzes tue e issos tocaiat a tribballare paris, tue imparande dae issos, meda, e issos dae tue, pagu); e àteras cosicheddas puru, bi diat esser.
Su paneri pitzigadu a sa cadrea, cussu sì, ello nudda ti paret? A nd’as a ischire tue si inoghe b’at zente chi dae medas annos, “prima de naschire tue”, est tribballande po sa limba sarda? Pèssati bene a aperi cante cante sos “ocitos”, is oghiteddus, e si das atentu t’abizas chi TOTUS TENIMUS ITE IMPARARE, sa prima tue.
E tando, pitzinna mea istimada, “contivìgia contivìgia”, ca nde tenes bisonzu, e prima de arztiare meda sa oghe, e de fagher “chiàchieras” (cheret narrer “tzarra, chistiones”), ascurta pagu pagu cussos mannos tosturrudos, ca imparas cosas de importu.
A dònnia modu, gasi male non ses, iscriende a sa sarda, ca bi nd’at a frùstios peus meda, e deo puru a irballiare non depo imparare, ca jai l’isco.
La ‘Süddeutsche Zeitung’ del 6 agosto scorso ha pubblicato un articolo breve, firmato Thomas Kirchner, dal titolo ‘Schweizer Sprachverwirrung. Die Kunstsprache Rumantsch Grischun sollte das Rätoromanische vor dem Aussterben retten, stattdessen entzweit sie Graubünden’ (Confusione linguistica in Svizzera. La lingua artificiale Rumantsch Grischun avrebbe dovuto salvare il retoromancio dall’estinzione e invece divide i Grigioni).
Inizia così: Rumantsch Grischun ist ein Desaster, sagen die einen. Ohne Rumantsch Grischun droht eine Katastrophe, sagen die anderen. Der Streit um die in den 1970er Jahren von dem Zürcher Linguisten Heinrich Schmid entwickelte Kunstsprache erregt, ja entzweit die Menschen im Schweizer Kanton Graubünden. Aber schließlich geht es um die Zukunft ihrer Sprache, des Rätoromanischen oder Bündnerromanischen, wie es auch heißt. Die sieht, nicht anders als bei … (il resto se si paga un euro e 50).
Se qualcuno più esperto ha voglia di tradurlo per intero (magari in un sardo reale) fa un’opera pia. Altrimenti lo riassumerò al più presto.
http://archiv.sueddeutsche.apa.at/sueddz/index.php?id=A49919483_EGTPOGWPOOPHPAGRTTWPOAT
Po Antonella M. M. LIcheri.
Ma sa LSC non depiat sreviri sceti po is documentus in essida da-e sa RAS?
E imoi ses scriendi chi no est de aici, ses scriendi chi sa LSC est su standard chi s’iat a depi impreai po s’imparu de su sardu a is scientis de is scolas de Sardinnia.
Salude a totu sa gente de custu mundu chi est parallelu a cussu in ue sa gente si biet in cara die cun die e si chistionat puru………. Custa presentada servit petzi pro bos nàrrere chi deo totu custa cuntierra subra de sa GRAFIA COMUNA o nono la sigo ma non cada die comente su bonu de bois faghet in internet. Sigomente mi paret de cumprèndere chi su tempus de lèghere lu tenides, bos chèrgio nàrrere, antzis iscrìere su parre meu, ( e l’iscrio in istandard)isperende de non bos infadare meda.
Mi presento seo Antonella M.M.Licheri, operadora de isportellu de limba sarda, apo bidu su nùmene meu in cussa mail chi galu tèngio: cussa mail fiat istada iscrita a pustis de sos laboratòrios pro mastros fatos in Macumere IN OCASIONE DE SA CUNFERèNTZIA REGIONALE DE SA LIMBA SARDA, (agiungo chi no mi grabat meda chi sos nùmenes siant postos gasi a s’iscarada……. no est de bonu o mègius pagu signorile, nessi sos nùmenes nche los podiant frànghere, mi paret….)sighende: sa mail serviat a cumprèndere dificultades e a megiorare in unu camminu cara a un’istandard iscritu pro su sardu chi est unu. Duncas deo puru comente totu sos chi trabballant in sos isportellos seo a favore de una grafia sarda comuna chi siat bandela pro totus sos sardos ma mescamente pro sas 365 e frùscia variedades de sardu chi bi sunt in Sardigna (una pro cada bidda, onniuna tenet sa richesa e bellesa sua). Fortzis no apo giradu totu sa Sardigna comente a Gianfranca Piras, ma podo garantire chi a bortas non cherimus cumprèndere e nos impuntamus sena andare ne a manca ne a dereta e tando si criticat petzi su pagu de bonu chi faghent sos àteros. Non seo de medas peràulas, naro solu chi tocat a fàghere campannas de informatziones ca sa grafia comuna, la muto gosi ca gasi est, no est limba ma PETZI ISCRITU e andat bene, cheret megiorada unu pagu, ispiegada meda e fata a cumprèndere mescamente a sos mannos ca sos piticos b’arrivant in antis, paret brulla ma est gasi. Cando fato laboratòrios de sardu, in sardu, mi faghet costàgiu s’inglesu: ispiego a sos pitzinnos ite est sa grafia sarda comuna,lis naro chi de una bidda a s’àtera sa manera de nàrrere una peràula podet mudare ma nos cumprendimus su matessi e la podimus iscrìere a sa matessi manera in totue e onniunu si la leghet cunforme a su chistionu chi connoschet ( diat a èssere su de sa bidda) Posca lis ispiego comente s’impreat e comente funtzionat, comente paragone impreo semper s’inglesu. Sos pitzinnos problemas non nd’ant e sos mannos imbetzes emo e medas, arratza de cosa curiosa, ma comente at a èssere a mi lu narades???? Su sardu devet vìvere in buca de sos sardos non petzi in fògios de pabilu, si sas generatziones nostras nche imparant su sardu in iscola e in domo dae babbos, mamas, tzias, tzios, giàgios e gasi sighende sa limba campat, creschet e durat; fintzas a cando s’at a sighire in cust’andala malefadada de cuntierras non s’at a megiorare mai. Narademi una cosa: ma proite imbetzes de istare in cue setzidos cun su paneri atacadu a sa cadrea e sos ogros a su’ischermo pro èssere unu contra a s’àteru non bos ingeniades totu cantos a bogare a pìgiu bidea bonas o carchi cosa pro sighire s’àndala de sa cuncòrdia e de sas fraigaduras in bonu pro sa limba??? Sa limba la cherides contivigiare o nono???????? Sas chiachieras a mie no est chi m’agradent meda prefèrgio a fàghere, gente ischidade su sonnu e traballade pro sa limba e non contra…… ca a mie, sa veridade, mi paret chi s’antifona bostra est a nche betare su chi s’est fatu e no a fraigare. Adiosu e tenidebos contu
Il centesimo andrebbe festeggiato!
Ringrazio il signor. Antonio Satta Tola per l’utile contributo e Marinella Lorinczi per l’efficace e prezioso intervento. Buona domenica a tutti. Dino Manca.
Gentile Antonio Satta Tola, so che qualcuno si irriterà profondamente se io rispondo il giorno dopo, ma affari suoi. Grazie per le informazioni. Sono preoccupanti la leggerezza e il dilettantismo con cui l’estensore del testo che lei riporta tratta la questione della competenza linguistica e della sua valutazione, in generale e nella fattispecie. Qua non si tratta più di idee generali, di una visione che si vuole avere del futuro del sardo, dei legittimi desideri di valorizzazione, emancipazione, cioè di un progetto, di un embrione di progetto di politica linguistica, condivisibile o meno, ma di tecnicizzazione o, peggio, di pseudotecnicizzazione di certe modalità di raggiungimento degli obiettivi. Potremmo citare anche ‘il fine giustifica i mezzi’, ma lascia il tempo che trova (a proposito, la citazione da Wittg. è sua o dell’autore della lettera?). Che il progetto del patentino linguistico fosse nell’aria, lo sappiamo bene. Adesso lo stanno introducendo in Italia per gli immigrati recenti e non so come finirà la storia. Ma oltre ad essere nell’aria, l’obiettivo del patentino linguistico sardo, qualcuno a quanto pare ci lavorava alacremente e da inesperto. Basta dire che una teoria strutturata della competenza linguistica non esiste (quella chomskyana si riferisce a un parlante monolingue ideale, e negli USA Chomsky è contestato dagli etno/sociolinguisti che parlano da decenni di competenza comunicativa collettiva ed individuale, diversificata, variabile, in perenne mutamento ed adattamento e via di questo passo, dunque in termini storici-sociali e non di innatismo biologico). Altri studiosi contestano la validità assoluta delle misurazioni in termini di A1 ecc., dannosi al massimo se applicati a situazioni di apprendimento non guidato, spontaneo. Tra l’altro le certificazioni strutturate, come quella europea, non hanno validità illimitata, perché appunto il livello delle competenze possono variare, cambiare, migliorare ma anche peggiorare! Non è nemmeno chiaro sul piano teorico che cos’è la competenza di un parlante nativo; competenza in termini assoluti e riduttivi esiste soltanto nella mente dei generativisti, nella pratica un parlante non nativo può raggiungere una competenza molto più elevata di un parlante nativo. Oppure ci possono essere parlanti nativi ritenuti supercompetenti, che dimostrano strane lacune persino nel lessico comune; questo l’ho sperimentato più di una volta. Tanto per finirla, nella misurazione della competenza spontanea il passo dal patentino alle sanzioni (in)dirette è breve. Non si citi il caso dell’irlandese, perché in Irlanda dall’obbligatorietà dell’insegnamento dell’irlandese a scuola si è passati all’opzionalità. Per non parlare degli effetti anche psicologici della crisi mondiale: tutti si aggrappano all’inglese (quale?) come ad una scialuppa di salvataggio inaffondabile ed utile per il lavoro, mentre affondano anche gli USA. Si potrebbe anche parlare delle discriminazioni messe in atto in base all’inglese ‘nativo’, vietate poi dall’UE. Insomma, il discorso è lungo e complicato. Buona domenica.
Giunge notizia che l’assessore alla cultura non sarà più lo stesso, ne deduco, poichè siamo a ferragosto e si andrà tutti in ferie, che si potrà parlare di ripresa della attività politica solamente a settembre. Chi mi sa dire come andranno le cose fra l’università di Sassari e la Regione, poichè già i tempi di elaborazione, tutto ancora da fare, e di attuazione del progetto sulla formazione sono abbondantemente scaduti?
Gol e palla al centro! per chi ancora non la conoscesse vi rimando alla lettera-risposta dell’on. Dedoni al rettore Mastino, nella quale si chiarisce sempre più la posizione della Ras. Vi confesso che questa diatriba si sta facendo molto appassionante. Per la prima volta in vita mia mi capita di dover essere dalla parte dell’istituzione e non da quella della “cultura”. Ho paura che i vari Giovanni L. che scrive sotto falso nome, e i vari Manca e Lorinczi ect. avranno materiale su cui riflettere e intorcinarsi sempre più con le loro stesse parole, italiane.
Bidu chi ne setzis bogande a pitzu sos mortos e àteras chistione….bos allego custu articulu de Bolognesi..chi mi paret siat de atualidade manna fintzas como…….
http://www.altravoce.net/oldsite/2007/05/12/partigiano.html
Se fosse vero che chi conosce BENE i dialetti meridionali della lingua sarda potrebbe essere discriminato in quanto meno competente nella Lsc, sarebbe piuttosto grave. Tutti, TUTTI i dialetti sardi SONO LINGUA SARDA, e insisto a che politici e studiosi valutino la possibilità di comprendere fra essi anche gallurese e sassarese, pur sapendo che ormai numerose “sentenze” depongono contro (ma ricordiamoci di A. Sanna in “Il dialetto di Sassari e altri saggi”).
Opportuna la citazione di Virdis, il quale senza clamori e con assoluto equilibrio indica in modo chiaro la linea da seguire (“…se anche SI PUO’ AUSPICARE una lingua sarda sovra locale, una “lingua tetto”, questa non dovrà andare a scapito delle varietà locali, ‘micro’ o ‘macro’ che esse siano, ma queste dovranno convivere dialetticamente con essa ed anzi costituirne la fonte di perenne alimentazione, soprattutto a livello lessicale ed espressivo.”
Il fatto è che ora non conosciamo più tanto neanche i nostri dialetti materni, ma tempo fa, quando si parlava quasi esclusivamente il dialetto, quella evoluzione di cui parla Virdis era perfettamente in atto e la conoscenza degli altri dialetti, dunque anche il loro reciproco intreccio, in qualche modo, era la normalità. Le strofe di “Trallallera” campidanese o i “Canti a chiterra” galluresi erano diffusi dappertutto. Senza parlare delle gare poetiche e della grande poesia classica (sopratutto poemi)che TUTTI, nei Capi estremi di Sopra e di Sotto, CONDIVIDEVANO (ancora oggi gare poetiche in logudorese si tengono in piccoli centri vicino a Cagliari e sicuramente anche a Sassari).
Che dire alla Sig. ra Colombo? L’ideale sarebbe trovare degli insegnanti che sappiano presentare i caratteri comuni a tutta la lingua sarda per poi gradualmente approfondire le diversità, distinguendo per macroaree. Anche la Lsc è una sorta di sardo, certo, ma un qualunque dialetto, o parlata, o variante, risulta sicuramente lingua più genuina, interessante, vera.
Virdis e Paulis, forse … ma sicuramente anche tanti altri. Ho notato che Mastino, “meraviglia”, conosce la lingua sarda.
Se ciò che scrive il signor Antonio Satta-Tola ha un fondamento (e non posso credere altrimenti o pensare diversamente), lo scenario sarebbe davvero inquietante e la questione assumerebbe contorni gravi, affatto trascurabili dal mondo politico. Anch’io, dunque, gentile Satta-Tola, come la Lorinczi, attendo da Lei – se fosse possibile – lumi e fonti: “La dimostrazione di questo la si può ricavare dall’uso che si fa della LSC per la valutazione sulla competenza linguistica che viene richiesta nei curricola europei. In questa valutazione che non ha competenza nella LSC, cioè prevalentemente i parlanti di area campidanese, viene valutato come uno che non ha competenze sulla lingua Sarda. Quindi, di fatto, la LSC non viene utilizzata solo ed esclusivamente per i documenti in uscita dalla regione ma anche per valutare la competenza linguistica del parlante ed è proprio questo che fa nascere i problemi alle persone che conoscono la macrovarietà campidanese. Questo signifia fare uso improprio ed ingannevole della LSC da parte dell’Ufficio Regionale della lingua Sarda. Se vogliamo analizzare bene la LSC questa è un miscuglio tra macrovarietà logudorese e, in minima parte, dialetto Laconese, ciò il dialetto dell’ex Direttore dell’Ufficio Regionale per la Lingua Sarda…”. Cordiali saluti, Dino Manca.
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4463&id=217616
In questo link si trova il primo dizionario del sacerdote Vincenzo Purru
Nella edizione anastatica dell’Editore Forni viene specificato nel titolo che la varietà del sardo contenuta nel vocabolario è quella meridionale.
Wagner in una delle sue opere (non ricordo se si tratti di La Lingua Sarda oppure Fonetica Storica del Sardo) specifica che, a suo parere, quello del Porru è uno dei migliori dizionari dialettali in circolazione se si tiene presente la data della sua pubblicazione.
Gentile Antonio Satta-Tola, ci può fornire il link a quanto lei descrive? …… “l’uso che si fa della LSC per la valutazione sulla competenza linguistica che viene richiesta nei curricola europei. In questa valutazione che non ha competenza nella LSC, cioè prevalentemente i parlanti di area campidanese, viene valutato come uno che non ha competenze sulla lingua Sarda ….. “
E’ pur vero che la LSC è nata come lingua “in uscita” della Regione Sardegna e non solo per gli atti amministrativi ma per tutte le comunicazioni istituzionali dalla Regione. Quindi affermare che il suo uso è solo amministrativo è limitativo rispetto al vero scopo della sua nascita. E’ però altrettanto vero che,purtroppo direi, c’è un gruppo di persone che fa capo all’Ufficio Regionale della lingua Sarda che sta proponendo questa norma come standard scritto anche per l’insegnamento e questo va oltre le dichiarazioni che furono fatte nell’atto della nascita della LSC. La dimostrazione di questo la si può ricavare dall’uso che si fa della LSC per la valutazione sulla competenza linguistica che viene richiesta nei curricola europei. In questa valutazione che non ha competenza nella LSC, cioè prevalentemente i parlanti di area campidanese, viene valutato come uno che non ha competenze sulla lingua Sarda. Quindi, di fatto, la LSC non viene utilizzata solo ed esclusivamente per i documenti in uscita dalla regione ma anche per valutare la competenza linguistica del parlante ed è proprio questo che fa nascere i problemi alle persone che conoscono la macrovarietà campidanese. Questo signifia fare uso improprio ed ingannevole della LSC da parte dell’Ufficio Regionale della lingua Sarda. Se vogliamo analizzare bene la LSC questa è un miscuglio tra macrovarietà logudorese e, in minima parte, dialetto Laconese, ciò il dialetto dell’ex Direttore dell’Ufficio Regionale per la Lingua Sarda.
Sono saltate due citazioni. Me ne scuso.
Porru: il Porru stesso racconta che “Nel rendere di ragion pubblica il saggio di gramatica sul dialetto sardo meridionale avea in animo di compilare sullo stesso dialetto un dizionario domestico.”
Virdis: “Il Campidanese dunque: che è una delle due macrovarianti della lingua sarda, una di quelle che non può non contribuire in maniera determinata alla formazione di una lingua unitaria di impiego, e che comunque deve costituire insieme con l’altra macrovariante, il Logudorese, uno dei poli della correlazione dialettica della sardità linguistica, in vista di un’integrazione armonica di queste due varietà esistenti in gioco; perché io credo che una tale integrazione e unitarietà, per il Sardo, è da pensare e da prevedere come dilatata e spostata nel tempo e da realizzare non immediatamente: ma solo guardando in prospettiva. E dovrà, tale integrazione, essere compiuta e messa in pratica non tanto dagli studiosi o da un movimento dall’alto, ma soprattutto dagli utenti: dagli utenti scelti magari, per qualità e capacità di inventiva e di creatività, di intuito e di intenzione, ovviamente; insomma un’integrazione da attuare nel libero gioco dell’uso e dalle scelte che si sarà capaci di fare: senza in alcun modo imposizioni di sorta, senza predilezioni immotivate o mal motivate per l’una o per l’altra variante: per il Logudorese o per il Campidanese; gli studi e gli studiosi, gli artisti e i parlanti assennati potranno semmai controllare questo processo, o indirizzarlo; potranno proporre suggerimenti e stimoli appropriati, ma non dovranno sostituirsi alla libertà di un gioco che ha dimensioni più vaste della linguistica o della lessicografia medesime. E questo tanto più nella prospettiva per la quale se anche si può auspicare una lingua sarda sovra locale, una “lingua tetto”, questa non dovrà andare a scapito delle varietà locali, ‘micro’ o ‘macro’ che esse siano, ma queste dovranno convivere dialetticamente con essa ed anzi costituirne la fonte di perenne alimentazione, soprattutto a livello lessicale ed espressivo.”
Vincenzo Raimondo Porru, nella sua grammatica ( http://books.google.com/books/about/Saggio_di_gramatica_sul_dialetto_sardo_m.html?id=XYECAAAAQAAJ ) usa inizialmente il termine “sardo meridionale”, che poi più avanti specifica essere il “Cagliaritano” (in opposizione al dialetto “Logudorese”), cioè la varietà dell’area del Capo Meridionale, che ospita la capitale. A parte le questioni terminologiche, egli percepisce, a ragione o a torto, ma direi anche sulla base di una tradizione che risale se non altro a Sigismondo Arquer in maniera documentabile (sec. XVI), due macrovarietà. E’ pacifico che si tratta di una semplificazione, perché un confine dialettale netto non è tracciabile; già la dialettologia della seconda metà dell’Ottocento è attraversata da una discussione interessantissima su cosa si intende e si percepisce per confine dialettale; privatamente ne posso fornire la bibliografia essenziale-migliore e anche un riassunto frettoloso che mi sono confezionata anni fa; di più strutturato c’è a http://people.unica.it/mlorinczi/files/2007/04/5-sappada2000-2001.pdf).
Il dizionario di Porru (http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=942&s=17&v=9&c=5073&na=1&n=24&nodesc=1&c1=dizionari+-+enciclopedie&xctl=1&mtd=79&o=2&mtdi=4&lettera=p) s’intitola invece Nou Dizionariu universali sardu-italianu compilau …, Casteddu, Tipografia Arciobispali, 1832-34; Casteddu, Stamperia Nazionale, 1866, II ed.. Ma nell’opinione del suo contemporaneo Pasquale Tola, per una maggiore conformità al contenuto, il lavoro avrebbe dovuto intitolarsi «Dizionario cagliaritano-italiano» o «sardo-meridionale ed italiano». Ed ha ragione anche perché il Porru stesso racconta che <>. Il dialettologo milanese Francesco Cherubini (1789-1851), nella sua recensione a questo dizionario distingue tra Campidanese o Cagliaritano o del Capo di sotto, e Logudorese o del Capo di sopra, il quale ultimo, secondo lo stereotipo già allora profondamente radicato, «conserva l’impronta più pura della latinità».
A proposito di “campidanese”, il collega Maurizio Virdis ha scritto (nel 2010): <> (http://formaparis.splinder.com/post/22874810/prefazione-al-vocabolario-italiano-sardo-campidanese-di-giovanni-casciu).
Per la signora Colombo. Desumo che lei abiti in una zona gallurese, che confina ovviamente con il ‘logudorese’ in senso generico; perciò lei ha giustamente e disinteressatamente notato le evidenti affinità della LSC con i dialetti non campidanesi. L’alternativa, dal momento che la Politica Linguistica (a che servono le maiuscole?) è una cosa molto delicata (scoperta dell’ultima ora! ma meglio tardi che mai), è delineata nelle parole di M. Virdis sopra riportate. Credo, se non erro, che Virdis sia sardo.
Per E.Colombo.
Grazie per il tuo disinteressato contributo alla questione. Il problema come hai notato non esiste: o forse esiste per la malafede di qualcuno.
La LSC che secondo gli studi del Prof. Bolognesi corrisponde alla parlata di alcuni centri abitati della subregione del Guilcer.
La Lsc è nata comunque come un insieme di “norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell’Amministrazione Regionale”. Se usata con intelligenza non penalizza affatto le varianti locali, ma le rafforza…..anche se chiaramente nei documenti (Delibere, Avvisi, Determinazioni ecc.) il tecnoleto (linguaggio tecnico) può ricalcare il linguaggio burocratico italiano (che è pieno di cultismi provenienti dal greco e dal latino…).
Questo non significa affatto scrivere in “sardo porcellino”, ma solo adeguare il linguaggio burocratico del sardo moderno. Non avrebbe senso oggi scrivere MAIORE DE BIDDA per SINDIGU, CORONA per CONSIGIU ecc…anche se mi piacerebbe molto riproporre certi termini…ma il problema sa qual’è? Che prima il 70% dei sardi dovrebbe studiare il medioevo sardo. Questo sarà possibile quando il sardo entrerà finalmente nelle scuole….e allora tra 20 anni….tutti capiranno che MAIORE DE BIDDA può essere sinonimo di SINDACO e CURADORIA di UNIONE DEI COMUNI……
Per la Signora Colombo. Provi a chiedersi per quale ragione Vincenzo Porru pubblicò un Vocabolario della Lingua Campidanese oppure perchè Antonio Lepori o Casciu pubblicarono vocabolari con la stessa dicitura. Al contrario, per quale ragione Pietro Casu o Enzo Espa pubblicarono vocabolari dal titolo “Vocabolario del Sardo Logudorese”. Che senso ha aggingere al nome vocabolario” gli aggettivi “campidanese” e “logudorese” se le due varietà sono uguali come alcuni vorrebbero far credere? La lingua sarda in realtà è formata da due macrovarietà: quella Campidanese e quella Logudorese riconosciute da tutti i linguisti del mondo del passato e del presente, sardi e non sardi. Solo le persone in malafede o con interessi diversi da quelli dell’introduzione della lingua sarda nella scuola e quindi della sua valorizzazione possono difendere questa posizione. L’adozione di una delle due varietà non può essere imposta ai parlanti o ai discenti in maniera indolore e senza suscitare la reazione avversa da parte dei parlanti la varietà non adottata. L’adozione di un miscuglio delle due varietà come avviene nella LSC, che è porò in prevalenza logudorese,suscita invece la reazione da entrambe le parti per varie ragioni di cui una è la seguente: mai nel mondo è stata fatta una normalizzazione linguistica andata a buon fine mischiando due varietà dialettali. Un’altra ragione è che non si vuole che il sardo diventi una sorta di creolo, una lingua senza identità che tout court in sardo viene definita “sardu procheddinu” in analogia col termine che definisce quei sardi che parlando italiano mischiano l’italiano col sardo e parlano una lingua chiamata “italianu procheddinu”.
Sono lombarda e vivo da circa 40 anni in Sardegna, quest’inverno insieme a mia cugina anch’ella lombarda, e insegnante di lingue,siamo andate a scuola per imparare la lingua sarda, dove vivo si parla il sardo corso; ma era proprio il sardo che volevo imparare perchè sono un’appassionata di cori,a tenores e polifonici, e voglio capire i testi delle canzoni quando cantano. Questa è solamente una delle ragioni che mi hanno convinta ad andare a scuola. Ebbene l’insegnante, giovane e preparata, ha applicato le regole della LSC e ci ha insegnato quella varietà di sardo. Francamente non ho riscontrato sensibili differenze fra la LSC e la lingua che normalmente parlano le mie amiche, sarde di nascita e di lingua, pertanto non comprendo la polemica di coloro che sono contrari ad una norma. C’è un’alternativa? Se sì quale?
Grazie dell’ospitalità
La Politica Linguistica è una cosa molto delicata. Negli ultimi anni si sono formate delle alte professionalità in questo settore. Forse sarebbe ora che qualche docente universitario prossimo alla pensione, facesse in passo indietro e si dedicasse ai nipotini. Nessuno si nasconde dietro un dito: ci possono anche essere stati degli errori.. ma solo chi fa qualcosa può sbagliare!
Quindi io propongo di lasciar fare a noi giovani, invitando chi ha “non ha fatto” la politica linguistica nei decenni scorsi ad aiutare chi s’impegna oggi. Ma senza prevaricazioni ed offese. Nessuno ha il dono dell’infallibilità!
Buona Giornata.
Per la professoressa Marinella Lorinczi. Le confermo chi io sono un altro Antonio Satta, cioè quello che ha scritto il primo intervento. Il secondo intervento è stato scritto da un altro Antonio Satta. Io non mi permetterei mai di portare attacchi personali a nessuno e per nessun motivo. Grazie per l’ospitalità.
Certamente, seguo questo blog. Il che a quanto pare dispiace a qualcuno che si fa il fegato marcio inutilmente e di domenica. Credo perciò che l’ultimo Antonio Satta, piuttosto nervosetto, sia diverso dal precedente. Sta perdendo qualche treno? Succede. Se fare una semplice domanda e chiedere informazioni vengono letti come intento di screditare, bene, significa che chi percepisce sottintesi, implicazioni strampalate, ha code di paglia chilometriche. Posso rassicurare che era semplice curiosità e che il prof. Puddu ha tutto il diritto e tutta la competenza per organizzare corsi di sardo. Con dh o senza dh, a piacere. E non credo gli costi molto parlarcene. Che strane suscettibilità! E perché si dice che il gioco si sta facendo duro? Quale gioco? Chi lo sta facendo duro? A proposito di che si sta facendo duro? A proposito della LSC sperimentale promossa a standard? dalla sera al mattino? Mi dispiace per il coraggioso ed altrettanto anonimo promotore, ma anche così non noto niente di diverso, sul piano degli atteggiamenti aggressivi, spavaldi e degli attacchi personali e denigratori usati come espedienti estremi, niente di diverso da quello che ho visto, letto e studiato per altre lingue, tipo il romeno moldavo attualmente ed altre situazioni altrettanto amene.
Mi stupisce come la prof. Lorinczi abbia tutto questo tempo da perdere per intervenire puntualmente in questo blog a bacchettare tutti coloro che mostrano interesse per il sardo. Ma no at ateru ite faghere sa professerè? Non ha di meglio da fare, magari con i suoi preziosissimi studi su come demolire la leggittima aspirazione dei sardi a vedere la loro lingua normale come altre lingue del mondo? Mi risulta, inoltre che un tempo non troppo lontano Ella avesse altre idee in merito alla politica linguistica e che considerasse lo standard utile e necessario per l’ufficializzazione e la normalizzazione della lingua. Che cosa nel frattempo sia intervenuto perchè cambiasse idea non si sa. Mi pare inoltre, di notare una certa acredine nei confronti dei suoi colleghi dell’università di Cagliari, forse perchè esclusa dall’insegnamento nei corsi di formazione? Talvolta dietro incomprensibili posizioni culturali si nascondono piccole miserie umane. Non conosco il prof. Mario Puddu, se non dal vocabolario che ha prodotto, ma il fatto che egli possa insegnare in corsi di formazione non stupisce affatto. Chi dovrebbe farlo se non coloro che ci credono e hanno lavorato per questo? E’ facile gettare discredito sulle persone insinuando interessi personalistici, che cosa c’è di male ad essere pagati per un lavoro che si fa con competenza? Se il prof. Puddu non si dimostrasse un buon insegnante i comuni del Medio o Basso Campidano non lo chiamerebbero certo a farlo. Mi sembra di notare un pizzico di invidia nella sua richiesta di “rilancio della discussione” la discussione dovrebbe essere “rilanciata” su temi ben più importanti, ad esempio cosa propone la professoressa per ammodernare la lingua? O dobbiamo rassegnarci a scrivere e parlare solamente con il lessico attualmente a disposizione, magari eliminando i prestiti da altre lingue? Quali strategie didattiche metterebbe in campo? Quale spazio dovrebbero avere le parlate minoritarie esistenti nell’Isola nella formazione? Inoltre conosco personalmente molti prof. universitari incompetenti nella disciplina per la quale sono pagati ben più che un formatore di lingua sarda. Sa professorè quando il gioco si fa duro si finisce tutti col mettere da parte gli scrupoli. La prego rinunci ai suoi propositi punitivi e bellicosi e mantenga il ruolo che le compete: faccia l’insegnante davvero, come sa fare.
Come piccola chiosa agli interventi di Marinella Lorinczi e Michele Podda, vorrei sommessamente segnalare – tra gli altri – il bel contributo di Giovanni Masala (analiticamente e programmaticamente chiaro, lucido, propositivo, ancorato alla realtà, condivisibile) pubblicato con giusta evidenza in questo sito. Quanto ai testi codificati in sardo, condividendo le perplessità di Michele Podda, segnalerei il pericolo (sempre incombente)di passare dalla mitica stagione dell’”italiano porcheddino” alla improbabile, indigesta e sciagurata (per implicazioni) vulgata di “sardo porcheddino”. Saludos. Dino Manca.
A proposito dell’interesse dei parlanti per le lingue, voglio ricordare l’articolo di Marcello Madau “La confusione della lingua” nel blog del Manifesto sardo del 01.07.11 (21 commenti in 7 gg. poi sospesi per regolamento), quello di Bandinu in Sardegna Democratica “Lingua veicolare e formazione degli insegnanti” del 20.07.11 (49 commenti in 7 gg.) e quello di Cristina Lavinio “CLIL in limba, ossia insegnare in sardo?” del 21.07.11 (49 commenti in 6 gg.).
Insieme alle grandi questioni non può essere trascurata quella della lingua, dunque occorre darsi da fare per salvare il salvabile. Ammesso che tutti siamo convinti che bisogna SUBITO introdurre il suo insegnamento nella Scuola pubblica, al secondo punto ci dovrebbe essere la DIFESA DELLA SUA GENUINITA’, assolutamente da non sottovalutare. Leggo qua e là interventi in lingua sarda “impresentabili”, non tanto per la correttezza ortografica, che sarebbe tutta da vedere, quanto per la forma italianeggiante (lessico, sintassi, espressioni) che imperversa sfrontatamente e impunemente, spacciata per “esempio di bel sardo moderno”. A quel punto preferirei l’italiano.
A proposito di SARDO GENUINO, qualcuno potrebbe stanare il prof. Paulis?
A proposito di iniziative e di progetti intorno all’insegnamento del sardo e in sardo, si stanno mettendo insieme una serie di informazioni interessanti, generosamente ospitate in questo blog. Vi sarete resi conto che è il più seguito, se non sbaglio, il che conferma di nuovo una constatazione nota, ma che viene riconfermata puntualmente in ogni occasione: l’interesse spontaneo che hanno i parlanti nei confronti delle lingue nonché gli interessi che muovono i parlanti nel parlare delle lingue. Tanto per rilanciare la discussione, ho saputo che il prof. Mario Puddu (Pudhu) sta tenendo una serie di corsi di lingua sarda in vari comuni/amministrazioni del Medio Campidano. Se ne potrebbe sapere di più, magari dall’interessato stesso?
M’agatu de acòrdiu meda cun is fueddus de Giuanne Màsala e de Dinu Manca e mi-ndi prexu de su documentu de s’universidadi tataresa, po s’esempru chi nosi donat de seriedadi, democratzia e arrespetu.
E in Casteddu?
Caru Satta, sos contos partint dae Gratzianu Milia cuntra su “corrainesu”, a Marianu Ignatziu Contu impare chin s’odiadu catalanu B.F., a Beniamino Scarpa pro iscontzare sa L.S.C corrainesa, a Renato Soru, dopo sas manifestaziones issutta e’ su Cunsizu Regionale in paghe chin sos corrainesos, passande pro sa paghe “tattica” chin
don Pascale su sammartzei Arburesu, a s’assesuora Baire, pedinde sa missa in sardu a mons. Money- esticazzi!-, a
s’assessore “Dinamo” Milia andande a Fonne, sa bidda de su…….,
pro sa cunferentzia ex lege 26/97, sa limba
“multipartizan” no tenet confines……..e como si torrat Soru e cussa bona femina, in bona fide, de sa Mongiu, est de siguru in pole position dopo custu martiriu, chircadu, cuntra sas truppas turritanas, “colonizzadas” de su magnificu Mastinu! Cosas novas non nde imbentamos…… e mi paret propiu chi fortzis teniat resone Cicitu Masala chi simos unu populu de canes de isterzu. Totus chi prus e chi mancu.
Est propiu gai Deprecis galanu: totu custu burdellu l’ant fatu po manternner setiu in d’una cadira una pessone ibia: su Diretore de s’Ufitziu de sa Limba Sarda de sa Rezone Sardinnia. Setiu un cussa cadira sentza perunu cuncursu Pubricu promore de Renato Soru.
Allora secondo lei gentile prof. Masala tutto questo polverone é il frutto di una manovra mediatica,- e giai a cadaunu d’arte sua- volta a puntellare qualche malferma cadrega?
Grazie a Giuanne Masala per le belle parole. Parole che ci confortano. Sapevamo che le persone serie, preparate e intellettualmente oneste avrebbero capito, apprezzato e condiviso. Persone che costituiscono la maggioranza (sempre meno silenziosa) dei Sardi. Non basta urlare per far valere le proprie ragioni. Lo dicevamo da tempo: “leggete le carte e poi giudicate”. Chi crede di avere l’esclusiva sulla lingua e sulla cultura sarda è in malafede. Adesso mi chiedo e chiedo a tutti: chi ha scatenato tutto questo putiferio? E perché? Dietro il nostro progetto ci sono letture, studi, riflessioni, discussioni, mesi di lavoro di analisi e di sintesi, esperienze sul campo, storie personali, ma soprattutto, credimi, senso di responsabilità e amore disinteressato per la nostra terra. Caro Giovanni, in tutta questa vicenda la parte lesa non è tanto l’Università di Sassari, ma la Sardegna e tutti quegli insegnanti che forse non potranno frequentare i corsi. Il nostro è stato un doveroso atto di trasparenza e un primo contributo verso la costruzione della verità. Aspettiamo che altri facciano altrettanto. Teneti a contu. Dino Manca
Bene, ora tocca a Cagliari.
Ho appena letto il progetto dell’università di Sassari, che ritengo ottimo, moderno e ben strutturato, e lo mando in un link, per cui così cadono tutte le critiche, le calunnie e le offese diffuse dai sacerdoti della lsc:
http://www.lefweb.uniss.it/download/public/news/files/742_verbali_16_commissione_cultura_sarda.pdf
Si comunica che nell’home page della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Sassari si trovano pubblicati i verbali (con l’articolazione del progetto “Lingue e culture della Sardegna”) della Commissione di Ateneo. Cordiali saluti. Dino Manca
Gentile Antonio Satta,
ha messo il dito in più piaghe, poi ci ritorno. Nonostante questo, è bene precisare che sia 1. la questione della LSC nonché dei modi dirigisti ma anche sotterranei della sua gestione, alias STANDARDIZZAZIONE, sia 2. la questione dell’insegnamento del sardo e DEGLI ALTRI IDIOMI INSULARI, rientrano nell’ambito della politica linguistica in senso generale. Nella azioni di politica linguistica le sfere di interesse si fondono in maniera originale e sempre diversa (a seconda delle situazioni) ma non per questo perfetta o tranquilla. Alla perfezione e tranquillità, sempre relative e instabili, si arriverebbe dopo una lunga serie di sperimentazioni, di tentativi, di scontri, di compromessi, di trasversalità politiche, di condivisioni, come insegna la storia (cosa che alla RAS, o al suo Servizio linguistico, non interessa affatto poiché vuole risolvere tutto in fretta e a modo suo, con tempistica legislativa e con nomi e cognomi di politici/dirigenti-eroi e non nei tempi storici degli operatori anonimi o dei gruppi cooperanti o delle comunità dei parlanti).
Quando lei dice che ci sono insegnanti di scuola esperti nella didattica del sardo, esperti se non altro perché l’hanno praticata a lungo, questo significa più cose, di nuovo: 1. che l’hanno fatto senza tanti strombazzamenti, per convinzione e/o necessità; che 2. le condizioni anche NORMATIVE lo permettevano già; che 3., come lei dice, hanno sviluppato una professionalità o un’esperienza, di cui attualmente è carente sia il Servizio linguistico della RAS, sia la stragrande parte dell’università. Ora, l’università la conosco abbastanza bene: là si è manifestata in maniera esemplare lo sfasamento, normale in una fase iniziale, tra obiettivi politici generali di tutela e promozione linguistiche e la sua NON messa in pratica nell’insegnamento e nell’uso linguistico quotidiano. Intendiamoci, quest’ultima assenza, dell’azione concreta, non è una colpa né individuale, né collettiva, né di ‘casta baronale’ antisarda. Tutti e due, sviluppo o formulazione di ideali o di obiettivi, e prassi di tutti i giorni, sono prodotti storici plasmati all’interno di certe ideologie e di certe pratiche sociali condivise. Un collega di origine torinese che insegna a Padova (università), mi diceva che in qualche modo si sente isolato perché i colleghi tra di loro parlano in veneto. I miei colleghi tra di loro non parlavano e non parlano in sardo, se non per dire qualche battuta o qualche parola, cosa che personalmente evito di fare perché me lo sento estraneo; ma se avessero parlato correntemente in sardo, per lo meno nelle situazioni cosiddette informali, certamente ci sarebbe stato un parziale adeguamento anche da parte dei non Sardi. Senza colpe, senza meriti, per prassi storica normale. I professori Lilliu e Sanna non li ho mai sentiti parlare in sardo all’università, eppure sono stati tra i promotori della famosa delibera del Consiglio di facoltà di Lettere nel lontano 197… e il sardo, la loro varietà di sardo, la conoscevano e parlavano bene.
Questa è la situazione che ora la RAS vorrebbe rovesciare di colpo, servendosi degli altri. Mettendo università e scuola in posizioni subalterne al volere ‘politico’ regionale ufficiale, che ora è più che altro burocrazia. Era autentico il volere politico ai tempi di Soru, forse, ma ora è burocrazia gestita confusamente e con sperequazioni. Non so cosa ha fatto e detto l’Osservatorio sul piano triennale, nessuno ne ha diffuso il verbale. Secondo me i tentativi di revitalizzazione attraverso la scuola dovrebbero iniziare dalla scuola materna e dalle elementari, come altrove, coinvolgendo non soltanto il corpo docente scolastico ma soprattutto i genitori, con i quali l’università non avrà mai dei rapporti diretti e quotidiani, ma soltanto la scuola li avrà. Intanto la scuola ha già esperienza di insegnamento in sardo, l’università quasi per niente. Infatti la RAS finanzia da decenni progetti (più minuti e dispersi) di valorizzazione di lingua e cultura, che vanno dall’insegnamento effettivo nella scuola alla raccolta dei prodotti della cultura materiale e di quella intellettuale; trasmissioni radio ecc. Lo sa che non c’è un archivio di ciò che le scuole hanno prodotto, materiali alle volte graziosissimi? Lei ci crederà che non c’è (non c’era) una stanza (io l’avevo constatato anni fa, poi ho lasciato perdere le domande imbarazzanti), dove siano esposti ed esibiti in bella mostra, i manuali, manualetti, raccolte, disegni, ecc. ecc. finanziati dalla RAS? Avevo detto ad una funzionaria regionale, gentilissima ma inesperta (questo una decina d’anni fa): ma se uno studioso straniero volesse vedere cosa si fa nella scuola (e se ne faceva, lei lo sa meglio di me), dove trova i materiali se voi, i finanziatori, non vi curate di archiviarli, catalogarli, esporli (con orgoglio?). Questo a proposito delle incapacità della RAS di formulare previsioni a lungo termine per quanto riguarda la gestione della cultura. Come dicevo in un’altra occasione, questi piani triennali contengono progetti che non basta una vita per portarli a termine. Donde l’accavallarsi delle iniziative, l’inconcludenza, la confusione, la guerra a chi intralcia con obiezioni (perché causa rallentamento). E soprattutto nel caso della lingua, ambito delicatissimo, anziché procedere a piccoli passi sicuri, si fanno o anzi si pretendono dagli altri balzi grandiosi, per cui se le cose non andranno bene, si incolperà l’università, la scuola, ma NON la politica. Questa politica che non sa riconoscere e conciliare le capacità delle varie parti. Che vuole far compiere la maratona a un corpo sociale che nel suo complesso non è allenato ed ha persino insufficienza respiratoria (ossia locutoria).
Un’ultima cosa. Se alla Ras volevano veramente incoraggiare l’insegnamento in sardo, cosa che peraltro la scuola sta facendo da tempo per conto suo, qua e là, potevano elaborare un progetto pilota veramente ben fatto, sperimentale, per saggiare le reazioni e gli eventuali risultati. Dappertutto si procede oggigiorno con progetti pilota e si valuta la sostenibilità dei progetti, in termini finanziari e umani. Dovevano individuare alcune scuole già esperte (ma già, se hanno disperso i risultati?…), alcune classi, alcuni insegnanti, coinvolgendo le famiglie, i dirigenti scolastici, individuare alcuni docenti universitari e chiederne il distacco su tale progetto. Potevano chiedere all’università di intervenire sul piano teoretico e metodologico generale e di COLLABORARE con la scuola che vice versa ha più esperienza didattica.
Ho letto molto attentamente il post e i commenti. Mi pare che tra coloro che hanno scritto i commenti siano pochi quelli che conoscono veramente il problema della lingua sarda e la necessità del suo insegnamento nella scuola. Uno di questi è sicuramente colui che si firma Giuanne Masala.
Il più grande difetto della maggior parte degli interventi è quello di mischiare la politica con la linguistica. Mi pare assolutamente legittimo che ciascuno possa esprimere il suo parere e questo può essere valido per le opinioni politiche. Diventa una forzatura che un profano intervenga per parlare di argomenti strettamente linguistiche che dovrebbero essere lasciati agli specialisti. A ciascuno il suo mestiere! Mi sembra altrettanto fuori luogo l’intervento di linguisti che non conoscono la didattica perché non hanno mai avuto alcuna esperienza d’insegnamento nelle scuole primarie e secondarie né conoscono la didattica a questo livello. Ripeto anche per questi: a ciascuno il suo mestiere!
In questo ed in altri dibattiti sulla lingua sarda che leggo sui vari blog di internet mi ha colpito la pressoché completa assenza di interventi da parte di quelli insegnanti che da molti anni insegnano lingua sarda nella varie scuole primarie e secondarie della Sardegna. Il molti casi la descrizione della loro esperienza d’insegnamento sarebbe dirimente e porrebbe fine a diatribe tra coloro che non hanno la minima idea di ciò che significa insegnare lingua sarda nella scuola. Mi dicono che il parere di questi insegnanti non è gradito affatto da parte di coloro che indirizzano la politica linguistica della Regione Sardegna perché sarebbero le uniche persone in grado di demolire, con la loro esperienza d’insegnamento, le teorie irreali degli addetti ai lavori dell’Ufficio Regionale della Lingua Sarda.
Se rimaniamo nel piano politico si può rilevare un altro aspetto importante di questo dibattito: il silenzio assordante da parte dei Partiti e degli uomini politici che siedono in Consiglio Regionale. Il Partito Sardo d’Azione è l’unica formazione politica che ha posto tra le condizione d’ingresso nella coalizione che ha vinto le Elezioni Regionali del 2009 quella di introdurre l’insegnamento curricolare della Lingua Sarda in tutte le scuole della Sardegna di ogni ordine e grado. Purtroppo a due anni e mezzo di distanza dalle Elezioni del 2009 i Consiglieri Regionali del Partito Sardo d’Azione non hanno operato alcun tipo di intervento su un argomento così caratterizzante per loro come quello dell’insegnamento della Lingua Sarda. Penso che la dichiarazioni d’intento non abbiano alcuna importanza se non vengono seguite dai fatti.
Per rimanere in ambito politico penso che sarebbe molto importante acquisire il parere di tutti i Partiti Politici e di tutti i Consiglieri Regionali per quanto riguarda l’insegnamento curricolare della Lingua Sarda in tutte le scuole della Sardegna. Per tutti gli elettori sarebbe molto importante conoscere questo parere perché potrebbe essere discriminante per la scelta del Partito e della persona che si andrà a votare alle prossime Elezioni Regionali. Si ha la sensazione che per molti politici che siedono in Consiglio Regionale il problema della Lingua Sarda e del suo insegnamento nella scuola sia di secondaria importanza e che, addirittura, per la maggior parte di loro, non abbia alcuna importanza. Mi pare corretto che gli elettori debbano poter individuare le varie posizioni dei Partiti e degli uomini per poter operare scelte di voto consone col loro pensiero. La ringrazio per l’ospitalità e la saluto. Antonio Satta.
Gentile Pedes, ce ne ha messo per informarsi, male. Il SIL, Summer Institute of Linguistics, “serves language communities worldwide, building their capacity for sustainable language development, by means of research, translation, training and materials development.” Bisogna tradurre? Pike, formatosi là, è considerato tra i più autorevoli e competenti linguisti. Lui come altri. Che sia un’organizzazione formata di non soli laici, non toglie nulla alla loro autorevolezza. I missionari sono stati sempre dei buoni ed attenti linguisti. Ci avrei mandato di corsa, al SIL, tutto il Servizio linguistico della RAS, per imparare mestiere ed umiltà professionale e cristiana che in loco non riesce a sviluppare. Sarebbero stati soldi spesi bene. Un vero investimento. E avrebbe imparato anche un po’ di inglese (alludo ad un altro bel progetto della RAS, finanziato profumatamente: Sardinia speaks English) per saper navigare in rete.
Per chi vuole saperne di più, e alla fonte: http://www.sil.org/. Tanti bei materiali anche sull’insegnamento delle lingue minoritarie e/o minacciate. Dunque non siamo affatto fuori tema, siamo all’interno dell’argomento proposto per questo forum.
Pigamus atu chi sa professoressa Lorinczi cunsiderat prus arta autoridade in campu linguisticu unu sòtziu de Mormones. Pro cantu custos potzant èsser bravos, animados dae bonos fines, e èsser unu riferimentu pro non espertos, est comente chi deo, astrofìsicu, pighe comente autoritade in matèria de cosmologia sos documentos de s’academia pontifìtzia, chi non faghent àteru chi fàgher referèntzia a su traballu nostru. A mie paret chi sighire sa trassa de s’uroboru non siet una bona àndala scientifica. Ma su professore seis bois.
Per dare un contributo diverso alla discussione vorrei proporre l’intervento di Gavino Chessa, già pubblicato su Il Manifesto sardo. Spiega molto bene, secondo me, il perché di certi interventi così carichi di livore e di violenza verbale. Io penso che dietro la facciata, ossia la proclamata difesa della lingua sarda (quale lingua, poi? il logudorese, il campidanese, il sassarese, il gallurese) e del popolo sardo (quale popolo, poi? i parlanti italiano, logudorese, campidanese, sassarese, gallurese?), ci siano motivi ben più concreti, più terra terra e forse meno nobili. La vera paura, infatti, è quella di perdere le proprie rendite di posizione, le nicchie di privilegio e di potere, e con esse visibilità (da spendere politicamente) e tanti finanziamenti per case editrici, fondazioni e istituti. Può essere che la posizione assunta dall’Università di Sassari interrompa di fatto questo circuito virtuoso? Ai politici l’ardua sentenza:
“Da quando intorno alla questione della lingua hanno cominciato a girare un po’ di soldi si è verificata la saldatura tra etnofascismo ed etnobusiness. E’ una storia triste, ormai ben nota in Sardegna come altrove: una piccola casta di professionisti della lingua (che partono dalla posizione di forza di una militanza “urlata”, che offre visibilità e legittimità in certi ambienti politici codardi) diventano i “padroni della lingua”, e più il modello di lingua è artificiale e autoreferenziale, e pertanto lontano dall’uso parlato, tanto più è gestibile in proprio e, una volta assunto dalle istituzioni, al sicuro dalla “concorrenza”. Il tutto in nome della tutela dei patrimoni linguistici tradizionali, che vengono invece distrutti, come è stato scritto, in nome di questa “limba bodia, chene istoria, chene sambene, chentza bida chi sun fravicande commo in carchi sostre”, e la cui imposizione non fa che riprodurre gli errori e gli orrori che a torto o a ragione vengono imputati al centralismo italiano. Il dissenso sassarese è espressione della società civile sarda, quella veramente civile, nella quale per secoli lingue e dialetti diversi hanno convissuto armoniosamente. Al di là di ogni considerazione sulle priorità della Sardegna, sottoscrivo l’appello per il riconoscimento di un multilinguismo democratico come base indispensabile per una politica linguistica veramente aggiornata sull’isola. Il nesso una limba = una natzione appartiene a una minoranza che di sardo sembra ormai conservare soltanto l’affezione all’orbace… e ai dividendi di una legge nazionale reazionaria nell’impostazione e nelle applicazioni. Si faccia azione politica e culturale, e soprattutto si faccia informazione sulle alternative che si possono e si debbono opporre al monolinguismo etnicista: i modelli ci sono, ma soprattutto è la società sarda che deve saperne elaborare di nuovi, senza scimmiottare le esperienze fallimentari di altri. Una conferenza programmatica, un coordinamento regionale tra gli indignados e un’opportuna pressione sulle forze più aperte del panorama politico sembrano al momento gli strumenti più idonei.”
Gentile Davide Corda, se la prenda con la SIL, e chieda direttamente a loro le loro argomentazioni. Al riguardo le mie non esistono, constato e basta. Da quando, poi, dire di una lingua che è macro è uno sminuimento? Mi ricorda la barzelletta in cui uno si offendeva: “individuo, io?”. Come definizione “macro” è primo elemento di composti, molto usato nel linguaggio scientifico, in cui indica “grande”, “di notevole estensione”. I paragoni coll’arabo sono fuori luogo. Nella classificazione della SLI ci sarebbero altri problemi, a proposito del sardo, che lei non ha colto. Quando ci arriva, scriva direttamente alla SIL; come ha visto, stanno a sentire tutti. Tisztelettel.
A Bandinu vorrei dire…
Confesso di essere rimasto un po’ deluso, alla lettura dell’ articolo di Bandinu. Non che mi aspettassi proprio il tocco risolutore, perchè il tema è parecchio spinoso come sappiamo; ma un passo avanti quantomeno, era lecito sperarlo… E invece no: fa l’avvocato difensore, non tanto della lingua quanto, alla fin fine, del dottor Giuseppe Corongiu, a lùmene tentu.
Patetico direi, se non conoscessi bene la validità dell’intellettuale, dello scrittore, dell’antropologo, del poeta come ho sentenziato altrove, considerando la sua grande capacità di penetrare, in modo acuto e a volte imprevedibile, l’animo … del sardo, e non solo di quello giovane! Non dico del linguista, perchè in questo caso lo ritengo DEBOLE. E spiego perchè.
Apprezzo sicuramente il fatto che Bandinu sia intervenuto, sebbene in leggero ritardo, sulla questione del Piano triennale e sulla Politica linguistica. L’allarme rosso sulla condizione della lingua sarda, a un passo dall’estinzione, non poteva lasciare insensibile un intellettuale della sardità di tale levatura.
Non condivido invece l’idea del “prendere o lasciare”, del “mangiare questa minestra…” rivolto all’Università di Sassari, in riferimento al 50% di uso veicolare del sardo. Sarebbe questa una “soluzione costruttiva”? Enti come Regione e Università della Sardegna DEVONO arrivare a un’intesa, comunque, perchè la salvaguardia della lingua sarda li riguarda entrambi, allo stesso modo, per le rispettive competenze.
E’ vero che la RAS ha potere di indirizzo, essendo essa erogatrice dei finanziamenti; ma l’aspetto didattico, fermo restando l’obiettivo finale dell’insegnamento e dunque dell’apprendimento del sardo, resta comunque prerogativa dell’Università. Quali motivazioni sono alla base del vincolo del 50% di “sardo veicolare”? Hanno valutato adeguatamente, i burocrati regionali, i rischi che potrebbero derivare da una simile scelta per l’integrità della nostra lingua? Sono state esaminate con la dovuta attenzione le motivazioni addotte dall’Università nel contestare tale vincolo? E’ comprensibile certo la proposta, il suggerimento in tal senso da parte della Regione, ma l’ultima parola in fatto di metodologia didattica spetta, senza ombra di dubbio, all’Università. Si correrebbe il rischio così che vengano incaricati docenti non del tutto competenti nell’uso parlato e scritto del sardo? Che si certifichi, si verifichi questa condizione, nel modo più sicuro e rigoroso, attraverso esperti nominati dalla Regione stessa. Non esiste un Osservatorio regionale? Sia esso responsabile di tale valutazione, se si vuole.
No, non è costruttivo affermare che l’Università di Sassari, può ben rifiutare l’accordo, perchè ciò potrebbe anche significare, come detto al cap. IV comma 4 pag. 13 del Piano (pdf), che si prepara la via per “affidare la formazione anche ad istituti, enti e associazioni private in maniera concorrente con l’Università”, con quel che ne consegue (soldini a go go). Non voglio cimentarmi nell’individuare chi potrebbero essere i fruitori di una tale scelta, gestita dall’Ufficio della lingua, ma non sarebbe difficile. In ogni caso non tanto in maniera concorrente con l’Università, quanto in collaborazione con essa.
Ma è davvero così centrale la questione del “sardo veicolare”? Io credo che centrale sia l’insegnamento del sardo IN TUTTE LE SCUOLE DELLA SARDEGNA, perchè si risalga la china verso la rinascita, il prestigio, la valorizzazione della nostra lingua. Pur concordando sulla validità del metodo didattico CLIL (strumento linguistico e contenuti insieme), il paradosso è che usando il sardo veicolare si ottenga precisamente il contrario, ossia LA SUA MORTE PER ASFISSIA, per uso e abuso di massicce dosi di italiano travestito da sardo. Sappiamo bene quanto dobbiamo faticare per utilizzare un sardo schietto, non infarcito di italianismi ad ogni piè sospinto, dopo una vita intera trascorsa nella scuola. Per chi come noi è nato e pasciuto dove il sardo era quasi l’unica lingua esistente, è difficile insegnare in un sardo corretto; per altri è impossibile. Perchè questa fretta di mandare allo sbaraglio una lingua a lungo tenuta fuori dalla cultura e dalla stessa vita sociale? Potrebbero in questo modo i giovani e i bambini conoscere davvero il sardo? No, è bene che tutti, a cominciare da noi stessi, riprendiamo l’uso attento della nostra lingua, utilizzandola gradualmente in contesti che non le erano propri, riconquistandola quasi attraverso lo studio, l’analisi e l’utilizzo delle numerose opere nelle quali il VERO SARDO è ben presente. Una volta certi di poterlo utilizzare in modo corretto, solo allora sarà possibile il suo uso veicolare nell’insegnamento di qualunque disciplina.
Ciò non impedirà certo che si leggano brani o interi testi in sardo, acquisendone la forma scritta, le espressioni , la sonorità, la pronuncia migliore. Non sarebbe già tanto? Se a ciò si aggiungesse la presenza di sardoparlanti di qualità, come gli anziani o comunque persone di sicura competenza, i risultati non mancherebbero.
Bandinu ha perfettamente ragione peraltro quando ricorda che la lingua non è un vocabolario, ma che essa consiste “nella infinita possibilità combinatoria delle parole, nella creazione metaforica e nei procedimenti metonimici”. Proprio questo carattere assolutamente unico del sardo, come di ciascuna lingua, potrebbe risultare danneggiato da un suo uso avventato e poco attento. O crede davvero Bandinu che pur bravi docenti possano “combinare parole, creare metafore, strutturare procedimenti metonimici” in lingua sarda dall’oggi al domani, evitando una semplice trasposizione di vocaboli dall’italiano? Un po’ di pazienza, arriverà anche quel momento.
E per quanto riguarda il dottor Corongiu, non credo proprio che sia questione da dibattere; che segua le direttive dell’Amministrazione regionale, ma qualora se ne presentasse la necessità, anch’egli potrebbe essere degnamente sostituito, come avviene per il Papa.
Signora Lorinczi, e allora? Secondo la classificazione da lei segnalata anche l’ arabo è considerato come macrolingua:
http://www.sil.org/iso639-3/macrolanguages.asp
Il che non impedisce di utilizzare uno standard scritto internazionale di riferimento, tra l’ altro uno dei più utilizzati al mondo ed uno dei sei in vigore nel consesso delle Nazioni Unite.
Mi dispiace per lei ma ho sentito l’ obbligo di costringerla a trovare un’ altra argomentazione pretestuosa per tentare di sminuire la nostra lingua.
Játszd újra, Sam!
Nel blog di Biolchini Mastino ci ha fornito un’informazione importante e decisiva, spero:
“Dove vogliamo arrivare: a insegnare “la” lingua minoritaria, o “in” lingua minoritaria (che sono due cose ben diverse)? Al di là di ogni considerazione soggettiva in merito, la seconda opzione impone più di una cautela, se non altro perché siamo in grado di sapere cosa pensano i sardi in merito a questo problema. Da una recente ricerca sociolinguistica, infatti, è emerso che moltissimi sardi sono d’accordo a introdurre il sardo a scuola. Quando però sono stati interrogati su come questo dovrebbe avvenire in pratica, la stragrande maggioranza (80,1%) si è dichiarata del tutto favorevole a dedicare una parte dell’orario settimanale all’insegnamento della varietà locale (in pratica, come avviene per le lingue straniere); una percentuale del 40,7% si è invece detta del tutto favorevole all’utilizzo di essa, al posto dell’italiano, per approfondire la conoscenza della storia e della cultura locale (dunque utilizzo del ‘dialetto’ come lingua veicolare, ma solo per trattare temi che a esso appaiono più connaturati); pochi (percentuali abbondantemente sotto il 10%) si sono detti invece del tutto favorevoli a impiegare la parlata locale e non l’italiano come lingua veicolare per lo studio di alcune o di molte materie curricolari. Spero sia chiaro.”
Allora è chiaro: i sardi vogliono che si insegni per 2-3 ore la settimana il sardo in sardo nella sua varietà locale (come si fa per l’inglese) almeno nella scuola primaria e in modo obbligatorio e non facoltativo; requisiti? LAUREA IN SCIENZE DELL’EDUCAZIONE E CONOSCENZA DELLA VARIANTE CHE SI VUOLE INSEGNARE. Il materiale didattito lo prepareranno gli scolari con l’insegnante di sardo. Ma perché non si reclutano finalmente gli insegnanti per farlo? Negli ultimi decenni le università sarde hanno sfornato migliaia di persone abilitate a questo compito, ma ancora non esiste una figura professionale, almeno nelle scuole elementari, che insegna sardo in sardo. Questo prevedeva (anche se con tanti limiti) il disegno di legge presentato da Soru nel dicembre del 2008. Perché quella proposta non è stata aggiustata e approvata dalla giunta Cappellacci e dal Consiglio Regionale? Perché invece al posto di quel disegno di legge si è presentato un piano triennale che prevede “ben” 50.000 euro per insegnare il sardo a scuola e altri 2-3 milioni di euro per altre attività? È chiaro che il legislatore non vuole salvare la lingua trasmettendola alle giovani generazioni ma la vuole affossare sebbene, come ci ricorda Mastino: “pochi (percentuali abbondantemente sotto il 10%) si sono detti invece del tutto favorevoli a impiegare la parlata locale e non l’italiano come lingua veicolare per lo studio di alcune o di molte materie curricolari”
A Mario Sanna chin istima. rileghe vene su chi iscrivo jeo. ti lu peto pro piaghere. e t’as’abbizzare chi soe unu massaiu rispettosu mascamente de sas feminasa.
e vei a m’azzapare (visitare) a su blog meu chi bata ite leghere.
adiosu (soe torrandhe in su momentu de toddhire pessiche ma sa tastierà este una calamita).
adiosu
mario nanni (ammenta: Maralai e non Mara Lai)
PRo Mario nanni – Mara Lai
Soe cuntentu meda de sa risposta tua e de su traballu tou. Deo benio da una familia de massajos, pastores e minadores. Zente chi at traballadu dae mangianu a sero; soe cuntentu meda de custas raighinas. Apo respettu mannu pro a chie traballat sa terra, a diferèntzia tua chi no as dimostradu de tènnere respettu pro su traballu de sos operadores serios…..
Tenedi contu e die bona!
Forse la risposta che il rettore Mastino ha dato a Vito Biolchini aiuta a capire molte cose.
Caro Vito Biolchini,
ti ringrazio per l’occasione ulteriore che mi dai di chiarire le posizioni dell’Università di Sassari su una questione sin troppo strumentalizzata e ‘urlata’, in cui ognuno ha messo ciò che poteva, finanche, talvolta, la cattiva educazione e l’insulto teso a intimorire. Ti ringrazio perché, al di là delle interviste rilasciate al volo tra una seduta del Senato Accademico e del Consiglio di Facoltà, fra i mille impegni, mi dai opportunità di mettere alcuni punti fermi: se preferisci, ti do la versione autentica, pregandoti di leggere meno frettolosamente i documenti che abbiamo prodotto sinora.
1) Ho nominato, ormai ben più di un anno fa, una Commissione di Ateneo col compito di rispondere a una precisa sollecitazione della Regione: progettare dei corsi di formazione per insegnanti di lingua minoritaria (mettiamole dentro tutte, non solo il sardo). La Commissione ha interpretato con spirito critico le indicazioni provenienti dalla RAS, ritenendo peraltro di averle rispettate pienamente. La RAS contesta questo aspetto, in particolare per ciò che riguarda l’uso veicolare delle parlate locali: non entro nei dettagli, anche perché il progetto tra qualche giorno verrà messo on-line nel sito di Ateneo, cosicché chiunque potrà valutarlo anche in relazione alle linee guida della RAS (e vedrà, in particolare, che l’uso veicolare delle lingue minoritarie è garantito in 300 ore laboratoriali). Quello che voglio sottolineare, però, è che noi redigiamo i nostri progetti come meglio valutiamo in base a scienza e coscienza, la RAS deve comunicare in tempi ragionevoli se li approva o meno. A cadaunu s’arte sua, niente di più, niente di meno.
2) So bene che una delle proprietà essenziali del linguaggio umano è l’onniformatività: vuol dire che, in linea teorica, ogni lingua è in grado di esprimere ogni contenuto. In linea pratica, può accadere che nei secoli una lingua, per ragioni storiche, sia stata usata per determinate funzioni comunicative e non, per esempio, in àmbito scientifico. Non penso che non si possa farlo, ma che bisogna farlo con i giusti strumenti: per es., perché la RAS non finanzia un Istituto per la terminologia, anziché affidarsi ai soliti studiosi che si autocertificano, convinti di essere i demiurgi della lingua?
Fin qui credo sia chiaro. Adesso ti riporto per intero il primo punto delle osservazioni che abbiamo formulato al nuovo piano triennale: “Nel piano triennale (=PT) si insiste, a più riprese, sulla necessità di emancipare le lingue regionali dalla cultura tradizionale che esse riflettono e ‘agganciarle’ sic et simpliciter al mondo moderno e ai suoi contenuti: bisogna tuttavia considerare che, agli occhi dei parlanti, le lingue locali, che si identificano primariamente con la propria varietà dialettale e non con uno standard calato dall’alto, sono legate strettamente a quella cultura tradizionale che si vorrebbe superare d’un balzo. Occorre dunque contemperare il reale con le aspirazioni: ogni forzatura, ogni assenza di gradualità produrrebbe degli strappi e forti sensazioni di straniamento.” Tu, con abilità faziosa, manipoli il nostro pensiero: non diciamo che non si può fare, diciamo soltanto che occorre procedere con cautela e gradualità, rispettando in primo luogo le aspettative dei parlanti (che si possono benissimo conoscere con indagini sociolinguistiche ad hoc: il pericolo sono le minoranze che si ritengono interpreti illuminate delle esigenze dei propri concittadini).
3) Questione della LSC. In effetti sei tu a mescolare le carte. Noi di Sassari la abbiamo tirata in ballo nel documento in cui formuliamo le nostre osservazioni critiche sul piano triennale (che è cosa diversa dal progetto del corso di formazione per insegnanti di lingua minoritaria). Perché? Perché la politica linguistica regionale è incentrata su questa varietà che, da sperimentale, è stata promossa, inopinatamente, a standard: chi lo ha deciso? Inoltre: noi siamo per un equilibrato modello polinomico, in pratica pensiamo che a) nessuna varietà, naturale o artificiale, dovrebbe essere considerata come la varietà di riferimento della lingua sarda, rispetto alla quale le altre varietà diverrebbero ipso facto dei dialetti; b) la lingua sarda è una sola nel rispetto della sua diversità interna e la sua esistenza è fondata sulla decisione democratica dei parlanti di identificarla con un nome specifico e di dichiararla autonoma rispetto alle altre lingue riconosciute; c) al fianco della lingua sarda esistono e sono ugualmente meritevoli di tutela le cosiddette varietà alloglotte (sassarese, gallurese, algherese e tabarchino).
Ti invito a guardare questo sito:
http://prouvenco.presso.free.fr/poulinoumio.html
E per capire i danni che può produrre l’imposizione di uno standard unico:
http://www.swissinfo.ch/eng/culture/Romansh_speakers_rebel_against_standard_language.html?cid=29637410
4) Un’altra cosa. L’Università ha il dovere di interrogarsi sulla direzione di senso di quello che si fa. Dove vogliamo arrivare: a insegnare “la” lingua minoritaria, o “in” lingua minoritaria (che sono due cose ben diverse)? Al di là di ogni considerazione soggettiva in merito, la seconda opzione impone più di una cautela, se non altro perché siamo in grado di sapere cosa pensano i sardi in merito a questo problema. Da una recente ricerca sociolinguistica, infatti, è emerso che moltissimi sardi sono d’accordo a introdurre il sardo a scuola. Quando però sono stati interrogati su come questo dovrebbe avvenire in pratica, la stragrande maggioranza (80,1%) si è dichiarata del tutto favorevole a dedicare una parte dell’orario settimanale all’insegnamento della varietà locale (in pratica, come avviene per le lingue straniere); una percentuale del 40,7% si è invece detta del tutto favorevole all’utilizzo di essa, al posto dell’italiano, per approfondire la conoscenza della storia e della cultura locale (dunque utilizzo del ‘dialetto’ come lingua veicolare, ma solo per trattare temi che a esso appaiono più connaturati); pochi (percentuali abbondantemente sotto il 10%) si sono detti invece del tutto favorevoli a impiegare la parlata locale e non l’italiano come lingua veicolare per lo studio di alcune o di molte materie curricolari. Spero sia chiaro.
5) Approfitto per confermare tutto il mio apprezzamento per il lavoro svolto dalla Commissione di Ateneo incaricata di progettare il corso di aggiornamento per la formazione degli insegnanti di lingua sarda. Il fatto che, come Rettore, mi sia dovuto interfacciare con la RAS in una posizione di ascolto e di confronto, non significa in alcuno modo che io abbia mai inteso distaccarmi dai cardini scientifici e didattici indicatimi e condivisi con la mia Commissione, in cui mi riconosco in pieno, come Rettore e come uomo di scienza.
6) Colgo l’occasione per informarti che sto proponendo per il nuovo Statuto dell’Università di Sassari, che verrà approvato il 26 p.v., un articolo relativo alla difesa delle lingue minoritarie della Sardegna, e in particolare del sardo, come patrimonio fondamentale di oggi e del futuro.
7) Alla luce di quanto detto, ribadisco la superficialità inaccettabile del tuo discorso. A cadaunu s’arte sua: che non è un arroccamento su posizioni di privilegio, ma (scomodo) senso di responsabilità.
Un saluto cordiale,
Attilio Mastino
Fabrizio Pedes chiedeva la definizione di “lingua” e “dialetto”, sapendo bene, credo, che è una delle distinzioni più difficili da stabilire. Rimando alle migliori autorità in materia, migliori perché se ne occupano a livello planetario e perché considerano sempre provvisoria la classificazione proposta e stabilita in base a criteri molteplici:
SIL: Scope of denotation for language identifiers
http://www.sil.org/iso639-3/scope.asp
Il sardo è considerato, in questo tipo di classificazione, come “macrolingua”.
No Elvezio, sa cosa est meta diferente. Est comente chi a S’Alighera impreent una norma diferente pro sa variante catalana issoro. E mi paret letzitimu, comente est letzitimu chi sas addes tzisalpinas impreent sa norma chi lis agradat de prus. E b’at vintzas chistiones politicas in mesus, comente su fraicu de una limba otzitana orale standard, chi pacu b’intrant chin sa politica de amparu linguisticu.
E no est su casu de sa LSC, ca diat èsser mentzus a usare sos termines prus dechitos, si si cheret abarrare in una crejura neutra, tipu:
” [..] come i sostenitori delle ortografie del sardo che si oppongono alla LSC”
ca de custu semus aeddande, de ortografias non de limbas aeddatas. Giustu?
E si annamus a ìder sos criterios de sa norma mistraliana elencatos in su documentu postu dae sa professoressa Lorinczi, cale de sas ortografias de su sardu los respetat de prus?
E chin custu non cheglio nàrrer chi sa norma comuna siet perfeta, antzias. Cheret annoata, pro chi siet prus a bia ‘e josso. Ma si sa tzente, imbetzes de li dare a supra isparghenne ignoràntzia, aiat ajuatu a la metzorare, forsis b’aiat balantzatu de prus sa limba nostra. E una norma comuna potet istare in cuncordu chin sas normas locales, comente custa chi so usanne como.
Per la trasparenza.
Da http://guide.supereva.it/lingua_sarda/interventi/2011/01/proposte-di-traduzione-in-lingua-sarda
L’Assessorato alla Pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport – Servizio Lingua e cultura sarda della Regione Autonoma della Sardegna ha assegnato i finanziamenti relativi alla “presentazione di proposte di cessione perenne di diritti per la pubblicazione nel sito web regionale di traduzioni dall’italiano, o da altre lingue europee, al sardo, di testi letterari in prosa di prestigio e rilevanza internazionale, già editi ma non in lingua sarda”.
Ecco le aziende e le opere finanziate:
1. La casa editrice Condaghes per la traduzione dalla Lingua Inglese dell’opera The strange case of Dr. Jeckyll and Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson;
2. la Condaghes per la traduzione dallo Spagnolo dell’opera Doña Berta di Leopold Alas;
3. la Papiros Editziones per la traduzione dalla Lingua Inglese dell’opera Dubliners di James Joyce;
4. la Domus de janas di Fabio Pillonca per la traduzione dalla Lingua Italiana dell’opera Una donna di Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio;
5. la Alfa Editrice per la traduzione dal tedesco dell’opera Die Geshichte des Fräuleins di Sophie Von La Roche;
6. Grafica del Parteolla per la traduzione dalla Lingua Italiana del libro Cuore di Edmondo De Amicis;
Ecco invece le ammesse ma non finanziate:
1. la Condaghes per la traduzione dalla Lingua Italiana del libro Cuore di Edmondo De Amicis;
2. la Condaghes per la traduzione dall’Olandese dell’opera Max Havelaar of de koffiveilingen der Nederlandsche Handelmmtschappy di Multatuli, Eduard Douwes Dekker;
3. la Papiros Editziones per la traduzione dalla Lingua Inglese di Sea and Sardinia di David H. Lawrence;
4. la Papiros Editziones per la traduzione dalla Lingua Italiana di Falso Gotico Nuorese dello scrittore nuorese Marcello Fois;
5. la Domus de janas di Fabio Pillonca per la traduzione dal Greco antico dell’Aiace di Sofocle;
7. la Alfa Editrice per la traduzione dalla Lingua Italiana antica delle Operette morali di Giacomo Leopardi;
8. la Alfa Editrice per la traduzione dalla Lingua Italiana de Il giornalino di Gian Burrasca;
9. la Alfa Editrice per la traduzione dal Tedesco dell’opera Brigitta di Adalbert Stifter;
10. la LogoSardigna per la traduzione dalla Lingua Italiana del libro Cuore di Edmondo De Amicis.
Ecco invece le aziende e le opere escluse con la motivazione:
1. la Papiros Editziones per la traduzione dalla Lingua Italiana dell’opera Partito Comunista in Sardegna di Paolo Pisu: Autore Vivente, non ammissibile in quanto non risulta essere una traduzione di testo letterario in prosa di prestigio e rilevanza internazionale;
2. la Papiros Editziones per la traduzione dalla Lingua Italiana dell’opera Alcuni temi della questione meridionale di Antonio Gramsci: non ammissibile perché si tratta di una traduzione parziale dell’opera;
3. la Papiros Editziones per la traduzione dal Catalano dell’opera Guia de conversa medica di Antoni Valero Cabrè: Autore Vivente, non ammissibile in quanto non risulta essere una traduzione di testo letterario in prosa di prestigio e rilevanza internazionale;
4. Domus de janas per la traduzione dalla Lingua Italiana dell’opera Quattro racconti per un detective di Arthur Conad Doyle: non ammissibile in quanto si propone la traduzione dal testo in italiano, non dalla lingua originale del testo.
5. LogoSardigna per la traduzione dall’Italiano dell’opera Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde: Non si dichiara di aver realizzato precedenti traduzioni in lingua sarda. Non viene dichiarato chi sia il traduttore. Non ammissibile in quanto si propone la traduzione dal testo in italiano, non dalla lingua originale del testo.
6. LogoSardigna per la traduzione dall’Italiano dell’opera Pinocchio di Collodi: Non si dichiara di aver realizzato precedenti traduzioni in lingua sarda. Non ammissibile in quanto opera già tradotta in lingua sarda.
a Mario Sanna; Maria Lai este unu numene de pessone. Maralai este unu ditatu, commente Tiscali. Nanni Mario, chi su sanbenatu innantisi de su numene, s’iscrivete isa carta bullata o candho rispondhio i su servizio militare. in su blog este mario nanni(peri a minutu). jeo mindhe vardhio vene de ghettare luttu a custas dottoressasa chi non connosco. soe difendendhe sas allegatasa paesanasa sena inzuriare niunu. su travallu issoro deus bi lu veneicata. jeo po sa eminasa hapo hattu meta; su decretu de sa ministra anselmbi chi istabiliti sa paridade de sos dirittoso tra mascru e femina lu depete a mie, a una “iniziativa istituzionale” mea. inoche bata kie mi connoschete e ischiti chi soe allegandhe seriamente. duncasa; finiminchela s’istoria chi bilatenzo chi custasa dottoressasa chi potene e devene essere impreatasa chin prusu cumpetenziasa a difendhere sas allegatasa de sas viddhas de sardinna. jeo acco su massaju, chetto triccu, che lu messo e lu trebbio. s’arjola non b’isistiti prusu. poi pranto e toddho aranzu, iscarzofa e tamatese. sa campanna este una mastra de vita chi cussizzo, in amichenzia, peri a tie. su massaiù este grabatu in su pessare e si baitata su mare su manzanu chitho de s’artine prima de aggazare s’arche po messare, pessata in custu modo de incantu:
“ite bellu chi este su mare!
candho puliti sa die
este in colore oro.
Ite bellu chi este su mare!
ca si cherete a tie,
dae sinu su coro
sindhe cherete bolare!
che bello il mare!
quando schiude il giorno
è di colore d’oro.
Che bello il mare!
siccome si vuole da e,
dal seno il cuore
se ne vuole volare!.
Dedico questa riflessione contadina, del mietitore con la falce, di ammirazione della natura e del cuore degli uomini (ed anche delle donne) sempre in tumulto, che con la magia delle ali vuole volare come sempre, incessantemente, irrefrenabilmente per raggiungere lei o lui, a tottusu sas dottoressasa de sardinna e peri a sa professoressa Lorinczi e a sa dottoressa Gianfranca Piras. chi d’uno abbrazzu mannu.
“mo” a cogliere pomodori (è già tardi).
saluti
mario nanni
Pro agabbare sos commentos mios in custu blog, cherio ammentare a NANNI MARIO MARIA LAI chi sa Signora Gianfranca Piras, est sa dottoressa Gianfranca Piras. E custu no, pro a èssere importantes, ma solu pro li che pònnere in cherbeddu chi sos operadores sunt laureados, bortas medas ant puru fattu su nessi unu master o unu dottoradu de chirca tenent cussa chi si che giamat una “alta specializzione”. E no solu, meda de issos ant traballadu pro universidades (e no solu in cussas sardas), pro sa Regione, pro sas Provìntzias e pro Uniones de sos Comunes e no solu pro unu Comune solu. Duncas fortzis meritamus puru unu pagu de Respettu!!!
Eppure mi era sembrato che le affermazioni di Lorinczi fossero ben ragionate e sostenute da riferimenti precisi. Dunque a me farebbe piacere leggerla sempre, poi ognuno può ricavarne le convinzioni che crede.
La rissa poi … no! O si vuole per caso sviare la discussione? È bene che ognuno dica ciò che crede senza cadere nel misero insulto personale o nella facile provocazione.
Credo che la questione sia molto seria e importante, e sarebbe un peccato non approfondire ancora perchè si sta arrivando, PER LA PRIMA VOLTA, penso, a toccare aspetti mai sufficientemente trattati.
Intanto diamo un’occhiata a quel che dice Bandinu in Fondazione Sardinia (Il dibattito prosegue; facciamoci coraggio, dunque).
Paris semper!
Sa Dignitade chi tenent operadores meda, si che la podent solu sonniare pessonas gasi. Dae cando sa Regione at postu comente cunditzione pro sos finantziamentos pro sos Cursos de Formatzione pro sos Insenniantes de Sardu s’impreu comente limba “veicolare” de su Sardu, a un’ala de sos Accademicos (pagos pro fortuna) e a una gama manna de limbipudidos paret chi su sardu e sos traballadores de sos ULS, siant su cancru de totta sa Sardigna. Fortzis calicunu de a issos depiat proare cantu est bellu a traballare sena siguresa economica cun contrattos cococo o cocopro.
Est fatzile si che samunare sa bucca, cando si at sa busciacca prena!!!
Cherio solu nàrrere chi semus in meda a traballare pro sa limba e de custu bisongiat a ne tènnere contu. Chi bos agradet o no, est unu problema bostru, firmu chi, in su momentu chi azis a sighire a ghettare “merda” in subra a de traballodores- operadores onestos, depides puru pònnere in contu, chi nos podimus puru tutelare in sas sede legales.
Si carchi operadore at furadu su dinari sena lu traballare, lu depides denuntziare a sas autoridades……..ma est ora de l’agabbare de bettare “ludu” a subra de sas pessonas chi traballant o chi ant traballadu in sos ULS.
Vedo che la prof. Lorinczi continua imperterrita a polemizzare anche dopo gli interventi di Gianfranca Piras e Mario Sanna. La informo che gli operatori linguistici lavorano con i famigerati contratti a progetto e per di più part time. Per campare dignitosamente hanno bisogno di un altro incarico o addirittura di un altro lavoro. Nessuno di quelli rimasti senza contratto, e sono tanti, si è mai incatenato alla porta dell’ente con cui ha collaborato né ha occupato torri aragonesi o parchi naturali con codazzo di politici e telecamere. Tutti hanno cercato un’altra occupazione. Ma, evidentemente, la dignità non paga. Quindi la smetta di dipingere chi ha lavorato o lavora negli sportelli linguistici come una manica di decerebrati avidi di denaro pubblico e pronti a farsi plagiare dal primo mentecatto che passa per strada. Tra l’altro il denaro in questione è statale, per sua informazione, non regionale. In ogni caso è giusto e sacrosanto che la Regione finanzi progetti sul sardo e che ci sia gente che si guadagna da vivere col sardo, così come capita con l’inglese, il tedesco etc. O vogliamo che il sardo rimanga una lingua di serie b confinata ai circoli ricreativi? E comunque le sue considerazioni sula politica linguistica in Sardegna lasciano il tempo che trovano, visto che il sardo è la nostra lingua, non la sua. Se permette ce ne occupiamo noi. Di stranieri venuti qui a fare carriera e arricchirsi per poi magari trattarci come dei minus habentes ne abbiamo le scatole piene.
http://prouvenco.presso.free.fr/poulinoumio.html
Sergio Maria Gilardino è da anni impegnato nella promozione e valorizzazione del provenzale in fortissima polemica con la standardizzazione in senso unitario e “occitano” delle varietà del Piemonte occidentale e la norma grafica unitaria che gli occitanisti cercano di imporre. Quindi sta al contesto sardo come i sostenitori delle varietà del sardo che si oppongono alla LSC. Dico questa cosa in maniera del tutto neutra, come semplice constatazione.
A sa Prof.ssa Lorinczi e Maralai- mario nanni naro una cosa, a innantis de si che pònnere a rìere de sa zente chi traballat in sos Isportellos (chi est mègius giamare UFITZIOS DE SA LIMBA SARDA), fortzis si che depent dimandare si in cada categòria bi siant traballadores bonos e traballadores malos.
Connosco dotzentes universitàrios chi sunt balentes meda, ma àteros (chi sunt pagos….) chi no cumprendent nudda e istant in s’universidade peri ca pro coju, pro su babbu o pro lettu….
Tando deo naro: si connoschides operadores chi traballant male e chi no faghent su traballu issoro, faghide sos nùmenes, ca imbruttare una categòria de traballadores pro carchi mandrone o pro calchi pessona chi no balet nudda est simple.
E bos naro puru de istare atentos, ca a bortas su trettu dae beffadores a beffados est curtzu meda!!!!
B’at zente chi traballat cun cumpetèntzia e passione puru, chi tenet puru su derettu de a èssere respettada.
Caro MARIO NANNI tue ite traballu faghes?
Ti piaghet si calicunu si che ponet a rìere de su traballu tou?
Ti che piaghet si calicunu chircat de te lu derùere?
Per la signora Gianfranca Piras. Lei ha scritto cose tutte da condividere specie sui “veri e disinteressati estimatori, cultori, sostenitori, ricercatori delle varietà linguistiche di Sardegna e di quanto le concerne”. Anche loro da molti anni studiano le varietà del sardo”. Le varietà del sardo. Da sottoscrivere. Non ho capito quella sui pregiudizi. Pregiudizio sulla costruzione di una lingua che non c’è? Se c’è cosa vogliono costruire(se c’è)? Si costruisce quando una cosa non c’è. Mentre invece vanno ricuperate le varietà del sardo, a volte “imbastardite” (come l’italiano porcheddino) dal concorso o dall’influenza, usate a sproposito specie nei centri litoranei dell’Isola, dalla lingua italiana. Faccio un esempio: cuginu o cugina anzichè fratile o sorrastra; giallu al posto di grogu. S’istessu anzichè su matessi. Istanzia anzichè posentu; tabacchinu al posto di istancu. Riposandhe anzichè pasandhe. Sa comuna a dispetto de Sa domo cumonale. Untana a torto di su cantaru, su pesusu in spregio a s’istatea o su cantare. S’isporteddhu limbisticu (caro all’assessore alla cultura), che potrebbe dar luogo alla descrizione de su mojuoleddu (mojolu minoreddu) anzichè s’isportellittu (piccolo sportello). Come quello limbisticu(limbisticu!).Devo continuare?
Saluto anche lei molto cordialmente.
mn
Per la professoressa Lorinczi e il signor Maralai:
Vedo che il pregiudizio è duro a morire, specie in alcuni ambienti.
Vi do una notizia che forse vi sorprenderà: ci sono tanti buoni operatori linguistici sulla piazza, persone formate, aggiornate e che fanno bene il proprio lavoro. Rientrano anch’essi a pieno titolo nella categoria dei “veri e disinteressati estimatori, cultori, sostenitori, ricercatori delle varietà linguistiche di Sardegna e di quanto le concerne”. Anche loro da molti anni studiano le varietà del sardo. Oltre a studiarle astrattamente, loro toccano con mano ogni giorno le difficoltà collegate alla diffusione del sardo, alla sua trasmissione intergenerazionale, alle strategie per evitarne la morte, e lo fanno anch’essi “senza nessuna particolare mostra di sé”. E’ la famosa foresta che cresce in silenzio.
Capisco che questa è una questione che fa rodere il fegato a molte persone. Sicuramente la questione andrebbe sviscerata, approfondita, dibattuta, sezionata e chi più ne ha più ne metta.
Siccome però io ho anche altre cose da fare, oltre a scrivere sui blog, per quanto mi riguarda la questione si conclude qui.
A me non interessa convincere nessuno, tantu su fogu est currende a sa sola.
Saluti cordiali e amenità.
Lingua Italiana? Spiacenti tutti; la lingua italiana non esiste e mai c’è stata. Mai è esistita. Esiste la ricchezza dei dialetti [...] Io dico bimbo o bambino e lo sfido a S’Istrumpa, gli getto pure l’anka a s’archile e così lo stendo per terra, colui che si azardasse di obbligarmi a dire bebè, piccino, piccolo, frugoletto, pupo, bimbetto, pargoletto, pargolo, bambinello, fantolino, creatura, marmocchio, bamboccio, fanciullo, ragazzino, ragazzetto, moccioso [...]
Dico nubile e rispetto colui che dice signorina. Dico nonno e rispetto chi dice nonnetto e quell’altro che dice nonnino. Dico babbo e altri dicono papà…
Dico azardasse e non azzardasse, zzoccolo e non zocolo, rozo e non rozzo, ssiame e non sciame, nonnetto e non nonneto …
Si sa professoressa Lorinczi imbetzes de achicare su fogu de sos issollòrios, nos aiat ispiegadu sa diferèntzia intre limba e dialetu (in sotziolinguistica) macari bi balangiat unu pagu s’arrèsonu.
Ma datu chi issa tantu non lu faghet, forsis pro Mariu Nanni e su restu, podet èsser de agiudu custa intervista a Sergio Maria Gilardino, professore in limbas e literatura germanicas (Bocconi), dotoradu in limbas e literatura romanza (Hardvard), professore de limbas e literatura comparata (Montreal), dae pagu torradu in Piemonte pro traballare cun sa limba provenzale. Chi custas cosas las acrarat bene
http://www.divshare.com/download/14528944-db3
Pro su chi pertocat su standard gràficu, deo, cando m’agradat, iscrio
mugere e lego [mutsere]
fìgiu e lego [itsu]
chìgiu e lego [kitsu]
lìgiu e lego [litsu]
mègius e lego [metsus(u)]
ògiu e lego [otsu]
pìgiu e lego [pitsu]
Comente si faghet?
Bastat de lèghere su sardu a sa sarda, no a s’italiana.
Un grazie molto sincero alla garbatissima Marinella Lorinczi che senza neppure conoscerla mi sono preso il lusso di chiamarla “cara Marinella Lorinczi ti rispondo al volo”. ti rispondo al volo! ti rispondo al volo!! l’ho scambiata per una delle tante carissime amiche blogger dove il “ti rispondo al volo”, contiene in se un rispetto della persona enorme(punto) sono convinto che Marinella Lorinczi, diversamente da Gianfranca Piras (che comunque saluto) si è resa conto che gli sportelli linguistici (s’isporteddu!) non mi hanno per niente traumatizzato, ma molto divertito. per me difatti è un divertimento difendere a gratis, con racconti, scritti, ironie, interventi il proprio dialetto, mentre trauma grande è arrovellarsi il cervello per costruire una lingua che non c’è, peraltro in una regione dove regna sovrano il detto delle chentu concas chentu berrittas, e pretendere pure rubinetti aperti della P.A. (vorrei che i liberali del consiglio regionale facessero qualche ricerca sugli sborsi per s’isporteddu), per costringere addormentati e forse anche imbranati amministratori comunali a scrivere delibere oppure ordinanze nella nuova lingua, che è diversa, stonata e sgraziata dalla lingua madre. ne ho visto qualcuna, tempo fa, e mi sono fermato, molto ovviamente divertito, nel leggere uffissiu dove io dico (che vi piaccia o no) uffiziu ed ho subito rappresentato all’estensore, anzi all’estenditrice, il mio stupore. tu, cara dottoressa, avevo scritto, meriti di avere il lavoro, quindi il pane assicurato, com’è giusto che sia, ma non storpiando la mia lingua. segui i miei consigli; diventa difenditrice anche del tuo dialetto, così se scrivi una delibera del mio comune usa l’oroseino. se non lo conosci, rallenta l’entusiasmo linguistico e fai scrivere le delibere al primo contadino locale che ti passa per strada. resteremo più amici di prima. non mi risultano altre delibere scritte in limba di postitza, oppure se le hanno scritte si vergognano persino di farle leggere. per tranquillizzavi, amo follemente la mia Isola, sono appassionato dei suoi canti, del suo folclore, delle sue musiche che spesso inserisco nei miei post, che sono rivolti anche ai “continentali”. se poi lo desiderate, vi posso postare qualche racconto, scritto in limba (ne scrivo anche in italiano, a scelta), ossia scritto nella scrupolosa osservanza della “mia parlata”. visitate il mio blog, molto impegnato in difesa della decenza della politica e dello “status” del cittadino, che non diventi suddito.
saluti
mario nanni
Caro Mario Nanni (Maralai), grazie. Ci dai così l’opportunità di rimarcare di nuovo la fioritura di neofans della neolingua sarda, cresciuti durante gli ultimi pochi anni nel vivaio concimato con finanziamenti regionali e rigogliosi all’apparenza ma con radici debolucce per cui hanno bisogno continuamente di tutori ai quali abbarbicarsi (ai cosiddetti tecnici a noleggio delle politiche linguistiche). Purtroppo questo fenomeno, non affatto originale come insegna l’illustre prof. doct. ing. T. Kranz insieme con altri, nasconde parzialmente il fatto che accanto a loro ci sono e ci sono stati i veri e disinteressati estimatori, cultori, sostenitori, ricercatori delle varietà linguistiche di Sardegna e di quanto le concerne, che da decenni se ne stanno occupando senza nessuna particolare mostra di sé, del tutto spontaneamente e naturalmente, per mestiere o per passione. Sbagliando alle volte anche loro, litigando magari, come succede. Vi includo coloro che hanno partecipato all’inchiesta sociolinguistica coordinata dalla prof. Anna Oppo (non emerita prof. ma eminente prof. visti i risultati): non si sono guadagnati nemmeno una presentazione decente!
Scrivo per rispondere alla professoressa Lorinczi. Apprezzo sempre la pacatezza dei suoi interventi ma su varie cose non mi trovo d’accordo, e in modo particolare quando dice che gli operatori linguistici “son dovuti venire ai ferri corti con la LSC sperimentale”.
Lavoro da vari anni nell’ambito della promozione della lingua sarda, e le assicuro che ai professionisti di questo lavoro è indispensabile avere uno strumento come lo standard. Provi a chiedere a qualsiasi operatore, e tutti le diranno che il nostro lavoro non può prescindere da uno standard grafico, pur con tutte le difficoltà date da uno standard perfettibile, a volte inadeguato e limitato. Ogni giorno ci scontriamo con la mancanza di strumenti di riferimento, e non mi si dica che esistono decine di vocabolari e grammatiche perchè sfido qualunque professore a far bene il suo lavoro quando ogni vocabolario ha un modo diverso di scrivere la stessa parola.
Sono campanilista quanto ogni Sardo, e proprio per questo so quanto è difficile trovare un compromesso fra le varie parlate locali, in mancanza di una norma di riferimento scritta.
Aggiungo, per esperienza personale, che anche all’interno di una comunità che parla la stessa variante a volte è difficile trovare un accordo di scrittura, se manca una norma super partes.
Leggo commenti di ogni genere su questa fantomatica “lingua” comune che assassinerebbe le varietà locali, e solitamente chi li fa ne parla per prese di posizione preconcette.
Sono consapevole del fatto che l’argomento “lingua sarda” tocca i nervi scoperti di molte persone. E’ normale che sia così ed è giusto che ciascuno abbia il diritto di esprimere il proprio parere, ma come in tutti i lavori sono poi le persone che ci si sporcano le mani che possono dire se una innovazione è buona oppure no. Altrimenti io sarei la prima a dare consigli ai medici su come curare varie patologie.
Voglio sfatare qui anche un altro falso mito riguardo all’unificazione grafica della lingua sarda. Ho lavorato in quasi tutta la Sardegna, e posso garantire che non è vero che la gente è contraria ad una scrittura standardizzata, una volta che capisce a che cosa serve e in quali ambiti è necessaria.
Purtroppo ci sono ancora molte persone disinformate, questo sì.
Infine, riguardo al commento fatto da Maralai, mi chiedo quali terribili esperienze abbia mai avuto per essere così traumatizzato dagli sportelli linguistici. Nessuno le toglie la possibilità di comunicare parlando la sua lingua, stia sicuro, e se qualcuno glielo ha fatto credere lo ha fatto sicuramente in mala fede.
Cara Marinella Lorinczi, ti rispondo al volo. sai perchè ti rispondo al volo? perché mi dai l’opportunità di ricordare il rimbrotto scritto all’assessore alla cultura (mica al traffico o alla nettezza urbana!) del mio comune -ragazzo simpatico, militante nei Rosso Mori, ma prima con sardigna natzione”) che tanto, sulla rete, sponsorizzava “‘s’isporteddu limbisticu cumonale”. isporteddu? avevamo iniziato la discussione proprio da qui: da s’isporteddu, anzichè da s’isportellitu. più altre perle linguistiche più vicine allo stupro dei ns dialetti che alla loro valorizzazione. l’ho spuntata io. il giovane assessore, peraltro amico di famiglia, s’è arreso sostenendo che lui con i dialetti (mentre conosceva alla “perfezione” il catalognese, il catalano e quello dell’irlanda che adesso mi sfugge, ma non il suo. l’avevo battuto ko. quindi lo slogan: giù le mani dai nostri dialetti. perchè la lingua sarda non esiste; se fosse esistita non ci sarebbe mai stata la necessità di costruirla artifitzialmente a spese di Pantalone. ossia costruirla di postitza, pasticciando di brutto quelle vere perle linguistiche che sono i ns dialetti.
saluti (visita il mio blog, ora impegnato a concorrere nel ristabilire la decenza della politica sulla manovra salvacasta).
mn
Gentile Maralai, vorrebbe raccontarci la sua esperienza con gli sportelli linguistici che ha avuto occasione di frequentare? Sarebbe per noi tutti molto interessante.
A proposito di questo tema, segnalo un mio commento su Sardegna Quotidiano di oggi: http://www.cagliarifornia.eu/2011/07/un-mio-commento-su-sardegna-quotidiano.html
A me risulta proprio indigesto leggere tutte queste polemiche fatte in presenza della nostra lingua moribonda. Attendo impazientemente che qualcuno dimostri di voler lavorare po ‘attire sa limba sarda a iscola.
Gentile Sign. Michele Pinna, o Camillo Bellieni, o Pierre La iata, mi dispiace davvero non poterla conoscere di persona. Penso, infatti, che Lei sia un signore simpatico, ironico, per nulla astioso o permaloso e certamente un affermato e raffinato intellettuale del sardismo turritano-costerino. Dai suoi testi, che trasudano umiltà e leggerezza, tutto ciò si evince senza fraintendimenti di sorta. Lo ammetto. Credo altresì che Lei sia un conferenziere consumato, di capacità provata e soprattutto che il suo sconfinato amore per la cultura e la lingua sarda lo abbia in tutti questi anni condotto a concedersi disinteressatamente, gratis et amore Dei, all’adorante folla di discepoli desiderosi e impazienti di ascoltare, durante le attese visite pastorali, i suoi distillati sapienziali (naturalmente in sardo). Mi sono informato e ho constatato che davvero la fama La precede. In più, come San Francesco, si è spogliato di tutte le sue ricchezze. Non dirige nessun istituto di pseudo-studi sardi (come fanno certi discutibili professoroni italioti), non ha mai usufruito di finanziamenti regionali (anzi li ha respinti con sdegno) e soprattutto non ha mai voluto fare (come invece osano taluni sfrontati) il giro delle sette chiese per mendicare pseudo titoli accademici da esibire in sede di partito per folgoranti carriere politiche. Chiedo quindi venia per essermi oltremodo invelenito, per essere stato lezioso e per non aver saputo apprezzare neanche un po’ (e non “pò”, come scrive Lei, Sign. Michele Pinna, o Camillo Bellieni, o Pierre La iata) la bontà e l’ironia del simpatico interlocutore. Io che sono un sardista e “latrinista” flagellante da sempre, da ora in poi mi chiederò con tormento: “qui prodest”? Aiuto.
PS: all’esimio Prof. Kranz, la seconda che ha scritto: mosca sarda molto vorace.
…”la lingua sarda e le alloglotte vengano introdotta nelle scuole a partire dalle scuole materne e nelle particolarità di ogni comunità approdando a sintesi standard quando sarà possibile, utile e condiviso”. Lingua sarda? Spiacenti tutti; la lingua sarda non esiste e mai c’è stata. Mai è esistita. Esiste la ricchezza dei dialetti: il baroniese, il barbaricino, il logudorese, su casteddhaiu e così via. Esiste invece un flusso di danaro per stuprare i nostri dialetti. Un flusso di soldi e un manipolo (nel senso civile del termine) di pretendenti intellettuali dispiegati per costruire la lingua sarda artificiale, disumanizzante, ridicola e persino indigesta. Una lingua artefatta, una lingua di postitza. Scandaloso che si continui a ritenere indispensabile la lingua di postitza per l’asserita necessità di poter comunicare anche tra di noi: l’oroseino con il calangianese, il bittese con il rione sud di Quartu sant’Elena. Si comunica benissimo parlando ognuno di noi con il dovuto rigore anche fonetico con la propria lingua che non è quella sarda, ma quella che sa esprimere con la lingua madre (altro ch lingua sarda!) che è il proprio dialetto. Giù le mani dai nostri dialetti, vera ricchezza linguistica da esplorare, approfondire con la dovuta onestà intellettuale e istituzionale e difendere anche, o soprattutto attraverso il coinvolgimento della scuola. Da difendere, non da stuprare e ridicolizzare. Forse che io non mi sento sardo? Scrivo anche racconti ma nel rigoroso rispetto del mio dialetto, l’oroseino, diverso dal nuorese e persino dai dialetti dei comuni vicini della baronia. Io dico muzere e non voglio (lo pretendo) che nessuno mi obblighi a dire mugere. Ma non voglio che ne pure si occupi o si preoccupi specie se a carico di Pantalone sardo. Dico pizzinnu o pizzinneddu e lo sfido a S’Istrumpa, gli getto pure l’anka a s’archile e così lo stendo per terra, colui che si azzardasse di obbligarmi a dire pipiu o piseddu. Dico vacchiana o vacchianedda e rispetto colui che dice bajana o bajanedda. Dico mannoi e rispetto il bittese che dice manneddhu e quell’altro che dice nonnoi. Dico babai e altri dicono babbu. Fizzu e non figgiu. Travallu e non traballu. Dico entrata e non intrada. Issita e non issida o bessida. Dico capitanni e non cabudanni. Cumpresu? La cosa più assurda è che si vuole pretendere di diffondere una lingua che non c’è usando una che c’è, come l’italiano che almeno non stupra i nostri dialetti. Toglieteliimmediatamentequeiridicolisportellilinguisticidainostricomuni! Se vogliamo comunicare con la ns lingua, con la lingua madre e figlia della nostra identità, prego, caru Mario Carboni; inizia con la tua lingua. Giuro, metto la mano sul fuoco che è dissimile alla mia. E per questo sono portato a rispettarla e difenderla ancora di più. Anche col cuore e non soltanto con la mente.
Salutoso (e non saludoso).
mario nanni
http://www.maralai.ilcannocchiale.it
Va bene Elvezio sono d’accordo. “Cortocirquito” è proprio imperdonabile. Accetto la lezione e l’ironia. Ora attendiamo le cose serie.
Adesso io vorrei dare contributo di qualità e sottolineo che è importante anche cinesica sarda: protrusione di labbra, inclinazione di sopracciglio, uso di mani ecc. ecc. fanno parte di comunicazione in sardo. Quello che io dimostro è che per esempio donna svedese che parla in sardo non ha cinesica sarda, dunque è come pesce in scatola.
Anche io ho pronto filmino:
http://www.youtube.com/watch?v=i92tjowcM-M
Parole sono italiane, ma cinesica di relatrice è sarda.
Prof. Dott. Ing. Tadeus Kranz – Università di Siligo del Brandembrugo
Analizzando le situazioni di conflitto verbale tra coniugi, i linguisti, sociolinguisti, psicolinguisti, analisti del discorso, psicologi, insieme o separatamente, hanno rilevato che la strategia principe per tentare di averla vinta consiste nello spostare la discussione dal problema ossia dall’oggetto, sull’interlocutore-avversario, per irritarlo, provocarlo, fargli perdere l’autocontrollo, per insultarlo o per screditarlo davanti a terzi. Banale, semplice, frequente, spesso efficace. Un giudice divorzista ne apprende certamente molto sul carattere e sull’etica dei contendenti. Questo a proposito del ‘latinorum’ di QUI/CUI sopra, perché la tecnica è dovunque applicabile se non altro come ultima risorsa. Fa parte anche dei cosiddetti insulti ritualizzati, quando tra bande si combatte a parole per evitare lo scontro fisico.
A proposito invece delle forzature ed imposizioni in materia di uso linguistico, vi propongo un filmato edificante; quando l’ho visionato, mi ha procurato una sensazione di disagio incredibile. Premetto che sono particolarmente sensibile ed attenta alle atmosfere di tensione, di frustrazione e di disagio che si creano quando si vuole sfruttare la presunta incompetenza linguistica di qualcuno, quando lo si vuole mettere, anche inconsapevolmente, in una condizione di subalternità o di soggezione linguistica; forse perché, essendo passata nella mia vita attraverso tante lingue, a turno dominanti e poi declinanti, e sempre da capo, sono diventata allergica al fenomeno dello spaesamento linguistico indotto da altri. Cari miei, chi non sa il sardo, non deve vergognarsene. E’ successo e basta. E non deve nemmeno fornire spiegazioni o autocertificazioni ora che il sardo è politically correct, proprio perché la fenomenologia della competenza linguistica è assai complessa e mutevole, soprattutto nelle situazioni di plurilinguismo collettivo ed individuale. Lasciamo perdere l’argomento della lingua italiana colonialista e antiidentitaria, sempre che sia applicabile (l’italiano è presente in Sardegna dall’XI secolo, con capacità di influenza variabile), perché nell’Africa subsahariana le ex-lingue coloniali sono invece in moltissimi casi ufficiali, coufficiali, dominanti de iure o de facto, in una ragnatela di complessive relazioni linguistiche inimmaginabili per noi europei.
Ho assistito qualche volta a rimproveri insieme da maleducati e da tonti, da parte di persone più anziane verso giovani, oppure da autorità (assessori alla cultura) verso altri giovani, perché questi parlavano poco/male/non affatto, il sardo. Come se si trattasse di cattiva volontà o di alto tradimento, della patria, per intederci. Se è lecito e bene invertire la tendenza di obsolescenza linguistica, non sono questi metodi bacchettanti a invogliare, perché appunto si sposta il discorso dal fenomeno su cui intervenire sulle persone, colpevolizzandole ingiustamente.
Ora il filmato. Buona visione. Nota: degno d’interesse l’atteggiamento, fisico e linguistico, del rettore Mistretta. Tutti sappiamo che lui il casteddaio lo conosce, come tutti i maschi della sua generazione e anche più giovani, se non altro perché hanno avuto a che fare per mestiere, come ingegneri, con operai dell’edilizia.
19.12.08 , rubrica “Lingua e cultura sarda”
http://www.regione.sardegna.it/j/v/13?&s=103566&v=2&c=392&t=1
L’onorificenza “Sardus Pater” è conferita al professor Antonio Cao
(filmato di cca 16 minuti) [intervengono Cao - Soru - Mistretta]
Dott. Renato Soru, governatore della RAS: inizia in italiano, al minuto 3,58 passa al sardo (campidanese) fino al minuto 9,40 (riassunto parziale del suo discorso: il sardo non è più considerato dalla gente come lingua normale quotidiana, usata dalle istituzioni, come lingua per le cose importanti; ora è però naturale premiare usando il sardo);
Prof. Antonio Cao, studioso di fama internazionale: minuto 9,45: inizia in sardo, al minuto 10,04 introduce “I’m [I am] …” (risate) continua in sardo, al minuto 10,35 passa ad un italiano molto più spedito dopo il suo sardo autodefinito “infelice”;
Prof. Pasquale Mistretta, Magnifico Rettore dell’Università di Cagliari: impassibile fino a questo punto, al minuto 13,38 inizia il suo intervento con “Vossignoria su presidente, almeno l’apertura” (e poi prosegue in italiano).
Tanti po aciungi linna a su fogu, si lassu su “link” a un’intervista mia chi est bessia pròpiu oi in “Il Minuto – Notizie Mediterranee” e chi fueddat giustu-giustu de custas chistionis:
http://www.ilminuto.info/2011/07/unintelletuali-impinniau-po-sa-lingua-sarda-intervista-a-ivo-murgia/
A àteras bortas
suvvia Pinna, non se la prenda, in fondo Ruiu & company le hanno lasciato passare il “cortocirquito” con la q. Non è questo il più bel segnale di una sana volontà di dialogo? Torniamo alle cose serie, per favore!
Gentile Franco Ruiu, ma potrebbe essere anche Giovanni Sanna o Pistis, confermo quanto ho scritto ed aggiungo che le confusioni le fa lei; me mi paiono, anzi, molto ben strutturate nella sua mente si da presentarla oltre che come velenosa, anche un pò ottusa.(Il veleno fa anche questi scherzi, se non uccide lascia segni pesanti. Si non bochit futuperiat) Nel mio “gioco linguistico” il “cui” latino, dativo,(bravo) è assimilato al “Qui” italiano, da me usato come sintagma di luogo. Come dire “Qui serve?” E Comunque, la differenza tra un dativo ed un nominativo,se questo la potrebbe rincuorare, ai miei tempi, si studiava tra la quinta elementare e la prima media. Frassica, che comunque ritengo un grande della comunicazione contemporanea, probabilmente, l’ha seguito, sicuramente, più lei di me, ma non ha imparato niente, invece, io si. (Me lo ricoonosce lei) Quando ero in calzoni corti e studivo il latino, in casa mia la televisione si guardava con parsimonia e noi ragazzi non oltre le 21. Tutto ciò che lei sig. Ruiu, Sanna, Pistis, mi attribuisce: “opinionista”,”mosca cocchiera” (nota espressionee gramsciana, usata dal pensatore di Ales, per definire i difensori d’ufficio del nulla, come lei) “massimo pensatore del sardismo turritano”. Ebbene si, lo confesso. Sono un insegnante di Filosofia e di Storia, in un Liceo. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. Sono anche un sardista, sardo, goceanino e turritano. Qualche conferenza, qua e la, la faccio, ma in sardo, (e aggiungo, gratis, se non affronto spese, altrimenti chiedo un piccolo rimborso per la benzina e le gomme, anch’io tengo famiglia)non in latino. Del latino,(o del latrino) magari se ne occupi lei e, come si chiama, la sua patrocinata, Maria Franca. Io preferisco giocare con il mio “latinorum” (stavo per scrivere “latrinorum”) per far ridere le persone grigie come lei. Le persone che fanno ridere, sono, senz’altro, migliori di quelle che fanno piangere. Lei fa piangere, punto. Rida, rida pure che le fa bene. Ma, mescamente,nella discussione,si attenga al tema. Consideri che stiamo parlando della lingua sarda non di quella latina. Si beva, inoltre, un bicchiere d’acqa con zucchero,o un buon sciroppo alla frutta, le addolcirebbe, forse, il veleno che le circola nelle vene. Qui serve sul serio. Direi, Qui prodest. Ci vedremo in campionato. E se crede organizzi un corso di latino telematico.
Genau, collega Lőrinczi.
Prof. Dott. Ing. Tadeus Kranz – Università di Siligo del Brandembrugo
p.s.: piccola preghiera a tutti di usare parole facili. Chi sono mosche cocchiere? Mosche che guidano calesse? O tipo di mosca sarda molto vorace?
Sono andato a leggermi l’articolo sul romancio segnalato da M. Lorinczi. Fatte le dovute differenze ambientali, le analogie sono impressionanti: visto che la RAS propone il caso dei Grigioni come modello di “successo” di un’impostazione di politica linguistica analoga alla sua, sarebbe il caso di cominciare a rifletterci un poco. Là il “successo” è consistito in un rifiuto generale della lingua standard (là la chiamano di polistirolo, qui di plastica, ma la sostanza è la stessa), divisioni tra i sostenitori della lingua, clamorosi pentimenti di standardizzatori in buona fede (da loro ci sono, a quanto pare) e così via. L’articolo merita di essere letto attentamente, lo aggiungo qui sotto per comodità degli interessati. Se poi qualcuno vuol prendersi la briga di tradurlo, meglio ancora, ma lo si faccia con il dovuto rispetto della grafia, evitando di massacrare quella della lingua sorella (italiana) come si è fatto con quella madre (latina),
A long-standing controversy about the standardisation of Romansh has broken out again with surprising virulence in canton Graubünden, where the language is spoken.
It has to do with the rival claims of the standard language and the five “idioms” or regional dialects. These are more than just dialects, because they are standardised written forms of the language which go back several centuries.
The standard language – Romansh Grischun (RG) – is being gradually introduced as a means of acquiring literacy in primary schools and seems likely to displace the idioms.
But opponents of RG as the language of instruction have now formed a lobby group called Pro Idioms.
Alexi Decurtins, an eminent Romansh lexicographer, delivered a fighting speech to the founding meeting of the group in the Surselva region in February. “Our idioms are cultivated languages open to every modern development. Their potential is superior to that of any artificial language,” he declared.
Pro Idioms was founded in the Engadine region late last year, then spread to Surselva. The association has a website, which of course is in two different idioms.
Meanwhile, many people who were initially enthusiastic about RG now have their doubts about the wisdom of making it the language of literacy in schools from day one, instead of introducing it at secondary level.
Even local politicians who voted for legislation paving the way for RG as the language of instruction are now having misgivings.
“Bastard” language
Romansh Grischun was introduced in 1982 by the Romansh League, the organisation that represents and coordinates the interests of the language and its speakers.
At that time RG was condemned by traditionalists as a “bastard language” which should not be imposed on speakers. It has remained controversial, to say the least.
In the intervening years, Romansh radio and TV (RTR) and the daily newspaper La Quotidiana have made use of RG alongside the traditional idioms. RG has also been adopted by the cantonal and federal governments as an official standard language for communicating with Romansh speakers.
The cantonal government clearly welcomed RG and saw it is an opportunity to save money, considering the cost of producing not only official forms and announcements, but also schoolbooks (for which it is responsible), in five different versions of Romansh.
As part of a package of legislation reducing government expenditure, the cantonal parliament agreed in 2003 to publish schoolbooks and other instructional materials in RG only.
This meant that RG would inevitably become the language for acquiring literacy in Romansh schools.
Pros and cons
But under law, the local communes (towns and villages) have the authority to decide what is to be the language of instruction in their schools. Some communes, lauded by the government as “pioneers”, have adopted RG and implemented it, but many others seem to want to retain their idioms as the language of literacy.
If a new generation of young Romanshes from the Surselva to the Engadine learn to read and write in RG, they will be able to communicate with one another in a unified way for the first time in history.
On the other hand, they may no longer be able to read the literature written by previous generations (including current works of literature), and the idioms in their written form will quite likely disappear.
The leading spokesmen for RG like Bernard Cathomas, former head of the Romansh League and RTR, have been repeating their usual arguments emphasising the “innovative” and “dynamic” character of the new standard and of those who embrace it.
Clà Riatsch, professor of Romansh at Zurich University, and a defender of linguistic particularism in his native Engadine, satirises this kind of talk as “styrofoam”.
To many grassroots Romansh speakers, RG is really a “styrofoam” language with no emotional appeal – not the “language of the heart”, a term which speakers often use to refer to Romansh.
Seeking compromise
The “idiomists” as they are now called, see the advancement of RG in schools as a conspiracy by the cantonal government and the Romansh League to flout democracy.
The government’s new minister of education, Martin Jäger, and the Romansh League say they are now seeking a compromise – though how much they are willing to concede to the idiomists is a moot point.
“Romansh speakers who understand the political situation in this canton know themselves that the demand to create school materials in all the idioms again is politically just not realistic,” said Jäger in a recent interview with La Quotidiana.
On the positive side, the current raucous debate shows that Romansh speakers, often accused of apathy by language activists, do care passionately about their language and its future.
Martin Mathiuet, director of adult education for the Surselva region, observes wryly: “the main point now is that so many people are so committed to Romansh and getting so involved. We haven’t seen that before.”
Ho cercato di ricordare come si è arrivati a parlare pubblicamente del progetto dell’Università di Sassari e dei contrasti tra Sassari e Regione (o, per l’esattezza, non la Regione nella sua totalità, ma il Servizio lingua e cultura sarda, la cui ‘mission’ – come si dice barbaramente oggigiorno – dovrebbe essere rivolta alla lingua sarda e non per carità alle altre lingue di Sardegna, non so se avete badato al senso della denominazione; teniamolo presente per il futuro). Così si è formulata da sé anche la domanda: come mai non si è parlato mai del progetto dell’Università di Cagliari, per lo meno come mai non c’è stata la curiosità generale di conoscerlo. Io ce l’ho, il progetto, ma chiaramente non spetta a me divulgarlo. Tra l’altro non ne faccio parte. La mia competenza di sardo è solo ricettiva (come per tanti Sardi, sono quindi in buona compagnia). E non mi metterò certamente ora ad esibire quelle poche frasi indicanti, soi-disant, inserimento, ammiccamenti tra pari, e altre cavolate del genere. Son perciò curiosa anche di vedere come si terranno corsi professionalizzanti di ore e ore in buon sardo da parte di persone che hanno competenze dormienti o sopite o giù di lì. Proprio per questo, nelle fasi incipienti di revitalizzazione si agisce in gruppo o in coppia, completandosi e istruendosi a vicenda. Oppure si accetta il dialogo bilingue, dove uno magari parla bene il sardo, l’altro invece è un professionista. E il famoso CLIL lo si sviluppa collettivamente, come avviene peraltro anche negli interscambi monolingui. Il famoso CLIL è un’altra mezza, con permesso, cavolata.
Dunque, ricostruendo un po’ i ricordi e ricontrollando, il terreno di coltura delle discussioni e delle valutazioni intorno al solo progetto di Sassari (perché quello di Cagliari sarebbe ineccepibile), è un blog personale e privato caratterizzato da un eccesso di incontinenza emotiva, come si evince anche dalle figure che accompagnano ogni esternazione, le quali spesso calzano con quello che è prudente non dire ma solo dar da intendere. Ma quest’aspetto, che lascio ad altro tipo di analisti, non nasconde il fatto che tempo addietro si sono affrontati anche temi che potevano essere noti soltanto a chi, in veste ufficiale, partecipava allo scambio di opinioni e di documenti tra Sassari e il Servizio. Finché non ci sono state le dichiarazioni ufficiali e pubbliche di Sassari, da dove provenivano le informazioni commentate pubblicamente in un blog personale? Tant’è che sono stati questi commenti ad accendere le polemiche, altrimenti tutto si risolveva tra le due parti con minor danno per entrambe.
Il danno eventuale subito, invece, da un precario di lusso di tale Servizio, il quale Servizio ha erogato anche sovvenzioni per numerose missioni ed incontri nonché per pubblicazioni (in una misura che noi all’università ce la sogniamo), è già stato chiarito dalla signora Marianna che è relativo e rimediabile perché all’origine si tratta di un distacco. Tra le puntualizzazioni elencate da Paolo Maninchedda, che evidenziano una certa disomogeneità di importanza (a mio avviso, s’intende), avrei inserito piuttosto il danno subito dalle/dai giovani che hanno sperato (o si sono illusi) di poter diventare operatori linguistici a tempo pieno ed indefinito, nel loro paese, usando la propria varietà e migliorando così le proprie capacità linguistiche, e invece son dovute/i venire ai ferri corti con la LSC sperimentale e il suo rappresentante regionale (o i suoi rappresentanti regionali) dagli atteggiamenti molto meno sperimentali. Ci avrei incluso anche il danno soprattutto politico e di immagine subito dalla Regione, derivante dalla promozione forzata e maldestra della LSC a lingua standard. Se quest’ultimo problema fa parte di una politica linguistica dirigista portata avanti dalla Regione, rappresentata per tale tematica dal suddetto Servizio, una siffatta politica linguistica è più che esposta alle critiche provenienti dalla società civile, non soltanto dagli universitari. Più in generale, è prerogativa dell’intera comunità interessata intervenire nelle scelte di politica linguistica che attualmente va veicolata anche attraverso la scuola. Come dicevano da Sassari, si deve imparare anche dai semi-fallimenti come quello romancio (http://www.swissinfo.ch/eng/culture/Romansh_speakers_rebel_against_standard_language.html?cid=29637410; 6 marzo 2011).
E per interloquire col Prof. Dokt. Kranz, io parlare completamente a gratis, ora come nel passato.
Ah, piccoli amici sardi, devo proprio spiegarvi tutto io. Anche questa università di Sassari… Ultima volta però che spiego!
Ma insomma, io faccio piccolo esempio. Noi in Brandembrugo abbiamo inventato giostra di calcio in culo, quella che si gira su sediettine piccole piccole, si vola in alto in alto, quello di dietro tira calcio in culo a quello di davanti e quello prende bandierina messa in punta di casino. Ogni tanto qualcuno si scatafracella in suolo, ma chi se ne frega. Dopo qualche morto giostra è diventata illegale in Brandembrugo, ma nel frattempo inventore si è arricchito. Poi qualche altro ha portato giostra di calcio in culo in suo paese e così da capo. Credo che adesso la usano solo in qualche paese di terzo mondo. In fondo ne muoiono molti di più per inquinamento che per giostra di calcio in culo!
Capito insegnamento? Qualcuno da qualche parte si inventa business di lingue minoritarie, scopre che si possono fare i soldini, finché dura. Qualcuno copia da un’altra parte e via: fin quando gente non si accorge… e capisce che parlare lingue è gratis!
Strepitoso l’esercizio di alto equilibrismo linguistico di Michele Pinna per mascherare il suo latinorum. Esilarante. A proposito di parola mendace e di dissimulazione disonesta, come ha efficacemente scritto Dino Manca, l’impudente Pinna si è esibito, con la leggiadrìa di un elefante, in un intorcinamento dialettico e retorico degno del miglior Frassica. Confonde il nominativo col dativo (e viceversa) e, impermalositosi per la giusta osservazione simpaticamente espressa da Franca Maria, guardate come, senza arrossire, giustifica la scivolata: “è un semplice gioco linguistico (che mi sono voluto permettere confidenzialmente) basato sull’assimilazione tra “cui” e Qui” resa possibile, nel parlato,ma anche nello scritto, dall’ottundimento dell’accento e, a dispetto della differenza grafica, tra le due occlusive che, nella voluta collisione semantica tra due sintagmi differenti per appartenenza linguistica,producono un clic, un cortocirquito…”. Da restare basiti. Cosa vuol dire? Ci sarebbe da ridere se non fosse che il noto “opinionista” insegna in un liceo (capiranno i ragazzi?) e, soprattutto, da tempo si propone in ogni dove e con la baldanza della mosca cocchiera, come il massimo pensatore del sardismo turritano. Aiuto.
Signor Biolchini,
come forse lei saprà, le pubblicazioni scientifiche sono valutate in base all’impact factor. Ammesso e non concesso che “Sa chistione mundiali de s’Energhia” sia un lavoro non infarcito di italianismi e anglismi con la -u finale, con una sintassi scopiazzata dall’italiano ecc. ecc., sarebbe interessante sapere quale beneficio ha portato alla comunità scientifica mondiale: tradotto, vuol dire “chi è che lo cita nel mondo”? Se non ha lo scopo di essere citato nel mondo, allora è solo un lavoro in sardo, perché lo scopo di ogni pubblicazione scientifica è quello di partecipare a un dibattito il più ampio possibile, e oggettivamente oggi non lo si può fare in sardo (e sempre di meno lo si può fare in italiano). Insomma, riferendosi a quel lavoro lei non dimostra niente: non può neppure dimostrare che abbia fatto del bene al sardo.
Quando lei fa questi discorsi, secondo me li fa con enorme superficialità e anche presunzione, e fra l’altro è pure parte in causa, perché prende finanziamenti dalla Regione per trasmissioni in sardo, come lei stesso ha scritto onestamente da altre parti. A me il discorso di Mastino è sembrato serio, anche perché alla fine si dice disposto a rinunciare ai fondi della Regione, se questo significa dover fare compromessi per ciò che riguarda la dignità scientifica della sua Università. Non dice poi che il sardo non esiste (dice che lo parla): dice che al momento è velleitario voler parlare di tutto in sardo. Non so se lei abbia fatto studi classici: crede che il latino abbia creato dall’oggi al domani una terminologia filosofica? Ha un’idea sia pure vaga di cosa voglia dire produrre la terminologia in un certo settore (mettiamo la chimica) in una lingua che ne è priva? Crede che si possa dire “sa molecola”, “su bariu”, “su plutoniu”, “su stronziu radiattivu” ecc., prendendo tutto dall’italiano e massacrando il sardo?
La invito quindi ad approfondire, a leggere meglio e a cercare di capire il senso delle parole altrui, perché altrimenti è solo ideologia.
[...] blog di Paolo Maninchedda sono intervenuto per commentare la prima di queste osservazioni, che a me [...]
Brava Franca Maria ma avrebbe fatto prima, magari, a tradurre “prodest” in italiano e avrebbe trovato la soluzione al problema: “Qui serve?” o “Qui giova?” anzichè pensare,necessariamente,”cui prodest?” “a chi serve?”.
È un semplice gioco linguistico (che mi sono voluto permettere confidenzialmente) basato sull’assimilazione tra “cui” e Qui” resa possibile, nel parlato,ma anche nello scritto, dall’ottundimento dell’accento e, a dispetto della differenza grafica, tra le due occlusive che, nella voluta collisione semantica tra due sintagmi differenti per appartenenza linguistica,producono un clic, un cortocirquito che lei, Franca Maria, sottolinea con la matita blu, come un errore (“arratza de latinu!”) ma che, comunque, è servito a richiamare la sua attenzione; me ne rallegro. Vede, questa è la relatività delle cose:Ciò che per alcuni è un errore per altri può essere un gioco. Se avesse voluto, però, correggere qualche errore avrebbe potuto farlo con “scientificca”, “formaziione” e forse, anche, con qualche passaggio sintattico dettato dalla fretta che, normalmente, si ha quando si scrive in un blog. Spero, comunque, che il mio latino, a suo dire, non di razza, non abbia compromesso il significato sostanziale del mio intervento.
Cui prodest! A razza ‘e latinu!
La posizione di Paolo Maninchedda mi pare che getti un pò di luce e di speranza intorno alla questione dei corsi di formazione degli insegnanti di sardo che l’Università di Sassari avrebbe dovuto attivare da tempo e che, invece, ancora, non sono stati avviati.
Le date esposte da Manca non mi pare che rispondano, proprio, al vero. Da un normale accesso agli atti, che qualunque cittadino potrebbe fare, non risulterebbe né alcun progetto presentato dall’Università di Sassari, fino al settembre 2010, né alcun carteggio in merito tra l’Università e la Regione, se non due lettere, una del settembre 2010 ed una dell’aprile 2011, a firma del direttore del servisio lingua sarda della RAS, dottor Giuseppe Corongiu, in cui, sia nella prima che nella seconda, s’invita l’Università di Sassari a presentare un progetto in linea con le direttive del Piano triennale 2008-2010. Un normale atto d’ufficio che qualunque funzionario, onestamente e corretamente,credo, avrebbe fatto.
A riprova del fatto che il progetto è ancora da fare, un gruppo di docenti dell’Università di Sassari e due funzionari della RAS dovranno incontrarsi per raggiungere lo scopo. Ma chiedo a Dino Manca: l’Università, per redigere un progetto di formaziione linguistica,benchè di lingua sarda, dovrebbe aver bisogno di essere affiancata da due funzionari della Regione? Corongiu o non Corongiu, quando mai un ex professore di Liceo, oggi ricercatore universitario, non è in grado di fare un progetto, pure sperimentale, seguendo il metodo CLIL? E che sarà mai questo CLIL! Quando un docente di Filologia italiana, come lo è dino Manca, fa lezione ai suoi studenti, non usa forse l’italiano come lingua veicolare e dunque il metodo CLIL? Capisco che farlo in Sardo è un’altra cosa: manca l’abitudine, manca l’eserciizio, manca l’intenzione politica. Ma iniziare a farlo potrebbe essere l’occasione, anche, per costruire un lessico, una prosa didattica,un protocollo etc. etc. Risponderebbe, anche, al programma dell’Araolla (se mai gli intellettuali sardi potessero condividerlo) “de magnificare, et arrichire sa limba nostra sarda dessa matessi manera qui sa naturale insoro tottu sas naciones dessu mundu hant magnificadu e arrichidu…” (non è in LSC Corongiu non ce ne voglia)O forse non sarebbe scientifico fare questo?
Caro Dino, mi permetto di chiamarti amichevolmente cosi, perchè per qualche anno siamo stati colleghi allo “Spano” ed ho anche stima di te e della tua produzione scientificca,ma era il caso di fare tutto questo casino? Qui prodest? A nos bider sanos
[...] tantas ateras trasmissiones in sardu, so cuncordu in totu su chi narat Vito Biolchini in su blog de Sardegna e Liberta’, a cummentu de su documentu de s’Universidade de Tatari pro sa politica linguistica de sa RAS [...]
Ottimo l’intervento di Dino Manca e vorrei sottolineare che Corongiu non ha perso nessun lavoro visto che lavora al comune di Quartu e si trovava in distacco in Regione e il suo stipendio è costato (e forse costerà ancora) a noi contribuenti oltre 100.000 euro l’anno. Cose dell’altro mondo!!!
l’art. 8 comma 3 della L.R.31/98 stabilisce che :
3. Ai dirigenti dell’Amministrazione e degli enti spetta l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi, compresi tutti gli atti che impegnano le amministrazioni verso l’esterno, nonché la gestione finanziaria, tecnica e amministrativa, ivi compresi i procedimenti gestori di cui al capo II e all’articolo 61 della legge regionale 5 maggio 1983, n. 11, mediante autonomi poteri di spesa, di organizzazione delle risorse umane, strumentali e di controllo. Essi sono responsabili in via esclusiva dell’attività amministrativa, della gestione e dei relativi risultati.
Caro Paolo
in vari interventi su questo blog, molto documentati, si afferma una cosa abbastanza grave che riguarda il corretto utilizzo di fondi pubblici da parte di un altro ente pubblico. Bene, di cosa potrebbe trattarsi? Danno erariale? Reato penale? O semplice sciatteria amministrativa.Bo!
La Legge impone ai funzionari pubblici di denunciare ogni fatto che possa ravvisare un reato, anche quando non sia individuata la persona alla quale il reato è attribuito (artt 331 codice procedura penale e 361 codice penale).
Al tempo stesso, se non la vogliamo fare così tragica, l’art.8
comma 3 della L.R.31/98 stabilisce che:
<>
Sono quindi i dirigenti sono i veri e propri dominus dell’attività amministrativa, che spetta ad essi in via esclusiva.
Non possono in alcun modo mettere la testa sotto la sabbia altrimenti facciano un altro mestiere!
Le denunce però si fanno, non si ventilano per interposta persona, aspettiamo quindi questo passo doveroso ed in tal caso saremmo tutti dalla parte dell’onesto funzionario.
Per Franca Maria: infatti facciamo trasmissioni in sardo anche non finanziate! Ma ti risponderei: si spendono soldi per i media per lo stesso motivo per cui si spendono soldi per le scuole e si finanziano le università. Vogliamo promuovere la lingua sarda a costo zero? Proviamoci e vediamo cosa succede.
Mi sembra che si stia perdendo un po’ la bussola. Se la lingua sarda ha bisogno di essere introdotta nei media regionali per portare avanti una politica linguistica condivisa, è necessario fare degli investimenti.
Per quanto riguarda poi il mercato: secondo lei in Sardegna esiste un mercato pubblicitario? Lo sa che, secondo uno studio della Fondazione Rosselli commissionato dalla Regione, nel 2006 le testate del gruppo Unione e La Nuova Sardegna assieme rastrellavano l’85 per cento delle risorse sul mercato?
Ma qua stiamo finendo fuori tema, e me ne scuso.
Signori, io ho sempre parlato della questione della lingua in questo blog e mai in sedi istituzionali. Il motivo di questa scelta sta tutta nella volontà di produrre un confronto e non uno scontro fine a se stesso. Mi pare ci siano tutte le condizioni perché si arrivi ad una soluzione condivisa, magari intorno ad un tavolo assessoriale. Provo a fare il peace-maker: 1) l’Università di Sassari non pretende di dettare la politica linguistica alla Regione Sardegna; la Regione Sardegna non pretende di dettare la politica accademica e culturale all’Università di Sassari; 2) il dibattito scientifico e culturale è positivo e deve continuare ad accompagnare tutte le sperimentazioni; il mono-ideologismo dogmatico è dannoso; 3) il metodo Clil è un buon metodo; 4) l’applicazione del metodo Clil nella scuola è più semplice che nell’università; 5) l’applicazione del metodo Clil nell’Università comporta, nel reclutamento dei docenti, la distinzione tra l’accertamento delle competenze linguistiche e l’accertamento delle competenze scientifiche (es: devo insegnare in sardo la geologia. Qualora non abbia il professore che sappia di geologia e di sardo, non posso, all’università, reclutare un esperto di sardo che ripeta in sardo il manualetto di geologia; dovrò reclutare l’esperto di sardo che veicoli i contenuti concordati col professore di geologia); 6) si riprenda il tavolo di confronto tra Università e Regione e si chiuda l’accordo su base pragmatica, posto che su base culturale e scientifica si è su due mondi sideralmente lontani; 7) Corongiu ha perso il suo posto di lavoro. Non è giusto. È giusto confrontarsi ma non fare vittime. Questo vale anche per lui: il potere amministrativo è un potere super partes. 8) Il sindacato dei sostenitori del Clil abbandoni i toni e le pratiche inutilmente aggressivi. Il balentismo linguistico non paga.
Aggiungo: ma perché,se è come dice Biolchini, le trasmissioni in sardo non si fanno e basta? Se funzionano, e non ho motivo di dubitarne, che bisogno c’è degli incentivi? Perché si cercano gli incentivi? Si stia sul mercato e non si rompano le scatole chiedendo soldi al pubblico!
Gentilissimi,
se non si ricorda come sono andate le cose, ci si può lasciar confondere dal frastuono indistinto dei tanti urlatori e mestatori di professione. La parola mendace da sempre trova orecchie sensibili nei multiformi e chiassosi luoghi del rapimento emotivo e degli illusionismi circensi. Il linguaggio è potere e non di rado, per ragioni molteplici, si corrompe e ci corrompe nella dissimulazione disonesta. Perciò, come Paolo ben sa, ci soccorre la filologia, l’amore per il discorso, l’amore per la cultura. La filologia, infatti, si occupa della verità dei testi piuttosto che della verità delle cose. Tuttavia, però, la seconda non è data senza la prima. Per queste ragioni mi permetto sommessamente di introdurmi nel vostro prezioso spazio di discussione (qui dove altri hanno cercato di propinarvi ricostruzioni fantasiose sui lavori della Commissione lingua e cultura sarda) e di proporvi la nostra ricostruzione degli accadimenti secondo un classico ordo-naturalis. Quid est veritas? Chiedo scusa per l’intrusione.
Cordiali saluti
Dino Manca
Università di Sassari
La formazione degli insegnanti il lingua sarda
L’Università di Sassari intende contribuire efficacemente alla realizzazione di corsi di aggiornamento per la formazione di insegnanti di lingua sarda, adottando criticamente il Piano Triennale predisposto a suo tempo dal Consiglio Regionale. L’Università intende contribuire sul piano scientifico a fornire un quadro di riferimento che sia metodologicamente avanzato e in sintonia con le più recenti acquisizioni della ricerca linguistica.
Le osservazioni critiche formulate sulla stampa, sui blog e perfino in una interpellanza al Consiglio Regionale riferite al ritardo con il quale l’Università di Sassari presenta il suo progetto non risponde a verità, perché esitazioni e incertezze sono da addebitare esclusivamente alle rigidità del piano triennale che non tiene conto dell’esigenza che la docenza universitaria risponda a criteri di qualità e ad indicatori significativi, evitando banalizzazioni e impoverimenti del patrimonio linguistico isolano. L’Università non è al servizio della politica, ma obbedisce a logiche di applicazione di standard internazionali riconosciuti sul piano scientifico.
Con riferimento alla recente polemica, sembra necessario comunque ristabilire la verità dei fatti e si rende necessario elencare la successione degli avvenimenti in ordine cronologico.
Il 23 febbraio 2010 l’Università di Sassari riceve un documento nel quale è invitata, dall’allora direttore del Servizio lingua e cultura sarda della RAS, il dott. G. Corongiu, ad attivarsi per l’esecuzione di corsi finalizzati alla formazione di insegnanti di lingua sarda, in quanto la Regione ha accantonato per tale scopo la cifra di 750.000 euro (relativi alle annualità 2008, 2009 e 2010) per ciascuno Università isolana. C’è dunque un ritardo iniziale della Regione nella programmazione della spesa delle risorse.
Il 17 marzo 2010 il Senato Accademico dell’Università di Sassari designa una Commissione di Ateneo ad hoc, composta dai proff. Aldo Maria Morace, referente amministrativo contabile, Giovanni Lupinu, Dino Manca, Antonello Mattone, Carlo Schirru, Francesco Sini e Fiorenzo Toso. L’Ateneo è rappresentato nell’Osservatorio per la lingua sarda dal prof. Angelo Castellaccio.
La Commissione si riunisce il 12 e il 26 aprile, il 6, il 10 e il 12 maggio 2010. Viene progettato un corso di aggiornamento, destinato a insegnanti di ogni ordine e grado, battezzato Il sardo a scuola, di durata biennale (costo 490.000 euro); a esso è affiancato, inoltre, il progetto di un Master di II livello (Insegnare la Sardegna), sempre rivolto agli insegnanti e agli educatori, della durata di due anni accademici (costo 260.000 euro). In entrambi i progetti, l’indicazione cogente della RAS sull’uso veicolare delle lingue minoritarie in almeno il 50% delle lezioni è pienamente assolta con le attività laboratoriali. Si preferisce invece non accogliere i suggerimenti, non vincolanti, della RAS relativi ai metodi e alle forme di insegnamento, che l’Università ritiene non in linea con la più recente ricerca scientifica: da un punto di vista formale, infatti, risulta quanto meno irrituale che un ente amministrativo fornisca indicazioni di questo tipo all’Università, e inoltre, per il merito, tali suggerimenti appaiono poco consoni alla realtà sociolinguistica della Sardegna e in particolare dell’area, caratterizzata anche dalla presenza di varietà alloglotte, alla quale l’università di Sassari è chiamata a erogare i suoi servizi.
A fine maggio 2010 i progetti sono spediti al direttore del Servizio lingua e cultura sarda della RAS, dott. Corongiu.
In data 16 settembre 2010 il dott. Corongiu comunica una serie di osservazioni critiche sulle proposte dell’Università di Sassari.
Il 14 ottobre 2010 il prof. Morace, in risposta al documento del 16 settembre, manifesta formalmente piena disponibilità a ridiscutere le presunte criticità dei progetti, nell’ovvio rispetto della libertà scientifica e didattica dell’Università.
Intorno alla metà ottobre 2010, il prof. Morace è invitato a Cagliari per discutere nel merito dei progetti presentati. Nel corso del colloquio col dott. Corongiu, in presenza di terzi, quest’ultimo ritiene che gli aspetti a suo parere non convincenti dei progetti siano stati superati dai contenuti del documento e dalle precisazioni verbali giunte in quella sede.
Il 4 novembre 2010 si tiene il sesto incontro della Commissione sassarese di Ateneo. Il prof. Morace – dopo aver informato i partecipanti dei rilievi mossi dal dott. Corongiu al documento precedentemente redatto – invita i presenti a intervenire nel merito per ridefinire una serie di punti dei progetti presentati, tenendo conto delle indicazioni del Servizio lingua e cultura sarda della RAS.
L’8 novembre 2010 i progetti riveduti sono spediti al dott. Corongiu.
Solo il 22 aprile 2011, a distanza di oltre cinque mesi e a séguito di svariate sollecitazioni, l’Università di Sassari ottiene una risposta dal direttore del Servizio. Una risposta ancora una volta interlocutoria.
A distanza di oltre un anno l’Università di Sassari sta ancora aspettando una risposta ufficiale e definitiva dalla Regione, positiva o negativa che sia. Inoltre, dopo tre convocazioni andate a vuoto, solo in data 28 giugno 2011 è stato possibile aver un colloquio con il dr. Corongiu che peraltro, in tale occasione, non rivestiva più, ufficialmente, il ruolo di direttore del Servizio lingua e cultura sarda della Regione, a tutt’oggi vacante. In quell’occasione il delegato dell’Assessore On. Sergio Milia proponeva, al fine di definire rapidamente la questione, l’istituzione di una commissione ristretta costituita da tre rappresentanti dell’Università di Sassari, prontamente indicati nelle figure dei Proff. Carlo Schirru, Giovanni Lupinu e Dino Manca, e due rappresentanti della RAS, di cui però tardano a pervenire i nominativi.
In conclusione, si rileva quanto segue:
1) Nonostante l’impegno personale dell’Assessore, ogni ritardo è da addebitare esclusivamente ai funzionari della Regione Sarda che, anziché promuovere una pronta definizione della questione, ne hanno dilatato i tempi, anche attraverso lunghi silenzi istituzionali. Ciò ha certamente favorito una serie di polemiche sterili, alimentate da pesanti falsità, in particolare svalutando l’impegno dell’Università di Sassari che intende efficacemente operare in favore delle lingue minoritarie della Sardegna: a tal proposito, anzi, l’Università di Sassari sottolinea che le fughe di notizie che hanno alimentato le polemiche di cui sopra sono state favorite da un’accorta regia, che persegue obiettivi facilmente individuabili.
2) L’Università di Sassari non può riconoscere ai funzionari della Regione Sarda il ruolo di valutare la qualità scientifica della propria azione formativa, né può accettare alcuna interferenza nella selezione dei docenti coinvolti nei corsi. Al tempo stesso, l’eventuale avvio dei corsi non può essere ritenuto un modo per far certificare all’Università di Sassari la bontà dell’azione politica regionale in materia linguistica, riguardo alla quale, anzi, l’Università si riserva, in piena autonomia, di formulare le proprie valutazioni di ordine metodologico e scientifico, nel pieno rispetto dei ruoli reciproci. L’Ateneo è preoccupato per alcune posizioni assunte pubblicamente dai funzionari regionali che sottovalutano la diversità linguistica della Sardegna, non si impegnano per le varietà locali e le altre lingue minoritarie e sposano un progetto di omologazione che può rappresentare un vulnus per la ricchezza del patrimonio linguistico isolano .
3) Sinora l’Università di Sassari, con senso di responsabilità, non ha voluto assumere posizioni ufficiali e pubbliche. È evidente che se in tempi brevissimi l’Ateneo non riceverà una risposta chiara e definitiva da parte della Regione in merito all’approvazione o meno del suo progetto, si troverà costretta a rinunciare ai finanziamenti regionali e a valutare l’opportunità di attivare autonomamente, sia pure in ristrettezza di risorse, corsi di lingue e culture della Sardegna secondo forme e metodi che salvaguardino l’indispensabile autonomia scientifica e didattica dell’Ateneo.
Caro Paolo,
Radio Press (l’emittente che dirigo) da anni partecipa ai bandi della Regione per la messa di onda di notiziari e programmi in lingua sarda. Posso dire con orgoglio che la nostra esperienza (iniziata oltre dieci anni fa) è stata presa per certi aspetti a modello. Leggere le osservazioni dell’Università di Sassari mi ha fatto cadere le braccia. Mi fermo solamente al primo punto:
1) Nel piano triennale (=PT) si insiste, a più riprese, sulla necessità di emancipare le lingue regionali dalla cultura tradizionale che esse riflettono e ‘agganciarle’ sic et simpliciter al mondo moderno e ai suoi contenuti: bisogna tuttavia considerare che, agli occhi dei parlanti, le lingue locali, che si identificano primariamente con la propria varietà dialettale e non con uno standard calato dall’alto, sono legate strettamente a quella cultura tradizionale che si vorrebbe superare d’un balzo. Occorre dunque contemperare il reale con le aspirazioni: ogni forzatura, ogni assenza di gradualità produrrebbe degli strappi e forti sensazioni di straniamento.
Ecco, basterebbe fermarsi qui per capire che siamo di fronte a persone che non hanno idea di quale successo e risultato positivo per la lingua abbiano avuto i programmi di tutte le emittenti radiofoniche (tutte) che, su precisa indicazione della Regione, hanno parlato in sardo delle cose normali, della vita di tutti i giorni e non delle nobilissime tradizioni popolari sarde.ù
Trasmissioni di intrattenimento puro, giornalistiche, musicali (pagate quattro lire quattro perchè sulla lingua tutti parlano ma nessuno investe) che hanno riconciliato con la lingua sarda tantissimi ascoltatori.
Il pubblico le ha seguite con passione, e tu sai bene che Cagliari i sardo parlanti non sono moltissimi. E nessuno dei nostri ascoltatori ha avuto niente da ridire, anzi.
Per cui lo straniamento di cui parlano i professori sassaresi ce l’ho io quando leggo documenti come il loro.
Non solo. E’ evidente che l’Università di Sassari vuole buttarla in rissa evocando la tanta contestata LSC. Ma ti posso assicurare che mai (mai) la Regione è intervenuta chiedendoci di usarla: mai. Neanche quando abbiamo scritto in sardo sul nostro profilo Facebook, chiedendo ai nostri ascoltatori di intervenire in diretta e di interagire con i nostri conduttori.
In conclusione: mi limito al punto uno e dico in tutta sincerità che è frutto di una posizione retrograda, reazionaria e accademica (nel senso deteriore del termine: cioè lontano dalla realtà).
E per colpa dell’Università di Sassari ora tutto il piano di comunicazione in lingua sarda per le radio e le tv (quattro lire, non pensiate che con il sardo si diventi ricchi: per quanto ci riguarda abbbiamo fatto otto ore di programmazione settimanale per quattro mesi per la bellezza di 13.500 euro) rischia di essere bloccato. Un gran risultato, non c’è che dire.
Senza entrare nel merito di altri punti toccati da Carboni nella sua lunga esposizione, suona quanto meno singolare la sua affermazione secondo la quale i “pochi professori sassaresi” avrebbero tentato di contrapporre “le lingue alloglotte alla lingua sarda” per “dividere il movimento linguistico e le comunità innescando fenomeni di reazione subnazionalistiche, quasi evocando l’oppressione del sardo verso gli altri dialetti o lingue alloglotte”. Ci sarebbe, a seconda dei casi, da deprecare o da ammirare la finezza politica di questi professori, se non fosse fondata l’impressione che il “movimento linguistico” coeso e unitario di cui favoleggia Carboni, esista in realtà soltanto nei suoi desideri. Anche spulciando banalmente su internet ci si imbatte ad esempio in dati di fatto che testimoniano del malessere profondo delle minoranze interne rispetto alle recenti politiche linguistiche della regione. Alghero: Rafael Caria, storico studioso e difensore della catalanità algherese, pubblica nel 2006 una raccolta di “Apunts per a un llibre blanc” ove afferma testualmente che rispetto alla legge 26/1997 “les bones intencions naufraguen davant de les prioritats polítiques i d’inversió (“investimenti”) de la RAS, a favor de la llengua sarda”, critica la formazione dell’Osservatorio linguistico regionale che non contempla la presenza al suo interno di un rappresentante algherese e sostiene che “fins ara l’única activitat posada en marxa per l’Assessorato alla Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport – Regione Autonoma della Sardegna, sigui exclusivament a favor de l’ensenyament de la llengua sarda”. Gallurese: la Consulta che raccoglie più di venti Comuni della provincia di Olbia Tempio sosteneneva già in un documento del 2001 “i diritti della lingua gallurese nella consapevolezza che non esiste una lingua sarda, ma che esistono più lingue parlate dai Sardi, aventi tutte il diritto di essere salvaguardate, onde evitare il paradosso che un domani i Galluresi si trovino ad essere considerati stranieri in patria”; nel 2003 contestava l’imposizione della LSU “frutto non di processi naturali, storici e culturali, ma di scelte politiche, praticamente mutuata e fondata, con qualche commistione, su una parlata sarda egemone”, che “creerebbe motivo di divisioni, di forte attrito e giustificate resistenze tra le comunità delle altre aree linguistiche della Sardegna – e soprattutto in Gallura – con guasti irrimediabili”, e ribadiva “l’assoluta contrarietà a progetti che, nei fatti, determinerebbero la morte del Gallurese innescando reazioni pericolose e difficilmente governabili e costringendo i Galluresi a cercare altre strade ed interlocutori per difendere il loro patrimonio linguistico e culturale”; non mi risulta che questo atteggiamento sia cambiato dopo l’ufficializzazione strisciante della LSC. Nel 2004 la Provincia di Olbia Tempio, intanto, si rassegnava a delimitare l’ambito territoriale di tutela del “sardo” in base alla L.N. 482/1999, puntualizzando che la lingua ivi parlata è il «Sardo nella variante Gallurese», tentativo invero un po’ patetico di salvare capra e cavoli. Sassarese: non ricordo i dettagli, ma già alla metà degli anni 2000 l’Assessorato alla Cultura del Comune di Sassari avvia iniziative per il riconoscimento del sassarese come lingua minoritaria in base alla legge 482. Tabarchino: in parlamento sono depositati almeno tre disegni di legge per suo il riconoscimento come lingua minoritaria, e la stampa cagliaritana riporta periodicamente le lamentele dell’opinione pubblica locale, molto sensibile al tema della tutela della propria varietà (vedi “Archivio” dell’Unione Sarda e della Nuova Sardegna). Dulcis in fundo, un deputato algherese ha presentato infine, nel 2007, un disegno di legge (n. 1794) per “Disposizioni a favore della tutela e dell’uso della lingua sarda, della lingua catalana di Alghero, del tabarchino delle isole del Sulcis, nonché dei dialetti sassarese e gallurese”. Saranno tutti nemici della lingua sarda al soldo dei colonialisti italiani, o invece esiste davvero un malessere diffuso, di cui il “movimento linguistico” sardo non si è mai accorto, e che l’università di Sassari ha saputo invece cogliere con discreta attenzione e sensibilità? Il disegno di legge del 2007, oltrettutto mi pare indicativo fin dall’intitolazione: qui non si tratta di far guerra al sardo, ma di riconoscere prerogative e diritti che una Regione alquanto distratta, a quanto pare, non si è data molta pena di assicurare, accettando passivamente che la legislazione nazionale discrimini una parte dei suoi cittadini.
A dolu mannu sa chistione est cumplicada meda. Sa chistione de sa limba, est beru, no est solu una chistione limbistica. Cando nd’essit a campu nd’essint ateras chistiones chi sunt politicas, economicas, chistiones de bilantziu (chistiones de dinari comente narat calecunu) culturales, chistiones de abitudines, de fissios, de mentalidade e chistiones de cussentzia. Oe sa Sardigna, ma non solis, dia narrer su mundu intreu, est atraessende una crise manna chi nos ponet dimandas e bisonzos de contivizare comente depimus istare intro su mundu de oe.
Pro nois sardos chi amus semper postu una chistione politica de ispetzialidade, de autonomia, de soberania, de indipendentzia, ca nos semus cussiderados unu populu, una natzione (finas si apartenimus a un istadu naschidu e fraigadu chena chi sos sardos si nd’esserent abizados) sa chistione de sa limba est sa chistione chi prus de onzi atera cosa, nos daet su marcu e sos sinnos de totu su chi semus: in su bonu e in su male.
Pro nois, duncas, sa chistione de sa limba est una chistione chi nos tocat in sas intragnas, e in sos sentidos prus fungudos de totu su chi semus e finas de su chi non semus.
Podimus atzetare tando o podimus sighire a creer chi sa chistione potat esser guvernada a manchispresiu, brighende unu chin s’ateru, o fatende a manera chi calecunu nde potat bogare profetos a gastos e a palas de calecunateru? Deo penso chi no.
S’Universidade avantzat titulos prus de atere? Sos titulos si depent dimustrare e cun una limba bia su primu titulu e su de l’ischire manigiare.
Carchi professore universitariu sardu, pro motivos chi totu ischimus, su sardu, finas si nd’istudiat sa raighinas, no l’ischit ne faeddare ne iscriere. Ma custa diat esser sa cosa de prus pagu importu. Sa cosa mala est chi si ponet comente inimigu de sos chi ant cumpetentzia, pro costoire sas debilesas suas. Sos professores de sas universidades de s’Istadu italianu sun pagados, est beru, pro faagher su chi s’Istadu lis rechedit e lu faghent, penso, finas bene. Mi dimando proite non tenent rispetu de issos matessi e faghent su chi ischint fagher. Sa Regione sarda at dimandadu a s’Universidade sarda de faghere unu servitziu. Proite galu non l’at fatu perdende tres annos e forsis, si sas cosas sighint goi, perdendende ateros tres? Ma si podet cundividire custa linia? Tando, sas cosas tocat de las lassare faghere a chie las ischit faghere e a chie las faghet in sos tempos zustos. De ite cherimus chistionare? Totu su chi b’est iscritu in su documentu de s’Universidade de Tatari (zustu o irballiadu pagu m’interessat) si depiat narrere a tempus sou in s’osservatoriu a mediu de su rapresentante sou. Si nono sa regione, prima de fagher ateru, mandet un’ispetzione a bider comente sunt istados ispesos sos dinaris chi l’at dadu in sos annos colados. Gai, a su mancu, cando si chistionat si chistionat de totu o nono?
Io avrei un’idea. Vedo che quando qualcuno fa un discorso concreto, struttura un ragionamento, subito qualche altro gli dice che vuole guadagnarci qualcosa, che ha qualcosa da chiedere ecc., insomma si fa casino. Allora chiedo all’On. Maninchedda: è possibile fare un’interrogazione per sapere come in questi anni il servizio lingua sarda della RAS ha speso i fondi? Chi come privato è stato pagato e quanto, per consulenza, progetti, lezioni, presentazioni ecc.? E quali istituzioni, enti pubblici o privati hanno ricevuto contributi?
Fatto questo si potrà sapere se qualcuno di quelli che protestano lo fa in modo direttamente proporzionale ai contributi ricevuti, o se è disinteressato, se quello della lingua sarda è un business o un affare serio.
Documentu beni arrexonau e de importu.
[...] di lingua sarda, ma poichè fra breve ci sarà il dibattito in Consiglio sul Piano Triennale, il documento dell’Università di Sassari costituisce una novità importante. Questo il contenuto in [...]
Com’è evidente, il documento dell’Università di Sassari, come pure quello precedente dell’Acadèmia, indicano, quanto meno, che ci sono problemi intorno al piano triennale attuale. Ce n’erano anche col precedente (2008-2010), ma forse per il cambio di governo non c’è stata più la possibilità di discuterne. Tuttavia è viva in me l’impressione generale che mi aveva procurato: non sarebbe bastata un vita per realizzare tutti quei progetti, altro che tre anni. Ma torniamo all’attuale. Non so niente di Osservatorio (dove ne sono i verbali?), non so chi è il rappresentante per Cagliari università, eppure dovrei saperlo, lavorando in quest’università e non su Marte; ma dovrei saperlo non perché potrei andare ad informarmi (dove?), ma perché il rappresentante di Cagliari forse avrebbe potuto coinvolgere, o per lo meno informare, i colleghi che si occupano di sardo. Che cosa e chi rappresenta il rappresentante di Cagliari? Non sarebbe il caso che ora si esprimesse pubblicamente su come si è arrivati nell’Osservatorio all’approvazione del piano triennale attuale e che ipotesi si sono fatte in quella sede sulla possibilità di insegnare dignitosamente in sardo nell’ambito di corsi universitari? Al 50%? Ma dove vivono, anche scientificamente? Non sanno che l’avvio di questo processo – revitalizzazione di una lingua minoritaria anche come veicolo scolastico- è tra i più difficili e delicati e rischiosi anche in termini di rigetto o di fallimenti? Infatti, a mio avviso, si sarebbe dovuto iniziare con pochi corsi sperimentali in qualche scuola dotata di insegnanti già esperti (ce ne sono) e lasciare all’università il compito principale di monitorare la fase pionieristica, in termini teoretici e metodologici; per poi valutarne gli esiti e il successo. Poi da lì si poteva allargare ad altri.
Un’altro aspetto che emerge è che non viene affrontata la questione di che cosa significa, nel caso concreto, competenza linguistica e sua certificazione.
La promozione della LSC (varietà semi-artificiale ampiamente criticata su vari piani) a lingua standard, implicitamente attraverso il testo di questo piano triennale, dunque per decreto, è una mossa della massima scorrettezza, sul piano civile politico e culturale. Chi ne è responsabile e che rilievo culturale ha nella comunità dei Sardi, parlino essi sardo, italiano, tabarchino, algherese, gallurese od ostrogoto? Assomiglia molto al tentativo di infilare sottobanco degli articoli chiamati volgarmente salva-Berlusconi nel testo della manovra finanziaria, nella speranza che nessuno se ne accorga, e poi si palleggiavano la responsabilità. Bene, ce ne siamo accorti. Il testo va riveduto.
Le critiche degli altri le avete lette.
Un’ultima domanda. Perché viene snobbato il caso corso (sociolinguistica corsa, polinomia, Jean-Baptiste Marcellesi, significano qualcosa per qualcuno alla Regione e dintorni?)
La sensazione è quella di trovarsi di fronte un drappello non numeroso di persone che lottano apparentemente disunite ed invece sono fortemente incollate da una stessa idea: FARE SOLDI! La lingua solo una vacca da mungere.
Non è un bel vedere e non si può rimanere passivi.
Potrebbero esserci anche altri aspetti, che l’ottimo intervento dei Docenti sassaresi avrebbe potuto prendere in considerazione, e che probabilmente ha per il momento tralasciato per evitare una eccessiva frammentazione e dispersività delle osservazioni.
Fermo restando che esse sono comunque estremamente misurate e attente, e sempre giustificate con riferimenti precisi, dunque nel complesso assolutamente condivisibili, osservo almeno due questioni sulle quali permangono (ma è del tutto normale) seri dubbi:
1. Al punto 3) della prima parte (osservazioni) emerge ancora una volta l’uguale livello di trattamento per il gallurese (con sassarese e maddalenino) e per le altre due varietà alloglotte, algherese e tabarchino. Ciò, è vero, è sancito da norme ormai acquisite (Carta europea, L. 482); tuttavia ritengo si debba distinguere fra gallurese e sassarese, che sono comunque varietà della lingua sarda, nonostante la maggiore differenziazione dal sardo e la vicinanza per contro al corso e al toscano; e l’algherese e tabarchino, varietà sicuramente non legate in alcun modo alla lingua sarda, se non forse per ridotti effetti di superstrato (oltre al fatto che sono localizzate in Sardegna, come altre lo sono).
2. Alla conclusione è denunciato il silenzio, certamente grave, di quasi tutti gli uomini politici responsabili. Io aggiungerei anche gli stessi Docenti universitari (Cagliari e Sassari), che sicuramente si sono mossi poco e in ritardo; e i tanti intellettuali di rango, che spesso (non tutti, certo) hanno in gran parte taciuto o sono stati persino conniventi.
Ora però la piega sembra destinata a sortire effetti concreti: si cherimus acontzu, carchi isconzu tocat chi b’apat! Senza “caccia alle streghe”, ma con fermezza e decisione; e col contributo di tanti, anche “dal basso”, come dicono i sassaresi.
L’università di Sassari ha fatto in modo che venisse pubblicato un suo documento inviato alla Commissione cultura del Consiglio regionale che illustra le proprie posizioni contrarie all’insegnamento del sardo e delle lingue alloglotte in queste lingue e la sua preferenza per il loro insegnamento in italiano.
Le posizioni espresse nel documento dell’Università di Sassari, lo dico con rammarico e sconcerto, è un sintomo della crisi dell’Università, della sua lontananza dagli interessi e aspirazioni del popolo sardo e di una arroganza baronale che valutate politicamente contribuiscono ancora all’assimilazione in italiano dei sardi e a un disegno colonialista che li vorrebbe relegati in una riserva indiana dove la lingua propria della Sardegna sia al massimo un subalterno e folclorico residuo di un passato che va a morire.
Nella scelta polemica e che ha pochissimo di scientifico e molto di politico, si usano i metodi della propaganda e disinformazione per nascondere i veri intenti e depistare il dibattito verso mulini a vento appositamente costruiti ad arte.
Il documento furbescamente si riferisce al piano triennale 2011-2013, ( in applicazione della legge regionale 26 ) appena approvato e glissa sul precedente 2008-2010 che è invece operativo e finanziato con ben 750.00 euro per l’Università di Sassari.
Il fatto è che l’Università di Sassari vuole spendere questi denari per insegnare il sardo e le lingue alloglotte in italiano e non in queste lingue per almeno il 50% come richiesto appunto dal Piano triennale.
Comunque anche le affermazioni rispetto al nuovo piano triennale vanno lette successivamente e attentamente per una corretta e completa analisi e valutando i pro e i contro..
Focalizzata la vera questione, o almeno la più attuale e urgente pena la perdita dei finanziamenti e un blocco della formazione degli insegnanti in lingua sarda, vorrei inizialmente far rilevare che l’Università di Sassari ha designato nell’Osservatorio della cultura e lingua sarda come proprio rappresentante il Prof. Angelo Castellaccio.
Nell’Osservatorio il Piano triennale è stato approvato all’unanimità.
Durante i mesi che hanno preceduto l’approvazione del Piano, oltre alle discussioni interne all’Osservatorio, sono state richieste osservazioni e proposte anche alle Università di Sassari e Cagliari.
Quelle di Cagliari sono state tutte accolte così come altre, mentre Sassari non ha inviato nulla.
La questione però è anche un altra (dimenticata ad arte nel documento di UniSS) e di sostanza, ma ben evocata appunto in un ‘intervento precedente della Professoressa Mongiu sul blog Sardegna Democratica, cioè l’applicazione del precedente Piano triennale 2008-2010 e l’uso dei fondi relativi.
È troppo facile fare il salto della quaglia parlando del domani per far dimenticare i problemi concreti di oggi e passare oltre alla questione.
Si tratta in sostanza del rifiuto dell’Università di Sassari ed in particolare del Rettore Prof. Attilio Mastino, del Preside della Facoltà di Lettere Prof. Aldo Maria Morace e dei Professori Giovanni Lupinu, Dino Manca, Carlo Schirru, Fiorenzo Toso per la Commissione di Ateneo sulla Lingua Sarda, di utilizzare il sardo veicolare .
Vogliono cioè utilizzare solo l’italiano nei loro insegnamenti.
Questa è la sostanza del contendere, posizione contraria a come appunto è previsto per le due Università nel Piano triennale 2008-2010 .
Basta leggerlo e non citarlo per sentito dire :
“ -22.3 Progetto obiettivo 3.3- Finanziamento all’Università di Sassari e Cagliari per l’espletamento dei corsi universitari “
dotato di ben 500.000 euro regionali per ogni anno di applicazione, che pure è abbondantemente scaduto nei termini utili per la proposta tanto che è stato recentemente approvato il successivo.
In particolare nella bozza di progetto dell’Università di Sassari e in vari documenti ufficiali e esternazioni pubbliche, si contesta il Piano triennale 2008-2010 quando indica:
” E’ auspicabile che gli insegnanti vengano formati all’utilizzo di metodologie didattiche innovative e non ancora sperimentate per l’apprendimento della lingua sarda, ma già consolidare per l’apprendimento delle lingue locali tout-court delle lingue minoritarie in particolare; ad esempio il CLIL-Content and language Integrated Learning, una metodologia didattica che prevede l’insegnamento di una disciplina in lingua veicolare: i contenuti e gli argomenti sono trattati esclusivamente nella lingua da apprendere, un metodo che implica la costruzione di competenza linguistica e comunicativa contestualmente allo sviluppo ed acquisizione di conoscenze ed abilità disciplinari.
Il 50% almeno delle ore d’insegnamento dovrà essere impartito con l’uso esclusivo della lingua a livello veicolare.
Gli insegnanti potranno essere affiancati nelle scuole individuate come pilota con lo strumento operativo del laboratorio didattico in orario curricolare .”
e ancora di seguito :
” A tal fine le due Università sarde, o gli organismi alle quali si appoggiano, presenteranno all’Assessorato entro il 30.11.2008 ed entro il 31 gennaio per i due anni successivi un programma di formazione e aggiornamento per insegnanti, in cui almeno il 50% degli insegnamenti siano impartiti in lingua sarda veicolare…”
Questo piano triennale è stato approvato nel Luglio 2008 e anche allora con l’assenso del rappresentante dell’Università di Sassari Prof. Angelo Castellaccio.
Divenne operativo nel novembre 2008 e presentato a dicembre alla Conferenza annuale sulla Lingua sarda prevista dalla legge 26, alla quale non partecipò l’Università di Sassari né dette segnali di dissenso alcuno.
Pur conoscendo il Piano triennale le università di Sassari e Cagliari non presentarono nessun progetto e solo successivamente alle sollecitazione dell’Assessorato, intorno alle fine del 2009- inizio 2010, presentarono una loro bozza di progetto.
È da notare una differenza inquietante fra il progetto sassarese e quello cagliaritano.
Nel progetto dell’Università di Cagliari, chiaro nelle linee guida e nell’articolazione progettuale, si afferma:
“ I corsi prevedono lezioni frontali e laboratori pratici nelle scuole, da tenersi nella sede universitaria di Cagliari e in sedi locali delle Province di Cagliari, Carbonia-Iglesias, Medio Campidano e Oristano.
Gli insegnamenti verranno tenuti da docenti universitari e da docenti esterni di elevata professionalità metodologica, didattica e disciplinare relativamente ai campi di interesse per la trasmissione di competenze linguistiche in lingua sarda, compreso l’uso veicolare della stessa. In particolare almeno il 50% delle ore di insegnamento verrà impartito in lingua sarda.
Per questo motivo il reclutamento dei docenti esterni avverrà attraverso appositi bandi di selezione…”
Nel progetto, o meglio bozza di progetto incompleta, di Sassari non c’è nessun accenno all’uso veicolare della lingua sarda e tanto meno all’uso della lingua sarda almeno nel 50% delle lezioni frontali per insegnare le materie previste nei corsi, come indicato nel piano triennale 2008-2010 e accettato tranquillamente e programmato dall’Università di Cagliari.
Ad una osservazione in merito dell’Assessorato, l’Università di Sassari ha prodotto documenti nei quali contesta tardivamente il Piano triennale in varie maniere e sopratutto in linea di principio la giustezza e la necessità dell’insegnamento del sardo in sardo e non solo nel 50% delle lezioni frontali
In sostanza l’Università di Sassari vuole insegnare il sardo in italiano.
Ciò è profondamente sbagliato ed è questo l’argomento del contendere.
Per chiarire meglio, quando si parla di sardo, come ben si può verificare sia nella legge 26 che nel piano triennale, s’intende la Lingua sarda nella maggior parte delle comunità e il Gallurese, Catalano, Sassarese e Tabarchino nelle aree nelle quali sono radicati questi dialetti come appunto definiti e tutelati nella legge 26.
È evidente che se l’Università di Cagliari e anche quella di Sassari, come è giusto e doveroso che sia, nella loro programmazione prevederanno dei corsi ad esempio a Carloforte o a Tempio (o con insegnanti che ivi operano) dovranno utilizzare il 50% del Tabarchino veicolare e del Gallurese veicolare oppure del Sassarese veicolare a Sassari o Catalano veicolare ad Alghero e in forma mista in casi particolari.
Per essere più chiari dovranno insegnare in Sardo, Gallurese, Sassarese , Tabarchino e Catalano per almeno il 50% delle ore programmate frontalmente e in tutte le materie previste, culturali, economiche e altro e non in italiano, compresi i sussidi didattici da produrre.
Per confondere le idee, questi pochi professori sassaresi, chiamiamoli così, per non confonderli con tutti i cittadini di Sassari e con l’intero corpo docente dell’Università di Sassari ai quali va tutto il rispetto e la stima, hanno innescato una polemica pretestuosa che va dalla LSC ( non richiesta a loro da nessuno e in nessuna maniera per programmare i corsi) al tentativo di contrapporre le lingue alloglotte alla lingua sarda, tentando di dividere il movimento linguistico e le comunità innescando fenomeni di reazione subnazionalistiche, quasi evocando l’oppressione del sardo verso gli altri dialetti o lingue alloglotte.
Questo atteggiamento e veramente censurabile e teso a promuovere solo la lingua italiana ( già ben promossa e utilizzata da tutti ), il suo standard unico e cercare di affossare ogni tentativo di usi pubblico, scolastico e ufficiale del sardo e delle lingue alloglotte.
Certe affermazioni, certificate dai documenti e anche dal dibattito dei fautori del centralismo linguistico anti sardo sono certo legittime in democrazia ma appaiono francamente insostenibili e replay di quelle che negli anni ’70 venivano espresse, ma in seguito sconfitte dal movimento per l’identità linguistica, contro la lingua sarda, negandone fin l’esistenza stessa e il diritto al bilinguismo sardo italiano e all’analoga tutela delle alloglotte.
Quelle posizioni ben ascrivibili a una precisa e variegata area politica anti sarda e anti autonomista, risvegliatasi da un sonno decennale ma sempre centralista, vennero appunto allora sconfitte, fu approvata la legge regionale 26 a tutela del sardo e delle alloglotte e in seguito su impulso della legge d’iniziativa popolare anche nel Parlamento fu varata la 482 del ’99 ( positiva per il riconoscimento costituzionale della lingua sarda ma incompleta e contestata già allora per l’esclusione delle alloglotte dal movimento linguistico nel silenzio tombale dell’Università di Sassari.)
Oggi la stessa area politica e culturale anti sardo, in nuove vesti ha innescato una nuova campagna contro il bilinguismo che inizia contestando e opponendosi all’uso veicolare del sardo e delle lingue alloglotte nella formazione degli insegnanti che dovranno insegnare il sardo e le alloglotte nella scuola.
In ciò non c’è nulla di nuovo, scientifico e nobile, ma è chiaramente una vecchia posizione politica mascherata con un latinorum pseudoscientifico e di retroguardia centralista.
In sostanza vorrebbero spendere i soldi pubblici come meglio credono e senza insegnare il sardo e le alloglotte in queste lingue ma in italiano, perseverando col vecchio metodo delle lingue tagliate, evidenziando una linea in contraddizione con le migliori pratiche europee che non fa certo onore all’Università di Sassari.
Il fatto è che il piano 2008-2010 opportunamente ha cercato di correggere la maniera, che è solo un eufemistico definire discutibile, con la quale i fondi della legge 26 sono stati spesi precedentemente al primo Piano triennale e che forse si dovrebbe opportunamente mettere di nuovo a fuoco.
È chiaro che ciò è ingiustificabile ed inaccettabile.
Se accadesse che il sardo venisse insegnato oggi con fondi pubblici frontalmente in italiano tutta l’Europa ne riderebbe.
Vorrei osservare per concludere, che le mie riflessioni sono solo politiche e di politica linguistica, lasciando agli scienziati nell’Università, meritori ma pochi in verità, a difesa della nostra lingua madre e propria della Nazione sarda e delle alloglotte e ai cultori di linguistica che nei decenni hanno supplito all’assenza e all’ostilità di buona parte delle Università sarde verso il sardo e le alloglotte, il campo che è tutto loro.
Vorrei anche sottolineare che il movimento linguistico sardo, che iniziò con la proposta di legge sul bilinguismo nel 1978, è sempre stato bipartisan, cioè trasversale agli schieramenti politici e di stimolo a questi in quanto la lingua sarda interessa tutto il popolo sardo e matrice non esclusivamente d’identità nazionale ma base per ogni progetto politico in avanti di superamento dell’Autonomia vigente, per un nuovo Statuto di sovranità, il rinnovamento della classe dirigente e per il rilancio dell’economia e dei diritti civili e per emanciparci tutti dal colonialismo economico e culturale.
Ne è dimostrazione il fatto che il piano Triennale 2008-2010 che l”Università di Sassari non vuole pervicacemente applicare è stato approvato dalla Giunta Soru, mentre l’attuale è stato approvato dalla Giunta Cappellacci in perfetta continuità e coerenza con gli obiettivi del movimento linguistico sardo e sopratutto del buon senso.
Questa sottolineatura non vuol certo fare di tutta l’erba un fascio, dato che ogni schieramento che aspira a governare o governa sarà giudicato dagli elettori da come i principi generali anche nel campo linguistico sono particolarmente, diversamente e incisivamente rivendicati e applicati.
In fondo la questione linguistica sarda è un fattore determinante di concorrenzialità fra le parti politiche e lo sarà sempre più in futuro nel caratterizzare i programmi, la comunicazione e la prassi nazionalista sarda, riformista, socialista come liberale e liberista.
Le posizioni espresse nel documento dell’Università di Sassari, valutate politicamente contribuiscono invece all’assimilazione in italiano dei sardi e a un disegno colonialista che li vorrebbe relegati in una riserva indiana dove la lingua propria della Sardegna sia al massimo un subalterno e folclorico residuo di un passato che va a morire, appunto ad iniziare nella scuola.
Da ciò un invito per oggi e domani all’insieme del Consiglio regionale ad opporsi a queste manovre reazionarie, conservatrici che vorrebbero far fare passi indietro piuttosto che in avanti al movimento linguistico sardo proprio oggi che è più viva la spinta affinché la lingua sarda e le alloglotte vengano introdotta nelle scuole a partire dalle scuole materne e nelle particolarità di ogni comunità approdando a sintesi standard quando sarà possibile, utile e condiviso.
Sopratutto, va un sollecito affinché il Consiglio e le forze politiche operino senza farsi trascinare in polemiche e risse, come vorrebbe chi, forse non sapendolo fare, non vuole insegnare il sardo in sardo, e impedire che il sardo curricolare entri nelle nostre scuole.
Infine un invito ai militanti e ai Consiglieri regionali che credono nel bilinguismo affinché spingano le forze politiche e i gruppi consiliari in modo che siano poste nei bilanci regionali a partire dal prossimo bilancio le risorse necessarie perchè il piano triennale 2010-2011 sia veramente operativo e valutato come uno dei principali fattori di sviluppo e occupazione perchè, come ben si sa, con i fichi secchi non si canta Messa.
Mario Carboni
11 luglio 2011
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